Writer Officina - Scrittori Ribelli
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Paula J. Fleming

Il mio vero nome è Giorgia Casula, ma da qualche tempo, quando scrivo, sono Paula J. Fleming. Sono nata a Como nel 1995. All'età di nove anni mi sono trasferita in Sardegna, dove vivo tutt'ora assieme alla mia famiglia e al mio cane bassotto, Argo. La mia passione per la letteratura mi ha portato a compiere studi classici. Sono laureata in Lettere moderne e i miei obbiettivi professionali per il futuro sono quelli di lavorare in una biblioteca o in una casa editrice...insomma, qualunque cosa mi permetta di circondarmi dei miei amati libri mi rende felice. Dopo il diploma ho lavorato per un breve periodo in una casa editrice dove stampavo e rilegavo libri a livello artigianale e collaboravo alla stesura di articoli per un notiziario culturale. Sono una persona schiva e riflessiva, che preferisce la quiete e la solitudine al caos della vita moderna. Amo le passeggiate nei boschi, i cani e l'autunno. Quando non scrivo, impiego il mio tempo libero leggendo e dipingendo, talvolta in compagnia di una buona tazza di tè.

Writer Officina: Qual è stato il momento in cui ti sei accorto di aver sviluppato la passione per la letteratura?

Paula J. Fleming: Ero bambina, avevo nove anni. Ho cominciato a scrivere qualche breve racconto per gioco e da allora non mi sono più fermata. Ho capito fin da subito che quella sarebbe stata la mia missione di vita. Molti pensano alla scrittura come a un hobby, ma io credo che sia una vocazione. Non sei tu a scegliere la scrittura. È lei che sceglie te. Per me scoprire di avere quest'attitudine è stato come una rivelazione. Non mi sento una persona realizzata, ma il fatto di avere un motivo per alzarsi ogni mattina, credo che sia una delle più grandi fortune che possano capitare. Quando scrivo, penso: “Sto facendo ciò per cui sono nata. Sono esattamente dove dovrei essere.” Ed è una sensazione incredibile. Conosco persone disorientate che affrontano la vita senza uno scopo, e questo è molto triste. La tua vita può essere un disastro, ma se hai una missione, se sai qual è il tuo posto nel mondo, allora hai un grande vantaggio.

Writer Officina: C'è un libro che, dopo averlo letto, ti ha lasciato addosso la voglia di seguire questa strada?

Paula J. Fleming: Il mio primo amore letterario è stato la saga di Harry Potter. Quando lo lessi, da bambina, rimasi colpita dal modo in cui l'autrice era riuscita a creare un suo universo narrativo. Ricordo che pensai: “Anche io voglio fare così. Voglio creare attraverso la scrittura un mondo tutto mio. Ho davanti una pagina bianca e posso riempirla con ciò che voglio.” Anni dopo ho letto un altro libro che mi ha cambiato la vita: Fahrenheit 451. È un'opera che ti fa comprendere il potere delle idee e l'impatto che la letteratura può avere sull'umanità e sulla costruzione di un mondo migliore. Leggerlo è stato come ricordarsi di quanto è importante lasciare un'impronta di sé stessi in questo mondo, di come ognuno possa dare un grande contributo alla società. In un certo senso mi ha aiutato a capire che, nonostante tutte le difficoltà, scrivere non era una perdita di tempo, ma una cosa profonda. Qualcosa che, nel proprio piccolo, può fare davvero la differenza.

Writer Officina: Dopo aver scritto il tuo primo libro, lo hai proposto a un Editore? E con quali risultati?

Paula J. Fleming: Sì, ho proposto il mio primo libro a un Editore che è stato felice di pubblicarlo. La mia esperienza è stata molto positiva. Con lui si è creato un rapporto di amicizia e stima reciproca che dura da anni.

Writer Officina: Ritieni che pubblicare su Amazon KDP possa essere una buona opportunità per uno scrittore emergente?

Paula J. Fleming: Sì, indubbiamente. Anche se comporta dei limiti oggettivi. In un certo senso tutti gli aspetti che riguardano la correzione del romanzo, la creazione della copertina e la promozione, ricadono interamente su di te, e questo può essere faticoso. La promozione, in particolare, è l'aspetto più spinoso dell'autopubblicazione. È una sfida quotidiana, che però affronto molto volentieri.

Writer Officina: A quale dei tuoi libri sei più affezionato? Puoi raccontarci di cosa tratta?

Paula J. Fleming: Sono molto affezionata a un saggio che ho pubblicato l'anno scorso con il mio vero nome. Il titolo è “Una mente tutta per sé” ed è nato con lo scopo di illustrare le difficoltà che hanno dovuto affrontare le autrici inglesi di epoca vittoriana nella loro carriera di scrittrici. Quanto i pregiudizi sociali e di genere abbiano influenzato la loro produzione e la percezione della critica. L'idea nasce da una semplice domanda: “Essere scrittrici oggi è diverso da com'era in passato?”. La risposta, purtroppo, è sì. Quello che per noi donne oggi è scontato (studiare, frequentare l'università, avere un lavoro, poter votare), ieri non lo era affatto. Scrivere o produrre arte, per le donne, era una vera e propria lotta quotidiana contro i limiti imposti dalla società.

Writer Officina: Quale tecnica usi per scrivere? Prepari uno schema iniziale, prendi appunti, oppure scrivi d'istinto?

Paula J. Fleming: Comincio prendendo appunti sull'idea generale, poi comincio a svilupparla studiando nel dettaglio una trama coerente, attenta ai rapporti di causa-effetto. A quel punto mi metto a scrivere. Lo faccio di getto e questo mi porta spesso a modificare le idee iniziali o ad aggiungerne di nuove, ma cerco sempre di tenermi fedele al nucleo originale della storia.

Writer Officina: Perché hai scelto l'horror piuttosto che un altro genere?

Paula J. Fleming: Credo che sia dovuto al fascino che la magia e l'occulto hanno esercitato su di me fin da piccola, ma in realtà c'è un altro motivo. L'horror si costruisce attorno a sentimenti come la paura, il senso di impotenza, il senso di minaccia. Sono emozioni potentissime e ancestrali, che ci mettono in contatto con il lato più animale di noi stessi. L'horror, più di qualunque altro genere, scava nel profondo, fino al subconscio dell'essere umano, fatto di paure, incertezze, tormenti, dolori. Se ci pensiamo, la maggior parte dei protagonisti dei romanzi dell'orrore è spesso tormentato da questioni irrisolte che provengono dal proprio passato. Fantasmi, mostri, forze soprannaturali, non sono altro che la proiezione dei nostri personali demoni, che tornano per torturarci, per ricordarci che prima o poi dobbiamo affrontarli. Adoro il genere horror proprio per il suo risvolto “psicologico”.

Writer Officina: Raccontaci quale è stata la scintilla che ha dato vita all'idea per il tuo romanzo

Paula J. Fleming: In realtà le scintille per Le figlie di Lilith sono state molte. Il primo embrione di idea è nato quando ho letto per la prima volta i raccolti di H. P. Lovecraft. Sono rimasta affascinata dal concetto di orrore cosmico, dalle immagini spaventose di questi esseri antichissimi dagli aspetti più raccapriccianti che rimangono celati per centinaia di anni, in attesa di essere risvegliati. L'idea che delle persone diano vita a un vero e proprio culto attorno all'adorazione di entità mostruose, è raccapricciante. Nello stesso tempo sono un'appassionata di storie true crime e di serie poliziesche e così ho pensato: “Perché non unire le due cose?”. In seguito le mie ricerche per il romanzo mi hanno portato a scoprire la storia di Lilith, colei che, secondo la Torah ebraica, è stata la prima donna creata da Dio. La storia della sua ribellione, la sua caduta nella dannazione, così simile a quella di Lucifero, mi hanno affascinata e ho deciso che sarebbe stata proprio lei la divinità adorata dalla comunità pagana del mio romanzo. Introdurre una figura simile mi avrebbe dato la possibilità di trattare, come ho fatto, l'argomento del femminino sacro e dell'oppressione a cui le donne sono state sottoposte per secoli. Volevo tuttavia che Lilith non apparisse come un'eroina, ma come l'esempio di un femminismo distruttivo, che altera quell'equilibrio naturale tra maschile e femminile, ying e yang. Credo che, in una società ideale, uomo e donna debbano considerarsi come pari. Entrambi importanti, entrambi complementari. Se uno dei due sessi cerca di prevaricare sull'altro, allora l'equilibrio si spezza ed ecco che inizia un regno di caos, dolore e oppressione.

Writer Officina: Quali sono le difficoltà che hai incontrato durante la stesura del romanzo?

Paula J. Fleming: La principale difficoltà del genere horror è nel creare la giusta atmosfera. Molti sono convinti che basti l'elemento soprannaturale per rendere un romanzo horror, ma in realtà le cose sono più complicate di così. Un buon horror deve suscitare un senso di disagio nel lettore, deve farlo sentire minacciato, inquieto. Per questo è essenziale lavorare molto su una buona costruzione della tensione, curare le descrizioni per fornire al lettore dettagli che possano alimentare quel senso di ribrezzo, terrore, angoscia. È stata questa, senza dubbio, la sfida più difficile che ho dovuto affrontare quando ho scritto questo romanzo. Creare un climax che parte da una situazione apparentemente innocua e in cui poi, gradualmente, l'orrore si fa sempre più vicino, sempre più concreto, fino al terribile epilogo.

Writer Officina: In questo periodo stai scrivendo un nuovo libro? È dello stesso genere di quello che hai già pubblicato, oppure un'idea completamente diversa?

Paula J. Fleming: Ho cominciato a lavorare a un nuovo romanzo circa un mese fa. Si tratta di un horror ambientato tra i ghiacci della Groenlandia. A ispirarmi sono stati i miei due film horror preferiti: “Alien” di Ridley Scott e “La cosa” di John Carpenter. Adoro le storie dove i protagonisti si trovano bloccati assieme ad altre persone in un luogo isolato e devono affrontare una minaccia sconosciuta. Trovo che siano piene di tensione e deliziosamente claustrofobiche. In questo nuovo romanzo voglio trasmettere al lettore proprio la sensazione che non ci sia alcuna via d'uscita. Mi interessa inoltre esplorare le reazioni umane davanti all'ignoto, il modo in cui la paura e lo stress prolungato possano influenzare le relazioni interpersonali.

Writer Officina: La scrittura ha una forte valenza terapeutica. Confermi?

Paula J. Fleming: Assolutamente sì. Come tutte le forme d'arte, del resto. C'è sempre stata una parte di me che si è sentita insofferente nei confronti della realtà in cui vive. Per questo ho cominciato a scrivere. Per fuggire da una realtà che non mi piaceva. Scrivere mi permette in un certo senso di creare realtà alternative, di vivere vite diverse dalle mie. L'arte ha la straordinaria capacità di metterti in contatto con la parte più profonda di te stesso, un lato misterioso di cui siamo inconsapevoli. Non c'è niente di più catartico di questo.

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