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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Silvio Bogetto
Titolo: Terra et Aer
Genere Fantascienza
Lettori 17
Terra et Aer
Aria, uno degli innumerevoli pianeti dell'universo ospitanti forme di vita senziente. Dopo un'era di pace e prosperità, l'oscura nube della guerra offuscò nuovamente i suoi cieli. I fragori delle esplosioni illuminavano con lampi colorati velivoli squarciati a terra, che ostentavano i corpi dei piloti parzialmente fusi al metallo in pose orribilmente grottesche.
Un umanoide, avvolto nella nebbia notturna, si aggirava angosciato tra i resti di quella che fino a poche settimane prima era una città viva e meravigliosa. Durante un improvviso attacco nemico era riuscito a salvarsi gettandosi dalla finestra del suo laboratorio pochi attimi prima che venisse distrutto. Ian era un Arianite dal fisico atletico e la pelle grigio scura, che abbinata ai capelli lisci nerissimi dal taglio classico gli conferivano un fascino intrigante. Stava cercando la sua famiglia da giorni e le forze iniziavano ad abbandonarlo, ma non era sua abitudine arrendersi e avrebbe continuato fino all'ultimo respiro. Tra i densi fumi maleodoranti intravide una grande costruzione ancora integra e illuminata al suo interno. Era una chiesa cattolica, edificio dedicato al culto cristiano. Anche se gli Arianiti vivevano osservando unicamente la legge della natura – che era alla base della loro tecnologia molto avanzata e il normale svolgimento della vita quotidiana – una parte di essi sentiva il bisogno di credere anche in filosofie diverse, ed erano liberi di farlo. Le religioni avevano radici antiche e quella cattolica – la più recente di tutte – era conosciuta e seguita da un esiguo numero di sinceri devoti da circa settant'anni.
«Tia e Len potrebbero essersi rifugiate là dentro» pensò.
La speranza di ritrovare ancora la compagna e la figlia gli diede un'energia inaspettata, e si diresse a passo svelto verso l'entrata principale sulla facciata gotica. Salì l'ampia scalinata sentendosi osservato dai muti rilievi raffiguranti draghi e demoni, ma anche religiosi in preghiera. Appoggiò le mani sul grande portone di legno umido e diede delle forti spinte che però non lo smossero minimamente. Fece quindi il giro del perimetro e sul cammino trovò una fenditura nel muro da dove si poteva vedere l'interno. C'erano cadaveri smembrati sparsi ovunque e un forte odore di morte.
«Tia! Len!» urlò, ricevendo come risposta solo l'eco della sua voce.
Anche se consciamente avrebbe voluto andarsene, l'istinto gli impose di entrare. Mentre alcune navicelle sfrecciavano minacciose sopra di lui, sollevò da terra con decisione una grossa pietra che usò per allargare la feritoia e, una volta entrato, ispezionò d'istinto la monumentale volta affrescata da una raffinata rappresentazione celestiale, che sembrava reggere nonostante gli evidenti danni. Preso dall'ansia, iniziò a esaminare ciò che rimaneva di quei poveri innocenti, sperando di non trovare... sua figlia Len. Riconobbe i lunghi capelli rosso fuoco e il vestito blu al quale era particolarmente affezionata. Il busto – privo di braccia e gambe – giaceva prono sul pavimento finemente decorato. Si chinò su di lei singhiozzante ma non osò toccarla, e da quella prospettiva scorse anche il corpo della sua adorata compagna raggomitolato sotto una panca. Aveva il volto sereno e sembrava dirgli: «stai tranquillo, non abbiamo sofferto.»
Il cuore di Ian rallentò fino quasi a fermarsi dal dolore, per poi esplodere come un vulcano facendolo alzare di scatto e lanciare un urlo di sfogo contro la scultura lignea del Cristo, che con quella ridicola espressione triste pareva fissare i brandelli del prete sparpagliati sull'altare.
«Ho sentito dire che puoi fare miracoli! Perché allora non resusciti tutti quanti?» Esclamò furiosamente avanzando verso di lui. Invaso infine da un impeto di rabbia incontrollabile, prese il vangelo aperto sul leggìo e lo scagliò violentemente contro quel maledetto simbolo di un Dio in cui non aveva mai creduto.
«Chi ha ridotto così questa gente? Tu hai visto!» urlò. Sentì cedere le gambe e si sedette su una panca vicino a ciò che rimaneva della sua famiglia, fissando il vuoto per un tempo indefinito.
Alla fine però, come spesso accade, l'istinto di sopravvivenza prese il sopravvento. Con le movenze meccaniche di un burattino mosso da invisibili fili si rialzò e iniziò a esplorare la struttura. Aprì ogni porta e frugò in ogni stanza, armadio e cassetto, riuscendo a rimediare dell'acqua, pochissimo cibo e un'accetta. Prima di tornare all'uscita diede un ultimo sguardo alle sue amate nella navata centrale, e nel momento in cui la tristezza prevalse sulla determinazione, un raggio laser di colore viola proveniente dall'alto esplose improvvisamente come un tuono, iniziando a tagliare la chiesa a metà dirigendosi verso di lui con un fischio assordante. Impietrito dal terrore osservò sgomento l'allucinante spettacolo. Il portone principale finì in milioni di pezzi e il raggio squarciò in due soffitto, pavimento e ogni altra cosa che trovava sul suo cammino, sollevando una densa nube di polvere e provocando la copiosa caduta di calcinacci. Le vibrazioni erano fortissime e la struttura non avrebbe retto a lungo, così si rese conto che gli rimaneva pochissimo tempo per tentare di mettersi in salvo. Raggiungere il muro che aveva sfondato per entrare era ormai impossibile e non poté fare altro che precipitarsi sul retro per cercare un'altra via d'uscita. Sentiva avanzare velocemente il fascio di luce perforante insieme a una nube tossica irrespirabile, e si precipitò in una stanza laterale per evitarlo sperando che non cambiasse traiettoria. Preso dal panico estrasse con le mani tremanti l'accetta appesa alla cintura e iniziò a colpire con foga una spessa porta di legno che dava sull'esterno. Quattro, sei, dieci colpi e non dava segni di cedimento.
Respirando a stento l'aria satura di polvere soffocante, sentì come scoppiare i timpani e venne investito da una tempesta di schegge lancinanti, ma continuò imperterrito con sempre più vigore. Nonostante tutto la porta non cedette e il soffitto iniziò a incrinarsi, quindi si lanciò in un'ultima folle corsa per raggiungere un piccolo sgabuzzino dall'altro lato della stanza, dove trovò rifugio.
Tremante e impaurito, abbassando lo sguardo si rese conto di stare in piedi su una botola. Preso da un sussulto di ottimismo si scansò e l'aprì, scoprendo una scala che portava nel sottosuolo debolmente illuminato. Da un momento all'altro sarebbe stato travolto dal crollo, e quei gradini diventarono l'unica via di fuga.
Finalmente si sentì al sicuro. Il fragore in superficie diminuiva a ogni passo, e quella luce fioca era irresistibile. Arrivato circa a metà della lunga scalinata si fermò e si sedette frastornato. Uno stato di profonda depressione crebbe in lui e molti pensieri tornarono a galla. La famiglia, gli amici e i colleghi di quel lavoro che amava da sempre, l'ingegnere aerospaziale. Tutto era svanito nel nulla e ora la sua unica preoccupazione era di riuscire a sopravvivere a quell'assurda guerra. Nessuno sapeva per quale motivo gli abitanti di Luna II avessero deciso di attaccare in massa l'intero pianeta. Circa due settimane prima, in un giorno come tanti, squadre di velivoli armati irruppero nell'atmosfera e iniziarono a radere al suolo città intere massacrando chiunque. A nulla valsero i tentativi di comunicazione, completamente ignorati. L'apparato militare – a riposo da tempo immemore ma tenuto sempre in perfetta efficienza – rispose immediatamente al fuoco. L'ultimo conflitto di cui Ian aveva memoria lo aveva letto nei libri di storia e risaliva a circa trecento anni prima, esploso a causa della scarsità di materie prime. I cittadini di Luna II volevano più risorse dal pianeta che però non era disposto a cederle. Fu una guerra cruenta e anche allora venne combattuta nei cieli con velivoli armati. Durò due lunghi anni e si fermò soltanto grazie alle ricerche di un gruppo di astronomi, che individuarono nelle vicinanze un grande asteroide ricco di tutto il materiale che serviva a entrambi. Fu sancito un accordo che permise a Luna II di appropriarsi del settanta percento delle sue ricchezze minerarie. Dopo quel terribile evento la società si evolse mettendo in primo piano la pace e la collaborazione, e si visse in armonia per moltissimo tempo.
Dopo aver divagato a lungo tornò in sé e riprese la discesa fino ad arrivare in un piccolo vano completamente vuoto dove i muri erano ricoperti da lastre di granito bianco, come anche il pavimento e il soffitto. Una porta aperta dava su un passaggio leggermente più luminoso che proseguiva verso destra; senza fare rumore Ian lo raggiunse, ritrovandosi in un breve corridoio che portava alla camera da dove proveniva la fonte di luce.
«C'è qualcuno?» Chiese parlando con coraggio a voce alta. Si diresse quindi sicuro dentro la stanza e vide una giovane seduta a una vecchia scrivania in legno ricolma di fogli e dispense, che smise di leggere e lo fissò con sospetto. Era molto bella alla luce calda della lampada da tavolo: indossava dei pantaloni gialli e una camicetta bianca a maniche corte caratterizzata da vivaci disegni fantasia rossi e blu, cromaticamente intonata alle scarpe sportive. Aveva la carnagione bianca con dei riflessi azzurri piuttosto marcati e una folta chioma di capelli ricci argentati le cadeva sulle spalle. Se il suo modo di vestire non l'avesse resa già abbastanza eccentrica, la natura fece la sua parte donandole occhi di colore diverso: il destro blu profondo e il sinistro di un bell'arancio carico.
«Ciao. Scusa l'interruzione» disse Ian cautamente. Lei, dopo aver percepito che non si trattava di una minaccia, si rimise a leggere.
«Mi chiamo Ian, ti spiace se mi riposo per un po'?»
«Finalmente avrò compagnia» rispose lei con un timido sorriso. «Io sono Nea, lieta di conoscerti» disse sfogliando alcune pagine.
«È molto che sei qui Nea?»
«Circa cinque giorni» rispose chiudendo il piccolo libricino per rendersi disponibile al dialogo. «Sei stato fortunato a trovare questo posto, è una specie di bunker. Ci sono provviste, lo studio dove ci troviamo adesso e un magazzino pieno di cianfrusaglie e attrezzi da lavoro. Là dietro c'è persino un piccolo bagno, e in fondo al corridoio una botola che sbuca in una cappella. Io sono scesa da lì.»
«È chiusa bene?» Replicò lui.
«Ho tentato di serrarla meglio possibile, ma il portello è malandato.»
«Quella qui vicino è sigillata da qualche metro di macerie» disse Ian «quindi siamo abbastanza al sicuro. Posso chiederti cosa stavi leggendo con tanto interesse?»
«Sono documenti che ho trovato su quegli scaffali» rispose Nea indicandoli. «Parlano del Messia.»
«Mi spiace, ma non conosco molto la materia» disse lui sedendosi esausto su una sedia a un paio di metri di fronte a lei.
«Il Messia è colui che ci salverà tutti, e padre Gab – il parroco della chiesa sopra di noi – aveva trovato il suo pianeta d'origine. Tu credi in Dio Ian?»
«Non esattamente. Sarò sincero con te, non ho simpatia per la religione cattolica.»
«Io invece ne sono una convinta praticante, e ti assicuro che soltanto il Messia potrà mettere fine a questa guerra» disse con le mani giunte.
«Quindi cosa pensi che dovremmo fare, pregare?» Rispose lui ironicamente.
«Sarebbe di grande aiuto» sottolineò lei.
Ian sollevò un sopracciglio e alzandosi in piedi disse:
«Scusa l'intrusione, forse è meglio che me ne vada.»
«Queste carte indicano la posizione precisa del pianeta su cui vive. Vieni a vedere tu stesso se non ci credi» insistette Nea.
Silvio Bogetto
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