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«Katy, quest'olio va riposto sottochiave e mi raccomando di non lasciarlo toccare a nessuno» chiarì Isabel passando alla fidata domestica un flaconcino contenente un olio chiaro e fluido. «A che serve?» chiese la ragazza volgendosi verso la cristalliera in cui riponevano ciò che era opportuno non lasciare alla portata di tutti. «È un rimedio favoloso per i reumatismi e anche per la stanchezza degli occhi ma non vanno assolutamente superate le dosi giuste. Pochi grammi in più e quell'olio provoca nausea, vomito, dolori e persino l'aborto nei primi mesi di gravidanza, perciò non devi darlo a nessuno. Hai capito bene?» «Sì, Miss Bel, ho capito. Non mi capacito di come queste erbe abbiano così tanti effetti che possono variare dal beneficio al danno. Perché ne avete tenuto un po' in quella ciotola se è così pericoloso?» s'informò la ragazza curiosa. «Voglio spennellare l'olio proprio all'ingresso del giardino delle rose. Ieri ci ho visto una vipera e quest'olio dovrebbe tenerle lontane» spiegò Isabel cercando un attrezzo nella scatola di latta che conteneva i pennelli vecchi. Ne aveva tantissimi che non usava più per dipingere. Le setole si rovinavano o si piegavano dopo qualche applicazione di colore e non ne apprezzava più il tratto, mettendoli da parte. Uno scalpiccio di passi la distrasse. Si volse giusto in tempo per vedere entrare Lady Jane nel laboratorio. Evidentemente aveva corso perché era affannata e con qualche ricciolo dell'elaborata acconciatura fuori posto. «Isabel è appena arrivato il marchese di Salisbury per incontrare William. Vuoi vederlo?» chiese con sguardo malizioso, le guance arrossate dall'eccitazione e dalla corsa. Sembrava molto più giovane di quanto in realtà non fosse. Il cuore di Isabel mancò un battito. «Sì, certo, ma non posso presentarmi così» obiettò la ragazza mostrando la veste da lavoro e il grembiule macchiato di tintura ed erbe che indossava. «No, no, restiamo nascoste e lo spiamo» assicurò Jane. «Bene, andiamo, Katy, fai sparire quella ciotola e chiudi a chiave la cristalliera» si raccomandò Isabel muovendosi rapida. Uscirono dal laboratorio e percorsero un lungo corridoio silenzioso e deserto. Isabel aveva scelto il luogo più lontano e isolato dal resto della magione per installarci il suo opificio ove cuoceva e lavorava le piante officinali nel massimo riserbo. Le persone con le sue conoscenze erano spesso indicate come streghe o guaritrici, in base all'esito positivo o negativo dei rimedi proposti e lei non desiderava che le si attribuisse alcuno dei due titoli. «Dov'è adesso il Marchese?» s'informò un po' in ansia. «In anticamera, in attesa di vedere William. A quanto pare, è arrivato in anticipo. Tuo padre lo aspettava solo domani e ora non c'è. Due suoi amici lo accompagnano e James li controlla.» Isabel sorrise. «Il caro James potrebbe anche lasciarli da soli. Dubito che vogliano incendiare i tendoni dell'anticamera o rubare l'argenteria.» Anche Jane sorrise. «No, teme solo che la noia dell'attesa li spinga a ficcare il naso dove non devono» spiegò Jane e un impeto di riconoscenza verso l'anziano servitore colmò il cuore di Isabel. Sì, lo sapeva che James avrebbe posto il proprio corpo a difesa della sua persona e degli spazi che si era riservata per le sperimentazioni dei colori o dei medicamenti. Svoltarono in un labirinto di corridoi, poi, finalmente arrivarono a una scala che conduceva alle stanze della servitù. Oltra la scala, in un piccolo vano nascosto, c'era un'antina che celava due strette fessure attraverso le quali era possibile stabilire se ci fosse qualcuno in attesa nell'anticamera. Serviva alla servitù per intervenire quando ci fosse stato un ospite. Nell'anticamera quelle due fessure erano in corrispondenza della spessa cornice intagliata di un quadro e sembravano far parte della stessa. Solo accostandosi e studiando con estrema attenzione la cornice si sarebbero potute scorgere le spaccature. Jane aprì l'antina e fece segno a Isabel di avanzare. Lei sbirciò dalla seconda spaccatura. «Eccoli tutti e tre. Che bel vedere. Secondo te chi è il Marchese?» chiese Jane osservando i tre uomini distinti che sedavano annoiati sulle sedie dell'anticamera. Isabel li passò in rassegna uno ad uno. Il primo si contemplava un polsino ricco di volants. Forse aveva scorto un'imperfezione del pizzo. Aveva capelli biondi e lisci, il viso tondo e disteso e l'aspetto innocuo del bravo ragazzo di campagna. Quello che sedeva nel mezzo era di sicuro il più fascinoso dei tre, scuro di carnagione e di capelli che risultavano piuttosto mossi e disordinati, e con occhi inquieti che scandagliavano con attenzione tutto ciò che lo circondava tanto che ad un tratto, Isabel temette che potesse accorgersi degli intagli della cornice, ma quelli erano troppo ben camuffati per risultare visibili. Il terzo era quello maggiormente annoiato. Scuro nei colori e belloccio anche lui, sedeva scomposto, con una gamba sul bracciolo e sembrava sfidare con lo sguardo il buon James a rimproverarlo per quella posa ardita. «Mi auguro vivamente che sia il primo da sinistra, perché lo ritengo il più mansueto e malleabile dei tre, tuttavia, qualcosa mi dice che è quello nel mezzo e la cosa un po' mi inquieta perché, anche se è il più bello e sicuramente il più alto a giudicare dalle sue gambe lunghe, mi sembra anche scaltro e fin troppo attento e dubito di poterlo manovrare con facilità.» «E il terzo?» chiese Jane. «È abbastanza bello e irriverente. Quello non ha nessuna intenzione di prendere moglie e vuole solo divertirsi e forse, viaggiare.» Jane si ritrasse e Isabel la imitò. Si guardarono in silenzio. «Allora?» bisbigliò Isabel curiosa, sollecitando una conferma ma l'ampio sorriso che Jane le rivolse le svelò che aveva visto giusto. Con un sospiro tornò a sbirciare dalla fessura. Si concentrò sull'uomo seduto nel mezzo che proprio in quel momento si alzò insofferente. «Dunque, è lui» mormorò studiando lo sconosciuto effettivamente molto alto che marciò verso la finestra con uno scuro cipiglio sul volto. La forma del mento le rivelava che fosse abbastanza ostinato. Era attraente, elegante e distinto, e piacevole a guardarsi nella corporatura non proprio minuta. Avrebbe potuto schiacciarla se avesse voluto. Un giorno non lontano sarebbe finita nel suo letto, stesa sotto di lui. Che provava al riguardo? Si chiese interpellandosi con obiettività. Nulla e no, non aveva paura e nemmeno provava ripugnanza come aveva temuto. L'evidente giovane età, l'aspetto, la postura erano piacevoli e intriganti e non suscitavano disgusto. «Che ne pensi?» chiese Jane. «Fortunatamente non è un essere repellente» chiarì contemplando il Marchese. «Tuo padre non avrebbe mai scelto per te un essere disgustoso» ribadì Jane. Anche lei trovava quell'uomo molto attraente, sicuramente il più interessante fra i tre individui. Sì, effettivamente il primo aveva un'aria mansueta e dimessa e se fosse stato lui lo sposo, forse non sarebbe stato un buon matrimonio. Isabel lo avrebbe manovrato senza sforzo riscontrando una nulla resistenza e questo avrebbe finito presto per annoiarla e indurla a disinteressarsi. Se invece il marchese fosse stato il terzo uomo, ugualmente, con ogni probabilità, non sarebbe stato un buon matrimonio. L'uomo era ovviamente tediato e disinteressato, con uno sguardo impertinente che riservava a James, come a provocarlo per movimentare un po' quell'attesa. Era di sicuro un burlone che si prendeva gioco di tutti, e anche abbastanza immaturo, per giunta, quindi non pronto ad affrontare una vita coniugale. Il Marchese no, lui aveva un'aria sicura e responsabile, sì, e con quell'uomo c'erano buone probabilità che Isabel restasse coinvolta e intrigata. Sembrava sapere il fatto suo, il bel Marchese e non essere un tipo facilmente plasmabile. Soprattutto il mento rivelava la sua ostinazione, gli occhi parlavano della sua scaltrezza, la fronte della sua intelligenza, la postura della sua sicurezza e della determinazione che Jane, in cuor suo, approvò perché era ciò che serviva a Isabel. L'ostinazione dell'uomo avrebbe indotto la ragazza a intestardirsi e le avrebbe impedito di disinteressarsi della vita coniugale, la scaltrezza del Marchese l'avrebbe indotta a misurarsi ponendo in atto la propria, l'intelligenza e la conoscenza dello sposo l'avrebbero spinta a migliorarsi, la sicurezza che lui emanava le avrebbe permesso di affidarsi a lui e, di tanto in tanto, magari, obbedirgli, la sua determinazione avrebbe consentito all'uomo di essere ascoltato e a lei di chiedergli consiglio e infine, il suo aspetto attraente l'avrebbe sedotta, e se lui era tanto capace quanto affascinante, Isabel avrebbe scoperto e apprezzato anche i piaceri del sesso. Bene, le premesse parevano buone. Isabel non avrebbe avuto vita facile ma non era certo quella a stimolarla. Magnifico! Avrebbe dovuto ancora una volta, complimentarsi con William e dunque, come poteva fare a meno di amarlo? «È un uomo ... interessante» bisbigliò Isabel e la pausa prima dell'aggettivo “interessante”, rivelò a Jane che forse avrebbe voluto dire “affascinante”. «Sì, lo è senza ombra di dubbio e poiché prevedo che tuo padre voglia fartelo conoscere, forse è opportuno che incominci a prepararti» suggerì ritraendosi. «Sì, lo penso anche io» rispose Isabel arretrando e richiudendo l'antina. «Bene, già immagino quale abito indosserai e bisogna fare qualcosa anche per i capelli. Chiamiamo Molly perché venga ad acconciarti i capelli.» «Okay Jane, ma non voglio un abito troppo elegante» chiarì Isabel muovendosi rapida. «Lascia fare a me Bel, che so io come impressionare il tuo bel marchese ponendo in luce la tua splendida figura. Che almeno veda che si appresta a sposare una delle più belle ragazze del Regno!» Un parto difficile
«Jane, ma sono proprio necessario i boccoli e quest'acconciatura così sofisticata?» si lagnò Isabel che non amava restare ferma e farsi acconciare come una stupida bambola. Molly si fermò, abbassò il ferro e contemplò Jane attraverso lo specchio. «Milady?» la interpellò. «Continua Molly. Ora non puoi smettere. Mezza testa nella parte superiore ha i boccoli, l'altra metà nella parte inferiore, ha i capelli naturalmente ondulati. Non ha né capo né coda quest'acconciatura!» valutò Jane con cipiglio dispiegando sul letto un abito bellissimo di broccato amaranto con una generosa scollatura a cuore e manichette a sbuffo. «Quello è troppo scollato» disse Isabel ma Jane la ignorò. Il tocco rapido sulla porta preannunciò l'urgenza. L'uscio si spalancò senza che Isabel fosse riuscita ad invitare il visitatore ad avanzare e Katy non badò neanche di chiedere scusa per quella brusca intrusione. «Miss Bel, è arrivato un messo dal villaggio. Anne sta partorendo ma il bambino non esce. Il travaglio dura ormai da dieci ore!» Isabel schizzò in piedi facendo volare il ferro caldo dalle mani della cameriera. «Oh, no! Il bambino potrebbe essere già morto! Perché hanno aspettato così tanto a chiamarmi? Fai subito sellare Thunderbolt!» ordinò infilando rapidamente l'abito disteso sul letto senza preoccuparsi delle varie sottogonne, mentre Katy correva via. «Isabel aspetta ...» cercò di fermarla Jane ma la ragazza pareva indiavolata e non si preoccupò né di sistemarsi il vestito sui seni quasi completamente esposti, né dei capelli acconciati solo per metà. Infilò velocemente gli stivaletti e in un attimo fu all'uscio e sparì. Jane imprecò andando allo spogliatoio per afferrare al volo un mantello, per poi, inseguire Isabel già lontana. Un'attesa snervante
Okay, d'accordo che era arrivato in netto anticipo rispetto al giorno concordato, e doveva anche dare atto a quel servitore dalla faccia di mummia di riuscire a prevenire ogni suo desiderio prima ancora che riuscisse ad esprimerlo, però, adesso l'attesa cominciava a diventare snervante. Possibile che un uomo ci impiegasse tanto a rendersi presentabile, ammesso che stesse ancora dormendo quando erano arrivati? Salisbury sbuffò così rumorosamente che i suoi amici lo fissarono stupiti. Non era da lui esternare in quel modo la sua insofferenza ma era davvero al limite. «Milord, mi informano che il Conte di Rochester sta tornando dal villaggio. Tempo cinque minuti e sarà arrivato.» Salisbury fissò il servitore che aveva parlato, momentaneamente senza parole. Chi accidenti informava quel maggiordomo? Qualcuno che gli parlasse con il pensiero? Perché lui non aveva veduto nessuno avvicinare quell'uomo che non aveva mosso un sol muscolo per un pezzo. Dunque, ora, costatando la sua insofferenza, si degnava di informarlo dell'assenza del suo padrone e di motivare finalmente, quella snervante attesa. E poi, ammesso che fosse vero, come poteva prevedere che entro cinque minuti il Conte sarebbe arrivato alla sua dimora di campagna? Era un veggente? Si erse in tutta la sua altezza e autorità e stava per interpellarlo quando una macchia di colore rosso saettò fuori dalla finestra catturando il suo sguardo. Una ragazza passò a poche decine di metri da lui cavalcando un grosso stallone nero dal manto lucido che galoppò via come un fulmine, seguito da un cane Golden retriever di color miele che correva nella sua scia. La ragazza non montava all'amazzone ma abbracciando i fianchi del cavallo con entrambe le gambe e la gonna scomposta lasciava in vista parte di una coscia dalla pelle rosea, priva di calze. Salisbury sussultò alla vista di quella coscia nuda stagliata contro il fianco possente del bellissimo purosangue. C'era qualcosa di erotico e peccaminoso in quell'immagine sfuggente. In quell'attimo, sul prato comparve un'altra donna che sventolava un mantello gridando qualcosa all'indirizzo della ragazza ormai lontana. Di lei ormai scorgeva solo la capigliatura bionda svolazzante nel vento. «Chi diavolo è quella donna?» sbottò incredulo. «Miss Isabel Marple, la contessina» annunciò il servitore. «Mi riferisco alla ragazza!» precisò Salisbury accigliato. «Miss Isabel Marple, la contessina e l'altra è Lady Jane Barrymore, baronessa di Percy» ripeté la mummia. «E dove diamine corre?» «Non ne ho idea, Milord.» Oh, no, di quello dubitava. Quella dannata mummia aveva indentificato le due donne pur senza vederle, perché non si era mosso dall'angolo che aveva occupato per le quasi due ore di attesa. Aveva saputo, forse per istinto che lui stesse chiedendo informazioni proprio su di loro ed era certo, anche se ignorava da cosa gli venisse quella certezza, che il servitore sapesse dove correva quella ragazza. «Quale ragazza?» chiese Exeter ma non gli badò. Mosse un passo verso il servitore che non batté ciglio. «Molto presto sarò il marito della contessina!» sibilò scrutando il volto di pietra. «Sì, Milord.» «E niente mi sarà segreto di lei!» ribadì a bassa voce ma con una tale forza convincente nella voce che chiunque si sarebbe subito piegato al suo volere. Ma non quel maggiordomo che si fece beffe di lui. «Se credete, Milord.» Certo che lo credeva, perché lui ne dubitava? Sorrise, perché in fondo quell'uomo gli piaceva. «La carrozza del Conte di Rochester sarà in vista tra trenta secondi» annunciò il maggiordomo. E come diamine poteva prevederlo? Che avesse il super udito come i cani? Aveva appena formulato quel pensiero che una nuvola di polvere oscurò l'orizzonte. Una carrozza avanzava a velocità sostenuta lungo il viale ove era saettata la ragazza sul cavallo nero. Pertanto, quella era la contessina? Forse non avrebbe avuto bisogno dell'aiuto di Pussy, si disse con un sorriso interiore. La ragazza non era né una grassona foruncolosa con pochi capelli unti, né uno scheletro privo di seno, e la coscia nuda era di tutto rispetto, a quel che aveva visto, sebbene da lontano e fuggevolmente. Tuttavia, la contessina sembrava un po' ... selvaggia e forse, avrebbe dovuto affidarla alla madre per addomesticarla, in compenso, montava come un uomo un cavallo bellissimo. Questo gli piaceva. Lui adorava cavalcare e farlo in compagnia di una donna che temesse i cavalli o che non cavalcasse standogli al passo lo avrebbe annoiato. La carrozza era quasi arrivata. Exeter si accostò alla finestra e guardò fuori con occhi stupiti. «Sal, la mummia ci ha azzeccato. Come diamine ha fatto?» borbottò tra i denti. «Forse è un figlio di cane» replicò provocando una sonora risata. La polvere del viale che si era alzata in una nuvola spessa al passaggio della carrozza gli invase le vie respiratorie e Salisbury provò l'impulso di tossire. Si volse con l'intenzione di versarsi dell'acqua che gli ripulisse la gola ma si avvide che lo stava già facendo il maggiordomo, il quale gli porse un bicchiere in cui tintinnavano piccoli cubetti di ghiaccio. «Prego, Milord.» Salisbury lo guardò e scosse il capo incredulo. Non gli era mai capitato di imbattersi in qualcuno con un simile intuito. «Come ti chiami?» «James, Milord.» «James, lo devo ammettere, sei davvero unico.» Un lampo di soddisfazione attraversò gli occhi del maggiordomo e per un solo attimo Salisbury pensò che avrebbe sorriso. «Sì Milord, ma è il mio lavoro» rispose, i tratti del volto scolpiti nella pietra. Salisbury lo studiò. «Pertanto, previeni anche i desideri della contessina?» chiese, la voglia di saperne di più sulla ragazza che aveva veduto solo per un attimo e che presto sarebbe stata sua moglie, a solleticarlo. «Della contessina, del conte, della baronessa e di tutti gli ospiti di questa casa, come Miss Isabel comanda» rispose l'uomo. Davvero? Dunque, la selvaggia conosceva le buone maniere? E dove diavolo era andata come se fosse stata inseguita da un branco di lupi che le avevano anche impedito di infilarsi un paio di calze o di acconciarsi i capelli? James si mosse con una rapidità impensabile per un uomo con una tale immobile fissità nei tratti del viso. In pochi rapidi passi fu all'uscio e lo spalancò per lasciar entrare il visitatore affannato. «Lord William Marple Conte di Rochester» annunciò solenne. Salisbury non fece in tempo a porsi domande che già il nuovo visitatore avanzava con la mano tesa. «Milord, sono dolente per l'attesa. James ha mandato un servitore ad avvertirmi del vostro preventivo arrivo ma ero lontano, ai confini della mia proprietà e il mio cavallo purtroppo, si è azzoppato. Ho dovuto attendere la carrozza e tornare con quella. Vi chiedo scusa, Marchese, per la lunga attesa» esordì l'uomo inchinandosi. «Conte, vi prego, non vi scusate. Sono io ad aver cambiato i miei programmi e ad essere arrivato con largo anticipo. Ora sta bene il vostro cavallo?» «No e purtroppo ho dovuto finirlo. Un gesto atroce e straziante ma non avrei potuto fare altrimenti e dovrò spiegarlo a Isabel.» «Ah, dunque, era da voi che correva la contessina?» s'informò Salisbury lanciando un'occhiata fugace al maggiordomo. «No ... Isabel non era con me ... e non saprei ... James?» lo interpellò William. «Sì, Milord?» «Dov'è Isabel?» «È uscita con Thunderbolt, Milord.» William sgranò gli occhi. «Con Thunderbolt? Quel cavallo è pazzo!» espulse rabbioso. «No, Milord, non lo è e la contessina lo sa gestire.» Salisbury sorrise. Fulmine! Il nome si addiceva al cavallo. Ma perché il conte non approfondiva l'argomento e chiedeva dove fosse andata la dannata contessina? Invece William deglutì e si ricompose. Si volse verso gli altri due uomini che occupavano la stanza. «Non ho il piacere di conoscervi Lord Signori e vi chiedo scusa per la lunga attesa» disse tendendo la mano verso Exeter. «Simon O'Neal Conte di Exeter», lo presentò Salisbury ingoiando il suo disappunto, poi, indicò Strange. «Andrew Clifford, Visconte di Strange.» Gli uomini si strinsero le mani. «James, fai preparare le stanze dei Signori. Saranno stanchissimi e affamati.» «No, in verità il caro James ci ha rifocillati in ogni modo» puntualizzò Salisbury. «Bene, e le stanze?» «Sono pronte, Milord. Se volete seguirmi ...» I tre uomini si inchinarono davanti al Conte e si affrettarono a seguire James che, quando si muoveva, dimostrava di essere ben più giovane e sveglio di quanto non fosse, quando perseguiva l'assoluta immobilità.
Carla Tommasone
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