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Autore: Angela Cavazzuti
Ricordati di uccidere
Thriller Psicologico
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Ricordati di uccidere
La scure di Antoine si abbatté sul vecchio che aveva osato prendere le difese della giovane: il suo braccio rotolò di lato come un ramo staccato dall'albero, inondando di rosso il marciapiede.
Jann fissò per qualche minuto l'ultima frase scritta. Prese la tazza di caffè e sorseggiò lentamente il liquido ormai tiepido. Si passò una mano sulla barba. Doveva rasarla. Aveva iniziato a scrivere il nuovo romanzo da due giorni e non ricordava di essersi alzato dalla sedia che qualche volta, per andare in bagno o sbocconcellare un panino. Si appoggiò allo schienale della grande poltrona in pelle nera con un sorriso di soddisfazione. Come sempre, aveva la sensazione che le sue storie si scrivessero da sole. Era come se i personaggi vivessero di vita propria, decidendo autonomamente il dipanarsi della trama. Qualche tempo prima aveva letto che il celebre romanziere Stephen King scriveva un capitolo al giorno. Un solo capitolo. Ma perfetto. All'inizio della propria carriera di scrittore, Jann ci aveva anche provato ma questo metodo rigoroso non faceva per lui. Lui era diverso: era troppo istintivo per imporsi delle regole. Poteva passare giorni senza accendere il computer poi, quando arrivava l'ispirazione, scriveva ore e ore senza interruzione. Gli capitava spesso di trascorrere notti intere senza dormire, tanto era il bisogno di mettere su carta ciò che gli passava per la testa. Si massaggiò gli occhi arrossati. Era stanchissimo. Rigirò tra le mani una copia del suo ultimo romanzo, “La notte che mi hai uccisa”. Pubblicato da pochissimo, era già entrato nella classifica dei romanzi più venduti in Belgio e sarebbe ben presto stato tradotto in diverse lingue, per affrontare il mercato europeo. Si trattava del secondo episodio della saga dedicata a Matthieu – il serial killer dal lato umano – e aveva subito bissato il successo del libro d'esordio. Yves, il suo editore, non aveva dovuto insistere molto per convincerlo a iniziare il terzo volume. Matthieu, il protagonista, era più vivo che mai nella sua mente e premeva per uscire. Jann moriva dalla voglia di dargli vita ancora una volta. La trama della nuova storia si delineava giorno dopo giorno con tale chiarezza che le sue dita correvano sulla tastiera da sole, come se sapessero già cosa scrivere. Era una sensazione esaltante.
Il campanello interruppe i suoi pensieri. Guardò il grande orologio a muro: le 9:20. Probabilmente il postino. Da quando scriveva romanzi, riceveva una quantità smisurata di lettere di ogni genere: ammiratori, mitomani, proposte di collaborazione, regali, manoscritti di aspiranti scrittori, minacce. Insomma, veramente di tutto. Il postino, ormai, sapeva bene che non era necessario suonare ma che poteva mettere la posta nella grande cassa a lato del garage. Probabilmente il vecchio Paul aveva avuto un altro attacco di lombaggine ed era stato sostituito temporaneamente. Era già successo. Niente di grave. Avrebbe approfittato di questa pausa per farsi un altro caffè e un toast. Si passò le mani tra i capelli un po' scomposti, allargò le braccia stirando la schiena e si avviò verso la porta a vetri dell'ingresso.
Il grosso gatto soriano dal pelo grigio/blu gli passò tra le gambe, rischiando di farlo cadere. - Ehi, Baudelaire - lo accarezzò lui. - Hai fame? Dai, adesso ti apro una scatoletta di pappa. Aspetta solo un attimo. -
Prendendo il gatto in braccio, Jann raggiunse finalmente la porta d'ingresso e l'aprì.
Si guardò intorno. Nessuno. Qualcosa attirò la sua attenzione: sulla grande pietra d'ardesia che decorava il vialetto d'ingresso, qualcuno aveva deposto con cura una piccola busta bianca. Dopo aver verificato ancora una volta che il postino non fosse nei paraggi, la raccolse, curioso, e chiuse la porta.
Tornò al bancone della cucina e riempì la ciotola di croccantini. Il gatto smise di piangere e iniziò a mangiare soddisfatto. Jann accese la macchina del caffè. In attesa che la spia luminosa si spegnesse, si rigirò la busta tra le mani. Nessun destinatario né mittente. Mise una capsula nella macchina espresso e fece scendere un caffè lungo. Si sedette al bancone della cucina e aprì la busta.
Capitolo 2
21 AGOSTO Oggi pomeriggio lui non era in spiaggia. Forse è andato all'escursione proposta dall'hotel? Comunque la sua auto è ancora là. Dunque, non è partito! Peccato, però, perché avevo messo il pareo azzurro con il due pezzi blu elettrico e stavo proprio bene. Un sacco di uomini si sono voltati a guardarmi, anche quel cretino del barista, che ieri mi ha fatto l'occhiolino. È giovane, con un grande naso, e quando ride mette sempre la mano davanti alla bocca per coprire l'apparecchio. Che imbecille! Anche LUI l'altro giorno mi ha guardata, quando mi sono sdraiata sul mio asciugamano. E quando si è accorto che lo osservavo mi ha sorriso e mi ha detto “Buongiorno”. Credo che mi abbia notata! Anche se poi ha continuato a leggere (o a fare finta di leggere?). Oggi sono rimasta in spiaggia tutto il pomeriggio ma lui non si è visto. Chissà se stasera cenerà in hotel? Spero proprio di sì. Adesso vado a fare la doccia e poi mi preparo per cena. Voglio mettermi il vestito bianco corto e gli orecchini dorati che mi ha regalato papi. Stasera mi noterà di sicuro! Jann aggrottò le sopracciglia e controllò l'interno della busta. Niente. Conteneva semplicemente quel foglio. Se lo rigirò più volte tra le mani, perplesso. Nessun messaggio aggiunto, alcun mittente o numero di telefono. Se era parte di un romanzo e lo scopo era avere un'opinione... beh... l'autore aveva trovato il modo di attirare la sua attenzione. Quanto allo scritto... assai banale e un po' infantile. Sembrava il diario di un'adolescente. Così, da solo, voleva dire ben poco.
Certo – rifletté tra sé e sé – ce ne sono di svitati al mondo! Appallottolò la pagina e la gettò nella spazzatura. Si avviò verso la dispensa con l'idea di prepararsi qualcosa da mangiare. Poi fece dietro front, sorridendo. La cosa, in fondo, era simpatica. Stuzzicava la sua fantasia. Magari nei giorni seguenti l'autore avrebbe inviato il seguito. Aprì la spazzatura e recuperò il foglio. Lo lisciò alla bell'e meglio e lo mise nell'ultimo cassetto del mobile, nel salone. Finalmente prese il pane da toast dalla dispensa.
Capitolo 3
L'uomo con gli occhiali scuri prese il resto senza alzare lo sguardo. Mise velocemente la rivista hard dentro la tasca interna della giacca e si allontanò biascicando un saluto. Céline guardò l'orologio e sorrise: ora di chiusura, finalmente!
Pascal portò dentro l'ultimo pannello pubblicitario e lo piazzò a fatica nello spazio angusto della piccola edicola. - Voilà, principessa, anche per oggi è fatta. Prendi il cappotto e andiamo. -
La ragazza spense il piccolo riscaldamento elettrico e rabbrividì. Era stata una bella giornata calda ma, una volta sparito il sole, un vento pungente aveva reso l'aria gelida.
- Non rientro con te, papà, stasera. Te l'avevo detto, ricordi? Ho appuntamento con Marie per un aperitivo. - - E dopo? -
- Marie mi darà uno strappo fino a casa. - Infilò il cappotto e salutò il padre con un bacio sulla guancia. - Non mi aspettare sveglio, eh? Probabilmente farò tardi. -
Pascal salì in auto e si sporse dalla portiera un'ultima volta: - Non bevete troppo, mi raccomando! Soprattutto Marie che deve guidare! E fate attenzione! -
La figlia gli sorrise alzando gli occhi al cielo. Gli inviò un ultimo bacio con la mano prima di girare le spalle e allontanarsi. Pascal accese il motore e fece inversione per immettersi nella giusta carreggiata. Dopo qualche secondo i suoi fari sparirono lontano, inghiottiti dal traffico della sera.
Céline si sistemò i lunghi capelli neri scompigliati dal vento e sorrise tra sé e sé. Suo padre continuava a trattarla come una ragazzina. Sempre le stesse raccomandazioni, ogni volta che usciva. Ma lei lo adorava. Da quando la madre era morta, tre anni prima, lei e il padre avevano un rapporto simbiotico. Una complicità e un amore esclusivi e unici. Aprì la borsa e ne estrasse un piccolo specchietto a forma di cuore. Si passò il rossetto sulle labbra, mise un po' di mascara e si osservò attentamente: beh, non era proprio al top, ma neanche orribile. Si strinse nel cappotto leggero e accelerò il passo. Le strade erano già immerse nel buio e lentamente si svuotavano del viavai che le aveva animate durante il giorno. Amava la notte, quando la luce dei lampioni oscurava le forme delle case e il silenzio era rotto solo dal rumore dei passi sul pavet. La casa di Marie non era proprio a due passi ma, conoscendo le giuste scorciatoie, sarebbe arrivata in dieci minuti. Lasciò rue Jacques Hoton per entrare in rue Crocq. Allontanarsi dalla grande strada perfettamente illuminata ed entrare nella stradina stretta e buia non le creò alcun problema: era nata a Bruxelles. Conosceva la città come le sue tasche e si sentiva a suo agio ovunque.
All'altezza del magazzino Chic, uno dei suoi preferiti, non seppe resistere. Si avvicinò alle due vetrine ancora illuminate per vedere meglio i vestiti esposti. Individuò due o tre capi niente male e si ripropose di passare in orario di apertura per comperare qualcosa. Si chiese cosa sarebbe piaciuto a “lui”. Che colore amava? Non ne aveva idea. Glielo avrebbe domandato non appena l'avesse visto, trovando una scusa.
Un gruppo di giovani le passò accanto. Il più grande di loro, evidentemente in stato di ebrezza, le toccò un braccio e fece qualche commento un po' volgare. Ignorandolo, si allontanò dalla vetrina del negozio e riprese a camminare guardando avanti. Il giovane alzò le mani in segno di resa e raggiunse nuovamente il gruppo, insultandola pesantemente.
Continuò a camminare senza voltarsi fino a che le voci dei ragazzi non si spensero lontano e la strada non tornò deserta e silenziosa. I pensieri corsero al tubino rosso visto poc'anzi. Si chiese quali scarpe avrebbe potuto abbinarci. Per i bijoux non c'era problema. La lunga collana di corallo sarebbe stata perfetta. Certo, il vestito era un po' caro. Ma era uno sballo. Si annotò mentalmente di verificare sull'applicazione della banca quanto le restava sul conto.
Crick. Lo scricchiolio di un ramo, poco lontano, ruppe il silenzio e la fece sobbalzare.
Si girò di scatto ma non vide nulla, se non il vicolo deserto immerso nel buio. Attese qualche secondo. Silenzio. Fissò con attenzione la parte di strada che aveva già percorso, cercando di individuare la fonte del rumore. Nulla. Poi le parve di sentire un leggero ticchettio. Dei passi. Un brivido le percorse la schiena suo malgrado. Qualche attimo dopo una donna, avvolta in una grande stola nera e grigia, emerse dall'ombra camminando velocemente. Le passò accanto spandendo attorno a sé una nuvola di profumo mista a odore acre di sigaretta. Céline guardò la schiena della donna allontanarsi rapidamente, inghiottita dalla notte. Il vicolo ricadde nel silenzio. Emettendo un piccolo sospiro, riprese il suo cammino.
Il contatto delle sue scarpe sul selciato produceva un suono stranamente lungo e intenso. Suo malgrado fu assalita da un senso di inquietudine.
“Come se qualcuno camminasse dietro di me, allo stesso ritmo” pensò. Si girò diverse volte di scatto per assicurarsi di essere sola. Nessuno. Tuttavia accelerò il passo. “Leggo troppi libri gialli” si disse sorridendo. “E, a partire da domani, basta guardare trasmissioni di cronaca nera!”
Crick. Questa volte il rumore era stato più forte e più vicino. Fissò le ombre del vicolo davanti a sé e si chiese quanto ancora mancasse all'intersezione con Avenue Georges Henri. Senza averlo deciso, le sue gambe aumentarono il ritmo. L'eco dei suoi passi continuò a risuonare dietro di lei. O nella sua testa?
Crick. Ancora? Il vento? La suggestione? Non se lo chiese più di tanto: cominciò a correre. I tacchi rendevano la sua corsa lenta e faticosa. La fibbia della borsa le batteva contro la coscia procurandole un lieve dolore: sicuramente domani avrebbe avuto un bel livido proprio là. Ciò nonostante si fece forza e continuò a correre sbuffando rumorosamente. Non rallentò fino a quando, una ventina di metri più avanti, non scorse la luce della grande Avenue alla fine del vicolo. Il viavai di auto in lontananza e le case rischiarate dai lampioni la fecero sentire immediatamente meglio.
“Che stupida sono” pensò sorridendo. “Quanto stress per nulla!”
Lo stress rovina la pelle. Lo aveva letto da qualche parte, ma dove? Ansimando, arrestò la corsa. Appoggiò le mani sulle cosce e chiuse gli occhi, inspirando a fondo l'aria fresca della sera.
Crick. Questa volta più forte, inequivocabilmente a poca distanza da lei.
Ebbe appena il tempo di aprire gli occhi....

Angela Cavazzuti

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Erri De Luca Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
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