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Autore: Valerio Suster
Il Muro di Tufo
Narrativa Contemporanea
Lettori 55 1
Il Muro di Tufo

Una storia di amicizia, amore e scelte difficili tra infanzia, distanza e ritorno.

Mi ricordo ogni pietra. Non quella perfetta, lucida, ma le irregolari, quelle che si incastrano male e trattengono l'umidità. Nel 1990 i nostri genitori comprarono due case vicine, quasi attaccate, divise solo da un muro basso, screpolato, di tufo. Era una di quelle scelte che non sembrano scelte: la vita cambia senza che te ne accorga, e tu pensi che sia normale, inevitabile. Quando vidi Laura per la prima volta, stava dietro il suo cancello con una valigia giocattolo, gli occhi stretti per il sole. Aveva i capelli raccolti, e già allora c'era qualcosa di tagliente nel modo in cui osservava il mondo, come se volesse inghiottirlo tutto senza farsi travolgere. Mia madre la salutò con il sorriso largo, mia sorella annuì senza dire niente. Io stavo qualche passo indietro, perché avevo capito che lei era diversa, e io non sapevo ancora come avvicinarmi. La valigia cadde di lato, un rumore secco sul selciato, e lei fece un piccolo salto indietro. Non rise. Non disse una parola. Io mi avvicinai, quasi senza pensare, e la aiutai a rialzarla. Non era un gesto eroico: era solo il gesto che qualsiasi bambino di cinque anni avrebbe fatto se avesse sentito il peso del silenzio. Camminammo insieme fino al giardino che confinava tra le due case. I nostri genitori parlavano di cose noiose, numeri, conti, contratti. Noi guardavamo le foglie cadere, i piccoli insetti correre sulle pietre. Laura non disse una parola.
Io, per rompere il silenzio, indicai un albero vicino al muro e le dissi: «Se vuoi, questo lo chiamiamo “nostro”».
Lei mi guardò per un momento. Poi annuì appena, quasi impercettibilmente. Quel giorno diventammo amici.
Non ancora stretti, ma qualcosa si accese.
Una piccola scintilla, che nessuno dei due poteva ancora chiamare per nome. I giorni successivi furono strani.
Ci salutavamo quando ci vedevamo da lontano,
ci guardavamo perché ci spingeva la curiosità, l'ingenuità, la voglia di capire chi fosse l'altro. Laura era veloce nei gesti, decisa, e non chiedeva mai nulla. Io ero lento, incerto, e probabilmente un po' imbranato in confronto.
Passavamo ore nel giardino, a osservare le pietre, a raccogliere sassi diversi, a inventare nomi per fiori che non conoscevamo. La sera, quando i genitori tornavano da lavoro, ci sedevamo sul muro basso, quello che separava le due proprietà, e parlavamo di cose banali:
“Hai visto il gatto del vicino?” “Sì, ieri stava sul tetto.”
Ogni frase era una scusa per comunicare.
Non ci servivano discorsi profondi: la profondità era nei gesti, negli sguardi, nel modo in cui non ridevamo per forza, ma ci sentivamo visti.
Una volta mi prese la mano mentre raccoglievo una foglia secca dal terreno. Non era un gesto romantico, eravamo troppo piccoli. Era un gesto di alleanza, un modo per dire che eravamo lì, insieme, e che ci saremmo scoperti a poco a poco. Io non lo sapevo ancora, ma da quel momento le nostre vite avrebbero cominciato a correre parallele, senza mai separarsi davvero.
Il borgo era piccolo, ogni vicolo un mondo a sè, ogni porta un passaggio verso un segreto. E noi eravamo pronti ad esplorarlo tutto.
Le giornate si allungavano, il sole cadeva diverso su ogni pietra, e il tufo si scaldava lentamente sotto le mani di quei bambini curiosi. Non c'era fretta, nessuna urgenza.
Solo il silenzio, rotto a volte da risate improvvise, cadute, urla di mamma o di papà. Quella prima settimana si concluse con un pomeriggio di vento leggero.
Seduti sul muro, osservammo le nostre ombre mescolarsi a quelle degli alberi. Nessuno parlò, e nessuno aveva bisogno di parlare. Qualcosa era nato, fragile, invisibile, ma già essenziale. Qualcosa che avrebbe resistito a tutto, anche al tempo. L'autunno arrivò presto.
Le foglie ingiallite cadevano tra i vicoli e si accumulavano vicino al muro basso. Io e Laura ci perdevamo tra le strade strette, inventando percorsi segreti, saltando sopra i tombini e sfidandoci a chi arrivava prima in cima alla collina dietro le case. Non servivano parole, bastavano i gesti: il modo in cui si muoveva, agile e veloce, come se conoscesse già tutti i segreti del borgo. Io inciampavo spesso, lei rideva sommessa, e il suono della sua voce era più luminoso del sole che filtrava tra i tetti.
Le giornate diventavano sempre più lunghe, e ogni momento libero era nostro.
La scuola non ci separava nemmeno: sedevamo vicini di banco, scambiandoci biglietti scritti in fretta con matite rotte o pezzi di carta strappati. La maestra non si accorgeva, o forse fingeva di non vedere. Ogni messaggio era un codice, semplice e immediato: “Ci vediamo al muro?” oppure “Il gatto oggi è scomparso.”
Piccole storie quotidiane che costruivano un mondo tutto nostro, dentro quello reale.
I nostri soprannomi nacquero così, senza pensarci troppo. Io la chiamavo “Principessa Fiore di Luna” perché i suoi capelli sembravano cambiare colore con la luce, e i suoi occhi erano freddi e caldi insieme, come la notte e il giorno mescolati. Lei mi battezzò “Principe Chuck” dopo aver visto il cartone animato in cui il personaggio principale faceva tutto di testa sua. Ridevamo di quei nomi, e allo stesso tempo diventavano una barriera, un modo per dire: “Tu sei mio, ma non lo sappiamo ancora davvero.”
Le stagioni passavano, e ogni nuova pioggia ci trovava nascosti sotto le tettoie, a osservare le gocce scivolare sui muri di pietra. La terra diventava scivolosa, e i nostri pantaloni sporchi di fango erano motivo di orgoglio. Qualche volta litigavamo per nulla: una foglia presa, un oggetto nascosto, un gioco interrotto.
Ma il litigio durava un attimo. Bastava uno sguardo, un piccolo sorriso, e tutto tornava a posto, come se nulla fosse successo. I pomeriggi si trasformavano in serate.
I lampioni si accendevano e il borgo cambiava colore, diventava un quadro fatto di ombre lunghe e luci calde.
Ci sedevamo spesso sul muro, i piedi penzoloni, raccontandoci storie inventate di cavalieri, pirati e città perdute. Io inventavo sempre le avventure,
lei correggeva i dettagli, aggiungeva nomi, rendendo tutto più concreto. Era il nostro modo di imparare a stare insieme, senza regole, senza che nessuno controllasse.
Dopo l'estate, arrivò l'inverno, e con esso la neve, lenta e abbondante. Il muro diventò una pista di scivolo improvvisata, e i vicoli si trasformarono in labirinti di impronte. Io e Laura ci inseguivamo senza sosta, ridendo fino a sentire il freddo nella gola. Nessuno dei vicini si lamentava: forse si erano abituati a vederci lì, a correre tra pietre e ghiaccio, così piccoli e così pieni di energia.
Ogni gesto, ogni piccola sfida, rafforzava qualcosa che non sapevamo ancora definire.
Il muro basso non era più una barriera.
Era il confine tra noi e il mondo, e insieme decidevamo chi poteva entrarci. Non c'era spazio per dubbi, né per paura. Solo la certezza che, per qualche ora, quel pezzo di borgo ci apparteneva.
I pomeriggi diventavano notti quando il sole tramontava e le luci delle case iniziavano a intravedersi fioche dietro le finestre. Io osservavo Laura camminare verso la porta di casa sua, e una piccola inquietudine mi sfiorava la pancia. Non era paura, non ancora. Era solo la percezione che il tempo passava, che il mondo esterno non ci avrebbe aspettati per sempre. Ma quella consapevolezza restava nascosta, come una pietra sotto il cemento.
E intanto gli anni passavano senza che ce ne accorgessimo. Il borgo restava uguale, ma noi crescevamo dentro il suo ritmo immutabile. Le case dei nostri genitori erano vicine, ma non era il vicinato a tenerci insieme. Eravamo legati dai gesti quotidiani: i sassi raccolti nel cortile, il fumo dei camini, le foglie secche che si accumulavano lungo il muro basso.
A dodici anni, iniziammo a parlare di cose più grandi: segreti che non avremmo detto a nessuno, prove di coraggio, bugie innocenti. Io confesso che a volte mi sentivo stupido, ma lei aveva quel modo di guardarmi che mi faceva sentire intelligente, anche quando inciampavo. Laura era più sicura, più rapida nel capire le situazioni, e io spesso la seguivo senza oppormi, imparando a camminare sul filo sottile tra l'imbarazzo e la paura.
Un pomeriggio d'estate, trovammo un passaggio tra due muri vecchi e crollati. Era stretto, pieno di radici e polvere, e non sapevamo dove conducesse. Decidemmo di esplorarlo, senza parlarne a nessuno. Strisciammo, ci spintonammo tra le pietre, ridendo fino a rimanere senza fiato. Alla fine, arrivammo a un cortile nascosto dietro la chiesa abbandonata. Nessuno ci aveva mai portati lì.
Era nostro. Da quel giorno, ogni volta che volevamo scappare dal mondo adulto dei genitori, ci ritrovavamo lì. Era un rifugio fatto di ombre e polvere, di silenzio e odore di terra umida. Nessuno dei due parlava troppo,
ma sapevamo che quello spazio apparteneva solo a noi.
Il muro basso, allora, non separava più niente.
Era un trampolino, un confine da oltrepassare per entrare nel nostro piccolo universo. I nostri soprannomi restavano una costante. “Principessa Fiore di Luna” e “Principe Chuck” erano più di un gioco: erano una protezione.
Li pronunciavamo solo tra noi, e ogni volta che lo facevamo ridevamo in silenzio, come se il mondo esterno non potesse capire. Gli altri bambini ci guardavano strani, ma a noi importava poco. Noi avevamo nostre regole, invisibili ma precise. A scuola, i compiti e le interrogazioni diventavano una sfida condivisa. Io copiavo da lei, lei mi correggeva, e qualche volta litigavamo per il modo giusto di fare i disegni o scrivere le storie. Non era competitività cattiva: era esercizio di fiducia, era capire chi eravamo uno per l'altro. Quando uno di noi sbagliava, l'altro non rideva mai apertamente: un'occhiata bastava per sapere che il supporto c'era, silenzioso ma costante.
I pomeriggi si allungavano fino al tramonto.
Ci rincorrevamo tra vicoli stretti, osservando i tetti di pietra illuminati dal sole calante. A volte restavamo immobili, guardando il cielo diventare rosso sopra le case.
Nessuno diceva nulla. Non serviva.
Il silenzio era parte del gioco. Ci capivamo senza parlare, e questo ci dava sicurezza. Ogni tanto litigavamo, naturalmente. Una porta sbattuta, un oggetto nascosto, un segreto rivelato troppo presto. Ma era come se il muro tra noi si fosse solo piegato per un momento, pronto a raddrizzarsi subito. Non ci servivano scuse lunghe.

Valerio Suster

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