|

Sono in casa, lo sguardo rivolto verso la porta finestra che si apre sul balcone. Lì, un ulivo e un sempreverde danzano sotto la carezza irrequieta del vento. Le loro foglie, come piccole mani, sussurrano segreti antichi. Una goccia di pioggia mattutina scivola lenta da una foglia del sempreverde, lasciando una scia lucente sul pavimento: un piccolo, silenzioso ricordo del suo passaggio fugace. Tengo le porte chiuse. Fuori l'aria è ancora fresca, e io voglio custodire il tepore che avvolge questa stanza: un rifugio intimo, dove il tempo sembra rallentare, quasi trattenere il respiro. Leòn non riesce a stare fermo. Il suo spirito è un turbine di energia, un inno alla vita. Mi morde dolcemente i piedi nudi, una provocazione affettuosa, un invito a lasciarmi distrarre. Lo allontano con un sorriso, ma lui non si arrende. Si arrampica con determinazione sulle mie braccia, cercando contatto, complicità. Il vento apre e richiude un'anta della porta che dà sul balcone, come il respiro irregolare della natura che entra, discreto, a far parte di questo piccolo mondo. Una musica tenera si diffonde nell'aria, si fonde con i suoni dei giochi di Leòn, trasformandosi in una melodia che racconta una felicità semplice, pura. Resto seduto, avvolto dal calore di quella presenza accanto a me, mentre fuori la giornata si schiude lentamente e il mondo comincia a muoversi al ritmo dolce di una nuova alba. I pensieri, piano, si allontanano dalla realtà del momento, trasportandomi altrove, in un angolo nascosto del cuore. Un'ondata di malinconia mi avvolge. Mi riporta a Bolt, il mio piccolo maltese che mi ha lasciato l'anno scorso. Il suo ricordo è dolce e doloroso insieme: un'eco d'affetto che ancora risuona nelle stanze silenziose della mia anima. Una lacrima scivola, silenziosa, lungo il viso, tracciando un sentiero di emozioni profonde. La memoria torna a quel giorno grigio. Bolt mi sembrava diverso. Era una giornata uggiosa, una pioggerellina leggera bagnava l'asfalto, rendendo tutto ovattato, sospeso. Si era seduto al bordo della strada, lontano da me, e mi fissava con quegli occhi tristi, come se volesse dirmi qualcosa che non riuscivo a comprendere. Nel suo sguardo c'era un'ombra nuova, un silenzio diverso. Un presagio. Lui sapeva. E io no. Sapeva che mi avrebbe lasciato. Sapeva che quello che sarebbe accaduto quella sera avrebbe scavato un solco profondo nel mio cuore. Un dolore muto. Una cicatrice invisibile che porto ancora con me. Quel pomeriggio tornai a casa dal lavoro in anticipo, senza un motivo preciso. Avevo pensato di fermarmi a fare un po' di spesa, ma qualcosa mi spinse a cambiare direzione. Non so spiegarlo. Semplicemente, rientrai. Bolt mi aspettava, come sempre. Dolce. Silenzioso. Lui sapeva. Sapeva che, come ogni giorno, ci sarebbe stata la nostra passeggiata. Ma quella volta era diverso. Lo trovai accucciato sul suo tappetino preferito. Mi fissava con quegli occhi dolci che l'avevano sempre contraddistinto, ma c'era qualcosa di diverso. Una malinconia nuova. O forse era sempre stata lì, e io non avevo mai voluto vederla. «Vieni, Bolt, andiamo a passeggio!» Lo dissi con il solito entusiasmo, quello che ogni giorno accendeva i suoi occhi e lo faceva balzare in piedi. Ma quel pomeriggio no. Una lieve resistenza lo tratteneva, quasi impercettibile, eppure presente. Come se non volesse uscire. Come se non volesse lasciarmi. «Dai, coraggio!» insistetti, abbozzando un sorriso. Mi guardava, incerto, e nei suoi occhi c'era qualcosa che non avevo mai colto prima: una dolcezza quieta, mista a una consapevolezza silenziosa. Come se stesse salutando. In silenzio. Non so se fu una forzatura, la mia. Forse avrei dovuto ascoltare i suoi occhi. Lasciarmi guidare da quel silenzio che parlava più di mille parole. Forse avrei dovuto aspettare. Ma fu quello il momento che il destino scelse per noi. Era un pomeriggio d'inverno. Le strade, bagnate dalla pioggia, riflettevano le luci fioche dei lampioni. Il buio aveva già avvolto il cielo, rendendo tutto più quieto, più ovattato. Bolt camminava accanto a me con la sua solita serenità. Calmo. Discreto. Di lato alla strada, esattamente come gli avevo insegnato. Ogni tanto si fermava, alzava la zampa, e lasciava il suo segno. Con quell'orgoglio semplice e tenero che solo i cani sanno avere. Come a dire: «Qui sono passato io.»
UN AMICO FEDELE Quando ti ho visto per la prima volta, è stato un colpo di fulmine. Aspettavi un cenno, uno solo, da qualcuno che ti rendesse felice. Osservavi le persone passare, distratte, mentre tu cercavi negli sguardi un riflesso di speranza. Eppure, nei tuoi grandi occhi lucidi, si leggeva tutta la tua delusione. Occhi grandi come la luna piena in una notte stellata — e tu, senza saperlo, eri la stella più luminosa. Attratto dal tuo movimento, incuriosito dal tuo candore, entrai nel negozio di animali che si trovava a pochi passi da casa. Davanti a me, un piccolo batuffolo di cotone, bianco come il latte. Non potrei spiegare a parole cosa accadde davvero quando i nostri sguardi si incontrarono per la prima volta. Alzasti le zampette in aria e, unendole, iniziaste a muoverle, quasi in una preghiera. “Prendimi, ti prego... prendimi!” sembravi dirmi. Poi ti fermasti, forse deluso dalla mia esitazione.
Ti sedesti. Continuavi a seguire ogni mio movimento con quegli occhi lucidi e attenti. E mi vedesti andare via.
IL RITORNO Cercavo un sostegno morale per Roberta. Fu per questo che tornai da te, con lei. Speravo che la tua presenza potesse restituirle un po' di quella fiducia perduta con la partenza della mamma. Un vuoto silenzioso si rifletteva nei suoi giorni, nei suoi silenzi, nei rapporti difficili con i compagni di scuola. Non riusciva a creare un legame. Non con loro. Non con nessuno. Mentre il classico bullo la faceva sentire inadatta, i professori sembravano incapaci di cogliere il suo disagio. «Vieni con me, ti porto a vedere una cosa!» le dissi, cercando di mascherare l'emozione. «Cosa, Papà?» rispose, con la voce cauta di chi non vuole illudersi. «Non avere fretta... ti piacerà senz'altro.» Roberta, sin da piccola, ha sempre manifestato le sue emozioni con un lieve movimento nervoso delle mani, che ondeggiavano inconsapevolmente. In quel momento, vidi quel gesto tornare.
Un riflesso del suo cuore in subbuglio. «Non farti vedere troppo emozionata, perché forse... ti sto per fare una bella sorpresa.» «D'accordo, Papà... ci proverò.»
IL GIORNO IN CUI TI ABBIAMO SCELTO Non so se Roberta capì davvero cosa stesse per accadere. Arrivammo davanti al negozio, e le ricordai la premessa, cercando di trattenere l'emozione.
Entrammo. Il proprietario, un giovane di nome Umberto, ci accolse con la sua solita cordialità. Ci avvicinammo alla cesta. Roberta ti vide. Le sue mani iniziarono a ondeggiare piano, quel gesto che da sempre tradiva il suo tumulto interiore. «Roberta, stai calma, per favore,» le sussurrai. «Così capisce che ti piace troppo, e non ci farà mai uno sconto!» I tuoi occhi incrociarono i suoi. Ti avvicinasti al bordo della cesta e, come se sentissi che qualcosa stava per accadere, ti alzasti sulle zampette posteriori. Poi unisti le anteriori e cominciasti ad agitarle su e giù, come in una supplica silenziosa.
Sembravi pregare. Roberta non resistette più. Le lacrime le rigarono il viso, segnando le sue guance come pioggia in un campo assetato. «Papà, ti prego... prendiamolo. È troppo bello!» Quelle parole mi rimasero nel cuore, anche se nella testa risuonavano ancora gli ammonimenti di sempre: “Cani in casa, mai!” Eppure... Tu eri irresistibilmente bello. Minuscolo come un pugno chiuso. Un cucciolo di luce. Mi voltai verso Umberto: «Solo per curiosità... quanto chiede per questo cucciolo?» «È un maltese. Il prezzo è 600 euro.» Per me, una cifra importante. Ma qualcosa dentro si stava già muovendo. Feci un tentativo. «Se per lei possono andar bene 400 euro, lo prendo subito.» Umberto esitò un istante, poi sorrise. Aveva lo sguardo di chi ama davvero gli animali. Una sensibilità diversa, rara. Non quella fredda e impersonale dei grandi Pet Shop. Lo capii col tempo. «Con 450 euro glielo affido, e le do anche tutto l'occorrente.» Una piccola cuccia. Dei croccantini. Vaschette per l'acqua e il cibo. E, naturalmente, le traversine per i tuoi primi giorni in casa. Accettai. Roberta era la quintessenza della felicità. Non smetteva di guardarti. Ti accarezzava come se temesse di svegliarsi da un sogno. Voleva subito trovarti un nome. Lo fece insieme a Tommaso: Bolt. Quel giorno, forse, il destino ci unì. Tornammo a casa. Ti lasciai libero in cucina. Chiamammo Tommaso. Appena ti vide, rimase immobile, gli occhi lucidi e le labbra tremanti in un sorriso esitante. «...Ora la mamma cosa dirà?» chiese, quasi temendo la risposta. In effetti... non avevamo la minima idea di come darle la notizia. Ma per il momento, la felicità bastava. Tommaso era incantato. Roberta non voleva più lasciarti neppure un secondo. La guardai con dolce fermezza: «Roberta, sai che prendere un cucciolo significa avere un impegno importante, vero? Dovrai portarlo fuori almeno tre volte al giorno, dargli da mangiare, pulirlo... occuparti di tutto.» Lei annuì. Convinta. Determinata. Poi ci guardammo. E capimmo che era arrivato il momento. Prendemmo il telefono. Era ora di chiamare la mamma.
Mauribo
|