Writer Officina
Autore: Silvio Bogetto
Titolo: Terra et Aer
Genere Fantascienza
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Terra et Aer
Aria, uno degli innumerevoli pianeti dell'universo ospitanti forme di vita senziente. Dopo un'era di pace e prosperità, l'oscura nube della guerra offuscò nuovamente i suoi cieli. I fragori delle esplosioni illuminavano con lampi colorati velivoli squarciati a terra, che ostentavano i corpi dei piloti parzialmente fusi al metallo in pose orribilmente grottesche.
Un umanoide, avvolto nella nebbia notturna, si aggirava angosciato tra i resti di quella che fino a poche settimane prima era una città viva e meravigliosa. Durante un improvviso attacco nemico era riuscito a salvarsi gettandosi dalla finestra del suo laboratorio pochi attimi prima che venisse distrutto. Ian era un Arianite dal fisico atletico e la pelle grigio scura, che abbinata ai capelli lisci nerissimi dal taglio classico gli conferivano un fascino intrigante. Stava cercando la sua famiglia da giorni e le forze iniziavano ad abbandonarlo, ma non era sua abitudine arrendersi e avrebbe continuato fino all'ultimo respiro. Tra i densi fumi maleodoranti intravide una grande costruzione ancora integra e illuminata al suo interno. Era una chiesa cattolica, edificio dedicato al culto cristiano. Anche se gli Arianiti vivevano osservando unicamente la legge della natura – che era alla base della loro tecnologia molto avanzata e il normale svolgimento della vita quotidiana – una parte di essi sentiva il bisogno di credere anche in filosofie diverse, ed erano liberi di farlo. Le religioni avevano radici antiche e quella cattolica – la più recente di tutte – era conosciuta e seguita da un esiguo numero di sinceri devoti da circa settant'anni.
«Tia e Len potrebbero essersi rifugiate là dentro» pensò.
La speranza di ritrovare ancora la compagna e la figlia gli diede un'energia inaspettata, e si diresse a passo svelto verso l'entrata principale sulla facciata gotica. Salì l'ampia scalinata sentendosi osservato dai muti rilievi raffiguranti draghi e demoni, ma anche religiosi in preghiera. Appoggiò le mani sul grande portone di legno umido e diede delle forti spinte che però non lo smossero minimamente. Fece quindi il giro del perimetro e sul cammino trovò una fenditura nel muro da dove si poteva vedere l'interno. C'erano cadaveri smembrati sparsi ovunque e un forte odore di morte.
«Tia! Len!» urlò, ricevendo come risposta solo l'eco della sua voce.
Anche se consciamente avrebbe voluto andarsene, l'istinto gli impose di entrare. Mentre alcune navicelle sfrecciavano minacciose sopra di lui, sollevò da terra con decisione una grossa pietra che usò per allargare la feritoia e, una volta entrato, ispezionò d'istinto la monumentale volta affrescata da una raffinata rappresentazione celestiale, che sembrava reggere nonostante gli evidenti danni. Preso dall'ansia, iniziò a esaminare ciò che rimaneva di quei poveri innocenti, sperando di non trovare... sua figlia Len. Riconobbe i lunghi capelli rosso fuoco e il vestito blu al quale era particolarmente affezionata. Il busto – privo di braccia e gambe – giaceva prono sul pavimento finemente decorato. Si chinò su di lei singhiozzante ma non osò toccarla, e da quella prospettiva scorse anche il corpo della sua adorata compagna raggomitolato sotto una panca. Aveva il volto sereno e sembrava dirgli: «stai tranquillo, non abbiamo sofferto.»
Il cuore di Ian rallentò fino quasi a fermarsi dal dolore, per poi esplodere come un vulcano facendolo alzare di scatto e lanciare un urlo di sfogo contro la scultura lignea del Cristo, che con quella ridicola espressione triste pareva fissare i brandelli del prete sparpagliati sull'altare.
«Ho sentito dire che puoi fare miracoli! Perché allora non resusciti tutti quanti?» Esclamò furiosamente avanzando verso di lui. Invaso infine da un impeto di rabbia incontrollabile, prese il vangelo aperto sul leggìo e lo scagliò violentemente contro quel maledetto simbolo di un Dio in cui non aveva mai creduto.
«Chi ha ridotto così questa gente? Tu hai visto!» urlò. Sentì cedere le gambe e si sedette su una panca vicino a ciò che rimaneva della sua famiglia, fissando il vuoto per un tempo indefinito.
Alla fine però, come spesso accade, l'istinto di sopravvivenza prese il sopravvento. Con le movenze meccaniche di un burattino mosso da invisibili fili si rialzò e iniziò a esplorare la struttura. Aprì ogni porta e frugò in ogni stanza, armadio e cassetto, riuscendo a rimediare dell'acqua, pochissimo cibo e un'accetta. Prima di tornare all'uscita diede un ultimo sguardo alle sue amate nella navata centrale, e nel momento in cui la tristezza prevalse sulla determinazione, un raggio laser di colore viola proveniente dall'alto esplose improvvisamente come un tuono, iniziando a tagliare la chiesa a metà dirigendosi verso di lui con un fischio assordante. Impietrito dal terrore osservò sgomento l'allucinante spettacolo. Il portone principale finì in milioni di pezzi e il raggio squarciò in due soffitto, pavimento e ogni altra cosa che trovava sul suo cammino, sollevando una densa nube di polvere e provocando la copiosa caduta di calcinacci. Le vibrazioni erano fortissime e la struttura non avrebbe retto a lungo, così si rese conto che gli rimaneva pochissimo tempo per tentare di mettersi in salvo. Raggiungere il muro che aveva sfondato per entrare era ormai impossibile e non poté fare altro che precipitarsi sul retro per cercare un'altra via d'uscita. Sentiva avanzare velocemente il fascio di luce perforante insieme a una nube tossica irrespirabile, e si precipitò in una stanza laterale per evitarlo sperando che non cambiasse traiettoria. Preso dal panico estrasse con le mani tremanti l'accetta appesa alla cintura e iniziò a colpire con foga una spessa porta di legno che dava sull'esterno. Quattro, sei, dieci colpi e non dava segni di cedimento.
Respirando a stento l'aria satura di polvere soffocante, sentì come scoppiare i timpani e venne investito da una tempesta di schegge lancinanti, ma continuò imperterrito con sempre più vigore. Nonostante tutto la porta non cedette e il soffitto iniziò a incrinarsi, quindi si lanciò in un'ultima folle corsa per raggiungere un piccolo sgabuzzino dall'altro lato della stanza, dove trovò rifugio.
Tremante e impaurito, abbassando lo sguardo si rese conto di stare in piedi su una botola. Preso da un sussulto di ottimismo si scansò e l'aprì, scoprendo una scala che portava nel sottosuolo debolmente illuminato. Da un momento all'altro sarebbe stato travolto dal crollo, e quei gradini diventarono l'unica via di fuga.
Finalmente si sentì al sicuro. Il fragore in superficie diminuiva a ogni passo, e quella luce fioca era irresistibile. Arrivato circa a metà della lunga scalinata si fermò e si sedette frastornato. Uno stato di profonda depressione crebbe in lui e molti pensieri tornarono a galla. La famiglia, gli amici e i colleghi di quel lavoro che amava da sempre, l'ingegnere aerospaziale. Tutto era svanito nel nulla e ora la sua unica preoccupazione era di riuscire a sopravvivere a quell'assurda guerra. Nessuno sapeva per quale motivo gli abitanti di Luna II avessero deciso di attaccare in massa l'intero pianeta. Circa due settimane prima, in un giorno come tanti, squadre di velivoli armati irruppero nell'atmosfera e iniziarono a radere al suolo città intere massacrando chiunque. A nulla valsero i tentativi di comunicazione, completamente ignorati. L'apparato militare – a riposo da tempo immemore ma tenuto sempre in perfetta efficienza – rispose immediatamente al fuoco. L'ultimo conflitto di cui Ian aveva memoria lo aveva letto nei libri di storia e risaliva a circa trecento anni prima, esploso a causa della scarsità di materie prime. I cittadini di Luna II volevano più risorse dal pianeta che però non era disposto a cederle. Fu una guerra cruenta e anche allora venne combattuta nei cieli con velivoli armati. Durò due lunghi anni e si fermò soltanto grazie alle ricerche di un gruppo di astronomi, che individuarono nelle vicinanze un grande asteroide ricco di tutto il materiale che serviva a entrambi. Fu sancito un accordo che permise a Luna II di appropriarsi del settanta percento delle sue ricchezze minerarie. Dopo quel terribile evento la società si evolse mettendo in primo piano la pace e la collaborazione, e si visse in armonia per moltissimo tempo.
Dopo aver divagato a lungo tornò in sé e riprese la discesa fino ad arrivare in un piccolo vano completamente vuoto dove i muri erano ricoperti da lastre di granito bianco, come anche il pavimento e il soffitto. Una porta aperta dava su un passaggio leggermente più luminoso che proseguiva verso destra; senza fare rumore Ian lo raggiunse, ritrovandosi in un breve corridoio che portava alla camera da dove proveniva la fonte di luce.
«C'è qualcuno?» Chiese parlando con coraggio a voce alta. Si diresse quindi sicuro dentro la stanza e vide una giovane seduta a una vecchia scrivania in legno ricolma di fogli e dispense, che smise di leggere e lo fissò con sospetto. Era molto bella alla luce calda della lampada da tavolo: indossava dei pantaloni gialli e una camicetta bianca a maniche corte caratterizzata da vivaci disegni fantasia rossi e blu, cromaticamente intonata alle scarpe sportive. Aveva la carnagione bianca con dei riflessi azzurri piuttosto marcati e una folta chioma di capelli ricci argentati le cadeva sulle spalle. Se il suo modo di vestire non l'avesse resa già abbastanza eccentrica, la natura fece la sua parte donandole occhi di colore diverso: il destro blu profondo e il sinistro di un bell'arancio carico.
«Ciao. Scusa l'interruzione» disse Ian cautamente. Lei, dopo aver percepito che non si trattava di una minaccia, si rimise a leggere.
«Mi chiamo Ian, ti spiace se mi riposo per un po'?»
«Finalmente avrò compagnia» rispose lei con un timido sorriso. «Io sono Nea, lieta di conoscerti» disse sfogliando alcune pagine.
«È molto che sei qui Nea?»
«Circa cinque giorni» rispose chiudendo il piccolo libricino per rendersi disponibile al dialogo. «Sei stato fortunato a trovare questo posto, è una specie di bunker. Ci sono provviste, lo studio dove ci troviamo adesso e un magazzino pieno di cianfrusaglie e attrezzi da lavoro. Là dietro c'è persino un piccolo bagno, e in fondo al corridoio una botola che sbuca in una cappella. Io sono scesa da lì.»
«È chiusa bene?» Replicò lui.
«Ho tentato di serrarla meglio possibile, ma il portello è malandato.»
«Quella qui vicino è sigillata da qualche metro di macerie» disse Ian «quindi siamo abbastanza al sicuro. Posso chiederti cosa stavi leggendo con tanto interesse?»
«Sono documenti che ho trovato su quegli scaffali» rispose Nea indicandoli. «Parlano del Messia.»
«Mi spiace, ma non conosco molto la materia» disse lui sedendosi esausto su una sedia a un paio di metri di fronte a lei.
«Il Messia è colui che ci salverà tutti, e padre Gab – il parroco della chiesa sopra di noi – aveva trovato il suo pianeta d'origine. Tu credi in Dio Ian?»
«Non esattamente. Sarò sincero con te, non ho simpatia per la religione cattolica.»
«Io invece ne sono una convinta praticante, e ti assicuro che soltanto il Messia potrà mettere fine a questa guerra» disse con le mani giunte.
«Quindi cosa pensi che dovremmo fare, pregare?» Rispose lui ironicamente.
«Sarebbe di grande aiuto» sottolineò lei.
Ian sollevò un sopracciglio e alzandosi in piedi disse:
«Scusa l'intrusione, forse è meglio che me ne vada.»
«Queste carte indicano la posizione precisa del pianeta su cui vive. Vieni a vedere tu stesso se non ci credi» insistette Nea.
Silvio Bogetto
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Silvio Bogetto
Credo che la creatività sia la virtù sulla quale dovremmo maggiormente contare per diventare più liberi e consapevoli. Sono nato nel 1970, e ho assistito al suo progressivo strangolamento da parte di chi la riconosce invece come un danno alla propria esistenza. Mi sono sempre chiesto da chi fosse rappresentata questa strana fazione dell'umanità, che scatena immense risorse contro qualcosa che è insito in tutto quanto ci circonda: la natura, gli animali, noi stessi, e l'intero universo. Chi sono i creativi, e chi, soprattutto, sono loro? Sono cresciuto tra robottoni, viaggi nel tempo, esplorazione di pianeti lontani, morti viventi, vampiri e realtà parallele. So che tutto questo esiste, da qualche parte in questa dimensione, oppure solo nei meandri del mio spirito inconscio, creatore consapevole della realtà che mi circonda, e che, spesso, mi infastidisce.

Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorto di aver sviluppato la passione per la letteratura?

Silvio Bogetto: Scrissi un breve racconto che riguardava i fantasmi quando avevo quindici anni, anche se già allora non leggevo libri. Poi la vita ha preso altre pieghe, tra mille distrazioni, problemi, e momenti straordinari. Forse l'ho sempre avuta, ma per qualche motivo l'ho lasciata in disparte per molti, troppi anni.

Writer Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?

Silvio Bogetto: Sì, un libro di fantascienza che trovai molto noioso: “The Host”. Lo lessi nelle lunghe giornate che passai a letto con un terribile mal di schiena. Ricordo che pensai: “Voglio scrivere qualcosa che non faccia venire sonno a nessuno”.

Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?

Silvio Bogetto: Quando terminai “Terra et Aer”, fui consapevole che sarebbe stato difficilissimo trovare qualcuno disposto a pubblicarlo, soprattutto a causa di alcuni argomenti che fanno da substrato all'intera storia. In secondo luogo, giudicai i tempi di risposta troppo lunghi; il rischio era di riporre il manoscritto nel cassetto senza sapere cosa farne, data la mia completa inesperienza nel campo.

Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?

Silvio Bogetto: Tecnicamente la soluzione di Amazon mi ha lasciato quella libertà di agire che cercavo. Il mio romanzo è creato completamente da me, compresa la copertina e l'impaginazione, quindi era l'ideale. Per il resto è un immenso magazzino, dove la propria opera giace inerme insieme a milioni di altre, fino a quando non si è disposti a spendere ingenti somme di denaro per tentare di renderla visibile.

Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionato? Puoi raccontarci di cosa tratta?

Silvio Bogetto: La mia opera prima, “Terra et Aer”, è una storia che mi ha appassionato, e credo che le emozioni che mi ha dato rimarranno uniche e indimenticabili, per sempre.
Inizia sul pianeta Aria, dove una guerra semina morte e distruzione, senza tuttavia avere una motivazione.
Due anime temerarie, che si chiamano Ian e Nea, si procureranno un'astronave e verranno a cercare il Messia vivente qui, sulla Terra. Nea è cattolica, Ian è ateo, e l'unica speranza è di incontrare l'unico essere illuminato che potrà, nella visione religiosa della protagonista femminile, riportare la pace su Aria. È un'avventura che parla di guerra, potere e manipolazione senza mai perdere di vista l'aspetto umano: l'amicizia, il bisogno di credere in qualcosa, la paura di scoprire che il “salvatore” potrebbe non esistere come lo immaginiamo.

Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?

Silvio Bogetto: Un misto di ragione e istinto: quando un'idea compare nel mio inconscio, devo essere svelto e catturarla immediatamente; dopodiché gli do una forma iniziale, semplice e scarna, che poi mi diverto a rifinire nei particolari. Un esercizio che faccio spesso è quello di immaginare una situazione senza apparente via d'uscita, e trovarla magari più in là nei giorni. Mi diverte molto e spesso mi sveglio la notte con la soluzione.

Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quello che hai già pubblicato, oppure un'idea completamente diversa?

Silvio Bogetto: Sto scrivendo il mio secondo romanzo, il seguito di “Terra et Aer”. Il primo volume si poteva anche considerare autoconclusivo, ma mi sono reso conto che il finale stesso era un'occasione da non sprecare per raccontare altre straordinarie avventure, e stimolare ancora il pensiero critico dei lettori su nuovi, importanti argomenti.

Writer Officina: Perché hai scelto la fantascienza piuttosto che un altro genere?

Silvio Bogetto: La fantascienza mi accompagna fin da bambino. È il genere che più mi consente di immaginare mondi alternativi, esplorare idee complesse, parlare della realtà senza doverla rappresentare in modo diretto. Ho voluto stimolare il pensiero critico del lettore, coinvolgendolo in un'avventura che non fosse solo evasione, ma anche spunto di riflessione.

Writer Officina: Cosa hai voluto dire con la tua storia?

Silvio Bogetto: Nei momenti più difficili, non basta la speranza per trovare la forza di uscirne, ma sono fondamentali anche la tenacia, la resistenza, e il coraggio.
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