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Il volo dell'aquila.
Ritornai velocemente agli studi televisivi. Quel pomeriggio dovevamo registrare il programma che sarebbe andato in onda il successivo sabato. Io facevo parte del corpo di ballo che partecipava alla realizzazione del talent. Dopo il fatto di Jacopo ero riuscita in qualche modo a diplomarmi ma subito dopo me ne ero andata via da Milano, incapace di sopportare i commenti e le domande di ogni amico mio o di Jacopo, che non si capacitava e voleva capire cosa lo avesse spinto a quel gesto estremo. Ed io non avevo risposte da fornire. In più, la situazione in casa era diventata insostenibile con mio padre e mia madre che scappavano in continuazione in direzioni diverse e non si parlavano più. Dunque, ero andata a Londra con il pretesto di imparare bene la lingua frequentando anche l'università in quella città e, il mio allontanamento aveva decretato la fine della mia famiglia. Mio padre, un rinomato cardiochirurgo aveva mollato il lavoro e se n'era andato in Tasmania per dedicarsi al sidro di mele, del resto, avrebbe pur dovuto impegnare il suo tempo in qualche modo dal momento che non aveva più cuori sottomano da riparare, a parte il proprio, metaforicamente parlando. Mia madre insegnante di un liceo, aveva continuato l'insegnamento ma non era più stata la stessa e si era completamente disinteressata di me e, anche se non lo aveva mai ammesso a chiare lettere, non ignoravo che mi ritenesse responsabile della fine di Jacopo. Pertanto, ero scappata anche da lei. Il primo anno a Londra avevo studiato e lavorato come cameriera continuando però, ad assecondare la mia passione per il ballo. Avevo preso lezioni da quando avevo quattro anni e, continuare a farlo anche dopo, a Londra, era stata la mia ancora di salvezza. Seguire la mia passione era stato lo scopo primario della mia vita in quegli anni. Il secondo anno a Londra avevo partecipato ad un talent televisivo. Mi aveva iscritta a mia insaputa una compagna dell'università perché non voleva partecipare da sola e perché le avevo accennato che danzavo. In quel talent si gareggiava in squadre sia per il circuito danza, sia per il circuito canto. La mia amica cantava molto bene ma non sapeva muoversi su un palco. Avevo vinto il circuito danza sia con la mia squadra, sia singolarmente e, oltre a un cospicuo premio in denaro, mi era stato offerto un ingaggio con una compagnia internazionale molto famosa. La tournée in giro per il mondo era durata due anni, durante i quali avevo ancora continuato a studiare per laurearmi e poi, alla fine di quel percorso, ero rientrata in Italia. Ero però, andata a Roma, perché Milano continuava a starmi stretta e là, avevo cominciato a lavorare come ballerina professionista in un altro talent. A Roma c'era una scuola famosa e i ragazzi che venivano ammessi con i casting, gareggiavano studiando canto e ballo per diversi mesi, vivendo tutti insieme ma isolati dalle famiglie, fino a concludere quel loro proficuo percorso con le gare ad eliminazioni che erano registrate e mandate in onda al serale, pertanto, il mio viso era abbastanza noto, così come quello della conduttrice e di ogni altro professore o professionista che partecipasse a quel programma. Spesso finivo anche sui giornali e i fotografi mi paparazzavano a mia insaputa. Danzavo dunque, per preparare i quadri o le coreografie che avrebbero dovuto imparare gli allievi o che facevano da contorno alle esibizioni dei cantanti. Nei passi a due mi esibivo sempre con Miguel Ernandez e ci avevano attribuito una storia d'amore inesistente. Miguel era fidanzato con uno dei professori ma, non avendo fatto coming out, in pochi erano al corrente della sua omosessualità. E poi, era un uomo con tutti gli attributi e quando ballavamo insieme, data la nostra larga intesa, pareva davvero che fossimo complementari. Da quattro anni, quindi, ballavo con il corpo di ballo del programma che mi impegnava nove mesi su dodici. Per i restanti tre, del periodo estivo, partecipavo a spettacoli teatrali o mi riposavo. In quei quattro anni mi ero allontanata due volte al seguito di un paio di compagnie ma solo per pochi mesi. Ero soddisfatta. Il lavoro mi piaceva, facevo ciò che amavo e sapevo farlo bene, continuavo a studiare per migliorarmi e, in più, ero anche cospicuamente retribuita, sia come professionista, sia come partecipante al programma televisivo. Inoltre, pubblicizzavo anche prodotti che riguardassero la danza o lo sport in generale e pure la pubblicità fruttava bene. E finalmente, dopo quattro anni cominciavo a farmi degli amici anche tra i colleghi, a partire da Miguel che era stato il primo con cui fossi entrata in sintonia. A Roma nessuno conosceva la storia di Jacopo, pertanto, nessuno faceva domande. Però, non so più da quanto tempo non frequentassi un uomo. Forse ero diventata asessuata. Dunque, la sfera affettiva lasciava a desiderare ma mi ero abituata. Dopo otto anni di quasi totale anaffettività, non ci facevo più caso, ma forse a ventisei anni qualcosa cambia nel corpo di una donna e magari, fu per quello che Stefano mi colpì, o per le affinità del carattere. Eravamo entrambi dei solitari ma questo non lo sapevo ancora. Registrammo il programma e poi me ne andai a casa ma quella sera ero inquieta. Focalizzare la mia attenzione su quel bel ragazzo che mi aveva ricordato Jacopo aveva innescato i ricordi che tornavano a far capolino nella mente nonostante cercassi di concentrarmi su una serie televisiva che stavo seguendo, forse perché era l'anniversario di quel giorno fatidico, quello che aveva visto la vita di mio fratello spegnersi, per sua volontà. Avrei voluto chiamare mia madre, sentire come stava, informarmi di quello che faceva. Anche la scuola stava per terminare. Lei aveva completato un altro ciclo d'insegnamento. Com'erano i suoi studenti? C'era qualcuno che le rammentasse il nostro Jacopo? Qual era il più talentuoso? E quanto avrebbe scommesso su di lui? Di chi si era presa cura quell'anno? C'era sempre qualcuno con evidenti problematiche che le stava maggiormente a cuore. Esitai con il telefono cellulare in mano, poi lo rimisi giù, la mente piena di Jacopo, Jacopo e il suo corpo stranamente intatto ma senza vita dopo un volo di otto piani. Otto era il mio numero. Le cose significative erano accadute tutte nei giorni 8 a cominciare dalla mia nascita. Era stata una giornata come tante quella di otto anni prima in cui Jacopo aveva deciso di andarsene, una giornata bella, calda, un po' ventilata, impegnativa. Studiavo per gli imminenti esami di maturità, stranamente da sola nella mia camera perché la mia amica Rebecca aveva il ciclo, stava male e aveva disertato. Ignoravo cosa Jacopo stesse facendo nella sua ma sapevo, che anche lui era a casa. Ultimamente usciva poco, parlava ancora meno e non mi voleva tra i piedi. Ed io pensavo che si stesse consumando con l'autoerotismo e che si concedesse a lunghe pratiche solitarie. Di tanto in tanto interrompevo la ripetizione dell'esposizione che riguardava gli autori italiani, cercando distrazioni col telefono, scorrendo le notifiche che mi pervenivano dai social. Sgranocchiavo una percoca, quelle belle pesche gialle dalla polpa croccante. (Ho sempre adorato la frutta e ancora oggi, spesso, costituisce il mio pasto quotidiano ma non mangio più le percoche.) Poi mi accorsi che mio fratello aveva pubblicato un post. No, nulla che riguardasse amore o autoerotismo. Aveva presentato una foto bellissima che ritraeva un'aquila maestosa ad ali spiegate nel vento. E sotto la fotografia c'era il suo pensiero. “Sono pronto a spiccare il volo. È arrivato il momento. Vorrei tanto salutare la mia sirenetta ma sono certo che, se andassi ora di là, lei capirebbe e mi fermerebbe. Perciò ti saluto qua, mia piccola dolce sirena. Grazie di esserci stata. Ti voglio bene.” Ma ... era per me quel post? E che significava? Esitai rileggendolo più volte e se solo non avessi esitato, se solo invece di provare a capire quelle parole chiarificatrici mi fossi precipitata in camera sua, forse, lo avrei fermato. Invece mi attardai cercando di capire che aveva voluto dirmi. Mi alzai incerta e raggiunsi la sua camera. «Jacopo» chiamai fuori della porta chiusa e non ottenendo risposta abbassai la maniglia. Mi apparve subito la portafinestra spalancata, le tende che svolazzavano nel vento e un brivido mi corse giù per la schiena con la percezione dell'irreparabilità. Oh, lo sapevo. In cuor mio sapevo cosa era successo ma lo negavo con tutte le forze, così continuai a chiamare Jacopo cercandolo nella stanza ed entrando anche nel suo bagno personale sperando di trovarlo seduto sulla tazza. Lui mi avrebbe insultata per aver interrotto un suo momento così intimo e privato e poi, avremmo riso insieme, io disgustandomi per la puzza, lui smadonnando. Ma Jacopo non c'era. E benché rifiutassi di andare sul balcone, le mie gambe si mossero in quella direzione, piano, ma inesorabili. Scuotevo il capo, dicendomi che non era vero niente! Ciò che voleva invadermi la mente non era fattibile, non era concepibile, perciò, non era da prendere in considerazione! Alla fine, approdai sul balcone e fui inondata dal sole e dal vento. Avanzai fino a porre la mano sulla ringhiera ed esitai, dicendomi che stavo sbagliando, che, quando mi fossi sporta non avrei visto il corpo di mio fratello spappolato sull'asfalto e che da un attimo all'altro, lui mi avrebbe chiamata proveniente da qualche altra stanza della casa. Forse era andato in cucina ed io non lo avevo visto passare. Mi morsi il labbro e mi feci avanti lentamente e poi rimasi così, l'urlo immobile nella mia gola, l'orrore negli occhi, l'angoscia nella mente perché Jacopo era entrato nel mio raggio visivo. Era laggiù, inerme. Non era spappolato ma immobile, gli arti piegati irregolarmente, una macchia scura che si andava espandendo sotto il suo capo che recava ancora il codino, gli occhi aperti a osservare il cielo, quel cielo in cui aveva spiccato il volo per non so quale assurdo motivo. Se davvero avesse voluto volare, non avrebbe potuto chiedere al papà il denaro per volare col deltaplano? Scivolai in terra privata della mia forza, del mio mondo, di tutto ciò che avevo conosciuto fino a quel momento e che avevo perso senza una ragione apparente. Non lo so e non saprò mai che cosa sia passato nella testa di mio fratello, né lui ha lasciato nulla di scritto che spiegasse quel suo gesto, a parte il suo saluto per me sui social. In seguito, studiando i suoi profili social era emerso un certo disagio, considerazioni strane e pessimistiche ma troppo poco per capire cosa poi, lo avesse spinto a quella soluzione fatale. Immaginavo Jacopo in piedi sulla ringhiera, oscillante nel vento, le braccia aperte come le ali di quell'aquila di cui aveva pubblicato la foto, mentre spiccava il volo e atterrava con uno scossone che lo aveva svuotato della sua preziosa vita sul selciato sottostante e poi lo immaginavo tornare su, come se vedessi le scene di un film che si svolgevano all'indietro, fino a farlo ritornare con i piedi sulla ringhiera e dopo, di nuovo spiccava il volo, per tornare dopo qualche secondo, di nuovo su. E non so più quante volte rividi quelle sequenze nella mente, avanti e indietro, avanti e indietro, inesorabili. Dopo un po' che ero lì sul balcone, imbambolata ma penosamente consapevole dell'ineluttabilità di certe azioni, udii vociare, poi mi giunsero delle grida, il suono di una sirena d'ambulanza in avvicinamento, lo squillo del cellulare di Jacopo e poi, il mio, ma era tutto lontano da me, come se avvenisse in un'altra dimensione a me estranea. Rimasi lì per oltre mezzora, la schiena appoggiata alla ringhiera, il capo ripiegato sulle ginocchia, ripetendomi che era solo un brutto sogno e che presto mi sarei svegliata. Poi arrivò mia madre, avvertita dal portinaio e subito dopo mio padre e tutto quello che seguì è confuso nella mia mente. I ricordi precisi e dettagliati si esauriscono al momento in cui mi sporsi oltre la ringhiera e vidi il corpo di Jacopo nell'erba di un giardinetto ben lontano dalle mura del palazzo. Sì, Jacopo aveva volato!
Carla Tommasone
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