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Autore: Giulia M. Jordan
Attraverso lei
Romanzo Spirituale
Lettori 52
Attraverso lei

Storia di Yashodara la moglie di Siddharta.

La vita che ci attraversa.

Shaula si distese sul letto, accarezzata dalla penombra della sera.
Chiuse gli occhi, aprendo il cuore al richiamo silenzioso di Yashodara.
Poi gli riaprì. Ancora una volta, il muro di fronte a lei si animò.
Le immagini si disegnarono leggere, come sospinte da un respiro invisibile.

Yashodara stava tornando da uno dei suoi viaggi nei villaggi.
Portava con sé riso, uova, chapati, latte di capra, sorrisi riconoscenti e la polvere delle strade battute dal sole.
Il cuore le era leggero, come lo è quello di chi ha compiuto il proprio compito con amore.
Solo il pensiero di Rahula continuava ad essere gravoso.
Quando varcò la soglia della sua casa, qualcosa la trafisse.
Sentì un silenzio innaturale, pesante, come un presagio.
Accorse nella stanza di MataJi e la trovò lì, a letto, il volto pallido e madido di sudore, gli occhi febbricitanti che a fatica la riconoscevano.
«MataJi!» mormorò, inginocchiandosi accanto a lei.
Non perse tempo.
Corse a raccogliere le erbe più adatte: foglie di neem, radici di curcuma, fiori di tulsi.
Prese un mortaio di pietra e, con mani sicure, preparò un infuso potente.
Con infinita dolcezza, aiutò MataJi a berlo, bagnandole poi la fronte con panni imbevuti d'acqua fresca.
Per tre giorni e tre notti, Yashodara vegliò senza sosta.
Non si concesse riposo: ogni respiro di MataJi, ogni gemito appena accennato la trovava pronta, come una madre che veglia il suo bambino malato.
Le porgeva zuppa leggera, riso cotto con erbe nutrienti, brodi tiepidi per sostenerla.
E mentre si prendeva cura della sua cara amica, il suo cuore si faceva sempre più consapevole.
La vita, si rese conto, era al tempo stesso forte come un fiume e fragile come una foglia.
Bastava un nulla — un respiro sospeso, una febbre improvvisa — e tutto mutava.
Ciò che sembrava solido si rivelava effimero, come sabbia tra le dita.
«La salute» pensava Yashodara seduta accanto al letto, «non è mai interamente nelle nostre mani.
Possiamo onorare il corpo, nutrirlo, proteggerlo... eppure qualcosa di più grande, invisibile, ne traccia il destino.
Un copione che nessuno di noi conosce fino in fondo.»
Non era rassegnazione, quella che sentiva.
Era un'intima, profonda accettazione dell'esistenza.
La vita scorreva attraverso di loro, attraverso i loro corpi, i loro gesti, i loro pensieri.
Non erano loro a possedere la vita.
Era la vita a possedere loro, a danzare nei loro respiri, nei loro sorrisi, nelle loro lacrime.
«Allora,» si domandava Yashodara, «chi è che vive? Chi orchestra ogni incontro, ogni separazione, ogni battito d'ali? Chi ci sospinge avanti, anche quando crediamo di aver perso ogni forza?»
Restava lì, con la mano intrecciata a quella di MataJi, e contemplava il mistero.
Forse la vita stessa — pensava — è il vero maestro.
Quella forza silenziosa che si muove dietro il velo delle apparenze, senza nome e senza forma e che noi troppo spesso dimentichiamo.
In quella veglia silenziosa, Yashodara sentiva di toccare qualcosa di sacro.
Non erano necessarie parole né preghiere.
Solo presenza, amore, un accettazione profonda del mistero.
E mentre il sole sorgeva per la quarta volta, filtrando tiepido attraverso le finestre, MataJi aprì lentamente gli occhi.
Deboli, ma pieni di vita.
Un sorriso sottile si disegnò sulle sue labbra.
Yashodara, sopraffatta dalla gratitudine, strinse la sua mano con delicatezza.
Nessuna parola fu pronunciata: bastava il battito dei loro cuori, in perfetta sintonia con il grande respiro dell'universo.

Shaula aprì lentamente gli occhi.
La visione svaniva come nebbia al sole, lasciandole però nel petto una traccia viva, palpitante.
Rimase un momento così, sdraiata, aspettando che il silenzio della stanza si mescolasse al battito del suo cuore.
Non aveva solo visto ciò che era accaduto a Yashodara: lo aveva vissuto.
Aveva sentito la febbre di MataJi, il suo respiro affannoso, la dedizione silenziosa e instancabile di Yashodara.
Aveva percepito la fragilità della vita e, nello stesso tempo, la sua invincibile forza.
Seduta sul letto, le ginocchia abbracciate al petto, Shaula guardava il mondo intorno a sé come se lo vedesse per la prima volta.
I mobili, la luce che filtrava dalla finestra, perfino il suono lontano di una voce in strada: tutto sembrava danzare, vibrare di una vita che non era sua... ma la conteneva.
«E' vero. Non siamo noi a vivere la vita» pensava, il cuore colmo di un'intuizione dolce e potente, «è la vita che ci vive, che ci respira, che ci anima senza che ce ne rendiamo conto.»
Le venne in mente un'immagine: quella di essere una foglia trasportata da un fiume.
La foglia si agita, talvolta si crede padrona del proprio cammino, eppure è l'acqua a portarla, invisibile e inesorabile, oppure il vento.
«Forse è questo che Yashodara stava imparando» si disse, chiudendo di nuovo gli occhi in un muto ringraziamento.
Forse è questo che anche io ho bisogno di imparare: abbandonarmi alla Vita, riconoscendo che ogni cosa — anche la sofferenza, anche la perdita — è un passo nella coreografia misteriosa dell'esistenza.

Il pensiero di Francesco le attraversò la mente come una carezza.
Anche quell'incontro, quell'affetto nascente, forse non era stato scelto, ma donato.
Come ogni respiro, come ogni alba.
Shaula sorrise, sentendo nel petto una pace nuova.
Non era necessario sapere tutto, né avere ogni cosa sotto controllo. Bastava fidarsi.
Lasciarsi vivere o, meglio, lasciare che la vita scorresse attraverso il suo corpo.
Come Yashodara, anche lei stava imparando a camminare con cuore leggero sulla trama invisibile dell'esistenza.
Capitolo 17
Il Ricordo di Sé

Shaula socchiuse gli occhi, lasciandosi scivolare dolcemente nel varco sottile che la conduceva verso Yashodara.
Come ogni volta, il confine tra i due mondi si fece liquido, permeabile, e la visione si accese davanti a lei, nitida e viva.

Yashodara era seduta ai piedi del grande albero di fico dalle radici profonde e i rami generosi, che sembrava avvolgerla come in un abbraccio silenzioso.
La brezza leggera muoveva appena le sue vesti semplici, i capelli raccolti con cura, il viso assorto in una calma luminosa.
Le riflessioni che l'avevano attraversata mentre si prendeva cura di MataJi erano tornate a emergere, più forti, più urgenti.
Appoggiò la schiena al tronco ruvido, sentendosi parte del ritmo segreto della natura. Chiuse gli occhi.
Ascoltò il flusso sottile del suo respiro.
Senza cercare di controllarlo, né di modificarlo: semplicemente lo osservava accadere.
Notò come il respiro mutasse con i pensieri, con le emozioni, con le immagini interiori. Anche con lo stato di salute.
Più si agitava dentro, più il respiro si faceva corto e spezzato. Quando la mente si acquietava, il respiro diventava sottile, profondo, quasi impercettibile.
Il respiro c'era sempre, eppure non era mai lo stesso.
Anch'esso come ogni altra cosa, si muoveva nel tempo, danzava con le condizioni.
Fu allora che percepì, con chiarezza sottile, che non era lei a respirare.
Era il respiro che la respirava.
Una corrente invisibile e viva, che l'attraversava senza che lei facesse nulla.
Quell'aria che entrava e usciva dai suoi polmoni, era la stessa che animava i suoi cari, gli alberi, gli animali, gli esseri sconosciuti in ogni angolo del mondo.
Un'unica vita, un unico respiro che si distribuiva in miliardi di corpi, di forme, di esistenze.
E fu proprio in quel momento, mentre seguiva quel ritmo silenzioso e senza sforzo, che una nuova riflessione emerse con naturalezza:
Il respiro, i pensieri, le emozioni, le sensazioni, le immagini, gli eventi, cambiano sempre.
Eppure qualcosa osserva e conosce questi cambiamenti. Qualcosa che non cambia col mutare degli eventi, che non ne è influenzato.
Ci sono le esperienze continuamente mutevoli e qualcosa che, invece, è sempre stabile. Come l'ombra e la luce che la rivela.
Che cosa è, dunque, ciò che non cambia?
Restò lì, sospesa.
Non nel pensiero, ma in un ascolto senza parole.
E allora, come una sorgente che si svela sotto la sabbia, le giunse un'intuizione chiara:
Ciò che non cambia è questa presenza silenziosa, il testimone quieto che osserva e conosce ogni pensiero, ogni emozione, ogni sensazione, ogni immagine, ogni suono. Tutto ciò che appare e scompare si muove in lei, come riflessi sulla superficie calma di un lago profondo.
E' questa coscienza senza forma, vuota di contenuti, che accoglie ogni esperienza.
E' presenza consapevole non solo del mondo che appare in essa, ma anche di sé stessa.
E, come un fiume che senza sforzo, riconosce di appartenere al mare, una seconda intuizione o percezione si fece strada:
non vi è separazione tra gli oggetti sempre mutevoli e il soggetto che li conosce.
Nessuna distanza tra soggetto e oggetti. In realtà, non vi è soggetto e non vi sono oggetti, c'è solo percezione.
Tutto è uno, una sola vita che si riconosce in ogni cosa. Yashodara lo vide con chiarezza:
lei era questa totalità.
Era la vita stessa nella sua pienezza, senza confini, senza separazioni.
Non c'era distanza tra lei e il mondo.
Lei era il mondo e il mondo era lei.
Uniti.
Inseparabili.
La vita siamo noi, comprese.
Noi come Essere, come Consapevolezza che sa di esistere.
Noi come Coscienza universale che si esprime in ogni corpo, in ogni mente, in ogni forma visibile e invisibile.
Era una rivelazione insieme semplice e vastissima.
Una verità che aveva solo bisogno di essere conosciuta e ricordata.
Ma allora... se siamo già questa Consapevolezza, perché non ce ne accorgiamo?
Perché l'attenzione si perde nei contenuti e dimentica il soggetto stesso, l'Essere che li osserva?
E' come se ci fossimo identificati con lo strumento, questo corpo e questa mente, e avessimo dimenticato la musica, l'Essere che siamo.
Il fico mormorava con il vento, come a confermare, come a cullare quelle domande e risposte senza tempo.
E allora...
Se lei era già quella vita, quella Presenza consapevole...
che cosa stava cercando?
E con quale mezzo avrebbe potuto trovare, conquistare, ottenere, realizzare Ciò che era già?
Ciò da cui tutto emergeva?
Ciò in cui tutto appariva?
Ciò in cui tutto viveva?
Ciò a cui tutto ritornava?
Ciò che era ogni cosa?
Bastava riconoscerla.
In quell'istante avvertì un cambiamento sottile.
Come accade nel sogno, quando si avvicina il momento del risveglio.
Ma questa volta ... non era un risveglio qualunque.
Qualcosa in lei sapeva di essere sempre stata sveglia.
Sempre presente.
Sempre consapevole di esserlo.
Qualcosa cambiò nell'aria e il vento si fece più vivo.
Dopo un po', Yashodara aprì lentamente gli occhi.
Un sorriso dolce le sfiorò le labbra, come se avesse attraversato un velo invisibile e fosse finalmente tornata ... a sé stessa.

Anche Shaula, dall'altro lato del tempo e dello spazio, sentì quella sensazione.
Aprì gli occhi nella sua stanza, con il cuore che batteva forte e sereno.
Yashodara le era diventata straordinariamente vicina.
Come un'altra se stessa, in un'altra realtà, parallela, intessuta di silenzio e meraviglia.
Shaula sorrise, accarezzando la presenza invisibile che ormai sapeva abitare accanto a lei, dentro di lei.
E nel profondo, un filo invisibile la teneva legata a quell'antica e immutabile ricerca: quella dell'Essere che non nasce e non muore.
Quella della Vita stessa dell'universo.

Giulia M. Jordan

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