Writer Officina
Autore: Costantino Pischedda
Titolo: Vento di Sardegna
Genere Narrativa di Viaggio
Lettori 3466 386 25 recensione
Vento di Sardegna
Buenos Aires, fine maggio 2010.

Quella sera, su Avenida del Libertador, nonostante il traffico intenso, era piacevole guidare gustandosi la vista dei numerosi parchi cittadini. Un gruppo di podisti si era rifugiato sotto una tettoia in legno, allarmati dalle nuvole nere che si addensavano alte nel cielo.
Gabriel volse lo sguardo verso l'altro lato della via, dove edifici residenziali si alternavano a boutique esclusive e hotel di lusso a conferire un tocco di eleganza a una città dai mille contrasti. Sul display della BMW, i caratteri scorrevano lenti a formare la scritta Radio Margherita. Gabriel scuoteva il capo al ritmo delle note di Nuntereggae più. Le dita picchiettavano sul volante a tempo di musica.
L'auto superò l'ippodromo e, dopo qualche chilometro, incrociò uno dei primi semafori. Scattò il verde, così Gabriel non dovette rifiutare l'elemosina all'ennesimo mendicante che si apprestava a bussare sul vetro. Si sfregò il viso con le mani impregnate di sapone antisettico, e le narici vennero inondate da un odore che detestava. Di solito, le passava sotto l'acqua corrente finché non spariva ogni traccia, ma non quella volta. Inserì la freccia, entrò nel parcheggio sotterraneo e spense il motore. A rompere il silenzio, rimase solo la radio che trasmetteva le notizie: il radiocronista, interrotto dai ronzii dovuti alla scarsa ricezione, commentava la condizione economica argentina con toni drammatici.
Gabriel ascoltava i dati, inflazione e tasso di povertà, con indifferenza, come se fosse consapevole di una situazione ormai immutabile. Rimase seduto in macchina ancora qualche minuto, stirandosi più volte. Prese la valigetta dal sedile posteriore e il sacchetto d'asporto con le empanadas. Si incamminò lungo il corridoio, illuminato a malapena da un neon che sfarfallava e fischiava. La stanchezza si faceva sentire: aveva dormito poco più di quattro ore. Si fermò e si appoggiò alla parete. La finitura a buccia d'arancia gli pizzicava la schiena. Quei pochi secondi gli servivano a chiudere gli occhi. Inspirò e affrontò i passi che lo separavano dalla porta con l'antipanico.
Qualche scalino, e si trovò nell'androne, dove incrociò la vicina di casa, la signora Mariana Ramirez, conosciuta nel circondario per le sue doti da organizzatrice di eventi per puro passatempo. Un paio di anni prima, il marito era scappato a vivere in una città del Nord America con una ragazza di venti anni più giovane, mentre lei trascorreva le giornate a proporre a chicchessia gruppi di lettura o aperitivi letterari. Sia alle sette del mattino sia a mezzogiorno del giorno più caldo d'estate, portava un'acconciatura perfetta fino all'ultimo boccolo, abbinata a degli abiti lunghi che ricordavano il personaggio di una telenovela d'epoca. Lo salutò: «Buonasera, dottore.»
Chissà quante volte le aveva detto di chiamarlo per nome, ma non importava. D'altronde, chiunque nel condominio per lei aveva un titolo. «Buonasera, signora.» Gabriel, impacciato, abbassò lo sguardo, con la speranza di dissuaderla dal continuare la conversazione.
«Sa che la crema che mi ha consigliato mi ha fatto sparire il rossore?»
«Fantastico!» Gabriel realizzò che la psoriasi all'attaccatura dei capelli della signora era migliorata soprattutto per un effetto placebo, considerando che le aveva proposto il primo unguento che gli era venuto in mente.
«L'ho sempre detto che lei è un medico meraviglioso.» Mariana prese fiato come a prepararsi a un lungo monologo. «Sabato e domenica ci sarà la festa del quartiere. È tutto organizzato, mancano solo i dettagli. A proposito, ricordo che l'anno passato non ha partecipato, ma la perdono, avrà avuto i suoi impegni.»
Gabriel aveva ben presente quei giorni: per una settimana, era stato costretto a entrare e uscire dallo stabile utilizzando il passaggio secondario. Quando gli era capitato di aver dimenticato il maglione pesante a casa, aveva preferito fermarsi in una boutique e comprarsene uno nuovo.
«A proposito, ordinerò un buffet per voi del condominio. Mi corregga se sbaglio, lei mangia di tutto? Mi sono segnata che il professor Molina è intollerante alle arachidi. Mi raccomando, dottore, questa volta non può mancare.»
Gabriel alzò il pollice, a dimostrare che avrebbe approvato qualunque cosa. Le parole di lei si persero, mentre lui accelerava il passo sui pochi scalini che mancavano all'arrivo nel suo appartamento.
Una volta entrato, buttò la giacca sulla spalliera della sedia, posò il sacchetto con le empanadas oramai fredde sul tavolo, prese una birra dal frigo, si tolse le scarpe e si stravaccò sul divano.
Poco dopo, si rialzò, per avvicinarsi alla finestra. Un lampo spezzò il cielo grigio; le nuvole si preparavano a sprigionare acqua sulla città diventata deserta.
Si tolse la camicia e, quando fu sul punto di sfilarsi i pantaloni, venne interrotto dal suono di un messaggio in arrivo.
“Caro Gaby, dopo ieri notte, tra noi è finita. È stato magnifico, come sempre, ma vivere nella menzogna e nel terrore mi sta distruggendo. Addio.”
Era Norma.
Un sorriso malinconico apparve spontaneo. Andò indietro nei messaggi: ne lesse uno praticamente identico di tre mesi prima. A seguire, altri di ricongiungimento.
“Ho passato una settimana a rimuginare, senza venire a capo di niente. Mi manchi.”
“Passo stasera da te?”
Pensò a quanto fosse vuota una relazione così, fatta di incontri per appagare il bisogno fisiologico di sesso ma, a quanto pareva, andava bene a entrambi.
Entrò in bagno e si spogliò. Il cellulare prese a suonare, e lui fu tentato di non rispondere, però alla fine accettò la chiamata: «Ehilà, Gustavo! Come va?»
«Io bene, sono riuscito a ritagliarmi una pausa nel piccolo magazzino del piano terra, appoggiato a uno scatolone di guanti monouso. E tu?»
«Stavo per entrare in doccia. Poi, mi aspetta una cena con empanadas ripiene di carne con cumino, uovo sodo, cipolle e peperoni. Dovresti provarla.» Gabriel aveva mandato un SMS a La Casita de Abelardo per farsi portare dal ragazzo il sacchetto al parcheggio dell'ospedale.
«Sai che la carne e io non andiamo d'accordo. Piuttosto, niente corsetta prima di cena?»
«Dimentico sempre che sei vegetariano. Niente corsa, qui c'è un'aria che dà l'impressione che scoppierà un bel temporale.»
«Senti, devo darti una notizia che non ti farà contento.» La voce di Gustavo aveva qualcosa di strano.
«Dimmi.» Il battito di Gabriel accelerò.
«Sai il paziente che hai operato in tarda mattinata?»
«Sì, su indicazione del primario, ho dovuto sostituire un collega. Ma perché questa domanda?» Gabriel iniziò a riflettere sugli avvenimenti della giornata, con un nodo amaro a stringergli la gola.
«Purtroppo...» Dopo una breve pausa, Gustavo continuò: «È morto.»
Lo sguardo di Gabriel era fisso su un ingranaggio dell'orologio a parete con meccanismo in vista: le corone dentate ruotavano sincronizzate a un ticchettio quasi impercettibile. Inspirò, per rendersi conto di avere un forte peso all'altezza del torace. Si sedette sul pavimento freddo con le braccia ad avvolgere le ginocchia e il cellulare stretto tra le mani.
«Sei ancora lì?» La voce dal telefono continuava a chiamare.
Con tutta la forza che aveva, rispose: «Inutile chiederti se stai scherzando.»
«Vorrei tanto dirti di sì, ma...» Un'altra pausa. Si sentiva solo il respiro. «Sono ancora di turno, però trovo una scusa, esco e vengo da te.»
La mente di Gabriel si estraniò dalla telefonata.

La sala operatoria appariva inconsueta. Forse il nuovo tavolo, il nuovo carrello. O forse, ero io a vederli diversi. Avevo chiesto all'assistente di muovere la lampada, lamentandomi di un'ombra, mentre ago e filo chirurgico tessevano, sotto la guida delle mie mani, la sutura esterna.
Il silenzio fu spezzato dal ritmo sincopato del monitor: un allarme acuto, insistente.
«Battito cardiaco 139, saturazione in calo al 94 percento» comunicò l'infermiere.
«Pressione?» chiesi.
«60 su 40.»
Emorragia... Il comando della situazione mi stava scivolando tra le dita come sangue viscido. Cercai di ancorarmi al pavimento, ma la vista iniziava ad appannarsi.
«Sacche compatibili?» domandai, senza guardare l'anestesista.
Mi scostai dal tavolo per un istante, gli occhi fissi sulla cartella: astenia, malnutrizione, valori al limite dell'insufficienza cardiaca. Dovevo riprendere il controllo.
«Dobbiamo riaprire?» La richiesta dell'assistente tagliò l'aria, carica di una pressione che somigliava a un comando.
Annuii, in un gesto meccanico.
«I punti interni hanno ceduto» sentii dire da qualcuno.
Tornai sul campo operatorio. Le mani, solitamente ferme, vibravano di un'insicurezza che non avevo più provato dal primo anno di specializzazione. Chiusi gli occhi per un secondo infinito, mentre lo strumentista azionava l'aspiratore.

«Ci sono. Non serve che tu venga, grazie.» Gabriel fece un respiro profondo e proseguì: «In effetti, il paziente ha avuto un'emorragia interna e non sono stato così reattivo a gestire la situazione.» Si portò la mano sul viso e continuò: «Poi, si è ripreso. Almeno, all'uscita della sala operatoria, i valori vitali andavano bene, anche se un po' al limite. Certo, ha sofferto, però avrei detto che fosse fuori pericolo.»
«Non meno di due ore dopo, il cuore si è fermato.» La voce di Gustavo era uscita armoniosa, come a voler sdrammatizzare.
Gabriel apprezzava lo sforzo dell'amico e collega, anche se era consapevole di quanto quell'evento gli avrebbe cambiato la vita.
«Mi trovavo nei pressi della rianimazione e ho visto dei movimenti strani. Ho fatto in tempo a entrare, solo per vedere la linea del monitor piatta.» Un silenzio di pochi attimi che sembrarono un'eternità. «Dai, non ci pensare. Distraiti. Ho ritenuto opportuno avvisarti.»
«Hai fatto bene.»
«Devo lasciarti. Riposati, amico mio.»
«Ciao, Gustavo. Grazie.»
Gabriel si fece una doccia, con la speranza che il getto di acqua calda potesse spazzare via l'angoscia che aveva dentro di sé.
Riscaldò le empanadas nel microonde, ne prese una e la morsicò con veemenza. Si accorse che i due bicchieri di vino della notte precedente erano ancora sul piano cucina. Versò quel poco rimasto nel lavandino, portando su l'aroma del Malbech, il vino preferito da Norma.
Se ieri notte non avessimo fatto così tardi, pensò, forse non avrei ricevuto la chiamata da Gustavo.
Sentì il telefono vibrare. Conosceva il numero: apparteneva all'ufficio del primario.
Costantino Pischedda
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Costantino Pischedda
Sono nato a Torino, ma una parte importante delle mie radici è in Sardegna, terra di origine della mia famiglia paterna e luogo al quale sono legato fin dall'infanzia. Ho trascorso molte estati a Giave, un piccolo paese del Meilogu, e credo che proprio questo rapporto particolare con l'isola, vissuta contemporaneamente da dentro e da fuori, abbia influenzato molto il mio modo di raccontarla. Nella vita professionale mi occupo di progettazione, un lavoro apparentemente distante dalla narrativa ma che, in realtà, mi ha insegnato l'importanza della struttura, della precisione e della capacità di trovare soluzioni. La scrittura è arrivata come uno spazio diverso, nel quale poter unire immaginazione, luoghi, persone e sensazioni. Mi considero prima di tutto un lettore curioso e solo dopo un autore. Mi interessano soprattutto le storie nelle quali i personaggi attraversano un cambiamento, magari attraverso un viaggio reale che diventa anche un viaggio interiore. Non amo particolarmente gli eroi perfetti: preferisco persone comuni, con fragilità, errori e contraddizioni. È probabilmente da questa idea che nasce anche il mio modo di scrivere.

Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorto di aver sviluppato la passione per la letteratura?

Costantino Pischedda: Credo che la voglia di inventare storie sia nata molto prima di quella di scriverle. Da ragazzo leggevo fumetti e libri e mi capitava spesso di immaginare, partendo da quei personaggi, trame parallele, continuazioni o storie completamente diverse. Era un gioco che facevo soprattutto con me stesso, senza pensare che un giorno avrei provato davvero a scrivere un romanzo. In età adulta sono arrivate molte altre letture e, insieme a queste, una voglia sempre più forte di raccontare qualcosa di mio. A un certo punto immaginare le storie non mi bastava più: volevo provare a costruirle, dare una voce ai personaggi e vedere dove sarebbero riusciti a portarmi. È stato quindi un avvicinamento graduale alla scrittura, nato prima come piacere di inventare e diventato poi il desiderio concreto di raccontare.

Writer Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?

Costantino Pischedda: Non credo ci sia stato un singolo libro. Sono state piuttosto tante letture, anche molto diverse fra loro, a costruire nel tempo il mio gusto e la mia voglia di raccontare. Tra gli autori che ho apprezzato ci sono Sveva Casati Modignani, per la capacità di costruire storie molto leggibili mettendo al centro i rapporti umani e i sentimenti, e Niccolò Ammaniti, per i suoi personaggi imperfetti, le loro fragilità e la capacità di raccontare situazioni anche difficili con grande immediatezza. Tra gli autori sardi sento vicino Marcello Fois, soprattutto per il modo in cui riesce a dare alla Sardegna un'identità forte, facendo sì che i luoghi abbiano un peso reale nella storia e nei personaggi. Non credo però di avere un unico modello letterario: penso che ogni lettura lasci qualcosa e che, quando si comincia a scrivere, tutte queste influenze finiscano inevitabilmente per mescolarsi con la propria esperienza e con il proprio modo di vedere le persone e le storie.

Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?

Costantino Pischedda: Per Vento di Sardegna ho scelto la pubblicazione indipendente. È stata una scelta che mi ha permesso di seguire direttamente tutte le fasi del progetto e, soprattutto, di capire cosa significhi davvero portare un libro fino ai lettori. Pubblicare in autonomia non significa semplicemente caricare un file su una piattaforma: bisogna occuparsi dell'editing, della copertina, della presentazione, della promozione e del rapporto con chi legge. È un percorso impegnativo, ma per me è stato anche estremamente formativo. Non escludo in futuro strade differenti, perché penso che editoria tradizionale e pubblicazione indipendente possano essere strumenti diversi e non necessariamente mondi contrapposti.

Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?

Costantino Pischedda: Sì, a condizione di non considerarla una scorciatoia. KDP permette a un autore esordiente di arrivare rapidamente sul mercato e di mantenere un controllo molto ampio sul proprio lavoro, ma proprio questa libertà comporta una responsabilità maggiore. Non c'è un editore che seleziona il testo o organizza il percorso al posto tuo. Bisogna cercare confronto, accettare le critiche, lavorare molto sul manoscritto e cercare di presentare al lettore un prodotto il più possibile professionale. La parte più interessante, per me, è stata poter osservare direttamente la risposta dei lettori e capire progressivamente quali aspetti del romanzo arrivavano maggiormente alle persone.

Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionato? Puoi raccontarci di cosa tratta?

Costantino Pischedda: Al momento inevitabilmente a Vento di Sardegna, perché è il romanzo con il quale ho iniziato questo percorso. Il protagonista è Gabriel, un giovane chirurgo argentino che, dopo un episodio professionale traumatico, attraversa un momento di crisi. Decide di partire per la Sardegna, terra legata alle origini della sua famiglia materna. Quello che inizialmente sembra soltanto un viaggio diventa progressivamente un percorso personale. Nel romanzo ci sono Buenos Aires, il tango, i paesi della Sardegna, il mare, il Cammino di Santu Jacu e soprattutto incontri che costringono Gabriel a guardare in modo diverso la propria vita. Ho cercato però di evitare una Sardegna da cartolina: i luoghi sono importanti soprattutto per ciò che provocano nei personaggi.

Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?

Costantino Pischedda: Sono decisamente più vicino alla scaletta che alla scrittura completamente d'istinto. Probabilmente emerge anche il mio lato da progettista. Prima di iniziare ho bisogno di conoscere almeno i personaggi principali, il punto di partenza, alcuni snodi fondamentali e una possibile conclusione. Questo però non significa seguire rigidamente uno schema. Durante la scrittura i personaggi spesso suggeriscono possibilità che inizialmente non avevo previsto e alcune scene cambiano posizione o addirittura scompaiono. La scaletta per me è una mappa: serve soprattutto per sapere dove sto andando, ma posso sempre scegliere una strada diversa se durante il percorso ne trovo una migliore.

Writer Officina: Quanto conta la Sardegna nella tua scrittura?

Costantino Pischedda: Molto, ma cerco di fare attenzione a non trasformarla semplicemente in uno scenario suggestivo. Il mio rapporto con la Sardegna è particolare perché nasce dalle radici familiari e dai lunghi periodi trascorsi sull'isola, soprattutto durante l'infanzia, ma anche dallo sguardo di chi è cresciuto altrove. Questo mi permette forse di conservarne contemporaneamente familiarità e sorpresa. Mi interessano molto i paesi, le distanze, i paesaggi meno conosciuti e soprattutto le persone. In Vento di Sardegna ho cercato di far sì che il territorio influenzasse realmente il percorso dei protagonisti invece di limitarmi a descriverlo. È sicuramente una delle terre che sento più vicine e che continuerà probabilmente a comparire nelle mie storie, ma non vorrei trasformarla in un confine narrativo: mi interessa poter raccontare anche altri luoghi, personaggi e realtà.

Writer Officina: Cosa c'è di te nei personaggi di Vento di Sardegna?

Costantino Pischedda: Non credo ci sia un personaggio che mi rappresenti direttamente. Preferisco distribuire piccoli frammenti. Ci sono luoghi che conosco, sensazioni che ho provato, ricordi trasformati dalla narrativa e probabilmente anche alcune mie fragilità. La cosa interessante della scrittura, però, è proprio partire da qualcosa di personale e modificarlo fino a renderlo appartenente a qualcun altro. Gabriel, Valentina e gli altri personaggi non sono persone reali, ma devono comportarsi come se lo fossero. Per questo cerco sempre di chiedermi non cosa farei io in una determinata situazione, ma cosa farebbe davvero quel personaggio.

Writer Officina: Cosa ti ha sorpreso maggiormente dopo la pubblicazione?

Costantino Pischedda: Il fatto che alcuni lettori abbiano colto aspetti del romanzo ai quali, mentre scrivevo, non attribuivo necessariamente la stessa importanza. È una delle cose più belle che accadono quando una storia smette di appartenere soltanto a chi l'ha scritta. Mi hanno colpito anche le persone che mi hanno raccontato di aver riconosciuto un luogo, una sensazione o una propria esperienza nel percorso dei personaggi. È probabilmente il momento in cui capisci davvero che il libro ha iniziato ad avere una vita indipendente dall'autore.

Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quello che hai già pubblicato, oppure un'idea completamente diversa?

Costantino Pischedda: Ho diversi progetti in fase di sviluppo. Uno di quelli sui quali sto lavorando mantiene un legame con l'universo di Vento di Sardegna e con alcuni dei suoi personaggi, ma vorrei evitare di scrivere semplicemente una ripetizione del primo romanzo. Mi interessa vedere cosa accade alle persone dopo che una storia apparentemente si è conclusa, perché nella vita i problemi non si risolvono definitivamente all'ultima pagina. Parallelamente sto sviluppando anche idee appartenenti a generi differenti: mi piacerebbe confrontarmi con il thriller, ma anche con il romanzo di formazione. Non vorrei quindi legare la mia scrittura a un unico genere o a una sola ambientazione. Credo che cambiare registro, mantenendo però attenzione ai personaggi e alla loro evoluzione, sia anche un modo per continuare a imparare.

Writer Officina: Che cosa vorresti che rimanesse a un lettore dopo aver terminato un tuo romanzo?

Costantino Pischedda: Prima di tutto vorrei che avesse trascorso qualche ora volentieri insieme ai miei personaggi. Non penso che un romanzo debba necessariamente insegnare qualcosa. Se però, una volta chiuso il libro, rimane la curiosità per un luogo, il ricordo di un personaggio o una domanda sulla propria vita, allora per me è già moltissimo. Mi piace l'idea di raccontare persone imperfette che, anche quando commettono errori, possono ancora cambiare direzione.
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