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E ogni volta che un uomo sceglie il bene, un angelo vince ancora.
Il sole mi scaldava la pelle. Guardai la sabbia ancora appiccicata ai piedi bagnati. Eravamo stesi, senza fiato, dopo la corsa lungo la spiaggia che ci aveva condotti fino alla nostra baia segreta. Isabelle sempre la più turbolenta, la più coraggiosa, la più bella. La conoscevo da quando avevo memoria. I miei genitori erano arrivati in America Centrale dall'Italia prima che io nascessi. Credo si fossero lasciati incantare dal tepore costante, dalle piogge improvvise, dall'odore del mare e della terra. A Puerto Viejo, in Costa Rica, vivevamo in un angolo tranquillo, abbastanza vicino al centro ma lontano dal frastuono del mercato e delle poche strade. La nostra casa era piena del calore di una famiglia che si ama. Non credo ci fosse un bambino più libero e felice di me. Io e la mia amica frequentavamo l'ultimo anno della scuola media Colegio Talamanca de Puerto Viejo. Nei fine settimana, quando non aiutavo i volontari del centro di recupero della fauna selvatica, restavo più a lungo sull'amaca, leggendo e sognando città lontane: sentire lo strombazzare del traffico, respirare l'odore degli hot dog, viaggiare nel deserto, prendere la metro, andare al cinema. La mia stanza era un piccolo museo naturale. Collezionavo ogni cosa trovata nella giungla. Più di una volta mia madre aveva dovuto disinfestare la casa perché qualche uovo d'insetto aveva deciso di schiudersi sotto il mio letto ma, alla fine, erano sempre le voci dei miei amici a trascinarmi fuori, pronti a correre in bici verso nuove avventure. Poi c'eravamo io e Isabelle. Insieme. In silenzio. Adesso. — Dov'è che hai messo le conchiglie che abbiamo trovato, Gabriel? — Le ho nascoste nel nostro posto segreto, — risposi, indicando la buca sotto le tavole e le foglie di banano secche, — ma dovremmo trovarne uno nuovo. — Non vorrei che qualcuno ci avesse visti. — Non credo. Qui siamo sempre soli. Hai portato le banane rosa? — Certo. Le ho raccolte nel bananeto di Sam, mentre faceva finta di non vedermi. — Una conchiglia dovremmo portarla anche a lui, ormai ne avrà una collezione, — disse sorridendo. — Possiamo dargli i legnetti della spiaggia, li usa per costruire specchi da vendere ai turisti. — Ottima idea ma andiamo lontano da Puerto Viejo: qui i turisti non lasciano nulla. — Va bene. Solo un attimo per chiudere il buco. Ci incamminammo verso la spiaggia più isolata dell'insenatura. Mio padre me lo aveva proibito, e per questo il luogo aveva un fascino irresistibile. Palme alte si piegavano verso il mare. Zigzagavamo tra i tronchi, raccogliendo legnetti e infilandoli nella rete da pesca che avevamo trasformato in uno zaino d'avventura. Poi, all'improvviso, un urlo. — Che sarà stato, Gab? Sembrava un grido... un turista che si è fatto male? — Andiamo a vedere. Stammi vicina. Attraversammo di corsa il tratto di spiaggia da cui proveniva il suono. Non eravamo preparati a quello che vedemmo: una donna in bikini giallo, sporca di sangue, intrappolata tra la scogliera e una barca rovesciata. Il mare era basso, ma la corrente aveva spinto l'imbarcazione contro gli scogli, incastrandola. Poi apparvero le pinne: una, due, tre. — Squali! — gridai. Ci gettammo verso il pericolo, affrontando il sentiero accidentato della scogliera. Volevamo tirarla fuori da lì, ma tre metri d'acqua separavano la secca dalla riva, e gli squali dominavano quel tratto. Mi venne in mente l'insegnamento di mio padre: conta fino a cinque prima di fare qualcosa di pericoloso. Non ero arrivato a tre, che Isabelle gridò: — La corrente trascina via la barca! Resterà senza protezione! Uno squalo colpì l'imbarcazione, liberandola dagli scogli. La donna rimase in balia delle onde. La scena mi apparve al rallentatore: le fauci spalancate, la donna che chiudeva gli occhi... e un calore improvviso m'invase la testa.
— Gabriel! Gabriel, svegliati! — Isabelle urlava. Un ronzio nelle orecchie, la vista annebbiata, il sapore del sangue in gola. Mi accorsi di essere disteso su uno scoglio, la mano incollata al suolo. — Isabelle... sono caduto? Che è successo? — Mi hai spaventata. Riesci ad alzarti? Ti fa male qualcosa? — Non riesco a muovere il braccio... sono stanchissimo. Cosa mi è successo? — Te lo dico dopo. È stato un miracolo. La donna è viva. È sulla spiaggia, ferita ma cosciente. Stanno arrivando i ranger. L'ultima cosa che ricordo sono le grida di Isabelle che chiedeva aiuto.
Mi svegliai nella piccola infermeria del villaggio. Mia madre dormiva accanto al mio letto; al mio primo movimento si destò di colpo. — Gabriel, amore mio... come ti senti? — Le orecchie mi fischiano, ho un po' di nausea... il braccio e le cicatrici fanno male, ma sto bene. Lei mi abbracciò forte. — Mi hai fatto morire di paura. — Non preoccuparti, mamma. Domani sarò guarito. Dov'è papà? — Non sono riuscita a contattarlo. Forse è al furgone, ho lasciato un biglietto. Entrò allora il dottor Carlos Perez, l'unico medico nel raggio di chilometri. — Come stai, giovanotto? — Bene, dottore. Posso tornare a casa? — Per oggi no. Vediamo domani. Poi si rivolse a mia madre: — Signora, può venire con me un momento? Li sentii allontanarsi. La porta che cigolava, il fruscio dell'abito di mia madre, il profumo dei fiori nel corridoio. — La condizione di suo figlio non desta preoccupazioni. Solo... curiosità. Abbiamo notato dei segni sulla pelle. — Segni? — Non sono macchie. Guardi bene: sembrano formare un disegno. — Pensavo fossero voglie... non ci avevo mai fatto caso. — Le consiglio una visita specialistica. Rimasto solo, ricordi confusi mi assalirono: paesaggi oscuri, fiamme, orde senza volto che correvano verso di me. Cosa mi sta succedendo? avevo battuto la testa? erano le medicine? Poi il fischio nelle orecchie cambiò. Diventò musica. Dolce, lontana. E tra le note distinguevo il suono del vento, del mare... e di voci.
Col tempo l'incidente fu dimenticato. I segni sul mio corpo furono dichiarati innocui. Un giorno arrivò un cesto regalo e un rosario. Dentro, un biglietto scritto a mano:
Mio piccolo amico, non ci sono parole per ciò che sento. Ho visto molti miracoli nella mia vita, ma questo non ha nome. Usa bene questo dono, sempre. Grazie Rose.
Semi nascosti nella giungla.
Il sole batteva alto e gentile sopra il paesino, fatto quasi interamente di casette di legno arrampicate tra le pieghe della foresta tropicale. I tetti di lamiera riflettevano la luce con un riverbero lieve, mentre dalle finestre aperte uscivano profumi di cipolla, coriandolo e caffè. Nei giardini esplodevano orchidee dai colori impossibili, e i colibrì, gemme in volo, zigzagavano in duelli silenziosi tra le foglie. Gabriel stringeva un cesto di manghi appena colti. Camminava scalzo lungo il sentiero che portava alla casa di Isabelle: assi scolorite, veranda color corda, pavimento che scricchiolava a ogni passo. — Ti sei svegliato presto anche oggi, — disse Isabelle, seduta sul gradino con un libro sulle ginocchia. Il sole le faceva brillare i capelli scuri con riflessi ramati. — Papà voleva portarmi al mercato, ma ho fatto finta di dormire, — rispose lui con un sorriso storto. — Tu cosa leggi? — Una raccolta di miti. Qui parla del giaguaro come messaggero degli dei. Si dice possa attraversare il tempo. Gabriel si sedette accanto a lei. — Ti somiglia. Isabelle sorrise, senza rispondere.
Il paese viveva lento. Al mercato si barattava: riso per banane, pesce per manioca, fagioli neri per spezie rare. Nessuno aveva fretta, eppure tutti erano occupati. I bambini correvano scalzi tra i banchi, i vecchi narravano leggende sotto il fico sacro, e il fumo delle braci saliva in spirali nell'aria. Dopo pranzo, Gabriel e Isabelle s'incamminarono nella foresta, oltre la collina, verso la gola che chiamavano la bocca del drago. Un luogo proibito, e proprio per questo irresistibile. — La terra è secca, non piove da giorni, — disse Gabriel, osservando il sentiero. — Il burrone dev'essere profondo almeno venti metri. — Non è la profondità che fa paura, — ribatté Isabelle. — È non sapere come tornare indietro. Gabriel rise. Poi un sasso cedette sotto il suo piede. Il mondo si capovolse. Il cielo divenne verde, le foglie roteavano. Cadde. Ma non precipitò. Il tempo si cristallizzò, come immerso nell'acqua. I capelli fluttuavano intorno al volto, il corpo scivolava con lentezza irreale. Vide ogni dettaglio: una lucertola sulla parete del burrone, un nido tra le radici, il volto impietrito di Isabelle sopra di lui. Una liana. Il braccio si allungò, spinto da qualcosa che non era solo istinto. La afferrò. Oscillò. Rimase sospeso. Isabelle lo tirò su, ansimante. — Stavi... volando. — No. Stavo cadendo. — Certo. Cadendo al rallentatore, come nelle storie. — Non mi sono fatto niente, solo un po' di paura. Tu non ti spaventi mai? — Mi spavento ogni giorno. Ma la paura non c'entra con questo. Gabriel la fissò. Si chiese in quale momento della vita fosse diventata così: forte, autentica. Camminarono in silenzio lungo il crinale. Le cicale frinivano, il caldo era umido, resinoso. Gabriel guardò le mani: sporche, graffiate, ma integre. Il braccio che aveva afferrato la liana non tremava. Sembrava più saldo. Come se, per un istante, fosse diventato altro. — Non dire niente ai miei, — mormorò. — Non potrei. Abbiamo già troppi segreti, — rispose Isabelle. — ma dovresti parlarne con tua madre. — Lei pensa che io sia speciale. Nel modo in cui ogni madre lo pensa di suo figlio. — E se invece lo fossi davvero? Gabriel tacque. Isabelle fissava un punto tra le foglie. Lei vedeva cose che gli altri ignoravano, non solo nella giungla, ma nelle persone. — Oggi al mercato c'era il vecchio con le collane di semi di tamarindo, — disse lui per cambiare discorso. — Dice che portano fortuna, ma solo se li trovi senza cercarli. — Tu non hai bisogno di semi, — ribatté lei calciando una pietra. — Tu sei un seme. Gabriel rise. — Sei matta. — Non io. La foresta, — disse, sorridendo. Tornarono al tramonto, col cielo d'arancio e il ronzio crescente degli insetti. La madre di Gabriel li attendeva in veranda, con uno schizzo in mano. Architetta, disegnava anche la sera, perdendosi tra linee e tetti come in una seconda vita. — Dove siete stati? — chiese senza sollevare lo sguardo. — A cercare legnetti per Sam, — rispose Isabelle. — Quelli scuri che piacciono ai turisti. Non era una bugia, ma non era tutta la verità. A cena mangiarono riso, fagioli neri, cipolla dolce e banana fritta. La radio gracchiava musica anni ottanta. Il padre arrivò tardi, mani sporche di diesel, camicia arrotolata. — Tutto bene oggi, Gabriel? — Sì, papà. Ho aiutato un po' in giro. Annuì, stanco, versandosi dell'acqua. — Hai finito con la barca? — chiese la madre. — Eh. Quella vecchia ha ancora il motore a scoppio. Mi sporco sempre. E pensare che la casa va al cento per cento a energia solare, persino l'acqua della doccia è filtrata. — L'hai progettata tu, — disse Gabriel, sorridendo verso la madre. — E tuo padre la fa vivere, — aggiunse lei. Il padre ridacchiò. — La multinazionale per cui lavoro farebbe carte false per un posto così. Loro lo trasformerebbero subito in un resort di lusso. Meglio non parlarne troppo in giro.
Quella notte, steso sull'amaca, Gabriel ascoltava i suoni della giungla: il battito d'ali delle falene, le foglie che sussurravano al vento, le gocce che scivolavano da una foglia all'altra. Sentiva ancora il sapore della banana fritta, e sulle mani l'odore di gasolio del padre. Pensava a sua madre, elegante anche tra schizzi e fango, capace di far crescere case come se fossero alberi. A suo padre, diviso tra schermi e barca, multinazionali e reti da pesca. Gabriel amava quella contraddizione: la casa ecologica, i pannelli solari, il giardino pieno di orchidee... e la barca vecchia, tossicchiante di fumo. Un equilibrio imperfetto, ma vero. Come lui. E pensava a Isabelle. Lei sapeva sempre dove mettere i piedi. Aveva una calma che spesso mancava agli adulti. La sua frase — Tu sei un seme — gli era rimasta dentro come una canzone lenta. Si toccò il petto. Non sapeva perché, ma qualcosa si muoveva lì dentro: un'eco, un impulso. Una promessa. Il caldo era soffocante. Il lenzuolo gli s'incollava alla pelle, ma non era il calore a tenerlo sveglio. Era la sensazione di essere osservato. Si alzò piano, uscì nel giardino immerso nel buio. I fiori del frutto del drago brillavano alla luce lunare, enormi, profumati. Fece pochi passi scalzi sull'erba. Ogni cosa era più nitida: il vento tra le foglie, le radici sotto i piedi, persino il battito d'ali di un pipistrello. Poi accadde. Una falena gigante si fermò davanti a lui, sospesa nell'aria. Non si muoveva. Le ali immobili, il corpo congelato nel tempo. Gabriel trattenne il respiro. Vide ogni particolare, persino il cuore che pulsava nell'addome. Una parola gli risuonò dentro. Non una voce, ma un comando limpido: Ascolta. Il cuore prese a martellare. Allungò la mano. La falena restò ferma. Poi, all'improvviso, il tempo riprese a scorrere. Le ali vibrarono, l'insetto volò via tra i fiori. Gabriel rimase immobile, la mano tesa. Fu allora che li vide. Sul tronco più vicino, segni che non c'erano prima: linee bruciate nella corteccia, curve sottili e intrecci misteriosi. Non parole, ma un alfabeto dimenticato. Al centro, inciso più a fondo, il disegno di un'ala. Restò a fissarlo, mentre una brezza fredda, fuori posto nella notte tropicale, gli scivolava sulla nuca. Il suo corpo tremava. Non di paura, ma di riconoscimento.
Il respiro degli alberi
Il giorno dopo, Gabriel si svegliò prima dell'alba. Non furono i rumori della foresta, né le galline sotto la casa: era qualcosa dentro di lui. Un fremito, un impulso senza nome. Restò disteso sull'amaca, ascoltando il battito regolare del cuore mentre nella mente tutto girava. Aveva rallentato davvero il tempo? Aveva visto i segni sull'albero? Aveva spostato la barca senza toccarla? Rivide la donna trascinata dalla corrente, gli squali in agguato, il calore esploso nella sua testa, l'aria densa come acqua, la barca che cambiava direzione. Poi il buio. Se non ero io... allora cosa è successo? E se invece ero io... come l'ho fatto? Si alzò di scatto, corse in giardino. Le foglie brillavano di rugiada, i colibrì ancora nei nidi. Si avvicinò al grande albero al centro del cortile e poggiò la mano sul tronco. Sembrava... vivo. Non nel senso ovvio: poteva sentirne il respiro. Sedette accanto alle radici, chiuse gli occhi. Ripensò alla caduta nel burrone. Nessuna frattura, solo un braccio indolenzito. Quella falena sospesa, immobile come una fotografia viva. Il tempo non è più tempo, quando smette di scorrere. È come se fosse... mio. Sfiorò il petto. I segni non facevano più male, ma vibravano. Non cicatrici, ma sussurri silenziosi. Dal retro della casa giunse la voce della madre, al computer: parole in inglese tecnico, dati, modelli 3D. Poi la voce del padre, stanca: — O parte oggi, o la barca finisce in fondo al mare. La normalità restava intatta. Lui no.
Isabelle lo raggiunse più tardi, con pane e frutta in un sacchetto di stoffa. Lo guardò negli occhi, poi si sedette accanto a lui sull'erba. — Succede anche a te, vero? — chiese Gabriel. — No. Ma sento quando qualcosa cambia. E tu... stai cambiando. — Non so se mi fa paura o bene. — Non devi scegliere. A volte due cose vere convivono. Gabriel le prese la mano. Restarono lì, in silenzio, mentre la foresta si svegliava. Il sole appena sopra le cime degli alberi quando udì un suono. Lontanissimo, eppure chiaro: un grido. Forse un bambino. Forse un uccello. Ma era come se gli fosse stato sussurrato all'orecchio. Si voltò di scatto. Nulla. Un fruscio tra i rami. Due scimmiette fulve lo fissavano, curiose. Una fischiò, l'altra la imitò. Gabriel ne percepì l'intenzione: non paura, ma allerta. Curiosità. Più in alto, un bradipo si muoveva lento su un ramo. Ogni gesto amplificato, persino il suono delle unghie sulla corteccia. Sto sentendo troppo, pensò. Troppo lontano, troppo preciso. Chiuse gli occhi. Vedeva lo stesso. O meglio: percepiva. Alle spalle, una pietra bianca. Non l'aveva notata, eppure sapeva che era lì. Si girò. C'era. Allungò la mano. — Muoviti — sussurrò. La pietra tremò. Un millimetro, forse meno. Ma si mosse. Fece un passo indietro, il cuore in gola. Non paura: riconoscimento. Isabelle lo fissava. — Cos'hai fatto? — Non lo so. Ho pensato al movimento... e la pietra l'ha fatto. — Stai cercando di controllarlo? — No. Sto solo cercando di capire se è mio. O se mi attraversa. Le scimmiette corsero via, il bradipo tornò al suo lento cammino. — Sei connesso a qualcosa, — disse Isabelle. — Lo sento. — E se quella cosa non fosse buona? — Allora dovrai scegliere come usarla. Gabriel abbassò lo sguardo. La pietra era immobile. Ma il mondo sembrava ascoltarlo.
Il pomeriggio divenne afoso, immobile. La stagione secca stringeva la giungla: foglie pallide, rami rigidi, animali nervosi. Gabriel notò il fumo prima ancora dell'odore. Un filo sottile saliva sul versante nord della collina. — Isabelle... guarda. Lei si voltò. — È un incendio. Sta salendo. Corsero. La terra secca scricchiolava sotto i piedi. L'aria sapeva di plastica bruciata, resina, rabbia. Non era naturale. Tra i rami anneriti, Gabriel vide taniche di benzina vuote. I narcotrafficanti usavano il fuoco per radere al suolo la foresta e piantare droga al suo posto. — È stato appiccato, — disse Isabelle, la voce incrinata. — Mai così vicino. Una lingua di fiamme si allungava verso il sentiero. Uccelli in fuga, scimmie che gridavano e nessuno in giro. Gabriel avanzò. — Che fai? — gridò Isabelle. — Non lo so. Ma devo provarci. Inspirò, le mani aperte davanti a sé. Il calore lo investì, ma non arretrò. Sentì un ritmo: aria, fumo, fuoco, un unico battito. — Basta — pensò. Una raffica improvvisa scese tra gli alberi. Non portava fiamme: le spense. Una dopo l'altra, come candele. Il silenzio tornò. Gli alberi feriti ma vivi. Animali salvi. Isabelle lo guardava senza parole. — L'hai fatto tu? — Sì... o forse sono stato solo un canale. Le ginocchia gli tremavano, le mani tese ancora a trattenere un'energia invisibile. Un fruscio. Passi tra i rami bruciacchiati. Gabriel si voltò. Una donna avanzava tra i fumi: minuta, camicia chiara, zaino sulle spalle. I capelli raccolti, occhi intelligenti. — Signora Clara... — mormorò. La maestra si fermò a pochi passi, gli occhiali da sole appena tolti. — Cosa avete fatto? — chiese. La voce calma, ma tesa di controllo. Gabriel non rispose. Clara osservò il terreno annerito, i fiori salvi, gli uccelli tornati. Poi fissò lui, come davanti a un'equazione insolubile. — Quel fuoco avrebbe divorato la collina. Nessuno sarebbe arrivato in tempo. Ma voi... siete arrivati prima. — È stato un caso, — balbettò Gabriel. — Certo. Un caso. Lo guardò ancora, poi passò a Isabelle. — E tu? — Ero qui. L'ho visto. Clara fece un cenno breve. — Domani non venire a scuola, Gabriel. Prenditi una giornata libera. Ti giustifico con i tuoi genitori. Alle 9 a casa mia. — Sto bene. — Lo so. Non è per questo. Si rimise gli occhiali, scomparve tra i rami. Gabriel restò immobile. — Ci ha visti, — sussurrò Isabelle. — Ha capito — rispose lui. — Pensi che parlerà di questo con i tuoi genitori? Gabriel non rispose subito. Guardava il punto in cui Clara era svanita. — Dipende da cosa ha pensato di avere visto davvero. Aspettiamo.
Antonio Pernice
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