Writer Officina Blog
Ultimi articoli
Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
Home
Admin
Conc. Letterario
Magazine
Blog Autori
Biblioteca New
Biblioteca Gen.
Biblioteca Top
Autori

Recensioni
Inser. Estratti
@ contatti
Policy Privacy
Writer Officina
Autore: Costantino Pischedda
Titolo: Vento di Sardegna
Genere Narrativa di Viaggio
Lettori 23 9
Vento di Sardegna
Buenos Aires, fine maggio 2010.

Quella sera, su Avenida del Libertador, nonostante il traffico intenso, era piacevole guidare gustandosi la vista dei numerosi parchi cittadini. Un gruppo di podisti si era rifugiato sotto una tettoia in legno, allarmati dalle nuvole nere che si addensavano alte nel cielo.
Gabriel volse lo sguardo verso l'altro lato della via, dove edifici residenziali si alternavano a boutique esclusive e hotel di lusso a conferire un tocco di eleganza a una città dai mille contrasti. Sul display della BMW, i caratteri scorrevano lenti a formare la scritta Radio Margherita. Gabriel scuoteva il capo al ritmo delle note di Nuntereggae più. Le dita picchiettavano sul volante a tempo di musica.
L'auto superò l'ippodromo e, dopo qualche chilometro, incrociò uno dei primi semafori. Scattò il verde, così Gabriel non dovette rifiutare l'elemosina all'ennesimo mendicante che si apprestava a bussare sul vetro. Si sfregò il viso con le mani impregnate di sapone antisettico, e le narici vennero inondate da un odore che detestava. Di solito, le passava sotto l'acqua corrente finché non spariva ogni traccia, ma non quella volta. Inserì la freccia, entrò nel parcheggio sotterraneo e spense il motore. A rompere il silenzio, rimase solo la radio che trasmetteva le notizie: il radiocronista, interrotto dai ronzii dovuti alla scarsa ricezione, commentava la condizione economica argentina con toni drammatici.
Gabriel ascoltava i dati, inflazione e tasso di povertà, con indifferenza, come se fosse consapevole di una situazione ormai immutabile. Rimase seduto in macchina ancora qualche minuto, stirandosi più volte. Prese la valigetta dal sedile posteriore e il sacchetto d'asporto con le empanadas. Si incamminò lungo il corridoio, illuminato a malapena da un neon che sfarfallava e fischiava. La stanchezza si faceva sentire: aveva dormito poco più di quattro ore. Si fermò e si appoggiò alla parete. La finitura a buccia d'arancia gli pizzicava la schiena. Quei pochi secondi gli servivano a chiudere gli occhi. Inspirò e affrontò i passi che lo separavano dalla porta con l'antipanico.
Qualche scalino, e si trovò nell'androne, dove incrociò la vicina di casa, la signora Mariana Ramirez, conosciuta nel circondario per le sue doti da organizzatrice di eventi per puro passatempo. Un paio di anni prima, il marito era scappato a vivere in una città del Nord America con una ragazza di venti anni più giovane, mentre lei trascorreva le giornate a proporre a chicchessia gruppi di lettura o aperitivi letterari. Sia alle sette del mattino sia a mezzogiorno del giorno più caldo d'estate, portava un'acconciatura perfetta fino all'ultimo boccolo, abbinata a degli abiti lunghi che ricordavano il personaggio di una telenovela d'epoca. Lo salutò: «Buonasera, dottore.»
Chissà quante volte le aveva detto di chiamarlo per nome, ma non importava. D'altronde, chiunque nel condominio per lei aveva un titolo. «Buonasera, signora.» Gabriel, impacciato, abbassò lo sguardo, con la speranza di dissuaderla dal continuare la conversazione.
«Sa che la crema che mi ha consigliato mi ha fatto sparire il rossore?»
«Fantastico!» Gabriel realizzò che la psoriasi all'attaccatura dei capelli della signora era migliorata soprattutto per un effetto placebo, considerando che le aveva proposto il primo unguento che gli era venuto in mente.
«L'ho sempre detto che lei è un medico meraviglioso.» Mariana prese fiato come a prepararsi a un lungo monologo. «Sabato e domenica ci sarà la festa del quartiere. È tutto organizzato, mancano solo i dettagli. A proposito, ricordo che l'anno passato non ha partecipato, ma la perdono, avrà avuto i suoi impegni.»
Gabriel aveva ben presente quei giorni: per una settimana, era stato costretto a entrare e uscire dallo stabile utilizzando il passaggio secondario. Quando gli era capitato di aver dimenticato il maglione pesante a casa, aveva preferito fermarsi in una boutique e comprarsene uno nuovo.
«A proposito, ordinerò un buffet per voi del condominio. Mi corregga se sbaglio, lei mangia di tutto? Mi sono segnata che il professor Molina è intollerante alle arachidi. Mi raccomando, dottore, questa volta non può mancare.»
Gabriel alzò il pollice, a dimostrare che avrebbe approvato qualunque cosa. Le parole di lei si persero, mentre lui accelerava il passo sui pochi scalini che mancavano all'arrivo nel suo appartamento.
Una volta entrato, buttò la giacca sulla spalliera della sedia, posò il sacchetto con le empanadas oramai fredde sul tavolo, prese una birra dal frigo, si tolse le scarpe e si stravaccò sul divano.
Poco dopo, si rialzò, per avvicinarsi alla finestra. Un lampo spezzò il cielo grigio; le nuvole si preparavano a sprigionare acqua sulla città diventata deserta.
Si tolse la camicia e, quando fu sul punto di sfilarsi i pantaloni, venne interrotto dal suono di un messaggio in arrivo.
“Caro Gaby, dopo ieri notte, tra noi è finita. È stato magnifico, come sempre, ma vivere nella menzogna e nel terrore mi sta distruggendo. Addio.”
Era Norma.
Un sorriso malinconico apparve spontaneo. Andò indietro nei messaggi: ne lesse uno praticamente identico di tre mesi prima. A seguire, altri di ricongiungimento.
“Ho passato una settimana a rimuginare, senza venire a capo di niente. Mi manchi.”
“Passo stasera da te?”
Pensò a quanto fosse vuota una relazione così, fatta di incontri per appagare il bisogno fisiologico di sesso ma, a quanto pareva, andava bene a entrambi.
Entrò in bagno e si spogliò. Il cellulare prese a suonare, e lui fu tentato di non rispondere, però alla fine accettò la chiamata: «Ehilà, Gustavo! Come va?»
«Io bene, sono riuscito a ritagliarmi una pausa nel piccolo magazzino del piano terra, appoggiato a uno scatolone di guanti monouso. E tu?»
«Stavo per entrare in doccia. Poi, mi aspetta una cena con empanadas ripiene di carne con cumino, uovo sodo, cipolle e peperoni. Dovresti provarla.» Gabriel aveva mandato un SMS a La Casita de Abelardo per farsi portare dal ragazzo il sacchetto al parcheggio dell'ospedale.
«Sai che la carne e io non andiamo d'accordo. Piuttosto, niente corsetta prima di cena?»
«Dimentico sempre che sei vegetariano. Niente corsa, qui c'è un'aria che dà l'impressione che scoppierà un bel temporale.»
«Senti, devo darti una notizia che non ti farà contento.» La voce di Gustavo aveva qualcosa di strano.
«Dimmi.» Il battito di Gabriel accelerò.
«Sai il paziente che hai operato in tarda mattinata?»
«Sì, su indicazione del primario, ho dovuto sostituire un collega. Ma perché questa domanda?» Gabriel iniziò a riflettere sugli avvenimenti della giornata, con un nodo amaro a stringergli la gola.
«Purtroppo...» Dopo una breve pausa, Gustavo continuò: «È morto.»
Lo sguardo di Gabriel era fisso su un ingranaggio dell'orologio a parete con meccanismo in vista: le corone dentate ruotavano sincronizzate a un ticchettio quasi impercettibile. Inspirò, per rendersi conto di avere un forte peso all'altezza del torace. Si sedette sul pavimento freddo con le braccia ad avvolgere le ginocchia e il cellulare stretto tra le mani.
«Sei ancora lì?» La voce dal telefono continuava a chiamare.
Con tutta la forza che aveva, rispose: «Inutile chiederti se stai scherzando.»
«Vorrei tanto dirti di sì, ma...» Un'altra pausa. Si sentiva solo il respiro. «Sono ancora di turno, però trovo una scusa, esco e vengo da te.»
La mente di Gabriel si estraniò dalla telefonata.

La sala operatoria appariva inconsueta. Forse il nuovo tavolo, il nuovo carrello. O forse, ero io a vederli diversi. Avevo chiesto all'assistente di muovere la lampada, lamentandomi di un'ombra, mentre ago e filo chirurgico tessevano, sotto la guida delle mie mani, la sutura esterna.
Il silenzio fu spezzato dal ritmo sincopato del monitor: un allarme acuto, insistente.
«Battito cardiaco 139, saturazione in calo al 94 percento» comunicò l'infermiere.
«Pressione?» chiesi.
«60 su 40.»
Emorragia... Il comando della situazione mi stava scivolando tra le dita come sangue viscido. Cercai di ancorarmi al pavimento, ma la vista iniziava ad appannarsi.
«Sacche compatibili?» domandai, senza guardare l'anestesista.
Mi scostai dal tavolo per un istante, gli occhi fissi sulla cartella: astenia, malnutrizione, valori al limite dell'insufficienza cardiaca. Dovevo riprendere il controllo.
«Dobbiamo riaprire?» La richiesta dell'assistente tagliò l'aria, carica di una pressione che somigliava a un comando.
Annuii, in un gesto meccanico.
«I punti interni hanno ceduto» sentii dire da qualcuno.
Tornai sul campo operatorio. Le mani, solitamente ferme, vibravano di un'insicurezza che non avevo più provato dal primo anno di specializzazione. Chiusi gli occhi per un secondo infinito, mentre lo strumentista azionava l'aspiratore.

«Ci sono. Non serve che tu venga, grazie.» Gabriel fece un respiro profondo e proseguì: «In effetti, il paziente ha avuto un'emorragia interna e non sono stato così reattivo a gestire la situazione.» Si portò la mano sul viso e continuò: «Poi, si è ripreso. Almeno, all'uscita della sala operatoria, i valori vitali andavano bene, anche se un po' al limite. Certo, ha sofferto, però avrei detto che fosse fuori pericolo.»
«Non meno di due ore dopo, il cuore si è fermato.» La voce di Gustavo era uscita armoniosa, come a voler sdrammatizzare.
Gabriel apprezzava lo sforzo dell'amico e collega, anche se era consapevole di quanto quell'evento gli avrebbe cambiato la vita.
«Mi trovavo nei pressi della rianimazione e ho visto dei movimenti strani. Ho fatto in tempo a entrare, solo per vedere la linea del monitor piatta.» Un silenzio di pochi attimi che sembrarono un'eternità. «Dai, non ci pensare. Distraiti. Ho ritenuto opportuno avvisarti.»
«Hai fatto bene.»
«Devo lasciarti. Riposati, amico mio.»
«Ciao, Gustavo. Grazie.»
Gabriel si fece una doccia, con la speranza che il getto di acqua calda potesse spazzare via l'angoscia che aveva dentro di sé.
Riscaldò le empanadas nel microonde, ne prese una e la morsicò con veemenza. Si accorse che i due bicchieri di vino della notte precedente erano ancora sul piano cucina. Versò quel poco rimasto nel lavandino, portando su l'aroma del Malbech, il vino preferito da Norma.
Se ieri notte non avessimo fatto così tardi, pensò, forse non avrei ricevuto la chiamata da Gustavo.
Sentì il telefono vibrare. Conosceva il numero: apparteneva all'ufficio del primario.
Costantino Pischedda
Biblioteca
Acquista
Preferenze
Recensione
Contatto