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Autore: Mauro Zanetti
I fili del mondo
Storico
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I fili del mondo
Quando nevicava lo faceva in maniera decisa, come per l'appunto avvenne in quel gennaio del 1657, così importante per la storia del piccolo paese trentino.
Nelle ultime dodici ore il paesaggio era mutato completamente e non si riconoscevano più nemmeno le strette vie del borgo che erano diventate un unico tappeto bianco. Nei campi erano sparite le stradine che collegavano gli orti alle abitazioni e anche molti steccati di confine erano sommersi dal soffice candore della neve che aveva cancellato ogni segno di presenza umana, incluse le linee che delimitavano le proprietà: in quei giorni l'unica proprietaria era la neve e il resto diventava improvvisamente di tutti.
I più eccitati da questo cambiamento erano senza dubbio i bambini che uscivano di casa allegri come non capitava mai durante il resto dell'anno, per celebrare quella magia che si ripeteva ogni inverno. Si buttavano dai balconi delle basse abitazioni per atterrare con un tonfo morbido che li faceva sentire protetti e sicuri, molto meglio dei balzi che in estate facevano sui covoni di fieno ammucchiati nelle stalle. Rispetto al fieno la neve aveva il vantaggio di non farli starnutire dopo ogni salto e portava con sé una sensazione di fresco e di pulito che raramente si trovava altrove, mille divertimenti scendevano in dono dal cielo assieme all'abbondante nevicata: si potevano lanciare le palle di neve, divisi in squadre e fingendo che fosse scoppiata una giocosa guerra tra due eserciti immaginari, si potevano improvvisare decine di costruzioni lasciando libero sfogo alla fantasia e nelle piazze si vedevano ovunque pupazzi, animali scolpiti, castelli o semplicemente muraglie e cunicoli utilizzati per creare mondi fantastici, passaggi segreti e avventure meravigliose.
Anche gli adulti, per una volta all'anno, si lasciavano travolgere dall'entusiasmo dei più piccoli e non era per niente raro vedere in quelle terre austere uomini intenti ad aiutare i figli con pale e buona volontà per organizzare al meglio i loro divertimenti, quando addirittura non scoppiavano battaglie a suon di palle di neve anche tra i grandi, che riscoprivano per qualche minuto la leggerezza di esistere. Ai grandi, però, non era concesso di vivere le lunghe nevicate invernali con l'entusiasmo giocoso dei bambini visto che a loro toccava l'incombenza di gestirne gli evidenti disagi, come spalare le vie per permettere alla gente di spostarsi o liberare al più presto gli usci delle case e delle stalle per poter raggiungere e cibare gli animali.
Nonostante il lavoro che una nevicata così abbondante aggiungeva alla vita di uomini e donne, cui la fatica non sarebbe comunque mancata, tutti erano lieti di osservare ogni anno quella piccola bianca sorpresa che si rinnovava. Non solo la neve cambiava radicalmente il paesaggio e i lineamenti della cittadina rendendo straniante muoversi tra i vicoli che apparivano come luoghi nuovi e mai esplorati, ma ogni cosa sembrava anche più pulita e più bella. Per non parlare della coltre di silenzio che si posava su Ala ovattando ogni suono, la neve era capace di compiere il prodigio di abbassare il volume del mondo.

La chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta svettava sul borgo di Ala dall'alto del colle sul quale era stata costruita e consacrata nel 1488.
La solenne facciata con frontone si imponeva allo sguardo da centinaia di metri al viandante che si avvicinava all'abitato ma solo da qualche anno l'imponenza della costruzione era stata aumentata dalla torre campanaria, fatta erigere dall'arciprete Alfonso Bonacquisto. Quella mattina il parroco era appena entrato in chiesa dopo aver percorso in fretta il breve tratto che la separava dalla canonica; era una mattinata gelida e la neve soffice e polverosa caduta abbondante nelle ultime ore superava già il mezzo metro. Don Alfonso si ritrovò borbottante nella navata centrale con i sandali e le calze di lana avvolti dalla neve che dovette scrollare con cura per evitare di ritrovarsi in breve i piedi bagnati, anche all'interno dell'edificio la temperatura era rigida e il parroco camminava veloce per tentare di scaldarsi.
Accompagnato dall'eco dei passi spediti si diresse verso l'altare maggiore a sistemare le ostie consacrate all'interno del tabernacolo. Negli ultimi giorni ripeteva quel gesto con una frequenza quasi ossessiva perché c'era nell'aria la visita del delegato vescovile e don Alfonso sapeva che l'occhio del controllore sarebbe caduto prima di tutto su quel particolare. Era passato quasi un secolo dal Concilio di Trento, conclusosi nel 1563, ma la pratica delle visite pastorali allo scopo di controllare lo stato di conservazione di ogni singola chiesa della diocesi era ancora ben in uso, e tra gli aspetti più valutati vi era proprio il giusto posizionamento del tabernacolo al centro dell'altare maggiore per sottolineare con fermezza la presenza del Cristo nell'Eucarestia. Proprio lì il messo curiale avrebbe posato per primo il suo sguardo, curioso e inquisitore.
Don Alfonso Bonacquisto era un prete saggio e scrupoloso e non aveva alcun motivo di temere i controlli del vescovo, se non per un comprensibile eccesso di zelo. Era vero, però, che si trattava di visite parecchio puntigliose, venivano controllati tutti gli arredi sacri, le statue e gli affreschi, lo stato di pulizia della chiesa e del cimitero e alla prima difformità, gli intransigenti delegati del Principato non esitavano a comminare multe alle comunità inadempienti, tassando il sacerdote preposto e riducendone così le già risicate sostanze.
L'arciprete di Ala accese due candele sulla predella dell'altare e si inginocchiò per pregare nel silenzio dell'alba. Lame di fredda luce azzurrognola penetravano dalle aperture laterali illuminando appena le tre navate, mentre era assorto nell'orazione del Simbolo Apostolico che mormorava tra sé e sé ogni mattina.
Esattamente sull'amen il parroco venne distratto dal rumore del portone della chiesa che si era aperto di schianto. Si girò lentamente, credendo che una folata di vento invernale fosse responsabile dell'accaduto, ma rimase perplesso e sorpreso nel vedere invece due figure stagliarsi inaspettate sulla luce bianca dell'alba di sfondo.
- Chi viene a quest'ora? - , esclamò il prete piuttosto stupito visto che erano le sei del mattino e assunse una postura vigorosa, anche se il tono di voce rimase gentile e benevolo.
- Ci aiuti padre... - , a parlare era stato l'uomo alla destra che subito accennò incerto a un inchino. Anche l'altra persona si piegò in avanti ma non per porgere i suoi saluti al prete, difatti crollò sulle ginocchia, barcollò qualche istante in quella strana posizione e si accasciò al suolo, svenuto.
- Oh buon Dio! - , esclamò l'arciprete precipitandosi verso l'ingresso.
- Lo prenda per i piedi e mi aiuti a portarlo in sacrestia! - , disse don Alfonso all'altro uomo, che in silenzio obbedì quasi tremando. Percorsero la navata nel senso della lunghezza fino a giungere nel presbiterio dal quale, attraverso una porticina, arrivarono in sacrestia. Col fiatone per lo sforzo e l'emozione i due adagiarono il poveretto sul tavolo di legno posto in mezzo alla stanza.
- È sicuramente svenuto per la fatica, siamo partiti a piedi da Verona ieri e siamo in cammino da più di dieci ore - , disse l'uomo con la voce rotta e si sedette su un baule con la testa tra le mani, allo stremo delle forze. Lo sguardo di Bonacquisto era forte e sicuro, senza ombre di paura. Il suo senso d'umanità prevaleva del tutto sulla percezione del rischio: chi erano quegli uomini in viaggio nella notte? Da cosa fuggivano?
- Anime, solo anime... - , ripeteva la sua mente pura di sacerdote e mostrò la sua fiducia e il suo senso del dovere rivolgendosi al viandante, provato ma vigile.
- Aspetti, le porto qualcosa da mangiare... - , frugò nella dispensa e dopo qualche istante gli porse del pane e del formaggio, cui aggiunse una brocca d'acqua gelata dal freddo mattutino. Si chinò poi sul volto dell'altro, disteso, osservandolo con sguardo acuto, poi sollevò il capo e si rivolse al primo parlando quasi sottovoce.
- Il suo amico sta dormendo. Lasciamolo riposare per ora, potrà mangiare più tardi... anzi si stenda anche lei così dopo mi racconterà cosa vi porta nella mia pretura - .
- Grazie padre, grazie infinite! - , rispose l'uomo quasi piangendo mentre si sdraiava sul pavimento di legno, adagiando la testa sulla grande sacca che si era appena tolto dalle spalle e che aveva appoggiato al muro.
- Il mio nome è Enrico Canepa. Sono un tessitore in fuga da Genova a causa del flagello della peste - , aggiunse porgendo la mano al parroco che gli si era avvicinato.
- Alfonso Bonacquisto da Riva - , rispose quest'ultimo stringendogliela con calore e senza pensare al morbo.
- Vado a prendervi un paio di coperte. Quando avrete recuperato le forze, tra qualche ora, avremo modo di parlare - .
Quando il parroco rientrò in sacrestia con le coperte anche il Canepa era caduto nel sonno dopo aver divorato il cibo, si limitò così ad adagiare le coltri sui due ospiti, si segnò il petto guardando i due poverini e tornò nella chiesa che trovò ancor più gelida di prima a causa del portale rimasto aperto per l'urgenza del soccorso. Lo richiuse vincendo il vento, riguadagnò l'altare e riprese a pregare la madre del Cristo.
A dire il vero il parroco non riusciva a concentrarsi sull'orazione. La sua mente era distratta e continuava a chiedersi se non avesse peccato di ingenuità ospitando i due sconosciuti. Certo lo spirito cristiano d'accoglienza, ci mancherebbe, ma se quelli stessero fingendo? Se fossero dei malintenzionati in cerca di qualche oggetto da rubare? In fin dei conti, pensava don Alfonso, ultimamente non si sente parlare d'altro che di scorribande e malefatte perpetrate da briganti che vivono sui monti Lessini e che scendono di tanto in tanto per portare scompiglio nei borghi del fondovalle.
Tormentato da questo dubbio tardivo, si avvicinò di soppiatto per dare un'occhiata in sacrestia dove i due forestieri dormivano, russando rumorosamente. Nel vedere i calzari di cuoio consumati sino a essere quasi inutilizzabili, le mani livide e screpolate dal freddo e le pesanti sacche buttate sul pavimento, don Alfonso si vergognò per aver pensato male.
L'uomo con cui aveva parlato diceva di essere un tessitore genovese e ciò accresceva la sua curiosità: cosa mai poteva averli spinti a raggiungere prima Verona e in seguito Ala? La questione della peste era credibile ma avrebbero potuto essere in fuga anche per altro, non era poi così inconsueto che dei criminali si dessero alla macchia per sottrarsi alla forca. Il tarlo del sospetto si insinuava ancora tra i suoi pensieri, lo scacciò all'istante dando retta all'intuito che lo spingeva a fidarsi sperando anche, perché no, nella divina provvidenza.

Mauro Zanetti

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