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La luce del mattino a Hargheisa non era mai la stessa per due giorni di seguito. C'era quella azzurra, rarefatta, che sembrava arrivare da un altro tempo, e quella color sabbia, calda e impastata di vento, che rendeva tutto più lento, più vero. Quella mattina, la luce era bianca e tagliente, come se il cielo avesse deciso di incidere la terra con la precisione di una lama. Le donne si muovevano già tra i cortili, battendo i tappeti con vigore, impastando pane e preghiere, mentre le galline correvano tra i piedi nudi dei bambini. Fartuun Abdi camminava in silenzio, con il suo passo lungo e deciso. Stringeva al petto un quaderno nero dalla copertina screpolata, come fosse un pezzo di sé. Aveva appena compiuto dieci anni, ma negli occhi portava il peso di un tempo che non era più per bambini. Erano occhi grandi, profondi, scuri come la terra bagnata nella stagione delle piogge. Percorreva ogni giorno la stessa strada: tre curve, un ponte di assi sbilenche, un vecchio tamarindo che sembrava salutarla abbassando i rami. Quella via era il suo tragitto verso la scuola coranica, ma anche il percorso che la avvicinava a sé stessa, ogni volta. «Fartuun! Aspettami!» Una voce squillante la raggiunse da dietro. Era Amina, una delle allieve più piccole della scuola, che correva con il velo svolazzante. «Hai già scritto qualcosa stamattina?» chiese ansimando. Fartuun accennò un sorriso. «Non ho smesso da ieri.» «Un giorno leggerò tutto quello che scrivi.» «Un giorno... scriverai anche tu Amina.»
Quelle parole rimasero sospese nell'aria come polline in un giorno d'estate: leggere, sì, ma dense, capaci di depositarsi nel profondo, lasciando una traccia invisibile e persistente. Fartuun le accolse in silenzio, lasciando che le si posassero dentro come un eco destinato a restare. Tra le braccia, stringeva il suo quaderno e in quel gesto c'era tutta la delicatezza e la forza che aveva imparato a coltivare negli anni. Quel quaderno non era soltanto un oggetto, non era solo carta e inchiostro. Era il suo cuore che batteva fuori dal petto, un rifugio intimo costruito parola dopo parola, un luogo segreto in cui nascondere ciò che il mondo cercava di cancellare. Dentro, ogni pagina vi era un frammento d'anima cucito con attenzione: c'erano le frasi spezzate e dense di saggezza del padre, che aveva imparato a memoria come si impara una preghiera. C'erano i sogni leggeri della madre, sussurrati all'alba mentre impastava il pane, come se potessero mescolarsi alla farina. C'erano i mormorii delle donne al mercato, voci impastate di fatica e speranza, racconti rubati tra i banchi di spezie e i cesti di limoni. E c'era quella risata, una in particolare: quella di un bambino cieco, che ogni giorno si fermava sotto il minareto e imitava il canto degli uccelli. Quella risata, chiara e limpida, aveva qualcosa di sacro. Fartuun l'aveva trascritta in versi, cercando di non perderne il suono. Ogni racconto ascoltato, ogni volto incrociato, ogni frammento di realtà che sfiorava il suo cammino, diventava parola. E ogni parola scritta sembrava avere il potere di salvarle un pezzo di anima, come se la scrittura fosse l'unica medicina contro la perdita, l'unico argine contro il silenzio. Scriveva come si respira: senza pensare, ma sapendo che senza, sarebbe morta. La casa in cui viveva con la madre era piccola, un pugno di stanze raccolte intorno a un cortile di terra battuta, ma la luce vi entrava come un dono. I muri, pur segnati dal tempo e screpolati come mani stanche, lasciavano filtrare il canto del vento, che ogni tanto s'infilava tra le fessure con la delicatezza di un vecchio amico. I vetri delle finestre, ormai andati in frantumi da tempo, erano stati sostituiti con veli di stoffa leggera che si muovevano al minimo respiro, danzando come spose timide al primo giorno d'amore. Su uno scaffale, in alto, c'erano ancora i libri del padre. Le copertine erano consumate, gli angoli piegati, le pagine ingiallite dal sole e dalla memoria. Ma quei volumi parlavano ancora. Nei margini, fitte righe a matita raccontavano pensieri, riflessioni, frammenti di vita vissuta. C'erano fogli sparsi con versi incompiuti, pezzi di poesie annotate in fretta, magari di nascosto, forse nell'ultima sera prima che lo portassero via. Ogni libro sembrava conservare il suo respiro, come se il tempo si fosse fermato tra quelle pagine. E Fartuun, ogni tanto, li accarezzava con le dita, come a voler accarezzare il suo viso. Era lì, tra quelle pareti fragili ma piene di storia, che la sua voce aveva cominciato a prendere forma. Una voce fatta di carta, di ricordi e di coraggio. Una voce che nessuno sarebbe riuscito a spegnere. Suo padre, Abdi Osman, era stato un poeta. Ma non di quelli che parlano alla luna. Le sue poesie avevano una voce chiara, forte, pericolosa. Parlavano di dignità, giustizia, verità. E proprio per questo, una sera d'estate, fu portato via. Aveva letto ad alta voce una poesia davanti alla moschea. Il giorno dopo, il suo corpo era stato trovato in un canale, abbandonato come gli ultimi. La gente aveva abbassato lo sguardo. La madre, invece, aveva preso un foglio dal suo taccuino, lo aveva baciato e poi, guardando la figlia negli occhi, le aveva sussurrato: «Adesso, parlerai tu, Fartuun.» Quelle parole divennero il seme che imparò con caparbietà a coltivare nei giorni che seguirono. La scuola coranica che la madre Fatima gestiva era poco più di una stanza con stuoie e una lavagna scheggiata. Ma in quel piccolo spazio c'era un'energia che non si trovava altrove. Si insegnava il Corano, sì, ma anche a leggere, a pensare, a credere che una donna potesse esistere oltre il silenzio. Le bambine scrivevano versi, imparavano le lettere come formule magiche. E Fartuun, con il suo quaderno sempre aperto, era inconsapevolmente la guida silenziosa di quell'universo. Ogni giorno, seduta vicino alla finestra, le gambe raccolte sotto l'abito, guardando fuori, scriveva. Scriveva storie di donne che camminavano nel vento, di città che piangevano sotto i minareti, di bambini che imparavano nuovamente a sorridere dopo aver dimenticato come si faceva. Ogni parola era un gesto di resistenza e resilienza. Ma fuori, qualcosa stava cambiando. I soldati del regime erano ovunque. Sembravano avere più occhi delle stelle. Sparivano poeti, giornalisti, insegnanti. Anche le donne erano costrette ad abbassare la voce. Nella scuola, l'aria era diventata densa di attesa. Un mattino, due uomini in divisa entrarono. Il più alto aveva occhi spenti. Rovistarono tra gli scaffali, sfogliarono i testi sacri come se cercassero armi. Uno di loro afferrò il quaderno di Fartuun. Lo sfogliò piano. «Tua figlia scrive troppo,» disse a Fatima. «Dovrebbe cucire.» Fartuun sentì il sangue salirle in gola. Ma la madre rispose, ferma: «Scrivere è cucire l'anima. E noi abbiamo molte ferite.» L'uomo rise piano, lasciando cadere il quaderno sul pavimento. Poi se ne andò. La porta sbatté. Le pareti tremarono. Il bombardamento arrivò due settimane dopo. Era una mattina limpida. Il sole accarezzava i tetti, e l'aria sapeva di pane e incenso. Fartuun stava scrivendo, all'ombra dell'albero dell'incenso poco fuori la scuola, un racconto sul volo degli uccelli sopra la moschea. Poi il sibilo. Il rombo. Il crollo. La scuola implose come un fiore che si richiude. Polvere, urla, vetro, sangue. Corpi. Mani. Silenzio. «Mamma!» Corse tra i detriti, inciampò tra le travi. Trovò la madre sotto un tavolo sventrato, il volto coperto di calce. Stringeva ancora una matita. Sola e senza la sua famiglia, fu portata insieme ad altre vittime di una guerra ingiusta, insidiosa quanto silenziosa, in un centro di accoglienza per orfani, un luogo sospeso nel tempo che raccoglieva brandelli di vite di un mondo fatto a pezzi. Nessuna porta, nessun nome, nessuna regola. Di notte, le ombre passavano tra le tende come animali feroci. I fratelli dormivano abbracciati per non perdere pezzi di sé. Fartuun non parlava. Né di giorno, né di notte. Ma una sera, sotto la luna bianca, prese il suo quaderno. Lo aprì. Le mani le tremavano. Scrisse: “Hanno cercato di zittirmi. Ma non sapevano che le parole, come l'acqua, trovano sempre una fessura. Io sono quella fessura. E non smetterò mai di scrivere.” Il viaggio non era finito. La fame, la sabbia, la paura non erano finite. Anzi era solo l'inizio. Da quel giorno, Fartuun non fu più solo una ragazzina impaurita. Era la voce che sopravvive. Era la storia che si scrive da sola. Era un quaderno aperto sul dolore del mondo. E nessuno, più, avrebbe potuto chiuderlo.
Kismaayo, Somalia Meridionale- 1990 Jamaal Mahdi aveva dodici anni quando comprese che le parole potevano essere più taglienti delle lame. Non quelle che si leggono nei libri o si sussurrano in una notte di vento, ma quelle che si spezzano per strada, quelle che galleggiano nell'aria e poi si infilano nelle orecchie come spine. Le parole del padre sapevano di saggezza antica, avevano sempre avuto il tono del mare calmo, quello che si sente quando il sole scende all'orizzonte e il giorno si fa stanco. Erano parole lente, rotonde, come i racconti pronunciati davanti a un piatto di riso speziato, tra il borbottio dell'olio nella padella e l'aroma caldo del cumino che si arrampicava sui muri della cucina. Parole che non ferivano, ma accarezzavano. Ma ora, le parole che sentiva per strada erano diverse, dure e taglienti: «milizia», «traditore», «clan», «vendetta». Parole nuove, dure come pietre, taglienti come i cocci di vetro. Si infilavano ovunque: nelle crepe dei muri, sotto le porte, tra le pieghe degli abiti. Arrivavano come la sabbia sottile portata dal vento e rendevano ruvido persino il respiro. Kismaayo era una città portuale dove il sale si insinuava ovunque: tra le lenzuola, nei capelli, persino nel pane. L'odore del mare era onnipresente, mescolato all'umidità e all'odore dei pesci essiccati sotto il sole. I pescatori la chiamavano “la madre dei pesci”, un nome che un tempo faceva sorridere i bambini. Ora, le reti restavano vuote. Le barche erano ormeggiate come animali in letargo, i remi impolverati, i porti silenziosi. Troppi uomini imbracciavano fucili invece di remi. Anche le madri avevano smesso di cantare. Uscivano a prendere l'acqua con il volto tirato e lo sguardo di chi si aspetta un colpo da un momento all'altro. Le loro schiene si incurvavano, non per il peso delle brocche, ma per quello della paura. E i bambini, invece di rincorrersi sulla sabbia o cercare conchiglie, raccoglievano bossoli. Mahdi Elmi, il padre di Jamaal, era un cuoco. Un uomo alto, robusto, con le spalle larghe, la barba ben curata e una voce profonda che sapeva rassicurare anche nelle notti più fragili. Le sue mani erano segnate dal tempo e dalle spezie, scure e ruvide, ma capaci di gesti delicati. Aveva una bettola sulla spiaggia, poco più di una capanna di legno e lamiere, impregnati dell'aroma di cumino, coriandolo e pesce fresco. Lì dentro si cucinava la pace. Era un posto strano, quasi magico: uomini di clan nemici si sedevano fianco a fianco senza timore, condividevano ciotole di riso e zuppa di pesce e si pulivano le dita con lo stesso lembo di stoffa. Nessuno alzava la voce. Nessuno portava armi oltre quella soglia. Mahdi lo ripeteva ogni volta che un cliente esitava sulla soglia: «Il cibo è neutro. Non chiede da che parte stai. Nutre. E basta.» E quel luogo, per anni, era rimasto un territorio neutrale in grado di resistere alla follia delle guerre. Jamaal adorava quel posto. Passava i pomeriggi nella piccola cucina sul retro, seduto su una cassa vuota, a guardare suo padre mescolare salse, controllare la cottura dei ceci, friggere pani piatti dorati che sfrigolavano nell'olio con un suono che sembrava musica. Ogni gesto aveva un ritmo, un ordine, un senso. Era come se il caos del mondo si fermasse dietro quella porta, e la cucina diventasse un rifugio sacro dove nulla poteva andare storto. Ogni piatto aveva un senso, una misura, un suo equilibrio che lo rendeva perfetto alla vista e al palato. Era come se cucinare fosse un'arte.
Finché non venne agosto. E la guerra, prima o poi, bussa anche alle porte più sacre. Quel giorno, l'aria era pesante come piombo. Il cielo non era azzurro, ma di un bianco lattiginoso e l'aria immobile. I gabbiani tacevano. Il mare si muoveva appena, trattenendo il respiro. Era pomeriggio, e Mahdi stava spolverando coriandolo sulle ciotole quando dei rumori spezzarono la quiete: passi veloci, stivali sulla sabbia, poi voci. Jamaal lo sentì subito. Era un rumore diverso dal solito, un suono che metteva in allarme anche il cuore. Si nascose dietro i sacchi di riso, istintivamente. Il padre uscì dalla cucina, con ancora il grembiule legato in vita. E quando gli uomini entrarono, il profumo del pesce e delle spezie venne travolto da un odore più acido: polvere, sudore e sangue secco.
Francesca Porcelli
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