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L'angolo morto
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Il giorno delle rondini azzurre.
I Dove sono? Dio mio, cos'è questo silenzio, questo buio? Qui non c'è niente o sono io che non vedo? Cosa mi è successo? Non ricordo niente. Non so niente. Questa cosa che mi avvolge e mi sommerge è più buia della notte. Devo uscirne, devo tornare in superficie. Ma dov'è la superficie? La luce? Dio mio, questa roba mi soffoca, mi preme sul petto e mi stringe. Improvvisamente un pensiero. Mio padre: “Quando sei sott'acqua e non vedi la superficie, fai uscire un po' d'aria dalla bocca e segui le bolle, loro sicuramente vanno verso l'alto, verso la salvezza.” Schiudo leggermente le labbra. Niente, aria non ne esce. Panico. Ma cosa dico? Anche se l'aria uscisse non lo vedrei, non vedo niente. Agito gambe e braccia ma non mi muovo di un millimetro. Devo stare calmo per consumare meno ossigeno ma anche così quanto potrò resistere? I muscoli mi bruciano ma non mi muovo, sono prigioniero di una realtà che non conosco, che... la luce, ora la vedo, una, cento, mille luci colorate. I miei genitori mi tengono per mano e io, con il naso all'insù, guardo la grande ruota panoramica. La musica e il profumo dello zucchero filato, la donna con la barba e l'uomo che spezza le catene e i pagliacci che mi chiamano e ridono. Io che cerco di raggiungerli ma le mani dei miei si stringono e non mi lasciano andare. Stringono, stringono, non riesco a divincolarmi. Lasciatemi andare! Voi siete morti, non potete... Ecco dove sono, ecco perché ci sono anche loro: sono morto. Ma i morti possono pensare? Ma forse questi non sono pensieri, forse sono morto da poco e questi sono residui di cose pensate o di sensazioni che presto si spegneranno. Non c'è altra spiegazione. È così. Sono morto.
II La nebbia densa e opprimente che lo avvolgeva iniziò a diradarsi e anche il silenzio assoluto che era calato dentro e intorno a lui cominciò a incrinarsi, prima con scricchiolii lontani, poi con qualche vellutato scalpiccio. Aveva la sensazione di essere lontano da se stesso, come un osservatore esterno. Cercò di muovere le mani e di aprire gli occhi ma sembrava che il suo corpo non avesse alcuna intenzione di obbedire ai sui comandi. Pian piano, attraverso le palpebre, gli parve di vedere degli aloni di luce gialla che ondeggiavano davanti a lui. Cercò ancora di muoversi ma non ci riuscì e il panico iniziò a crescere dentro di lui. Ora sentiva il rumore sordo di qualcosa che batteva a un ritmo costante. C'è qualcuno, pensò, e tentò ancora di aprire le palpebre che sembravano incollate. Dopo qualche tentativo uno spiraglio di luce fioca fece breccia nel buio che lo aveva imprigionato. Passati alcuni minuti durante i quali continuava a ripetersi di restare calmo, i contorni sbiaditi di ciò che lo circondava cominciarono a delinearsi in modo più netto. Era sdraiato in un letto, in una stanza in penombra, una stanza che non riconosceva, non poteva muovere il capo e i colpi ritmati che avvertiva erano il sangue che pulsava nelle sue tempie. Non riconosceva niente di ciò che vedeva: il soffitto percorso da travi di legno scuro, la parete di fronte a lui con un quadro di un paesaggio marino, il mobile a cassetti con il ripiano di marmo sul quale era appoggiata una lampada di ottone... niente. Il panico, che un attimo prima si era in parte allentato, tornò ad assalirlo. Dove sono? Perché non c'è niente di familiare? Come sono finito in questa stanza? Mentre queste e altre domande si accavallavano come onde di un mare in tempesta, un altro più inquietante quesito si presentò con prepotenza nella sua mente e sospinse ogni altra cosa in secondo piano: io... chi sono?
Sentì aprirsi una porta sulla sua sinistra e subito dopo un volto di donna si chinò su di lui. Ci volle qualche attimo prima di riuscire a mettere a fuoco. Era una donna coi capelli grigi che, a riccioli folti, le scendevano sulle spalle, gli occhi neri e profondi fissavano i suoi come a volersi sincerare di essere vista e la bocca era atteggiata in un debole sorriso. - Bentornato! - Quella faccia non gli diceva niente, non l'aveva mai vista prima, ma aveva la sensazione di scorgere in quei tratti qualcosa che conosceva. - Chi sei? Dove mi trovo? - - Sei a casa mia. Hai avuto un incidente non molto lontano da qui. Tu piuttosto, chi sei? - - Un incidente? Non... - - Cristo solo sa come ti sia venuto in mente di salire in moto su quel sentiero e per giunta di notte! - - Non mi ricordo. È come se tutto fosse in ombra, nel vuoto... Non mi ricordo. - - Cerca di stare calmo. Ricorderai tutto e io ti aiuterò. Sai come ti chiami? Nelle tue tasche non ho trovato documenti. Forse erano nella moto. - Gli occhi gli si riempirono di lacrime. - Non so come mi chiamo, non so più niente... - disse in un lamento. - Non so neanche di avere una moto. - - Bene, per ora può bastare - disse la donna. - Ora dobbiamo pensare a rimetterti in forze e vedrai che, un po' alla volta, ricorderai tutto. Vado a prepararti qualcosa da mangiare. - - Mangiare? Non voglio mangiare, voglio andarmene - rispose lui in un sibilo. Cercò di mettersi a sedere nel letto ma un dolore acuto gli tagliò il respiro. La donna gli appoggiò le mani sulle spalle e delicatamente lo fece appoggiare al cuscino. - Hai due costole fratturate e una brutta distorsione alla caviglia destra. Non avevi il casco ma, per fortuna, te la sei cavata con una lieve commozione cerebrale e qualche ematoma all'occhio destro. Poteva andare peggio, molto peggio. Come ti ho detto, devi stare calmo e vedrai che tutto si sistemerà. Vado a prepararti qualcosa. A proposito, mi chiamo Maddalena ma gli amici mi chiamano Mad. - Poi aggiunse sorridendo - Forse perché sono un po' matta! - - Perché ti dai tanto da fare per me? Non ci conosciamo, non abbiamo niente in comune, perché? - - Beh, quando ti ho visto lì, a terra, ai piedi della quercia, ho realizzato subito di avere solo due alternative. La prima era di portarti qui e cercare di curarti, la seconda, per certi versi più comoda, era quella di lasciarti dove eri e far finta di niente. - In lontananza si sentì chiaro l'ululato di un lupo. Lei tacque e alzò l'indice come a sottolineare quel verso. - Come sarebbe andata a finire puoi immaginarlo. Ho preferito la prima alternativa. - Lui abbassò lo sguardo e lei uscì dalla stanza. Tornò poco dopo con un vassoio che appoggiò sul mobile, prese un cuscino e si avvicinò al letto. - Aggrappati a me. Devo metterti il cuscino dietro la schiena. - Lui le cinse il collo e, mentre lei lo aiutava a sollevarsi, sentì il profumo dei suoi capelli che sapevano di lavanda e di pino. Quando si fu sistemato, lei gli stese sul petto un tovagliolo e, presa la tazza poggiata sul vassoio, iniziò a raffreddarne il contenuto mescolandolo con un cucchiaio e soffiando sul vapore. Poi, un po' per volta, iniziò a imboccarlo. - Non sono una grande cuoca, ma conto molto sul fatto che sono ormai tre giorni che non mangi. - La minestra non era né buona né cattiva ma l'atteggiamento e la delicatezza di Maddalena lo colpirono. Sembrava quasi che la donna fosse animata da un sentimento materno o da qualcosa di molto simile. Dopo poche cucchiaiate lui disse - Basta, non mi va più. - Lei sembrò non avesse sentito e continuò a riempire cucchiai rasi e a imboccarlo. - Hai bisogno di recuperare le forze. Non posso tenerti qui per sempre! - Lui avrebbe voluto dire qualcosa ma un nodo gli stringeva la gola. Nemmeno lui voleva restare ma dove sarebbe potuto andare? Quel buio che avvolgeva i suoi ricordi era molto più doloroso delle costole e della caviglia, era una cappa scura che lo bloccava e tagliava di netto, inesorabilmente, ogni possibilità di fare progetti, di pensare al domani. Maddalena sembrò leggere nella sua mente: - So che ora vedi tutto nero e ti senti perso ma, credimi, fra poco comincerai a ricordare e ogni ricordo ne porterà altri. Devi solo avere pazienza. - Pazienza. Aspettare. Sforzarsi di tornare indietro nel tempo e recuperare i suoi ricordi. Ma come si fa a sforzarsi di ricordare? Come si fa a uscire dalla gabbia del presente e tornare indietro senza un punto di riferimento a cui aggrapparsi? Ancora una volta Maddalena intercettò i suoi pensieri e, asciugandogli con il bordo del tovagliolo la bocca, sussurrò - Domani sarà meglio di oggi, e pian piano i ricordi torneranno, credimi. - Maddalena, tenendogli un braccio dietro la schiena, tolse il cuscino. - Ora cerca di riposare. - Con il profumo di pino e lavanda scivolò nel sonno.
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Autori di Writer Officina
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Sono nato in Calabria, terra che ho lasciato con la mia famiglia alla tenera età di sei mesi. Ho fatto studi artistici e attualmente lavoro a Pisa dove svolgo l'attività di pubblicitario. Sono appassionato di paracadutismo ed immersione subacquea, amo i viaggi, l'arte, l'enigmistica, la lettura, il cinema, la fotografia e, più in generale, tutte le forme di espressione artistica. Coltivo con caparbietà e alterna perseveranza la passione per la scultura. Cerco di sfuggire con tutte le mie forze alla noia. Penso che ogni giorno debba segnare l'inizio di qualcosa di nuovo. Mi spiego meglio: sono convinto che non ci sia niente di peggio che lasciarsi assorbire dalle consuetudini. La routine è una delle peggiori nemiche della curiosità che è, a mio avviso, una dei più importanti propulsori della fantasia. Ho fatto molti mestieri, dal grafico pubblicitario all'ufficiale dei paracadutisti, ma potrei aggiungere il pittore, il creatore di monili ed altri ancora. Non c'è niente che accomuna queste attività se non la voglia di sperimentare cose nuove. Ho due figli ormai grandi, ho drasticamente ridotto gli impegni di lavoro e ho più tempo a disposizione per i miei hobbies. Mi piace conoscere persone diverse, fare nuove esperienze, mettermi alla prova. Insomma, a dispetto dei miei dati anagrafici, ho il fondato sospetto di essere ancora lontano dalla tranquillità dell'età matura, quella piena di saggezza e di abitudini, per intenderci. Vivo con mia moglie in campagna vicino a Pisa, ho un giardino piuttosto grande e due cani. Il mio sogno nel cassetto è che i due cuccioli smettano presto di fare buche ovunque.
Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorto di aver sviluppato la passione per la letteratura?
Franco Filiberto : Non saprei proprio dirlo. Sin da ragazzino ero affascinato dalle storie scritte, dai mondi fantastici che quelle parole riuscivano a far immaginare, dalle avventure che prendevano vita e che sembravano così “vere”. Ma questo credo sia qualcosa di comune a molti lettori, specialmente se adolescenti. A quel tempo i soldi da spendere in libri erano veramente pochi e le biblioteche erano il modo più semplice ed economico per avvicinarsi alla lettura. Lo scrivere e nato poco a poco, prima con racconti brevi, poi con storie un po' più complesse, anche se gli uni e le altre erano destinati, nella migliore delle ipotesi, a rimanere in qualche cassetto o a coprirsi di polvere.
Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?
Franco Filiberto: Sono arrivato alla decisione di tentare la pubblicazione di un mio scritto molto tardi e lo devo quasi esclusivamente alle insistenze di mia moglie. Finito di scrivere, letto e fatto leggere ad amici e conoscenti, ho inviato il manoscritto a un buon numero di editori, da quelli più grandi a quelli meno importanti evitando accuratamente quelli a pagamento. Dopo circa due mesi (a me è sembrato un tempo infinito) ho ricevuto la risposta da una casa editrice, piccola ma agguerrita, che mi ha proposto un contratto di edizione e pochi giorni per decidere. Ho firmato e il primo libro ha visto la luce. Tre mesi dopo ho ricevuto la richiesta da un editore più blasonato ma ormai il gioco era chiuso. Inutile dire che le case editrici veramente importanti non mi hanno risposto e le pochissime che lo hanno fatto hanno trovato il mio lavoro “molto interessante ma non in sintonia con la loro linea editoriale”.
Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?
Franco Filiberto: Credo di sì. Per carattere non amo molto i vincoli (i contratti editoriali ne sono pieni) e KDP consente all'autore di essere, almeno in buona parte, il gestore del proprio lavoro. A coloro che obiettano che KDP non fornisce gratuitamente editing, correzione bozze e altro vorrei far notare che moltissimi piccoli editori non hanno la forza di fornire realmente questi servizi (che spesso millantano) e certamente la promozione, vero punto dolente per gli autori che si affidano a piccole case editrici, è molto più efficace su KDP. Insomma, nonostante io mantenga contatti e collaborazioni con un editore piccolo ma intraprendente e leale, credo che il self publisching sia una via da percorrere per molti autori in attesa, se mai avverrà, che una grande casa editrice si faccia viva.
Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionato? Puoi raccontarci di cosa tratta?
Franco Filiberto: Sono molto affezionato a un thriller dal titolo “La mossa del gambero” pubblicato con Arpeggio Libero Edizioni. È una storia molto intensa che parla dell'odio di un bambino che non trova pace e perdono per lunghi anni e cerca solo vendetta, una vendetta che arriverà in età adulta e che purtroppo riuscirà solo a far nascere altro odio e altre morti. La storia raccontata in questo libro, sequel di “Le ali sulla pelle”, fa parte di un progetto che vede come protagonisti il commissario Pandolfi, l'ispettore Niccolini ed altri che i miei lettori conoscono già e che presto ritroveranno in una nuova avventura.
Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?
Franco Filiberto: Sono refrattario a ogni tipo di impostazione e non ho simpatia per scalette e schemi. Parto da un'idea che quasi sempre corrisponde alla scintilla che innesca gli eventi che costituiscono la spina dorsale della storia. Quando, dopo molti ripensamenti, variazioni e adeguamenti mi convinco che la trama può “reggere”, inizio la stesura e aggiungo personaggi e fatti man mano che procedo. Arriva un momento nel quale si ha la sensazione che i personaggi inizino a decidere da soli, si muovano secondo il carattere e le peculiarità che ho creato per loro, insomma, sembra che vivano di vita propria. Da quel momento in poi tutto scorre più veloce e senza intoppi o ripensamenti.
Writer Officina: Per i personaggi hai fatto riferimento – magari in parte – a persone reali oppure sono solo frutto della fantasia?
Franco Filiberto: I miei personaggi nascono quasi esclusivamente da persone reali, persone che conosco o che ho avuto modo di osservare da vicino. Prendo pezzetti di carattere, qualche fissazione, piccole porzioni di gusti e propensioni e li impianto sul personaggio che devo creare, un po' alla Frankenstein, per capirci. Per alcuni anche il nome è rimasto lo stesso. Per esempio il colonnello Nizzoli che fornisce preziose informazioni al commissario Pandolfi esiste davvero e ha un carattere molto simile a quello del personaggio che ho raccontato nel thriller “Le ali sulla pelle” così come la giornalista Tiziana Sicuro, presente anche ne “La mossa del gambero”, nella realtà è una mia cara amica. Altro discorso quando la storia trae spunto da fatti realmente accaduti come nel giallo investigativo “Zic, il misterioso caso del graffitaro scomparso” nel quale, almeno per alcuni personaggi, ho cercato di essere il più possibile fedele alle caratteristiche delle persone reali mentre per gli altri mi sono affidato alla fantasia.
Writer Officina: Cosa c'è di te nei tuoi romanzi?
Franco Filiberto: Sono convinto che ogni autore, volente o nolente, metta qualcosa di sé, della sua vita, delle sue esperienze e delle sue convinzioni nelle storie che scrive. Io non faccio eccezione, così molto spesso, riflettendo su alcuni punti di vista dei miei personaggi, ho riscontrato evidenti analogie col mio modo di pensare. Insomma, più o meno consciamente ho ritagliato piccoli frammenti di me e li ho trasmessi ad alcuni dei miei personaggi.
Writer Officina: Puoi farci un esempio o darci una citazione di un tuo romanzo che ritieni possa rispecchiare un aspetto del tuo carattere?
Franco Filiberto: Potrei farne molti ma a questo, tratto da “La mossa del gambero”, sono particolarmente affezionato. Ho sempre avuto grande stima delle persone che preferiscono avere dubbi, che chiedono a sé stessi la capacità di valutare con serenità e rigore le cose che accadono intorno a loro senza affidarsi a delle certezze che spesso si rivelano miopi e ottuse. Anche il mio commissario Pandolfi sembra pensarla in modo simile.
“Si fermò a riflettere su quanto odio, quanta malvagità avesse aleggiato intorno a lui durante quell'indagine, di quanta perversione fosse stato testimone nei mesi trascorsi e anche quanta pena avesse provato per quelle vite bruciate. Pena, orrore, sconforto, necessità di giustizia: sentimenti forti e contrastanti che si rincorrevano nella sua mente, che tentavano di confondere e sbiadire la sua linea di confine fra il bene e il male. Gli venne in mente suo padre quando cercava di spiegargli le variabili sulla linea di orizzonte. Lui era un bambino e la rotondità della Terra, l'altezza del punto di osservazione, la limpidezza dell'aria erano concetti che non riusciva a capire completamente. Capì solo che quella linea, che lui vedeva distintamente, in realtà non era lì per tutti, non era un confine fisso e assoluto. Insomma, quella linea poteva essere altrove. Scacciò il pensiero, quasi temesse che quel paragone tra l'orizzonte e la linea di confine tra bene e male potesse influenzare il suo punto di vista sull'accaduto, o sugli attori di quella tragedia. Valutare quelle variabili non spettava a lui, il suo compito gli era chiaro e lui, quel compito, l'avrebbe portato a termine.”
Writer Officina: In generale pensi di doverti documentare prima di scrivere una storia?
Franco Filiberto: Assolutamente sì, ho il terrore di scrivere cose inesatte e cerco sempre di documentarmi su ciò che devo raccontare. Nella maggior parte dei casi chiedo aiuto ad addetti ai lavori, leggo manuali e pubblicazioni o più semplicemente mi affido al web. A questo proposito ho un aneddoto che può chiarire meglio come la penso. In un mio libro c'è un particolare a prima vista irrilevante ma che diverrà, più avanti, un indizio importante per capire un aspetto essenziale di tutta la storia. Si tratta di una caramella rinvenuta, con una Tac, nella gola di un uomo ucciso brutalmente. Tutto funzionava alla perfezione ma all'ultimo momento mi è venuto un dubbio: una Tac può evidenziare una caramella? I pareri di addetti ai lavori ed esperti erano discordanti. Ho riflettuto sull'opportunità di eliminare la caramella incriminata ma poi, non volendo assolutamente rinunciare a quell'indizio, ho spiegato il problema ad un medico che ha eseguito l'esame strumentale sulla caramella che è, per mia fortuna, risultata visibile. Una Tac val bene la certezza di non scrivere cose inesatte! Almeno, credo. |
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