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Autore: Bjorn Nielsen
Mater Vivens
Giallo Noir
Lettori 2
Mater Vivens

Dublino, 24 dicembre 1925, ore 21:30.

La città è avvolta da una pioggia sottile, la benedizione preferita dell'Irlanda. Le strade del centro sono quasi vuote, le case hanno luci calde e finestre appannate da cui filtrano risate stanche e canzoni natalizie suonate male e cantate peggio. Il vapore che esce dai comignoli si mescola al fumo dei lampioni a gas. Le poche persone ancora in giro camminano svelte, avvolte nei cappotti, con pacchetti sotto il braccio e la testa bassa per ripararsi dall'acqua. L'ufficio di Grafton Street è piccolo e freddo, Matt chiude l'ultimo fascicolo del giorno con un gesto che non dice nulla, ma significa tutto: il Natale non è una festa per i detective privati, è una pausa obbligata che gli fa sentire la città troppo grande e la vita troppo piccola. Maggie è partita quella mattina all'alba per Clonakilty. Le zie non le perdonano di passare le feste con un uomo che non è né marito né fidanzato e lui non sa quale delle due cose gli faccia più paura.
— «Solo quattro o cinque giorni.» — aveva detto, infilandosi il cappotto. — «Puoi sopravvivere senza di me?»
Gli aveva lasciato sulla scrivania un pacchetto con dei biscotti al burro, una sciarpa fatta a mano color vinaccia e un biglietto che dice solo:
“Buon Natale... e non farmi venire a cercarti.”
Matt ripiega il biglietto e lo infila nel portafoglio, dietro una fotografia di quando erano ragazzi. Accende una candela sul davanzale. Una tradizione di cui Maggie gli ha spiegato il senso mille volte: una luce per gli spiriti, per chi non trova la strada, per chi non dovrebbe sentirsi solo nella notte di Natale. Lui la lascia accesa per abitudine, non per fede. O almeno così si dice da solo. Tre minuti prima della mezzanotte la fiamma della candela si spegne di colpo. Niente vento, nessuna corrente d'aria. La finestra è chiusa, le tende ferme. Matt resta immobile, la sigaretta che gli trema tra le dita.
— «Oh, fantastico. Non ho nemmeno bevuto abbastanza per immaginarmelo.»
Tre colpi alla porta. Secchi. Precisi. Matt si avvicina in silenzio, una mano sulla pistola, l'altra sulla maniglia. Sul pianerottolo c'è una giovane donna bagnata fino alle ossa, l'acqua le cola dai capelli scuri attaccati al volto come fili d'alghe. La pelle è bianca, quasi trasparente. Indossa un vestito grigio–argento antiquato, cucito a mano, con bottoni di madreperla che luccicano come conchiglie nel buio. È immobile e silenziosa. Sembra più un ricordo che una persona viva.
— «Per favore...» — la voce è un filo rotto. — «Mi sono persa.»
Matt la invita dentro senza pensarci troppo. Non perché non abbia paura: è perché la paura arriva dopo, quando il cervello capisce quello che gli occhi già sanno. La donna entra. Cammina lenta, attenta, come se temesse di lasciare impronte. Matt le porge la sedia di fronte alla sua.
— «È successo qualcosa? Ha bisogno della polizia?»
Lei scuote la testa.
— «Sto cercando... mia figlia.»
Mulligan sente un brivido dietro la nuca.
— «Come si chiama? Forse posso aiutarla.»
La donna stringe le dita attorno al tessuto bagnato del vestito e lo guarda con due occhi di un blu profondo e misterioso.
— «Non lo ricordo.»
Matt trattiene il fiato.
— «Dove abita?»
La donna abbassa lo sguardo per un istante, come se cercasse una risposta sul pavimento.
— «Qui... a Dublino.»
Una lunga pausa, poi aggiunge, con una voce che sembra arrivare da molto lontano:
— «Vicino all'acqua.»
Il Liffey. Ovviamente. Il detective si sistema sulla sedia, inclinandosi appena in avanti per guardarla meglio. La pelle della donna è talmente chiara da lasciare intravedere sottili venature bluastre. Non trema, non batte i denti, non ha freddo anche se è bagnata fradicia e ogni volta che si muove... non fa rumore, come se fosse leggerissima.
— «Signora...» — la voce gli esce bassa. — «Come è arrivata qui?»
Gli occhi della donna si spostano sulla finestra.
— «Ho seguito la luce.»
La candela. Quella che si è spenta da sola.
— «Mi sono svegliata nel fiume.» — sussurra. — «Non sentivo il mio corpo. Solo... il freddo, il buio... e qualcosa che mi tirava giù.»
Un attimo di silenzio, scalfito solo dal crepitio lontano della pioggia sul davanzale.
— «Sono morta, vero?»
Matt inspira lentamente. Ha visto tanti morti durante la guerra, amici dilaniati dalle bombe, ragazzi che ridevano un'ora prima e un'ora dopo non esistevano più. Ha affrontato culti proibiti, stanze scavate nell'oscurità, uomini pronti a ucciderlo senza pensarci due volte. Ha guardato negli occhi il fanatismo, la follia, la crudeltà, ma non si era mai trovato davanti a un fantasma gentile che chiede conferme.
— «Non ne sono sicuro.» — una piccola bugia. — «Ma qualsiasi cosa sia accaduta... lei è qui adesso. Mi dica cosa ricorda. Tutto può aiutare.»
La donna chiude gli occhi.
— «Ho fatto una promessa a mia figlia. Le ho detto che sarei tornata per Natale. Sempre.»
Una lacrima le scivola giù dalla guancia, ma si cristallizza in una perlina trasparente e resta sospesa sul volto, congelata.
— «Non ho mantenuto la mia parola.» — la voce le si spezza. — «Non riesco a trovarla.»
Matt si alza e va verso il registro dei casi. Non sta davvero cercando qualcosa: gli serve solo qualche secondo per rimettere insieme i pensieri. Quando si volta, la donna è in piedi davanti alla candela spenta.
— «È questa la casa dove vivono le luci?»
— «No. È solo... il mio ufficio.»
— «Ma tu tieni accesa la luce perché qualcuno possa entrare.»
È una frase semplice, ma il detective sente un brivido corrergli lungo la schiena. La luce non era per gli spiriti, ma per Maggie. Per farle capire che lui era lì, che non se n'era andato. La donna sfiora la candela e la fiamma si riaccende da sola con un suono lieve, come un sussurro.
— «Posso restare qui?» — chiede lei. — «Solo stanotte. Non so più dove andare.»
Matt non risponde subito. Lo sguardo scivola sulla stanza, su tutto ciò che la rende sua e al tempo stesso così vuota: la sciarpa che Maggie gli ha lasciato prima di partire, ancora intrisa del suo profumo; la vecchia Remington sulla scrivania, con un nastro mezzo consumato e una lettera che non ha finito di scrivere; una bottiglia di Guinness col tappo allentato, tentazione e compagnia. Infine i suoi occhi si fermano su quella donna misteriosa... una creatura che sembra fragile e impossibile allo stesso tempo. La paura è svanita, non c'è minaccia, solo una solitudine che nessun detective può arrestare.
— «Sì. Può rimanere.»
Lei annuisce. Si siede vicino alla stufa ormai spenta, come se sentisse comunque il calore. Matt prende una coperta e gliela poggia sulle spalle. Le sue dita attraversano il tessuto bagnato, ma non toccano davvero la sua pelle. È come avvicinare la mano a un vetro freddissimo.
— «Grazie.» — mormora lei. — «Sei molto gentile.»
Matt arriccia il labbro.
— «Lo dica alla mia amica Maggie, quando torna. Non ci crederà mai.»
La donna sorride e per un attimo sembra ancora viva. La pioggia picchietta piano sul vetro, un ritmo lento e ipnotico. La stanchezza gli sale addosso all'improvviso, Matt sente le palpebre farsi pesanti come se qualcuno le tirasse verso il basso con fili invisibili. Per un momento prova a tenere gli occhi aperti, poi il sonno lo avvolge, silenzioso.
Quando si risveglia, ha il collo rigido e la poltrona gli sembra molto più dura di come la ricordava. Sbatte le palpebre e si stropiccia il viso con le mani. Per un attimo non capisce dove si trova, poi i contorni della stanza ritornano. Fuori albeggia e un debole chiarore filtra tra le tende. La candela sul davanzale è ridotta a un tappo di cera e la fiamma è morta. La donna non c'è più. Non ci sono impronte, nessun rumore, nessun profumo, solo delle gocce d'acqua sulla scrivania, una piccola impronta che lentamente svanisce sotto i suoi occhi. Accanto c'è un biglietto, scrittura elegantissima, inchiostro virato a seppia.
«Grazie, la tua luce ci ha riunite. Va tutto bene ora.»
Matt piega il foglio e lo mette nel portafoglio accanto al biglietto di Maggie, poi indossa il cappotto. È freddo, rigido, ancora umido della notte passata, ma va bene così. Apre la porta ed esce. Le strade sono quasi vuote. Le vetrine dei negozi, coperte da una sottile patina di ghiaccio, riflettono un cielo che non ha ancora deciso che colore prendere. Le luminarie natalizie, piccole lampadine a filo, oscillano tra un palazzo e l'altro nella brezza fredda del mattino. È Natale e per una volta Dublino sembra in pace con sé stessa. Si dirige verso O'Connell Street, passo dopo passo, mentre la città sembra svegliarsi a metà, incerta se riprendere a vivere o tornare a dormire. La pioggia è diventata una nebbia leggera, il fiume è grigio come un ricordo senza nome. Compra dei fiori, due garofani bianchi, e li lancia sul Liffey.
— «Buon Natale.» — dice piano, più per lei che per sé.
Per un istante — un solo istante — tra la nebbia gli sembra di vedere una donna con un vestito argento che sorride e ricambia il saluto, poi l'immagine svanisce come una fiamma spenta da una mano gentile. Matt resta lì ancora un po', a fumare in silenzio. Il fumo si mescola alla nebbia, alla pioggia sospesa, ai suoi pensieri. Il Liffey scorre lento come se portasse via tutto quello che la notte non vuole più trattenere. Spegne la sigaretta e si volta. Le strade sono ancora vuote, immerse in quell'ora sospesa in cui Dublino sembra trattenere il fiato prima delle feste.
Cammina verso casa, i passi che risuonano sull'acciottolato bagnato. Vede il suo furgone parcheggiato davanti all'ufficio, vernice grigia, carrozzeria ammaccata, una sagoma scura che emerge dalla nebbia come una creatura paziente. È un rottame che ha visto troppi chilometri e troppe notti senza sonno, un vecchio soldato su ruote che non si lamenta mai, ma adesso Matt lo guarda con occhi diversi. C'è qualcosa nel modo in cui la luce scivola sul cofano, nel riflesso tremolante dei lampioni sulla lamiera bagnata, che gli ricorda la donna vestita di grigio e quel suo sorriso impossibile che ha visto solo una notte e che non rivedrà mai più. Sfiora il fianco del veicolo con la mano, la superficie è fredda.
— «Grey Lady...» — mormora. — «Credo che ti chiamerò così.»
La nebbia si stringe attorno a loro come un sipario. Un carro fantasma per un detective che non crede ai fantasmi... almeno fino a oggi. È tempo di tornare, di chiudere la porta e accendere una nuova candela, di aspettare che Maggie torni e, prima o poi, gli chieda perché il vecchio furgone adesso si chiami così. Forse glielo dirà, forse no. Per un attimo Matt ha la sensazione che qualcuno cammini accanto a lui. Una presenza discreta, gentile... poi la pioggia si fa temporale e cancella ogni cosa: le tracce sul marciapiede, i pensieri rimasti in sospeso, perfino quel breve e impossibile ricordo.

Bjorn Nielsen

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