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Autore: Marta Magazzini
Le anatre non vogliono catene
Fantasy
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Le anatre non vogliono catene

Gabbia.

L'oscurità di una notte senza fine è l'unica cosa che mi circonda, spezzata appena dalle torce di coloro che si dichiarano miei padroni. Le mura di pietra prendono vita al loro bagliore. Sono le viscere di un enorme mostro e si chiudono su di me per digerirmi. Mi manca l'aria, inspiro con forza per costringere la gola a lasciarne passare quel tanto che basta per sopravvivere. Da quanto va avanti questa tortura?
Prima della cattura, proteggere la mia famiglia da quelli come loro era il mio compito. Ora, conosco solo la paura, la fame e il freddo. Io, proprio io: il fiero signore della foresta di Eylalios. In questa prigione, invece, sono signore di niente. Ma la cosa peggiore è che sto dimenticando.
Il suono del vento tra i rami delle querce secolari, lo scrosciare del fiume che si scontra con le acque salate del Prilis, sono solo ricordi confusi. L'odore dell'erba appena nata, e del fungo nascosto sotto le foglie umide, non riesco a richiamarlo alla memoria. Il calore del sole che mi penetrava le membra, la luce delle stelle che mi carezzava il pelo...
Sto scordando lei. Però ricordo ancora la prima volta che l'ho incontrata.
***
Cammino lungo il confine segnato dall'odore del mio branco. Ma c'è dell'altro nell'aria, dolciastro profumo di miele e sali. Non i soliti che il vento porta dal lago salato.
Sollevo il naso per capire da dove proviene, e la vedo: un'umana che tuffa le sue bizzarre seconde-pelli nel fiume. Vestiti, così li aveva chiamati la dea Turan quando glielo aveva chiesto. Di solito gli umani non si spingono tanto vicino alle sue terre.
Mi acquatto fra i cespugli, devo assicurarmi che non tenti di varcare il limite, in quel caso la ucciderei.

Dei passi risuonano lontani, e la luce di una fiaccola corre sulle sbarre della mia cella. Non riesco a vedere oltre la fiamma, tuttavia il tanfo di pesce putrido mi informa che è il mio carceriere a portarla. «Che c'è, bestiaccia, dormivi? Sei il mostro più inutile che si sia mai visto.» Il tono rauco dell'ometto ferisce le mie orecchie abituate al silenzio. Scopro i denti e ringhio nella sua direzione, voglio che se ne vada. «Ah, ti rivolti? E pensare che sono io a nutrirti! Bel ringraziamento. Dannato schiavo inferico di Sucellos.»
Degli aghi arroventati mi penetrano la pelle, fitte di dolore si dipanano dalla fascia di cuoio che ho al collo fino alle zampe. Le membra smettono di obbedirmi. Protesto, tutto inutile. Mi accascio a terra, la polvere mi punge i polmoni ma respiro ancora, sembra che neanche questa volta il mio corpo voglia concedermi il lusso di morire.
Un crampo mi rivolta lo stomaco, è troppo tempo che non mangio. Vorrei ribellarmi a tutto questo, ululare, correre, o spaccarmi la testa contro il pavimento, sarebbe preferibile. Non ne ho le forze.
Solo di fronte ai simili dei miei carnefici, ancora vivi e scalpitanti, qualcosa mi muove. C'è un piacere contorto nel percepirli dimenare nelle mie fauci e sentirli urlare. Cosa sono diventato?
Non ho mai chiesto di essere benvoluto dagli esseri umani, ma non volevo neanche questo. Per i prigionieri che entrano nel sotterraneo sono solo La Morte: il mostro nero che li attende fra l'odore del sangue e il tanfo delle deiezioni.
Due occhi d'ebano, però, rischiarano ancora le mie ore più buie. Si materializzano dal passato per strapparmi alla follia, e dentro di loro mi perdo.

Il vento gelido mi scompiglia il pelo e strappa le prime foglie secche dai rami degli strani alberi che mi circondano. Crescono tutti in fila, su un terreno smosso come neanche un branco intero di cinghiali avrebbe potuto fare. Alcuni rami sembrano essere stati feriti o mozzati di netto. I muscoli mi si tendono, questo luogo non è naturale, i demoni devono aver agito.
Il cinguettio allarmato di un uccellino mi fa saltare. Un suono metallico mi raggiunge, insieme a una fitta di dolore alla zampa posteriore. Sono caduto in una trappola. Un guaito mi sfugge per la sorpresa. Recupero il controllo e ruoto le orecchie in attesa.
Il silenzio è innaturale, più opprimente delle grida di avvertimento: il pericolo dev'essere vicino. Perché non ho ascoltato gli ordini di Turan e non me ne sono rimasto a casa?
Una sagoma si muove tra i bassi fusti. Finirò a fare da seconda-pelle a qualche bipede spelacchiato. Lancio un'occhiata all'arto che mi ha tradito. Potrei mozzarmelo a morsi e lasciarlo qui, come ho visto fare tante volte agli abitanti della foresta. Potrei ancora essere utile alla Dea, senza? Potrebbe decidere di rimpiazzarmi, quello sì che farebbe male.
No, devo combattere. Tiro un respiro, espando il petto più che posso e abbasso la testa. Una raffica porta alle narici il familiare odore del miele, e una donna dalla pelle ambrata esce allo scoperto. È lei: la ragazza che avevo visto nella foresta. Non sembra armata.
La tensione nei miei muscoli si allenta. L'umana si muove piano, senza guardarmi negli occhi, e sussurra parole strane, in una lingua che neanche gli insegnamenti di Turan mi permettono di comprendere. Non riesco a staccarle gli occhi di dosso, mi ha ipnotizzato. Il suo profumo mi fa girare la testa e il mondo diventa sfocato.

L'oblio delle tenebre mi avvolge ancora una volta. Cerco di tornare a quei momenti con la memoria, al ricordo svanito nel nulla, come non fosse mai esistito. Sì, lei aveva visto del buono in me e, da qualche parte, c'è ancora, lo so. Ma deve trovarsi davvero in profondità. Piccola umana, cosa sarebbe di te se mi passassi davanti adesso?

Oblio

Una flebile corrente d'aria mi porta il fetore delle mie future vittime. Puzzo d'uva fermentata, di erbe bruciate, di sterco di cavallo. C'è anche dell'odore di femmina. Mi dispiace per il poveraccio che lo ha addosso: forse un amante colto in flagrante, come nelle storie che mi raccontava la Dea. Doveva avere la prontezza di nascondersi sotto al letto o calarsi dalla finestra.
Urla lontane riecheggiano contro le pareti muffite.
Mi adagio nel buio, schiena al muro. Ho un gran vuoto dentro al petto, una sensazione diversa dalla fame, non ricordo: cos'è che lo colmava? O meglio, chi. Eppure, dovrei saperlo bene. Chiudo gli occhi, e cerco con tutte le forze di riportarla da me.
Era una ninfa. No.
Una musa. No, era più di questo.
Una dea? Nemmeno.
Era la mia stella più splendente. «Sitra...»
Sì, Sitra, meravigliosa parola umana che le mie labbra di bestia non hanno mai potuto pronunciare; che tutt'oggi pesa come un macigno sul cuore. Se solo fossi nato umano sarei potuto stare al suo fianco. Ma la mia triste storia ha avuto inizio nella radura di Kun'An, non in una città. Sono nato in una tana di lupo nascosta dai rovi, non in una culla.
Se non fosse stato per la Vita non avrei mai neanche visto il sole filtrare fra i rami spinosi, sarei morto molto prima che le more fossero cresciute: ero troppo debole anche solo per mangiare. Fu lei a inondarmi con la sua forza, e crebbi. Divenni più grande e forte di chiunque altro nel branco.
E a cosa è servito? Forse sarebbe stato meglio fosse finita allora. Un lamento straziante risuona nel silenzio. È il mio pianto che sgorga incontrollato in un grottesco gemito ferale. Sto perdendo tutto ciò che mi rimane. Cosa resterà di me?
Sitra.
Non sono fatto per la gabbia, sono fatto per il vento, per correre fra le colline della mia infanzia, lungo le sponde sconfinate del lago salato. No, non devo arrendermi, lotterò come ho sempre fatto e riuscirò ad andarmene.
Sitra. «Ti prego, dammi la forza» sussurro in una lingua incomprensibile all'uomo.
A quel nome affido tutto il mio essere, e lo sento turbinare lontano, nell'oblio assoluto.

Tenebre, tenebre, tenebre.
Chi sono io? Non lo so più.
Cosa faccio qui? Sto impazzendo.
I miei ricordi... Sembrano svaniti nel nulla.
Ho freddo e ho fame, tanta fame.
L'inferriata si apre con un lamento. Fame. Un essere a due zampe viene lanciato dentro la gabbia. Fame. Cade a terra. Fame. È svenuto. Fame. È indifeso. Fame. Fame. Fame. Fame.
Non perdo tempo. Gli balzo addosso, le zanne sguainate, pronte ad affondare nel soffice collo della creatura. Ma mi paralizzo: un odore tenue mi solletica il naso: sembrano fiori, tanti e diversi, mescolati alla resina di pino fresca. Non sapevo quanto mi mancassero fino a un attimo fa. Prendo un respiro profondo e lascio che l'aroma mi pervada. C'è dell'altro sotto, ancora più flebile: legna bruciata e... miele.
Annuso quel fagotto di stracci da capo a piedi; lascio che le particelle odorose mi raccontino la sua storia. C'è paura, dolore, e l'odore di diversi uomini. Un brontolio sommesso mi sfugge. Devono averle fatto del male. Sì, averle, è senza dubbio una femmina. La maschera da carnefice si dissolve, riconosco la vittima come mia simile nel comune dolore.
Faccio un passo indietro per osservare l'esile umana. Non si muove, solo il petto si alza e abbassa a ritmo lento. Temo che abbia battuto la testa, se l'avessi sbranata non se ne sarebbe neanche accorta. Le punte spigolose degli zigomi tendono la pelle pallida. In lei non resta niente di ciò che è stata, ma la sua presenza è sufficiente a risvegliare qualcosa in me. La rabbia che mi ha posseduto nelle ultime settimane svanisce, l'ombra nera che offuscava il mondo si solleva e i colori tornano a plasmare la realtà.
Mi sdraio di fianco a lei per tenerla al caldo. Socchiudo le palpebre, la sua vicinanza è meglio dello stomaco pieno. «Cosa ti hanno fatto?» le chiedo nell'unica lingua che posso usare.
Ha i capelli aggrovigliati e pieni di sporcizia, la veste strappata e macchiata di sangue, il sentore basta a farmi colare la saliva dalla bocca, mio malgrado, e dei profondi solchi segnano polsi e caviglie. Nonostante tutto, resta la cosa più bella che abbia visto in vita mia.
La mia Sitra. Cosa sarebbe stato di lei se non fosse finita nella mia cella? Non che sia fuori pericolo, lo so bene, questa doveva essere un'esecuzione. Presto i miei carcerieri verranno a controllare che abbia svolto il mio compito a dovere e non oso pensare cosa succederà quando la troveranno ancora viva.
«Ti prego, apri gli occhi.»

Mi sveglio di soprassalto. Un ometto in nero sbatte con violenza il manganello contro le sbarre. Impreca, mi sbraita contro qualcosa che non capisco. Poi, pronuncia due parole che ho imparato a riconoscere fin troppo bene: «Etera, fronta.» Appena il tempo di staccare il mio petto da Sitra e arriva, la Punizione.
Il dolore corre nel mio corpo, i muscoli, strappati al mio controllo, si contorcono.
«Fronta!» ripete con le vene che pulsano sul collo. Sarebbero un bersaglio perfetto per i miei denti. Brucia sempre di più, l'aria fugge fuori dai miei polmoni. Mostro le zanne in una smorfia di dolore.
L'intensità aumenta ancora, ho l'impressione che la gola mi si accartocci come una foglia secca. Non sono sicuro di poterlo sopportare... Non importa, non eseguirò mai quell'ordine. Piuttosto la morte.
Sotto di me, lei inizia a muoversi.
Allora è davvero viva! Nel suo sussulto trovo nuova forza per combattere. Però, quando aprirà gli occhi si troverà davanti una fiera impazzita: i denti sguainati, il corpo teso, il pelo ritto sulla nuca.
Con uno sforzo immane, mi faccio indietro per lasciarle almeno un po' di spazio.
«Attacca!» intima l'omuncolo.
No, non voglio e non lo farò.
La ragazza mi osserva dal pavimento, l'ovale del volto inclinato in uno sguardo interrogativo. Guarda spaesata la gabbia e l'uomo con il manganello. Fatica a trovare l'equilibrio ma riesce ad alzarsi.
«Fronta!» grida ancora una volta l'omuncolo. Non avevano mai usato una forza simile. Le orecchie iniziano a fischiarmi, la testa mi gira all'impazzata e la vista... Per la prima volta in vita mia, ho davvero paura di morire.
Sento la voce di Sitra e mi chiedo se non si tratti solo di un sogno, un ultimo scherzo della mia fantasia confusa prima del trapasso.
No, è proprio lei, venuta per riportarmi alla realtà, come la sirena che guida il marinaio allo scoglio, e sembra stia implorando per me. Prega il mio aguzzino di smettere con quella tortura.
Sciocca ragazza, dovresti pensare alla tua di vita.
L'omuncolo lascia che la scossa cessi e irrompe nella cella. Mi accascio a terra, annaspando in cerca d'aria.
Le assesta un manrovescio e l'afferra per i capelli. «Strega maledetta, hai fatto qualcosa allo Schiavo! Non importa, ti farò a pezzi con le mie mani.»
Le urla dei due si confondono. La strattona, la voce supplichevole di Sitra graffia l'aria mentre le unghie le si conficcano nel polso irsuto del carceriere: sta combattendo al meglio delle sue possibilità. Non posso più tollerarlo.
La vista mi si abbuia. Prima che possa fermarmi salto alla gola dell'omuncolo. Caldo liquido metallico mi invade la bocca, erutta copioso dal solco lasciato dai miei denti.
Il carceriere emette un ultimo lieve rantolo, e cade. Il suo corpo produce un tonfo sordo, il suo sguardo ricolmo d'orrore si spegne alla stessa velocità con cui nasce in me la consapevolezza di aver firmato la condanna a morte di entrambi.
Afferro un lembo dell'abito della ragazza e la tiro per convincerla a seguirmi. Senza riflettere, inizio a correre fra i corridoi bui, l'olfatto come unica guida. I passi leggeri dei piccoli piedi scalzi mi vengono dietro. Eccola: la luce del giorno brilla in fondo al tunnel di pietra grigia, tanto intensa da accecarmi.
Oltrepasso l'ingresso, sbattendo a terra un carceriere ubriaco intento a orinare, un crac secco mi informa che la sua testa deve essere andata in frantumi contro un sasso. Non ha importanza, niente ne ha, adesso. Continuo ad andare avanti, fino a sparire nella boscaglia, e non mi fermo. Sono la paura e la frenesia della libertà a spingermi. Attraverso il sottobosco a perdifiato, finché le zampe non cedono.
Mi fermo per riprendere fiato all'ombra di un grande albero. L'inconfondibile odore di quercia mi dà il benvenuto. Il tremito degli arti si placa un poco.
Respiro a fondo l'aria pulita e fresca, così differente dai miasmi della prigione. Ascolto il canto degli uccellini che saltellano fra i rami. La coda spazza il terreno, l'erba ingiallita mi solletica i polpastrelli.
La libertà ha un sapore così dolce, nonostante la sua natura precaria.

Marta Magazzini

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