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In questa serata dove il freddo mi circola nelle vene, la neve scende con una cadenza lenta, fiocco per fiocco, lentamente dando spazio all'inverno che ormai giunge alle porte di questa nuova stagione. Per un attimo la mia mente rompe l'equilibrio con la realtà e mi rivedo bambino nel giardino di casa mia a costruire pupazzi di neve correndo verso mamma per farmi dare carote e bottoni. Non ero bravo a fare queste cose per non parlare del mio cagnolino che si divertiva a tuffarsi nel pupazzo per distruggerlo e i miei pianti disperati venivano consolati da mia madre, che come al solito mi prendeva per mano e mi riportava vicino al camino per farmi scaldare le mani ghiacciate. Come vorrei ancora correre in quel giardino, con il suo sguardo che mi guardava sereno e mi dava quella sicurezza e quella serenità, ora mi ritrovo vecchio e con tanti acciacchi alle spalle. Non ho più quella spensieratezza di una volta. Ma ho la saggezza giusta per poter raccontare la storia di quel bambino, ricordo ancora la sua voce, ingenua, si sentiva appena, ma tanto vivace. Una storia, un ricordo, qualcosa di indelebile come un viaggio a ritroso nel mio inconscio, qualcosa di misterioso ma anche avvolgente, non credo di poter ricostruire esattamente i fatti, ma sono certo che al di là di questa penna, potrò liberamente svelarmi la mia personalità, al di là di chi sono oggi, senza la paura di essere giudicato. Potrei scrivere dell'uomo misterioso che sono oggi libri su libri ma il ricordo del bambino resta un mistero per la mia memoria quasi nitido e chiaro, lo ricordo oggi come se fosse ieri davanti a me. Fisico robusto, capelli color nocciola e guance rosse, in perfetta forma direi mangiavo anche tanto, non come oggi, adesso sono diventato un vecchio che dal suo spropositato balcone fuma e borbotta con aria sicura, guardando gli altri dall'alto in basso. Allacciandomi di più la mia giacca da camera blu scuro e a tratti grigio topo, che adoro tantissimo perché mi dà più l'aria da padrone osservo il paesaggio che dal bordo della ringhiera della sua cella sporge dal promontorio innevato. Il fumo della sigaretta si diffondeva pian piano nella cella impregnandosi tra il letto e i libri impietositi di polvere, con l'altra mano rovistavo una carta nella tasca della giacca, ogni tanto la giro e la rigiro quasi a volerla tirare fuori, come se fosse un ricordo o qualcosa da dimenticare, ma tenuta ben custodita, poi decido di rimetterla apposto nel comodino secondo cassetto di fianco a letto. Il mio sguardo s'intravedeva appena scorgendo tra gli scorci della barba incolta, bianca e senza una linea, dal viso sempre malinconico triste e forse assente. I pensieri si perdevano tra le grate della cella, tra la puzza odiosa di sigaretta e la lampada che stava sempre accesa per stare in penombra. Il monte che fa da cornice racchiude quella malinconia, in pochi avevano avuto la fortuna di parlarmi da quando avevo deciso di rintanarmi qui. Che poi a dirla tutta non è stata una bella scelta, sono stato quasi obbligato a chiudermi in questa gabbia di matti, ma per quel che mi ricordo ero solo un bambino indifeso, con mille paure e mille ansie, nessuno poteva darmi supporto, non come oggi che esistono aiuti psicologici, ieri non c'era nulla, e molte cose per questo motivo si nascondevano bene. Aborti, abbandoni, violenze e tante altre cose che non sto qui a dirvi. Con lo sguardo rivolto verso il monte innevato, mi ributto a capofitto nella mia cella che raccoglie in sé piccole cose un letto, una sedia, un tavolino con la lampada, un inginocchiatoio con un Crocifisso di fronte al letto. Una piccola agenda, invecchiata dal tempo, un calamaio mezzo rotto, riservata ai miei soliti pensieri depressivi, una sorta di mie memorie, cosi preferisco definirle, io che di memorie ne ho vissuta una sola o forse cento.
La scatola dei ricordi.
Una sera dopo la solita cena con i frati nella mensa, me ne tornai presto in camera mia, avevo bisogno di starmene solo, come amavo di solito fare, mi sentivo al sicuro qui dentro e mentre scrivevo i miei cosi detti pensieri , mi ritornò in mente una scatola che avevo riposto nell'ultimo cassetto del comodino avvolto in un fazzoletto di cotone, lo apro e all'interno ritrovo il mio pelouche. Un orsacchiotto di colore bianco, con sopra disegnato tanti giochi colorati, era il mio preferito e nonostante i miei 56 anni, quando lo rivedo, mi sento tranquillo, così chiusi la porta della cella a chiave e mi poggiai sul letto, tenendo stretto al mio petto quell'orsacchiotto, sprofondai in un tenebroso sogno....( Il protagonista si addormenta e rivede in sogno tutta la sua vita). Risale tutto a 40 anni fa, un percorso tortuoso e difficile, è stato quello che ho attraversato dal bel mezzo della mia infanzia fino ad oggi. Quando si sente parlare d'infanzia si può immaginare un periodo bello e spensierato della vita, almeno lo è quasi per tutti i bambini di questo mondo. Per quanto mi riguarda tutto quello che è legato alla mia infanzia, posso definirlo come qualcosa da cancellare, da mettere da parte da nascondere, seppure i ricordi e i tormenti sono continui e costanti. Da quando ho messo piede in questo posto, solo il Sacrestano frate Pasquale ha avuto la fortuna di saperne di più, nascondendo la mia tragedia anche al vescovo. Nessuna notizia è mai trapelata dalla sua stanza. I ricordi che mi vedono bambino sono davvero poco raccomandabili, mi hanno segnato in modo inesorabile tanto da non avere un equilibrio perfetto tra la realtà e il passato. Mi chiamo Giacomo, ma per tutti sono Mino diminutivo di Giacomino, un bambino vivace ma bello, dal carattere presuntuoso e spesso dolce, sono sempre stato il cocco della mamma. Sono nato da genitori semplici e onesti contadini, vivo la mia vita in aperta campagna, dove a farne da cornice è l'immensa natura che circonda la mia grande casa. Mio padre Gianfranco era un vecchio proprietario terriero mentre mia madre Lucia aveva portato in dono la sua dote, unica ricchezza. Ogni tanto per guadagnarsi qualcosa andava a stirare da qualche signora nei dintorni, ma guadagnava bn poco. Ricordo mio padre stare fuori tutto il giorno perché lavorava nei campi mentre mia madre Lucia ,si occupava di crescere me suo unico figlio che il Signore ha voluto mandargli, altri non ne sono arrivati senza capirne il motivo. Da quel che si racconta in giro la mia è famiglia per bene, umile e con tanta voglia di lavorare. Una famiglia che si spendeva molto per gli altri. Nel corso del tempo, forse qualcosa nel loro matrimonio è cambiato, ma a vederli a primo impatto nessuno avrebbe mai pensato che non andassero d'accordo. Ricordo mia madre sempre premurosa nei suoi confronti e lui che non aveva occhi che per lei. Una coppia perfetta, l'uno non poteva fare a meno dell'altro. Forse, poi le cose iniziarono a peggiorare, cambiò il verso delle cose qualcosa ha turbato la loro sintonia familiare, la loro complicità o forse quella che vedevo da bambino era solo apparenza? Anche quel bambino innocente né ha subito le conseguenze, ne ha subito l'evoluzione ,il cambiamento stravolgendo la sua infanzia segnandola per tutta la vita. Per questo motivo amo isolarmi e ho desiderato stare solo anche nel convento, perché in qualche modo ritrovavo me stesso, la mia pace interiore, la complicità per me stesso, spesso non sono stato capito, non importa non era quello che volevo. Il mondo al di fuori di quelle mure non esisteva più. Volevo così e ci stavo bene. Raccoglievo l'essenza e la bellezza del silenzio. Ed è proprio l'essenza di quella vita vissuta che io non riesco più ad accettare, la bellezza e assaporarne i profumi. Tutti si sono sempre chiesti come mai mi trovassi all'interno di un convento, non essendo io né un frate, né un uomo che deve scontare la sua pena. Non ho mai dato risposte, volutamente, non amo le persone che pongono domande, non amo dare risposte né spiegazioni sulla mia vita, figuriamoci sul mio passato. L'unica cosa che adoro di questo posto sono i canti gregoriani, io che sono un appassionato di queste cose col tempo ho imparato ad amarli, all'inizio erano un tormento, volevo tapparmi le orecchie, fuggire via, poi mi sono serviti e piaciuti. Sono sempre stato un mistero celato per tutti.
Che carattere... No una corazza!
Che io sia un personaggio e ambiguo lo so benissimo e lo ammetto tranquillamente. Sono un mistero anche per me stesso. Fin dal primo momento che ho messo piede in questo posto, dal primo sguardo mio innocente, con gli occhi di un bambino tormentato dalla paura, sono stato scontroso con tutti, diffidente e a tratti anche maleducato. Ero acido, con la puzza sotto al naso a tutti i costi, non mi andava bene niente, spesso lo facevo per dispetto ,ma non mi comportavo così perché ero cattivo anzi, ma era una forma di corazza che mi avevo creato, per sfuggire all'insicurezza dei giorni che sarebbero arrivati. Gli unici momenti in cui, mi vedevano partecipe attivamente alla vita del convento era il momento del pranzo o della cena e i momenti dedicati alla preghiera. Dopo di che a passo svelto come sempre mi piace rintanarmi qui dentro. Durante i momenti in cui mi ritrovo insieme agli altri, mi sento osservato dai frati che mi scrutano silenziosamente, senza fare nessun cenno di curiosità, lo capisco dai loro sguardi, ma io abbasso lo sguardo e li allontano col pensiero categoricamente. Tutte le volte che faccio ritorno nella mia cella intono a voce quasi rauca e ansiosa qualche canto gregoriano che a fatica accenno brevemente, poi la solita sigaretta, la mia abitudine serale, da cui non riesco a distaccarmi, prima di andare a dormire, il fumo si estende come al solito anche nel corridoio adiacente la mensa. Poi regna il silenzio. E tutte le volte che arriva la notte come un incubo incessante, per poi mescolarsi tra il sonno e la malinconia, la paura. La paura di addormentarsi, la tristezza di sentirsi solo, abbandonato. E mentre provo ad addormentarmi i pensieri fanno capolino nella cella. Come un rituale da ripetere tutte le sere, scrivere mi faceva stare calmo, era qualcosa di illeggibile, qualcosa di segreto, saranno stati i miei misteri, la mia vita, il mio malessere, continuo a fumare. Incessantemente quella puzza di nicotina, penetra attraverso la porta. Nel corridoio da lontano ascolto passi lenti sopraggiungere verso di me, mi fermo con la penna , mi fermo persino di fumare, poi un solo tocco alla porta mi spaventò e una voce sottile risuonò dall' altra parte: “Giacomo ”, sono Frate Pasquale, che succede tutto bene? “non avere paura vieni alla porta” continuò il frate. A quel punto silenziosamente spensi lentamente la candela posizionata al davanzale della finestra e poi a piedi nudi raggiunsi il letto per poi far finta di dormire, così il Sacrestano decise di ritirarsi nella sua stanza. Un eterno trambusto di pensieri mi rivoltavano nella mente, tutte le volte che la notte arrivava, come un uragano quelle immagini tornavano come un ombra sottile a passi lenti, giocavano a danzare nella mia testa e non solo, le rivedevo sotto il soffitto a rincorrersi, si alternavano tra loro, a volte come se mi stessero cadendo addosso. Mi nascondo sotto la coperta marrone che puzza di antico, ma è il mio unico rimparo, la mia salvezza. In effetti sono solo i miei tormenti, le mie paure, come provo a chiudere gli occhi ricompaiono. Se ne parlo con qualcuno mi prendono per pazzo. E ancora mi rivedo da bambino come un tormento, con immagini sfocate che corro spensierato a giocare con le galline, con le papere bianche e ricordo a quando rincorrevo i maialini che dalle stalle andavano nei campi. Eccomi si mi rivedo, sono li con i pantaloni sporchi di fango e la mamma che gridava, esortandomi ad entrare in casa. E 'la mia infanzia che ritorna nel mio presente, rivedo la mia mamma tra le ombre che mi chiama per tornare a casa. Quanto era bella... Amavo correre tra le sue braccia come un cucciolo in cerca d'affetto correvo, correvo e lei mi teneva stretto stretto. E ad ogni notte, come un andamento persuasivo, gli incubi sono sempre presenti, un miscuglio di tormento. Mi sentono lamentare spesso durante il sonno, chissà cosa immaginano eppure tutto sommato all'apparenza sto bene. Non potrei parlare mai di questi episodi, odio parlare di me stesso, della mia vita, delle mie cose personali. Sono certo che prima o poi questo tormento che mi porto dietro da tempo, mi lascerà perdere, si stancherà e si concentrerà su altro. A volte si crede di avere tutto nella vita, una bella casa, una famiglia, i soldi, le macchine ma in realtà in sostanza non si ha la cosa più importante la serenità. Io avevo tutto ero un bambino come tanti, ma portavo il peso di un fardello troppo grande, a 7 anni certe cose non le capisci e non le puoi comprendere. Puoi tormentarti tutta la vita, ma non puoi sentirti in colpa per non averle capite. E forse è proprio questo il mio tormento interiore, la mia serenità non trovata. Mi chiedo spesso che cos'è che non è andato in quel bambino, cosa non è piaciuto? Quali sono le colpe di quel bambino, quelle di essere venuto al mondo? Forse in un momento sbagliato? Forse quel bambino non è stato mai voluto, ci penso spesso a Mino piccolino.
Il valore dell' amicizia.
Proprio perché ho un brutto carattere e ho sempre amato stare da solo con me stesso non ho mai creduto in certi tipi di valori, figuriamoci nell'amicizia. Tutti quelli che sono all'interno di queste mura sono conoscenti e persone per me di passaggio, molti di loro posso dire che mi hanno cresciuto e non mi hanno fatto mancare nulla, ma non ho mai voluto affezionarmi più di tanto, sono fatto così, ho sempre avuto problemi nel relazionarmi gli altri. Non credo in niente, forse neanche in Dio figuriamoci all'amicizia. Non sopporto neanche quelli che fanno i finti amici, come Salvatore un signore che ho conosciuto qui dentro e più di una volta ha tentato di avvicinarmi, ancora non ha capito il mio carattere, quando lo capirà sono sicuro che si brucerà da solo. Né sono un tipo da farsi travolgere dalle emozioni, sono apatico a tutti gli effetti. Salvatore con la sua pazienza e la sua tenacia è riuscito in qualche modo ad entrare nelle mie grazie, il che è molto difficile. Lo apprezzo soprattutto per il coraggio che ha, senza paura, di fronte un burbero come me. In tutte le confidenze che mi ha fatto mi racconta sempre che si è affezionato a me fin da quando ha incrociato il mio primo sguardo, aveva capito da subito il macigno che portavo sul cuore ed è per questo che a tutti i costi ha voluto restarmi accanto. Per questo lo ammiro tanto. E aggiungeva che i macigni da soli non si possono portare, mentre i due pesano di me. Una bellissima dimostrazione d'amicizia, a volte mi commuovo quando dice ste cose, però non voglio dargli soddisfazione.
Con Salvatore spesso parlavo di Mino, di quando era solo un bambino e spesso nelle nostre brevi chiacchierate gli della madre di Mino, di questa donna, di quanto era bella Lucia, ma di quanto male aveva procurato a Mino, forse senza volerlo, o forse volutamente. L'ingenuità di Giacomino, il bene per la madre, le paure. Salvatore mi ascolta con pazienza senza giudicarmi, ed è strano come mi sono lasciato andare nel racconto. Anche se spesso lo vedo assorto nei suoi pensieri non mi dice nulla, forse in cuor suo si è fatto un' idea. Lucia, mia madre probabilmente era una donna fragile, insicura anche se non lo mostrava mai. Raccontavo all' amico, allo sconosciuto, al confidente Salvatore alcuni ricordi, trattenevo quelli che mi fanno più male. Poi una sera volutamente mi sono lasciato andare in una confidenza a cuore aperto a quell'uomo seduto di fronte a me, con i capelli bianchi e la barba corta, molto più grande di me con l'età mi chiese espressamente di parlare, di tirar fuori il malessere che mi faceva stare male. Dopo i dieci anni, devi sapere, che i miei ricordi non erano poi cosi forte e indelebili, cercavi di nasconderli, ma come un tatuaggio lo tengo stampato dentro. Ti faccio una pressa amico mio, confidente, non giudicarmi, per il bambino che ero e per l'uomo che hai di fronte a te. Ci mancherebbe rispose Salvatore accovacciato sulla pietra dov' eravamo di soliti stare, in giardino nella selva, dove il calar della sera ci fa compagnia.
Maria Calenda
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