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Le strade acciottolate si snodavano come vene di pietra tra case dai balconi scuri, adornati da vasi colmi di gerani rossi che sembravano battiti vivi, pulsanti di bellezza e ostinazione. Malè, in quell'ora sospesa tra luce e ombra, pareva immobile nel tempo, come un'antica fotografia tenuta al sicuro tra le pagine di un libro dimenticato. Il giorno calava, ma la vita ancora mormorava. Dai lavatoi, le voci delle donne si sollevavano leggere, accompagnate dal suono ritmico dei panni sbattuti sulle pietre. Il clangore dei campanacci delle vacche al pascolo arrivava dalle malghe come un eco lontano, familiare. Tutto sembrava dire: "Siamo vita." Lungo il sentiero che costeggiava il torrente Noce, Matteo Lorenzi correva a perdifiato, sollevando schizzi di fango e spruzzi d'acqua cristallina. I pantaloni rimboccati fino alle ginocchia, la camicia slacciata sul petto arrossato dal sole, gli scarponi logori che battevano irregolari sui sassi: sembrava un piccolo camoscio, sgraziato e libero, figlio del bosco più che del paese. Sul viso, l'espressione impastata di fiato corto e gioia pura, gli occhi scuri che brillavano come legno bagnato al sole. «Matteo!» tuonò una voce dal tono ruvido, a metà tra il rimprovero e la stanchezza. «Il latte non si porta da solo!» Il ragazzo si voltò, senza smettere di correre. Un sorriso sghembo, pieno di denti e fango, si aprì sul volto mentre con una mano si sistemava i capelli neri incollati alla fronte. «Un attimo, nonno! Voglio solo vedere se la mia trota è ancora lì!» Qualche passo più indietro, Luigi Lorenzi avanzava appoggiato al suo bastone nodoso, con l'andatura lenta e sicura di chi ha attraversato molte stagioni. Indossava ancora, con un orgoglio tutto suo, la vecchia giacca militare rattoppata con cura negli anni e un berretto infeltrito che pareva parte della sua pelle. Il volto era una mappa di rughe profonde, e gli occhi, piccoli e acuminati, scrutavano il nipote con una durezza apparente ma che in realtà nascondeva un senso di protezione e un affetto immenso. «Il torrente non scappa, ma le vacche sì. E ti giuro che non sarà il pesce a riportare il latte a casa!» sbottò Luigi, ma già un accenno di sorriso gli increspava gli angoli della bocca. Ogni giorno, a Malè, sembrava uguale al precedente, eppure ogni giorno portava qualcosa di nuovo: un profumo insolito tra gli alberi, un canto diverso del vento, il colore sfumato di una foglia caduta prima del tempo. Erano giorni pieni di riti: svegliarsi con le prime luci che filtravano tra le assi del tetto, lavarsi il viso con l'acqua gelida della fontanella di paese, aiutare il padre nei campi, spingere i carri sullo sterrato o mungere le mucche e le capre nel silenzio dell'alba. La casa dei Lorenzi si adagiava ai margini del bosco, abbracciata da pini e larici. Era fatta di pietra ruvida e legno scuro, solida e piena di amore come le mani che l'avevano costruita. All'interno, le pareti odoravano di pane e fumo, le finestre lasciavano entrare una luce obliqua, gentile. E ovunque si sentiva il calore, non solo quello della stufa, ma quello delle parole, delle risate e della presenza...della famiglia. Teresa, la madre di Matteo, girava per la cucina come una brezza inarrestabile. Dalla corporatura minuta, girava nel suo piccolo nido con un grembiule sempre sporco di farina, le gote perennemente colorite per il calore del forno e le mani che non si fermavano mai. La sua voce era una melodia costante, un mormorio che accompagnava il lievito, l'acqua, la legna, la preghiera. «Matteo! Per l'amor del cielo, pulisciti prima di entrare!» gridò la mamma vedendolo rientrare in casa e lanciandogli uno strofinaccio. «Hai le gambe che sembrano due stinchi di maiale!» «Ma mamma, devo solo prendere il cappello!» protestò lui, cercando di scivolare leggero sul pavimento. «Quel cappello ti porterà lontano, lo sento...» mormorò lei, tornando all'impasto. «Ma ricorda: la testa, quella, deve restare qui.» Dalla porta, la sorella Elisa lo guardava con occhi grandi e lucenti, stringendo la sua bambola di pezza come un talismano. «L'hai vista, la trota?» chiese, piena di speranza. Matteo si chinò e le scompigliò i capelli. «Non oggi. Ma domani sarà lì. Lo so per certo.» Per Elisa, lui era tutto. Un fratello, un faro, il suo gigante buono. Lo seguiva ovunque, anche solo con lo sguardo. Quando lui rideva, lei rideva. Quando lui taceva, lei si stringeva a lui in silenzio, come si fa con qualcosa di prezioso e fragile. Quella sera, come tutte le sere, la famiglia si raccolse attorno alla stufa. La stanza si riempì di odori e calore, Teresa servì la zuppa calda, il padre sistemò i ceppi nel fuoco con un gesto antico e il nonno, con una lentezza che era ormai rituale, accese la pipa. Matteo raccontò del suo inseguimento ad una lepre, gesticolando come un attore e gonfiando il petto nei punti salienti. Elisa rideva a crepapelle e persino il padre, uomo che parlava più con le mani che con la bocca, lasciò scivolare un sorriso tra i baffi. Poi calò il silenzio. Un silenzio spesso, carico. Il fuoco crepitava e il vento soffiava piano tra le tegole. «A Bezzecca...» disse d'un tratto Luigi, fissando la brace, «...il freddo entrava nelle ossa come un coltello. Ma non era quello il peggio. Era il silenzio. Quello che ti si infila nel sangue. Che ti segue ovunque, anche a casa.» Matteo si irrigidì. Le posate gli tremarono tra le dita. Poi continuò «il silenzio è come il fiato. Se non lo senti, vuol dire che sei già morto.» Quelle parole si piantarono in Matteo come semi destinati a germogliare anni dopo. Non sapeva ancora quanto lo avrebbero accompagnato. Ma un giorno, quando sarebbe stato immerso nella neve fino alle ginocchia, con il fucile stretto al petto e il cuore in gola, gli sarebbero tornate. Come un'ancora lanciata indietro, per non affondare. Quella notte, sotto la coperta ruvida, ascoltò il bosco parlare. Il vento tra i rami sembrava raccontare storie in una lingua che solo lui capiva. Chiuse gli occhi. E nei sogni, vide freddo e neve, strade che si allontanavano, treni, volti sconosciuti. Sentì una voce chiamarlo da molto lontano. Non era paura. Era attesa. Perché il cuore, anche se non lo sa, sente quando sta per partire. E anche quando ci si allontana, le radici non si spezzano. Rimangono sotto la pelle. Come promesse. Come sentieri nella neve.
L'inverno non arrivava a Malè come un'ospite indesiderato. Non bussava alle porte con violenza, né calava d'improvviso come un sipario. No, da quelle parti l'inverno si lasciava annunciare con l'umiltà dei riti antichi, con gesti piccoli, quasi invisibili, che solo chi vi era cresciuto aveva imparato a riconoscere. Un velo sottile di ghiaccio che bordava i secchi lasciati fuori, l'alito delle mucche che si faceva nebbia al primo chiarore dell'alba, il fumo di larice che serpeggiava tra i tetti come un filo di memoria. Il sole, ormai, non saliva più oltre il campanile. Le sue dita di luce lambivano appena i selciati, poi si ritiravano timide, lasciando dietro di sé un chiarore opaco, un crepuscolo che durava tutto il giorno. Le montagne, alte e solenni, stringevano il paese in un abbraccio immobile, come a proteggerlo, o forse a trattenerlo in un tempo sospeso. La neve, quando arrivava, non gridava: cadeva piano, in silenzio come una parola non detta. In quel silenzio ovattato, la famiglia Lorenzi si muoveva come sempre, con la naturalezza di chi ha dentro di sé un ritmo innato che non ha bisogno di orologi. Ogni gesto era parte di un rito: il taglio della legna, l'accensione del fuoco, il pastone alle bestie. Nulla era superfluo, nulla casuale. Ogni mattina, Teresa si alzava quando ancora il cielo era un'unica sfumatura d'inchiostro. Le dita, abituate al buio, cercavano il panno ai piedi del letto. Si avvolgeva nello scialle a fiori che era stato di sua madre, e forse anche di sua nonna, e con mani ferme accendeva la stufa. Soffiava sulla fiamma come si fa con un bambino, con la pazienza di chi conosce il valore del calore. Quando il fuoco prendeva, la cucina si animava: lo sfrigolio della legna, il borbottio del paiolo, il profumo del latte che iniziava a scaldarsi. Poi Teresa si avvicinava alla finestra. Con la manica tracciava un cerchio sul vetro appannato, guardava il paese addormentato sotto la brina e sussurrava: «Ci siamo quasi». Ogni mattina. In quel "quasi" c'era tutto: speranza, attesa, timore. Dal sottotetto, Matteo sentiva ogni suono. Il borbottare della stufa era come un respiro profondo, il primo del giorno. Apriva gli occhi e restava qualche istante a fissare le travi scure sopra il letto, ascoltando. Poi si alzava. I pantaloni, gelidi, aderivano come pelle di carta. Immerse il viso nell'acqua gelida del catino, serrando i denti. Il cuore batteva forte, scosso non dal freddo ma dall'orgoglio che lo teneva desto. Fuori, la neve gli avvolgeva e accarezzava gli stivali facendolo sentire come sospeso in un mondo fragile. Ogni respiro diventava fumo e il silenzio era così denso da sembrare una presenza. Sotto la tettoia, suo padre Giulio era già al lavoro. L'ascia si alzava e calava con una regolarità antica, quasi rituale. «Dormito bene?» chiese, senza smettere il gesto. «Sì, papà.» «Allora prendi la legna secca. Quella fresca la lasciamo per i giorni meno freddi. La stufa non la vuole.» Matteo annuì, afferrò la carriola e iniziò a caricarla. Il rumore del ferro sulla neve, il cigolio delle ruote, il vapore che gli usciva dalla bocca e dagli occhi: tutto faceva parte di una sinfonia familiare. Lo zio Pietro arrivò poco dopo, il volto tagliato dal freddo, la giacca ruvida e il cappello calcato sugli occhi. «Stanotte ha fatto la crosta,» disse tastando la neve con il bastone. «Domani viene giù altra neve. L'aria sa di neve fresca.» Ogni frase era una profezia, ogni gesto una lezione. Matteo ascoltava e imparava. Imparava a leggere le nuvole come si leggono i libri, a capire il linguaggio del vento, a distinguere il silenzio della neve da quello del gelo. Ogni giornata gli sembrava simile alla precedente, ma dentro di lui qualcosa cambiava. Ogni gesto gli lasciava addosso un'ombra, una traccia nuova. Si stava preparando, anche se non sapeva bene per cosa. Nelle sere fredde e lunghe, il cuore della casa si accendeva attorno al focolare. Il nonno Luigi sedeva nella sua sedia di noce, immobile come una statua, ma vivo negli occhi. Teresa filava la lana con movimenti lenti, quasi ipnotici. Giulio affilava il falcetto su una pietra grigia. Elisa, la più piccola, disegnava con il dito sulla finestra appannata. Una sera, mentre la neve ticchettava sulle imposte e il brodo ribolliva piano, il nonno indicò il vecchio fucile appeso sopra la mensola. «Lì c'è la guerra,» disse. «L'ho portato a Bezzecca. Avevo diciassette anni. Come te, Matteo.» Matteo si voltò, il cucchiaio fermo a mezz'aria. «Avevi paura?» chiese. Il vecchio annuì lentamente. «La paura ti cammina accanto. Come un cane fedele. Ma non devi scacciarla. Se la tieni al guinzaglio, ti fa camminare meglio.»
Francesca Porcelli
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