Writer Officina
Autore: Franco Filiberto
Titolo: La civetta e la bambina
Genere Romanzo
Lettori 17599 73 80
La civetta e la bambina
L'uomo dei ghiacci.
Anno 3.280 a.C. Alpi Venoste

Il vento soffia impetuoso, con cattiveria. Le raffiche si susseguono, sollevando dal suolo mulinelli di neve. Neve; ovunque neve e ghiaccio.
Il cielo è scuro e sta riversando su quei monti impervi tutta la sua furia. L'uomo è stremato e la ferita alla spalla fa sempre più male. Anche il costato è dolorante e il bisogno di respirare lo costringe a dilatare il petto e a contorcersi per le fitte. Purtroppo sa che il freddo non perdona; deve trovare un riparo al più presto per avere qualche speranza di sopravvivere.
Continua a salire, con le gambe che stentano a rispondere ai comandi e i muscoli che bruciano. Conosce quei luoghi e ricorda bene che il crinale non è lontano.
Può farcela. Sa che può farcela; stringe i denti e arranca appoggiandosi all'arco che aveva iniziato a costruire. Andare avanti è l'unica cosa a cui riesce a pensare.
Ora il terreno ha meno asperità, la pendenza va pian piano addolcendosi e le grida dei suoi inseguitori, mescolate al sibilare del vento, si sono affievolite fino a cessare.
Il cielo sembra impietosirsi e apre ampi squarci fra le nuvole.
Ha un disperato bisogno di fermarsi un po', solo il tempo di far calmare il dolore, di dare un po' di riposo alle gambe e alla schiena. Si sdraia su un fianco e cerca di toccare la spalla dove si è conficcata la freccia, per sentire se la ferita sta continuando a sanguinare. Sente lo spezzone di freccia, ma il sangue si è quasi fermato.
Il respiro si fa lentamente più calmo e sente che la tensione si sta allentando.
Non deve addormentarsi, non deve assolutamente cedere alla stanchezza che gli morde i muscoli e che si insinua in tutto il corpo.
Ancora pochi attimi e riprenderà la marcia. Solo pochi attimi.
Il vento ha spazzato via le nuvole e, nella volta stellata, milioni di punti luminosi vibrano e sembrano avvicinarsi per proteggerlo. Le gambe non fanno più male, così come la ferita alla spalla. Anche le costole hanno finalmente smesso di tormentarlo. Il cielo sembra illuminarsi, ma forse solo nella sua mente. O forse no; non è la sua immaginazione, ora la vede bene: è una scia splendente che proviene dal lato dove tramonta il sole. Rimane affascinato e stupito: non aveva mai visto niente del genere, niente di così scintillante. Forse è vero, forse una stella sta scendendo su di lui per scaldarlo, per proteggerlo.
Continua a fissare quella luce, come se quel bagliore così intenso potesse celare la sua salvezza.
Poi le palpebre si chiudono e, in una tragica dissolvenza, tutto scompare nel buio più profondo e assoluto. Per sempre.

19 settembre 1991, Alpi Venoste

Helmut ed Erika sono in vacanza in Alto Adige e hanno preso alloggio a Madonna di Senales. La loro idea è di fare un'escursione sulla vetta del monte Similaun, quindi si incamminano sul sentiero che li porterà a 3.599 metri d'altezza. La salita presenta più difficoltà del previsto e i due raggiungono la vetta solo a pomeriggio inoltrato.
- Gli anni si fanno sentire - scherza lei.
- Parla per te - ribatte lui. - In ogni caso mi sembra troppo tardi per continuare. E lo dico più per te che per me! -
Decidono quindi di pernottare nel vicino “Rifugio Similaun” e continuare la loro escursione il giorno seguente: più freschi e riposati affronteranno meglio la fatica.
Si alzano all'alba. La giornata si preannuncia splendida e decidono di scalare la Punta di Finale; giunti in vetta si riposano, beandosi di una vista incantevole. Dopo un'ora circa, si mettono in cammino verso il Rifugio, per prendere i loro bagagli. Sono stanchi ma soddisfatti, la loro escursione è stata piacevole e divertente.
Arrivati nei pressi del ghiacciaio Hauslabjoch, la coppia si imbatte in qualcosa di imprevisto.
- Helmut, che cos'è? - chiede lei, indicando un punto del ghiacciaio.
- Cos'è cosa? -
- Lì. Non vedi? -
Helmut socchiude le palpebre, ma il riverbero di luce sul manto bianco gli impedisce di vedere.
Senza aggiungere altro, si dirigono verso il punto indicato da Erika e ciò che si presenta ai loro occhi li lascia sconcertati.
Si tratta dei resti di un essere umano che emerge parzialmente dal ghiaccio; pensano a un escursionista che ha avuto meno fortuna di loro. Scattano una fotografia per poter successivamente identificare il luogo e riprendono la marcia verso il Rifugio, dove la notizia del ritrovamento viene appresa senza molto stupore. La gente di montagna sa che il ghiacciaio restituisce spesso le sue vittime.
Vengono avvertite le autorità italiane e austriache. Erika ed Helmut ripartono per tornare nella loro casa in Germania. È il 23 settembre 1991.

Il commissario Toni Corona si rigirò nel letto come aveva fatto per tutta la notte. Il caldo era stato opprimente e l'umidità, stando ai bollettini meteo, aveva raggiunto livelli record. Dormire non era possibile, così si alzò dal letto e si tolse la maglietta che aveva ampie chiazze di sudore un po' ovunque. Ne prese una asciutta e la indossò, poi andò in cucina, mise sul fuoco la caffettiera e si sedette in attesa. Dette uno sguardo al calendario e il cerchio rosso sulla data del 18 agosto gli fece ricordare che ormai mancavano solo tre giorni al compleanno della figlia; due per andare a comprarle un regalo. Pensò con commozione al giorno in cui quello scricciolo urlante pieno di capelli aveva fatto irruzione nella sua vita e che, fra tre giorni, avrebbe tagliato il traguardo dei 18 anni.
Lo squillo del telefono gli procurò una fitta alla testa, andò in salotto a prendere l'apparecchio e rispose subito per far cessare quel suono molesto.
- Pronto. -
- Buongiorno dottore, l'ho svegliata? -
- Non dormo mai. Che c'è, Gerace? -
- Hanno trovato un cadavere. È già andata la Moro, ma mi ha detto di avvertirla. -
- E tu mi hai avvertito. Ora vuoi anche dirmi dov'è questo cadavere? -
- Via Sacco e Vanzetti, proprio sotto il ponte dell'autostrada. Si trova nella zona... -
- So dov'è. Avverti la Moro che sto andando lì. -
- Chiamo subito, dottore. -
Il commissario chiuse la telefonata e guardò con disappunto la caffettiera che sbuffava. Spense il fornello, ma il liquido scuro continuava a bollire e a spandersi sul piano cottura. Mise la caffettiera nel lavello e fece scorrere l'acqua per raffreddarla, ottenendo una nuvola di vapore dall'odore di bruciato. Aprì la finestra, poi, imprecando fra sé e sé, andò in bagno. Avrebbe fatto una sosta al bar sotto casa.

Parcheggiò l'auto subito dietro la volante e rispose con un cenno al saluto dell'agente che stazionava ai margini della zona delimitata dai nastri. Oltre le case, il sole stava sorgendo e l'aria era già calda. Sarebbe stata un'altra giornata d'inferno. L'ispettore Lia Moro sembrò leggere i suoi pensieri.
- Buongiorno commissario, sembra che anche oggi farà caldo! Venga, il cadavere è lì, vicino a quei rifiuti. -
Il commissario si limitò ad annuire e seguì la collega.
Il corpo era a terra, a circa un metro di distanza da una piccola discarica abusiva. Apparteneva a una donna che giaceva prona con le gambe distese e un braccio ripiegato sotto il corpo all'altezza del collo, come se il cadavere fosse stato fatto rotolare. Indossava una camicetta e una gonna che era sollevata fino quasi alla cintura. Il medico legale aveva appena finito il suo lavoro e, andandogli incontro, lo salutò con cordialità.
- Buongiorno, dottoressa. Può darmi qualche anticipazione? -
La dottoressa Domitilla Decarlo era una donna piuttosto avvenente, sempre elegante e con il sorriso aperto e cordiale, cosa che faceva di lei una mosca bianca nel mondo degli anatomopatologi.
- Volentieri, se posso. Cosa le interessa sapere? -
- Le solite cose. Causa e ora della morte, età... -
La dottoressa lo interruppe: - Venga, non è un bello spettacolo ma è meglio che veda. -
La Decarlo tornò sui suoi passi con il commissario e fece un cenno ai due inservienti che attendevano di portare via il corpo.
- Giratelo, per favore. -
I due obbedirono e ciò che il commissario vide gli fece nascere sul viso un'espressione indefinibile, come se avvertisse un dolore fisico, una fitta. La parte anteriore del corpo era letteralmente coperto di ferite, alcune strette e profonde, altre lunghe e più superficiali, che non avevano risparmiato neanche il volto.
Nonostante non fosse alle prime armi e avesse già avuto a che fare in passato con situazioni del genere, gli venne istintivo distogliere gli occhi da quello scempio.
- Ho contato più di quaranta ferite - commentò il medico, - e molto probabilmente quella mortale è stata quella inferta al collo. -
- Troppo poco sangue. Non è questa la scena primaria del crimine - commentò pensieroso il commissario che aveva ripreso a guardarsi intorno.
- Sono d'accordo, anche se sono del parere che molti di quei tagli siano stati inflitti post mortem. Non c'è sanguinamento, specialmente sul volto e sul petto. Forse un delitto passionale? -
Corona fece un piccolo cenno di diniego. Il movente passionale non lo convinceva. I colpi sembravano essere stati inferti a casaccio, e non erano concentrati sul seno e sui genitali. No, il movente passionale non lo convinceva, anche se quella gonna sollevata...
- A un primo esame non c'è stata violenza sessuale - aggiunse la dottoressa che sembrava aver intuito i pensieri del commissario. - L'età è di circa 55 anni e l'ora della morte, con il caldo di questi giorni, non è facile da stabilirsi. Dipende da molti fattori... diciamo non meno di due giorni. Naturalmente sarò più precisa nel mio rapporto. -
- Documenti, telefono, borsetta? -
- Niente; i ragazzi della scientifica hanno controllato anche fra i rifiuti. Non hanno trovato nulla. Del resto, come ha notato lei, non è stata uccisa qui e l'assassino certo non ha interesse a facilitare le indagini. Quando questa poveretta avrà un'identità, forse, qualche aspetto risulterà più chiaro. Ma questo riguarda lei - concluse la Decarlo, regalando al commissario uno dei suoi sorrisi prima di congedarsi.
Il commissario si avvicinò all'ispettore Lia Moro: - Io rientro in commissariato. Aspetta che abbiano finito e rientra anche tu. Dobbiamo stabilire come procedere. -
Si avviò alla macchina e pensò che un altro caffè ci voleva proprio.
Franco Filiberto
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Autori di Writer Officina

Franco Filiberto
Sono nato in Calabria, terra che ho lasciato con la mia famiglia alla tenera età di sei mesi. Ho fatto studi artistici e attualmente lavoro a Pisa dove svolgo l'attività di pubblicitario. Sono appassionato di paracadutismo ed immersione subacquea, amo i viaggi, l'arte, l'enigmistica, la lettura, il cinema, la fotografia e, più in generale, tutte le forme di espressione artistica. Coltivo con caparbietà e alterna perseveranza la passione per la scultura.
Cerco di sfuggire con tutte le mie forze alla noia. Penso che ogni giorno debba segnare l'inizio di qualcosa di nuovo. Mi spiego meglio: sono convinto che non ci sia niente di peggio che lasciarsi assorbire dalle consuetudini. La routine è una delle peggiori nemiche della curiosità che è, a mio avviso, una dei più importanti propulsori della fantasia. Ho fatto molti mestieri, dal grafico pubblicitario all'ufficiale dei paracadutisti, ma potrei aggiungere il pittore, il creatore di monili ed altri ancora. Non c'è niente che accomuna queste attività se non la voglia di sperimentare cose nuove. Ho due figli ormai grandi, ho drasticamente ridotto gli impegni di lavoro e ho più tempo a disposizione per i miei hobbies. Mi piace conoscere persone diverse, fare nuove esperienze, mettermi alla prova. Insomma, a dispetto dei miei dati anagrafici, ho il fondato sospetto di essere ancora lontano dalla tranquillità dell'età matura, quella piena di saggezza e di abitudini, per intenderci.
Vivo con mia moglie in campagna vicino a Pisa, ho un giardino piuttosto grande e due cani. Il mio sogno nel cassetto è che i due cuccioli smettano presto di fare buche ovunque.

Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorto di aver sviluppato la passione per la letteratura?

Franco Filiberto : Non saprei proprio dirlo. Sin da ragazzino ero affascinato dalle storie scritte, dai mondi fantastici che quelle parole riuscivano a far immaginare, dalle avventure che prendevano vita e che sembravano così “vere”. Ma questo credo sia qualcosa di comune a molti lettori, specialmente se adolescenti. A quel tempo i soldi da spendere in libri erano veramente pochi e le biblioteche erano il modo più semplice ed economico per avvicinarsi alla lettura. Lo scrivere e nato poco a poco, prima con racconti brevi, poi con storie un po' più complesse, anche se gli uni e le altre erano destinati, nella migliore delle ipotesi, a rimanere in qualche cassetto o a coprirsi di polvere.

Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?

Franco Filiberto: Sono arrivato alla decisione di tentare la pubblicazione di un mio scritto molto tardi e lo devo quasi esclusivamente alle insistenze di mia moglie. Finito di scrivere, letto e fatto leggere ad amici e conoscenti, ho inviato il manoscritto a un buon numero di editori, da quelli più grandi a quelli meno importanti evitando accuratamente quelli a pagamento. Dopo circa due mesi (a me è sembrato un tempo infinito) ho ricevuto la risposta da una casa editrice, piccola ma agguerrita, che mi ha proposto un contratto di edizione e pochi giorni per decidere. Ho firmato e il primo libro ha visto la luce. Tre mesi dopo ho ricevuto la richiesta da un editore più blasonato ma ormai il gioco era chiuso. Inutile dire che le case editrici veramente importanti non mi hanno risposto e le pochissime che lo hanno fatto hanno trovato il mio lavoro “molto interessante ma non in sintonia con la loro linea editoriale”.

Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?

Franco Filiberto: Credo di sì. Per carattere non amo molto i vincoli (i contratti editoriali ne sono pieni) e KDP consente all'autore di essere, almeno in buona parte, il gestore del proprio lavoro. A coloro che obiettano che KDP non fornisce gratuitamente editing, correzione bozze e altro vorrei far notare che moltissimi piccoli editori non hanno la forza di fornire realmente questi servizi (che spesso millantano) e certamente la promozione, vero punto dolente per gli autori che si affidano a piccole case editrici, è molto più efficace su KDP. Insomma, nonostante io mantenga contatti e collaborazioni con un editore piccolo ma intraprendente e leale, credo che il self publisching sia una via da percorrere per molti autori in attesa, se mai avverrà, che una grande casa editrice si faccia viva.

Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionato? Puoi raccontarci di cosa tratta?

Franco Filiberto: Sono molto affezionato a un thriller dal titolo “La mossa del gambero” pubblicato con Arpeggio Libero Edizioni. È una storia molto intensa che parla dell'odio di un bambino che non trova pace e perdono per lunghi anni e cerca solo vendetta, una vendetta che arriverà in età adulta e che purtroppo riuscirà solo a far nascere altro odio e altre morti. La storia raccontata in questo libro, sequel di “Le ali sulla pelle”, fa parte di un progetto che vede come protagonisti il commissario Pandolfi, l'ispettore Niccolini ed altri che i miei lettori conoscono già e che presto ritroveranno in una nuova avventura.

Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?

Franco Filiberto: Sono refrattario a ogni tipo di impostazione e non ho simpatia per scalette e schemi. Parto da un'idea che quasi sempre corrisponde alla scintilla che innesca gli eventi che costituiscono la spina dorsale della storia. Quando, dopo molti ripensamenti, variazioni e adeguamenti mi convinco che la trama può “reggere”, inizio la stesura e aggiungo personaggi e fatti man mano che procedo. Arriva un momento nel quale si ha la sensazione che i personaggi inizino a decidere da soli, si muovano secondo il carattere e le peculiarità che ho creato per loro, insomma, sembra che vivano di vita propria. Da quel momento in poi tutto scorre più veloce e senza intoppi o ripensamenti.

Writer Officina: Per i personaggi hai fatto riferimento – magari in parte – a persone reali oppure sono solo frutto della fantasia?

Franco Filiberto: I miei personaggi nascono quasi esclusivamente da persone reali, persone che conosco o che ho avuto modo di osservare da vicino. Prendo pezzetti di carattere, qualche fissazione, piccole porzioni di gusti e propensioni e li impianto sul personaggio che devo creare, un po' alla Frankenstein, per capirci. Per alcuni anche il nome è rimasto lo stesso. Per esempio il colonnello Nizzoli che fornisce preziose informazioni al commissario Pandolfi esiste davvero e ha un carattere molto simile a quello del personaggio che ho raccontato nel thriller “Le ali sulla pelle” così come la giornalista Tiziana Sicuro, presente anche ne “La mossa del gambero”, nella realtà è una mia cara amica. Altro discorso quando la storia trae spunto da fatti realmente accaduti come nel giallo investigativo “Zic, il misterioso caso del graffitaro scomparso” nel quale, almeno per alcuni personaggi, ho cercato di essere il più possibile fedele alle caratteristiche delle persone reali mentre per gli altri mi sono affidato alla fantasia.

Writer Officina: Cosa c'è di te nei tuoi romanzi?

Franco Filiberto: Sono convinto che ogni autore, volente o nolente, metta qualcosa di sé, della sua vita, delle sue esperienze e delle sue convinzioni nelle storie che scrive. Io non faccio eccezione, così molto spesso, riflettendo su alcuni punti di vista dei miei personaggi, ho riscontrato evidenti analogie col mio modo di pensare. Insomma, più o meno consciamente ho ritagliato piccoli frammenti di me e li ho trasmessi ad alcuni dei miei personaggi.

Writer Officina: Puoi farci un esempio o darci una citazione di un tuo romanzo che ritieni possa rispecchiare un aspetto del tuo carattere?

Franco Filiberto: Potrei farne molti ma a questo, tratto da “La mossa del gambero”, sono particolarmente affezionato. Ho sempre avuto grande stima delle persone che preferiscono avere dubbi, che chiedono a sé stessi la capacità di valutare con serenità e rigore le cose che accadono intorno a loro senza affidarsi a delle certezze che spesso si rivelano miopi e ottuse. Anche il mio commissario Pandolfi sembra pensarla in modo simile.

“Si fermò a riflettere su quanto odio, quanta malvagità avesse aleggiato intorno a lui durante quell'indagine, di quanta perversione fosse stato testimone nei mesi trascorsi e anche quanta pena avesse provato per quelle vite bruciate. Pena, orrore, sconforto, necessità di giustizia: sentimenti forti e contrastanti che si rincorrevano nella sua mente, che tentavano di confondere e sbiadire la sua linea di confine fra il bene e il male. Gli venne in mente suo padre quando cercava di spiegargli le variabili sulla linea di orizzonte. Lui era un bambino e la rotondità della Terra, l'altezza del punto di osservazione, la limpidezza dell'aria erano concetti che non riusciva a capire completamente. Capì solo che quella linea, che lui vedeva distintamente, in realtà non era lì per tutti, non era un confine fisso e assoluto. Insomma, quella linea poteva essere altrove. Scacciò il pensiero, quasi temesse che quel paragone tra l'orizzonte e la linea di confine tra bene e male potesse influenzare il suo punto di vista sull'accaduto, o sugli attori di quella tragedia. Valutare quelle variabili non spettava a lui, il suo compito gli era chiaro e lui, quel compito, l'avrebbe portato a termine.”

Writer Officina: In generale pensi di doverti documentare prima di scrivere una storia?

Franco Filiberto: Assolutamente sì, ho il terrore di scrivere cose inesatte e cerco sempre di documentarmi su ciò che devo raccontare. Nella maggior parte dei casi chiedo aiuto ad addetti ai lavori, leggo manuali e pubblicazioni o più semplicemente mi affido al web. A questo proposito ho un aneddoto che può chiarire meglio come la penso. In un mio libro c'è un particolare a prima vista irrilevante ma che diverrà, più avanti, un indizio importante per capire un aspetto essenziale di tutta la storia. Si tratta di una caramella rinvenuta, con una Tac, nella gola di un uomo ucciso brutalmente. Tutto funzionava alla perfezione ma all'ultimo momento mi è venuto un dubbio: una Tac può evidenziare una caramella? I pareri di addetti ai lavori ed esperti erano discordanti. Ho riflettuto sull'opportunità di eliminare la caramella incriminata ma poi, non volendo assolutamente rinunciare a quell'indizio, ho spiegato il problema ad un medico che ha eseguito l'esame strumentale sulla caramella che è, per mia fortuna, risultata visibile. Una Tac val bene la certezza di non scrivere cose inesatte! Almeno, credo.
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