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Autore: Angelo Azzurro
L'eco dell'inganno
Giallo Psicologico
Lettori 24
L'eco dell'inganno

Il commissario Ferrari.

Il silenzio era la cosa più nuova e, allo stesso tempo, più opprimente.
Nel vecchio appartamento di Via Untoria, a due passi dal caos costante di Corso Italia, i rumori avevano sempre fatto da sfondo alla sua esistenza: il vicino appassionato d'opera che faceva tremare i muri con la Callas, le moto che sfrecciavano in piena notte come proiettili impazziti, le voci scomposte della strada, tra liti, risate e canzoni stonate.

Ora, nel bilocale anonimo nel quartiere Lavagnola, tutto era immobile. Solo il ronzio intermittente del frigorifero le ricordava che il tempo stava ancora scorrendo. E, in lontananza, il lamento metallico di una nave che lasciava il porto. Un suono che sembrava venire da un'altra dimensione. O da un altro tempo.

Marta chiuse l'ultimo scatolone, quello dei libri. Lo fece senza cerimonie, ma con un peso sullo stomaco. Si passò una mano tra i capelli castano chiaro, già segnati da qualche filo d'argento che non si curava più di nascondere, e li sistemò in una coda frettolosa. Si guardò intorno. Il nuovo inizio le si presentava sotto forma di polvere, scatole ammucchiate male e quel vuoto tra le costole che non aveva niente a che fare con l'appetito trascurato.

La libertà, scopriva, aveva un retrogusto sgradevole, aveva il sapore della polvere e del disordine. E un po' di paura.
Quasi quarantenne, con i suoi occhi grigio-azzurri ormai troppo abituati a scrutare l'orizzonte in attesa della prossima tempesta, ricominciare da zero era come imparare a camminare di nuovo. Solo che le gambe, sotto i jeans semplici e il maglione oversize erano più stanche, e il terreno più scivoloso.
Doveva uscire da quella scatola.
Da quella trappola silenziosa che somigliava fin troppo a una gabbia. Una gabbia che, per anni, era stata dorata e disegnata su misura per lei da Riccardo. Lui, con i suoi capelli perfettamente tagliati e le tempie grigie curate come tutto il resto della sua vita, avrebbe trovato questo suo nuovo appartamento disordinato e indecoroso. L'eleganza di Riccardo era un'arma, e la sua figura alta e asciutta in un completo costoso avrebbe riempito troppo facilmente questo spazio, ricordandole quanto fosse piccola, in confronto.

Il vento di novembre sapeva di salsedine e promesse mancate.
Scese in strada, senza una meta precisa, e si lasciò guidare dal suono liquido del fiume Letimbro. Passò accanto a edifici in ristrutturazione, officine abbandonate e alberi piegati dal maestrale. Non doveva neppure pensarci: in pochi minuti era sul lungomare, investita dalla luce tagliente che rimbalzava sul mare come una lama. Le onde brillavano come vetro rotto. Il porto era lì, sempre lì. A ricordarle che il mondo non aveva smesso di girare. Neppure quando il suo si era fermato.

Un bar solitario, incastrato tra un ristorante chiuso e un negozio di articoli per la pesca, le parve abbastanza anonimo da non pretendere nulla. Tavolini di alluminio, sedie leggere che scricchiolavano al minimo movimento. Ordinò un caffè, si sedette e iniziò a mescolare lo zucchero senza berlo, come se potesse sciogliere nel vortice anche i pensieri.

Guardava le navi, enormi, lente, impassibili, bestie d'acciaio con una rotta precisa.
Proprio come era stata la sua vita fino a poco tempo prima: lineare, decisa da qualcun altro.
La rotta di Riccardo.

Fu allora che lo sentì. Non lo vide subito. Lo sentì.

Uno sguardo. Non una semplice occhiata, ma qualcosa di più pesante, più... presente. Come una mano posata sulla spalla, invisibile ma reale.
Girò la testa lentamente, con un misto di curiosità e allerta. I suoi occhi chiari incontrarono quelli scuri di un uomo seduto a un tavolo poco distante.

Continuava a guardarla, non cercava di nasconderlo. Aveva l'aria di chi guarda per scelta.

Sembrava più giovane di lei, forse di quattro o cinque anni. Capelli scuri, la barba di qualche giorno, la pelle segnata dal sole. Indossava una giacca di pelle vissuta, come il suo proprietario. Ma non era l'aspetto a colpirla: era quel sorriso. Lento, calibrato, non invadente, eppure stranamente magnetico. Non le sorridevano così da... troppo tempo.

Marta distolse lo sguardo, improvvisamente consapevole del proprio corpo, del tavolino fragile, della sua solitudine messa a nudo da quel gesto. Cercò rifugio nel caffè, ormai freddo.

Quando sollevò di nuovo lo sguardo, lui si era alzato. E si stava avvicinando.

«Posso?» chiese, indicando la sedia davanti a lei.

La voce era più profonda del previsto. Rassicurante, ma con un'eco difficile da leggere.

Lei annuì. Un gesto appena.

«Mi chiamo Andrea», disse, sedendosi con una naturalezza che la mise ancora più in allerta. Come se quello non fosse un incontro, ma un appuntamento che lei aveva dimenticato. «Ti ho vista da lontano. Sembravi... fuori posto. Ma in senso buono.»

Marta sospirò piano. «Fuori posto è esattamente come mi sento. Da giorni.»

«Un nuovo inizio?»

«Qualcosa di simile.»

Andrea annuì, come se sapesse perfettamente di cosa parlava. I suoi occhi scivolarono brevemente sulla sua mano sinistra, dove un segno più chiaro sull'abbronzatura rivelava l'assenza di una fede.

«I nuovi inizi sono bastardi», disse, con una smorfia che somigliava a un sorriso spezzato. «Ti costringono a guardare tutto da capo. Come se fossi cieco e improvvisamente vedessi. Ti accorgi delle crepe. Dei dettagli.»

«E tu cosa hai notato, guardandomi?»
La domanda le sfuggì. Ma non la rimangiò.

«Che fissavi le navi come se ti ci vedessi sopra. Non per andare da qualche parte... ma per smettere di essere dove sei.»

Il brivido che la attraversò non era freddo. Era riconoscimento.

«La solitudine può essere una cattiva consigliera», aggiunse lui, «ti spinge a fare cose... strane.»

«Parli per esperienza?» chiese lei, quasi sfidandolo.
«Forse», ammise, con un'ombra che gli attraversò lo sguardo, subito dissipata da un altro sorriso, più aperto, o solo più allenato. «Oppure osservo solo le persone. Come te. Sei diversa. Non hai l'aria di una turista. Sei di qui?»
«Savonese doc», confermò Marta, sentendosi stranamente a suo agio nonostante il brivido di inquietudine. «E tu?»
«Vado e vengo da Milano. Lavoro come rappresentante. La Liguria è una delle mie zone.»
Parlarono per quasi un'ora. Di nulla e di tutto. Del mare, del vento, di un libro che Andrea teneva con sé. Di Savona e delle sue contraddizioni.
Lui era affascinante, sapeva ascoltare, e faceva domande che andavano dritte al punto, senza giri di parole. La faceva sentire vista, compresa, in un modo in cui non si sentiva da anni. Forse mai.
Quando lei si alzò per andare, Andrea non fece mosse brusche. Le porse solo un biglietto da visita.
Sul retro, a penna, un numero.

«Se ti va di spezzare la solitudine, una di queste sere. Due chiacchiere... niente di più.»

Lei prese il biglietto. Lo sentì più pesante di quanto fosse.

«Forse sì», sussurrò.

Camminava lungo il molo, con il vento che si faceva più freddo.
Stringeva il biglietto nella tasca del giubbotto come se fosse un portafortuna.
O un detonatore.

Sentiva un'eccitazione che le riscaldava il petto.
E subito dopo un brivido. Più profondo. Più oscuro.

“Stai attenta”, le sussurrava una voce dentro.
Quella voce. Quella che l'aveva sempre salvata. O imprigionata.

Si voltò, senza sapere perché.
Andrea era ancora seduto. Ma non la guardava più. Osservava il mare, immobile.
Contro la luce dorata del tramonto, il suo profilo sembrava scolpito nella pietra.

E per un attimo, Marta vide qualcosa.
Non l'uomo affascinante che l'aveva colpita. Ma una maschera, un'ombra.

Scosse la testa, come per scrollarsi di dosso una fantasia. Era solo un uomo, un incontro fortuito.
Forse un pericolo o magari una possibilità.

Le luci di Spotorno e di Savona tremolavano in lontananza, punteggiando il nastro scuro della costa come diamanti sparsi su velluto.
Dalla terrazza della villa a picco sul mare di Bergeggi, Alessandro Ferrari e Sara Ardenghi si godevano il panorama in un silenzio complice, un bene prezioso dopo una giornata trascorsa nel caos assordante della Questura di Savona. L'aria sapeva di iodio e di rosmarino, un profumo che lavava via l'odore di polizia e disinfettante.

«Pensieri pesanti?» chiese Sara, porgendogli un bicchiere di vino bianco e appoggiando la testa sulla sua spalla, con una familiarità conquistata giorno dopo giorno.

Alessandro scrollò leggermente le spalle, un gesto lieve per non scuoterla. «Quel caso di ieri. La donna picchiata dal marito in Via Quarda. L'abbiamo trovata nascosta in un armadio, sai. Non nella stanza, nell'armadio. Come un oggetto. Mi chiedo a volte che circuito si inceppi nel cervello per ridurre una persona a una cosa del genere.»

«Non è un circuito che si inceppa, è uno che si attiva», sussurrò Sara, la sua voce un balsamo sulla sua rabbia impotente. «Si attiva la paura, Alessandro. La paura atavica di morire A volte è più forte di ogni altro istinto, più del dolore stesso.»

Angelo Azzurro

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