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Quando l'amore diventa controllo In un mondo in cui le relazioni interpersonali sono fondamentali per il nostro benessere emotivo, l'incontro con una persona tossica può avere un impatto devastante. Questo libro nasce dall'esigenza di raccontare come una relazione possa trasformarsi lentamente da esperienza affettiva a luogo di controllo, manipolazione e violenza. Racconterò come inizia una storia tossica, analizzando le prime dinamiche relazionali e i segnali iniziali di manipolazione, spesso invisibili o sottovalutati. Attraverso esempi concreti, mostrerò come il primo approccio possa apparire affascinante e seducente, per poi rivelarsi, con il tempo, una trappola pericolosa. La seduzione iniziale è spesso fatta di attenzioni intense, lusinghe e una presenza costante che viene scambiata per cura. In realtà, è il primo passo verso la costruzione di una dipendenza emotiva. Le relazioni tossiche iniziano frequentemente con un'attrazione magnetica. Queste persone, spesso caratterizzate da un senso esagerato della propria importanza e da una profonda mancanza di empatia, sanno come attrarre e incantare. Dietro una facciata affascinante si nascondono però dinamiche di controllo che, nel tempo, possono trasformare la vita della vittima in un incubo. La vulnerabilità umana diventa terreno fertile per la manipolazione. I comportamenti inizialmente premurosi lasciano spazio a forme sempre più sottili di controllo: la gelosia viene mascherata da preoccupazione, le richieste di attenzione diventano pretese, le domande si trasformano in interrogatori. La vittima, confusa, tende a giustificare questi comportamenti, interpretandoli come segni d'amore. Col passare del tempo, i complimenti si trasformano in critiche, la sicurezza in insicurezza, l'autonomia in dipendenza. La manipolazione si intensifica, creando un circolo vizioso fatto di svalutazione e paura. La vittima inizia a dubitare di sé stessa, delle proprie percezioni, del proprio valore. Uscire da questo meccanismo diventa sempre più difficile. Questo libro nasce anche con l'intento di offrire consapevolezza. La conoscenza è una delle armi più potenti contro la manipolazione. Solo riconoscendo le dinamiche tossiche è possibile evitarle, interromperle e, in alcuni casi, sopravvivere. Quella che segue è una storia vera. La mia storia. Non è un racconto di fantasia, ma una testimonianza. Raccontarla significa dare ordine al dolore, trasformare l'esperienza in parola e, forse, offrire uno strumento a chi si trova intrappolato in una relazione simile. Nessuno merita di vivere nella paura. E una via d'uscita esiste, anche quando sembra impossibile vederla. La mia storia Lo incontrai all'inizio di dicembre 2016. Mi corteggiava come se fossi l'unica donna al mondo, come se fossi l'unicorno delle favole. Era tutto tanto, troppo. Attenzione costante, parole grandi, promesse veloci. Mai avrei pensato che quell'uomo si sarebbe trasformato nel mio peggior incubo. La nostra relazione durò fino a giugno 2018. Un anno e mezzo costellato di bugie, tradimenti, violenza psicologica, svalutazioni e, infine, violenza fisica. All'inizio non vedevo nulla di pericoloso. Anzi, mi sentivo scelta, speciale. Solo col tempo iniziai a percepire che qualcosa non andava. Le sue parole, inizialmente dolci e rassicuranti, divennero gradualmente taglienti. Ogni mio gesto sembrava provocare reazioni sproporzionate. Cominciai a sentirmi costantemente inadeguata, come se camminassi sulle uova. Il controllo aumentò lentamente, ma in modo costante. Dovevo rendere conto di ogni mio spostamento, di ogni telefonata, di ogni incontro con amici o familiari. La gelosia veniva mascherata da preoccupazione. Io giustificavo. Minimizzavo. Pensavo fosse amore. Le bugie e i tradimenti furono una costante. Scoprii che frequentava altre donne, che nulla di ciò che diceva era esclusivo o speciale. Ogni volta che lo mettevo di fronte all'evidenza, negava. Capovolgeva la situazione. Mi faceva sentire sbagliata, paranoica, colpevole anche solo di aver dubitato. Col tempo iniziai a dubitare di me stessa. Della mia percezione. Del mio valore. La relazione diventò un labirinto emotivo in cui ero sempre più confusa e sempre meno sicura. Il punto di non ritorno arrivò il 26 giugno 2018. Capitolo 1 – La manipolazione La manipolazione non arriva tutta insieme. Non è un gesto improvviso, né una frase isolata. È un processo lento, progressivo, quasi impercettibile. Quando te ne accorgi, sei già dentro. All'inizio tutto sembrava intenso, totalizzante. La sua presenza era costante. I messaggi continui. Le attenzioni eccessive. Mi faceva sentire vista, scelta, indispensabile. Ogni momento libero doveva essere condiviso. Ogni spazio riempito. Quella che scambiavo per passione era, in realtà, una progressiva invasione. Col tempo iniziarono le prime richieste mascherate da preoccupazione. Dove sei? Con chi sei? Perché non rispondi subito? Domande che sembravano innocue, quasi affettuose. Io rispondevo. Sempre. Pensavo fosse normale. Pensavo fosse amore. La gelosia diventò una costante. Ogni uomo intorno a me rappresentava una minaccia. Se parlavo con qualcuno, si infastidiva. Se rispondevo a una chiamata, si arrabbiava. Non sopportava l'idea che io potessi avere un mondo che non lo includesse. Lentamente iniziai a ridurre i contatti, a evitare situazioni che potessero creare tensioni. Senza rendermene conto, stavo restringendo la mia vita. Le critiche arrivarono dopo. Non dirette, non esplicite. Erano osservazioni sottili, battute, frasi ambigue. Mi facevano sentire sbagliata senza mai dirlo apertamente. Ogni discussione finiva allo stesso modo: io confusa, lui apparentemente calmo. Io a chiedermi dove avessi sbagliato. Le bugie erano ovunque. Cambiava versione dei fatti, età, provenienza. Raccontava storie che non tornavano mai del tutto. Quando lo mettevo di fronte alle contraddizioni, negava. E se insistevo, ribaltava la situazione. Diventavo io quella che esagerava, che immaginava, che non capiva. Così iniziò il dubbio. Non su di lui, ma su di me. Mi sentivo inadeguata. Insicura. Sempre in difetto. Cercavo di fare meglio, di non provocare, di non sbagliare. Camminavo sulle uova. Ogni mia scelta veniva filtrata attraverso la paura della sua reazione. Capitolo 2 – Il dormitorio L'innominabile viveva in un dormitorio religioso. Un luogo che, per definizione, avrebbe dovuto offrire accoglienza e riparo, ma che per lui era diventato uno spazio di degrado e oscurità. La stanza era sudicia e trascurata, un riflesso fedele del caos che lo abitava. Le blatte correvano liberamente sul pavimento, come se quello fosse il loro ambiente naturale. Due letti singoli, accostati l'uno all'altro in un abbraccio forzato, occupavano quasi tutto lo spazio laterale. Di fronte, un armadio a due ante, vecchio e consumato, sembrava reggersi per inerzia. A terra, un fornello elettrico giaceva abbandonato, usato per preparare pasti improvvisati e solitari. Non c'era ordine. Non c'era igiene. Non c'era intimità. Sulle pareti, però, spiccavano numerose immagini sacre. Figure religiose appese in modo disordinato, presenti ovunque. Osservavano la stanza in silenzio, come testimoni muti di ciò che accadeva sotto il loro sguardo. Quel contrasto tra sacro e degrado era disturbante, quasi irreale. Era in quella stanza che trascorrevamo i fine settimana. Era lì che si consumava la quotidianità della relazione, lontano dagli sguardi esterni, in un luogo chiuso, isolato, protetto solo in apparenza. Quel dormitorio, che avrebbe dovuto rappresentare un rifugio, era invece una prigione. Non solo fisica, ma emotiva. Ogni elemento contribuiva a creare una sensazione di oppressione: lo spazio ristretto, l'aria stagnante, la mancanza di confini. Non esisteva un luogo neutro. Tutto era invaso dalla sua presenza. Capitolo 3 – L'aggressione 26 giugno 2018. Lo avevo lasciato una settimana prima. Non era la prima volta, ma quella volta avevo resistito. Ai messaggi, ai pianti, ai “mi dispiace”. Avevo tenuto duro, anche se farlo mi era costato fatica e dolore. Fino al 26 giugno. Quel giorno mi scrisse chiedendomi di vederci. Diceva di voler chiarire. Accettai. Ci incontrammo nel primo pomeriggio in un bar. Io chiedevo verità. Lui continuava a mentire. Bugie su bugie, anche davanti all'evidenza. A un certo punto glielo dissi chiaramente: con uno come lui non sarei mai tornata. Si fece tardo pomeriggio. Mi chiese di accompagnarlo. Accettai anche per recuperare alcune cose che avevo lasciato da lui. Arrivati al dormitorio, lo vidi cambiare. Lo sguardo si fece duro, l'atteggiamento improvvisamente distante. La supplica lasciò spazio a qualcosa di completamente diverso. In quel momento non percepii il pericolo. Ero ancora immersa nella dinamica di manipolazione e dipendenza. Pensavo, come spesso accade, che certe cose succedessero sempre alle altre. Dentro quella stanza iniziammo a parlare. Ricordo frammenti. Ricordo soprattutto che avevo ormai smascherato tutto: le chat, le frequentazioni parallele, le bugie sull'età e sulla provenienza. La sua narrazione era crollata. Arrivò una telefonata sul mio cellulare. Risposi. Era una cosa che non avevo mai fatto durante la relazione. Lui non tollerava che io potessi avere un mondo fuori da lui. Vide che avevo risposto e capì che era un uomo. Mi spinse violentemente contro un tavolo. Mi rialzai, confusa, senza comprendere fino in fondo il pericolo. Mi spinse una seconda volta, ancora più forte. Poi si allontanò. Entrò in bagno. Quando tornò, aveva in mano il bastone della paletta della spazzatura. Cominciò a colpirmi alla schiena. I colpi arrivavano diretti, ripetuti. Non c'era una lite. Non c'era una perdita di controllo. Non perse il controllo. Lo esercitò. Ogni gesto era una scelta. Il dolore era immediato, ma la paura lo superava. Cercai di proteggermi come potevo. La stanza era troppo piccola. Non c'era spazio per fuggire. Quando smise, lui si sedette sul letto. Io restai in piedi, piegata dal dolore, con la schiena che bruciava. Presi il telefono e registrai un messaggio vocale per mia cugina. Dovevo far sapere dove mi trovavo. Dovevo lasciare una traccia. La voce mi usciva spezzata. Dissi che ero lì. Dissi che mi aveva picchiata. Lui mi guardava, seduto sul letto. Disse: «Ho fatto bene.» Lo disse senza rabbia, senza agitazione. Come una constatazione. A quel punto chiamai il 112. Rimasi in viva voce. Ricordo l'attesa interminabile, il terrore, il tentativo di restare lucida. Lui rimase lì mentre parlavo con i soccorsi. Quando arrivò l'aiuto, riuscii ad allontanarmi. Uscii da quel dormitorio con il corpo dolorante e la mente in stato di shock. Quello che era accaduto in quella stanza non era stato un raptus. Era stata violenza consapevole. E nulla, da quel momento, sarebbe più stato come prima.
Mary Di Blasi
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