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The Matt Mulligan Files.
Irlanda, 876 d.C. Il vento corre attraverso le rovine del forte di Rath Uaithne, portando con sé l'odore della morte. I Vichinghi hanno razziato il villaggio sulla costa poche ore prima, lasciando fuoco, cenere e desolazione. L'unico sopravvissuto dei druidi, Aedan mac Fithir, cammina tra le capanne bruciate con il volto coperto di fuliggine. Il suo popolo è distrutto, i suoi dèi muti. Aedan passa tutta la giornata a seppellire i corpi. Al crepuscolo, mentre l'ultimo raggio di sole muore sul mare, prende una decisione. Non chiederà più. Pretenderà. Scende nella caverna sotto il colle, il luogo dove i druidi custodiscono ciò che anche i più anziani di loro temono di nominare. Al centro della stanza c'è un altare di legno scuro e sulle pareti, incise nella pietra, dei disegni che raffigurano la Morrígan, dea delle battaglie e delle profezie: un volto senza occhi, le corna come rami e la bocca spalancata. Aedan si inginocchia. — «Madre delle Ombre... proteggi il mio popolo e prendi ciò che vuoi.» Il vento si ferma. Dalle tenebre una voce gli risponde. — «Sangue per protezione.» Il druido non esita. Rapisce una giovane donna che vaga tra i campi in cerca dei parenti scomparsi: capelli rossi come la brace, occhi colmi di terrore. La porta nella caverna e la Morrígan reclama ciò che è suo. Quando il sangue cola sull'altare, qualcosa prende forma: un volto nero, il becco spezzato, occhi come abissi infiniti. Aedan si alza, vestito d'ombra. La voce della dea gli parla nella mente. — «Da oggi sarai il mio araldo. Tu raccoglierai ciò che il mondo dimentica.» Aedan solleva la testa della ragazza e la appende al muro, suggellando il patto. Sotto l'aria gelida la pelle si irrigidisce quasi subito e diventa cuoio, ma i capelli rossi restano accesi, come se trattenessero un ultimo fuoco che non vuole spegnersi. Quando torna tra gli uomini, nessuno lo riconosce più. Negli anni a venire prende sette discepoli, ognuno legato a un volto della dea. Li istruisce in segreto, plasma maschere e rituali, insegna loro a nascondere la propria esistenza. Così, mentre i secoli scorrono e la memoria dei Tuatha Dé Danann svanisce, il culto del Corvo non muore mai. Passa di padre in figlio, di notte in notte, di sacrificio in sacrificio e ancora oggi nel cuore dell'Irlanda, in un piccolo villaggio del sud dove nessuno penserebbe di guardare, il patto continua.
Clonakilty, Contea di Cork, 24 agosto 1925 Il treno sbuffa lento tra i campi gonfi di torba e le colline della contea di Cork. Fuori dal finestrino l'Irlanda è una tela bagnata: pioggia sottile, cielo basso, pecore ferme come statue tra i muretti a secco. Dentro il vagone di seconda classe, Maggie O'Sullivan stringe la maniglia della valigia con entrambe le mani. È giovane, molto bella, con i capelli rosso rame che sfuggono al controllo come pensieri ostinati e occhi color smeraldo dello stesso verde che copre tutta l'isola quando piove. Indossa un cappotto chiaro e un cappello troppo elegante. È una parente di Michael Collins, abbastanza vicini da essere citati nelle chiacchiere del villaggio, troppo distanti perché questo le abbia dato un vero vantaggio nella vita. Durante la guerra ha fatto tutto quello che serviva: stenografa per il Governo Provvisorio, un periodo come infermiera volontaria e per qualche tempo pure centralinista, quando c'era bisogno di mani veloci e orecchie affidabili. Dopo il Trattato, però, la città aveva ingoiato tutto: i posti di lavoro erano tornati agli uomini e alle donne come lei erano rimaste le briciole, così adesso è costretta a tornare a casa a mani vuote e con la testa piena. Alla stazione di Clonakilty non c'è nessuno ad aspettarla, solo il solito cane troppo vecchio per abbaiare e un ragazzo che carica cassette di uova su un carretto. Maggie si sistema i capelli sotto il cappello e scende. Il rumore dei tacchi si smorza nel fango. È ancora estate, ma l'aria odora già di funghi e cose che marciscono senza farsi notare. La stazione è minuscola: un edificio color crema dove si fermano pochi treni al giorno e il vento porta l'odore del mare fin dentro l'atrio. Le strade principali del paese sono ancora quasi tutte di terra battuta, percorse da carretti e biciclette più che da automobili. Le case sono basse: negozi di alimentari, pub con insegne scolorite, botteghe di artigiani che si alternano a qualche edificio georgiano segnato dal tempo. La campagna attorno è un intreccio di prati verdi, muretti di pietra e stradine strette che serpeggiano fra fattorie isolate. Verso ovest, la strada scende lentamente verso il Molo Vecchio e le scogliere, dove la bruma del mattino avvolge tutto in un grigio plumbeo. La prima persona che incontra è padre Kinsella, il nuovo parroco, che la accoglie con le solite frasi di circostanza e formule vuote. La seconda è Mrs. Dunne, madre di Nora, una ragazza del coro in cui Maggie cantava da bambina. Lo sguardo della donna è sfuggente, la stretta di mano si spezza troppo in fretta. Solo il giorno dopo scoprirà perché. Non dai giornali, non dalla Garda, ma dalla bocca di una zia, mentre sparecchiano in cucina. — «Sua figlia Nora... l'hanno trovata sulla stradina che va al Molo Vecchio. Faccia a terra. Morta. Un colpo alla testa.» Pare che l'abbiano vista parlare con un tipo — uno sulla bicicletta verde — poi non è più tornata a casa. Nessuna rapina, nessun segno di lotta, il vestito in ordine e la bicicletta intatta, appoggiata come se aspettasse ancora qualcuno. La Garda Síochána, la polizia della neonata Repubblica d'Irlanda, ha accusato Davy O'Connor, il meccanico del villaggio. Solito scapolo strambo, barba lunga e modi strani. Possiede una bicicletta verde e nessun alibi solido. Dice di non averla mai vista né toccata, Nora. L'hanno portato via, interrogato, poi rilasciato. Ma per tutti il colpevole è lui. — «La sua bici era verde. Fine della storia.» Maggie ascolta in silenzio, ma sente qualcosa spezzarsi dentro perché Nora non era il tipo da finire ammazzata e Davy non è il tipo che uccide, lo conosce fin da quando erano piccoli. C'è solo una persona a cui può scrivere, uno che sa cosa vuol dire guardare dove nessuno vuole farlo.
Dublino, 28 agosto 1925, ore 12:15
“Matt, ti ricordi quando dicevi che la verità si nasconde nei silenzi? Qui a Clonakilty è tutto silenzio. La mia amica Nora è morta e nessuno ha voglia di spiegarmi perché. Dicono che sia stato Davy, ma è troppo facile. Non ci sono testimoni, solo supposizioni e la bici, quella maledetta bici verde. Io... non so che pensare, ma tu sì. Vieni qui. Ti prego.”
Matthew Morgan Mulligan legge la lettera nel retro della mensa dei veterani di Westland Row. Dopo la guerra ci era finito per sbaglio e aveva continuato ad andarci per abitudine. È un posto dove i fantasmi non fanno domande e a lui va bene così. Ha circa trent'anni, i capelli neri e gli occhi grigi. Le spalle sono robuste, il collo teso, il nodo della cravatta allentato come se ci avesse litigato tutta la mattina. Non ha ancora deciso cosa fare della sua vita e non ha voglia di pensarci adesso. Matt guarda la firma in fondo: la sua amica Maggie. Chiude la lettera, la brucia nel posacenere, poi prende la sua arma, una Webley rubata anni prima a un ufficiale britannico, eredità di una notte che non ama ricordare. Controlla ogni singola cartuccia con gesti precisi, quasi affettuosi. Quando ha finito di caricare la pistola, la infila nella fondina e si alza.
— «Mi sa che è ora di uscire da Dublino per un po'.»
Clonakilty, 31 agosto 1925, ore 10:30 L'autobus da Cork si ferma davanti al pub di fronte alla chiesa, il motore tossisce, poi si spegne. La porta si apre con uno sbuffo secco. Mulligan scende per ultimo, cappotto sulle spalle, cappello basso sugli occhi, una valigia in una mano e la fondina ben nascosta sotto il giaccone. Il paese lo riconosce subito: qualcuno lo saluta con un cenno del capo, altri si fanno da parte. Lo chiamano “il fantasista” per quello che ha fatto durante la guerra: era uno che non lasciava tracce, ma faceva sparire problemi. Un pupillo di Éamon de Valera, uno che ha combattuto con i repubblicani puri, quelli che non firmarono mai con Londra e a Clonakilty — il paese di Michael Collins — quel passato conta ancora: le ferite sono fresche e non tutte si vedono. La guerra civile è finita da poco, ma la divisione si respira ancora in tutta l'Irlanda, nelle strade, nei bar, nelle parole non dette. In verità Mulligan è solo un uomo col passo lento e lo sguardo stanco, ma nessuno lo guarda mai negli occhi troppo a lungo per scoprirlo. La gente lo rispetta o almeno così pare: c'è chi lo osserva di sbieco, chi abbassa la testa e chi si irrigidisce appena lo sente nominare. Sono quelli che hanno qualcosa da nascondere e a Clonakilty qualcosa da nascondere ce l'hanno quasi tutti. Matt si ferma un attimo davanti al pub, si accende una sigaretta e guarda in direzione della chiesa, poi si avvia verso la casa di Maggie senza dire una parola. Casa di Maggie, ore 11:00 La casa è uguale a come la ricordava: una piccola costruzione a due piani, muretti bianchi screpolati dall'umidità e finestre strette che lasciano entrare una luce gentile. La porta si apre prima ancora che bussi. Maggie O'Sullivan è lì, un metro e settanta di bellezza irlandese, il grembiule annodato in vita e i capelli tirati indietro con una forcina che si ostina a scivolare. Ogni volta che Matt la vede sente un piccolo sussulto, una vibrazione nel cuore. La cucina è ordinata, un tavolo di legno, una stufa nera e delle tende cucite a mano che oscillano alla brezza del mattino. Dentro c'è il profumo familiare di torba e pane appena sfornato, mescolato a quello del sapone alla lavanda che usano le zie. — «Hai fatto prima del previsto.» — «L'autobus era in orario. Una cosa che mette quasi più paura della guerra.» — «Entra. Hai la faccia di uno che ha dormito poco e pensato troppo.» — «Mi hai scritto tu, ricordi?» Si siedono in cucina. Lei gli versa il tè senza chiedere, lui lo beve in silenzio. Il solito. — «Hai letto tutto?» — «Due volte.» — «E cosa ne pensi?» — «Penso che la Garda sia pigra e che qualcuno vuole che resti così.» — «Non è stato Davy, Matt.» — «Lo so.» Lei lo guarda, gli occhi lucidi ma fermi. — «Vengo con te.» — «No.» — «Sì.» — «Maggie...» — «Non iniziare. Ho vissuto qui tutta la vita. Conosco le strade, le persone, le menzogne.» — «Non è una gita.» — «Nemmeno la mia vita lo è... e poi conosco Davy da quando eravamo piccoli. Se mi vedrà con te, parlerà.» — «Maggie, ti prego...» — «Non sono una bambina. Né una comparsa e tu lo sai.» — «Lo so ed è proprio per questo che non voglio vederti coinvolta.» — «Allora dovresti imparare a tenermi stretta, invece che lasciarmi fuori.» Matt sospira, quella frase gli resta addosso come un graffio. Lei ha ragione e lo sa. Le donne hanno sempre l'ultima parola. Almeno quelle irlandesi, tutte fuoco e passione come Maggie. — «Va bene, ma stai un passo indietro.» — «Non ti prometto niente.» Capanno di Davy O'Connor, ore 11:30 La baracca è dietro la vecchia stazione dei pullman, mezza coperta dall'edera, con un tetto che perde e una porta che cigola come se si scusasse di esistere. Sopra l'ingresso, una tavola di legno inchiodata male e una scritta a vernice sbiadita: “Bici Baleno”, con la B inclinata come se stesse per cadere. Davy O'Connor li riceve con le spalle curve e gli occhi bassi. Puzza di olio da motore e sudore trattenuto, ha la barba lunga e le mani enormi: sembra l'orco cattivo delle favole, ma la voce è delicata e i modi sono educati, quasi timidi. — «Maggie... ehi. Non ti vedevo da...» — «Ciao, Davy. Lui è Matthew.» — «So chi è. Il fantasista.» — «Parola grossa, preferisco Matt.» Il meccanico fa un cenno vago e li fa entrare. Mulligan si guarda attorno: strumenti puliti, ordine ossessivo e tre biciclette smontate su cavalletti di fortuna. — «La tua bicicletta dov'è?» Davy indica con una mano sporca di grasso una vecchia bici appoggiata contro il muro. La vernice verde è sbeccata in più punti. — «È... quella lì, la sto riparando, la forcella era storta... frenava da sola!» — «Hai visto Nora quella sera?» — «No.» — «Ne sei sicuro?» — «Mai vista. Non quel giorno, non da sola.» Matt lo fissa, l'uomo regge lo sguardo, ma c'è qualcosa di rotto nei suoi occhi: non è paura, semmai dolore o vergogna. — «Hai mai posseduto una pistola, Davy?» — «Una pistola?» Lo dice come se fosse qualcosa di impensabile. — «No. Mai nemmeno toccata.» Mulligan si guarda attorno ancora una volta, poi fa un cenno a Maggie. — «Andiamo.» Fuori, l'aria sa di pioggia imminente. — «Lo conoscevi bene, eh?» — «Giocavamo a nascondino dietro la sagrestia. Aveva sempre le ginocchia sbucciate, parlava poco, ma era sempre buono con me. Non ha mai mentito, nemmeno quando rompeva i vetri della canonica giocando a pallone.» — «Allora non ha cominciato adesso.» — «No e nemmeno ha sparato a Nora.» Matt annuisce. — «Prossima tappa: il Molo Vecchio.» Stazione della Garda, ore 12:15 Escono dalla baracca di Davy e percorrono la stradina acciottolata che costeggia il campo da bocce. Il cielo è plumbeo e l'aria profuma di ferro e fieno tagliato. Davanti alla piccola stazione della Garda, due agenti sono seduti su una panchina. Uniformi sgualcite, braccia incrociate, sguardi annoiati. Uno dei due è il sergente Furlong, tarchiato, rasato di fresco, occhi piccoli e pieni di cose non dette. — «Signor Mulligan.» — «Sergente.» — «Ma che bella sorpresa! Non capita spesso di vedere eroi della guerra ficcare il naso nei problemi di provincia.» — «Non mi piacciono i problemi, ma le bugie sì, quelle mi fanno compagnia.» Furlong accenna un sorriso che non ha voglia di essere gentile. — «Il caso è chiuso.» — «È chiuso male.» — «Davy O'Connor ha una bicicletta verde e ha dei precedenti.» — «Precedenti? Avrà rubato una pagnotta quando aveva dodici anni!» — «E questo cosa cambia?» — «Tutto.» Mulligan fa una pausa, poi fissa il sergente negli occhi. — «E l'arma del delitto?» Furlong non risponde. — «Come pensavo: non ce l'avete. Nessuna pistola, nessun bossolo, nessuna prova balistica. Solo un capro espiatorio con una bici scrostata. Vi basta quello per chiudere un omicidio?» — «Stai attento a come parli, Mulligan.» — «Non ho ancora cominciato a parlare sul serio, sergente. Ma se preferisce, posso farlo davanti a qualcuno con più stelle sulla giacca.» Furlong stringe la mascella e lo guarda con odio, poi si gira verso Maggie. — «Signorina O'Sullivan... sempre nel posto sbagliato, eh?» — «O nel momento giusto. Dipende da cosa si ha da nascondere.» Matt le sfiora un braccio con la punta delle dita, come a dire: basta così. Quando si allontanano, le sussurra nell'orecchio. — «Sono nervosi. Non per me, ma per quello che potrei trovare.» Stradina del Molo Vecchio (scena del delitto), ore 12:45 La stradina si apre come un taglio tra due colline: erba alta, rovi, macchie di erica e una curva cieca che nasconde la vista fino all'ultimo. Mulligan si ferma esattamente nel punto in cui il corpo è stato trovato. “Faccia a terra. Un colpo alla testa. Bicicletta appoggiata a lato. Intatta. Nessun segno di lotta. Nessuna fretta.” Guarda il terreno. — «Niente segni di trascinamento, è caduta qui.» Si abbassa, tocca la ghiaia. — «Niente orme profonde, niente scivolamenti. Il colpo è stato sparato da vicino.» Tira fuori un blocco note e una matita. Maggie si stringe nel cappotto e guarda in giro. — «È un posto isolato... ma non deserto. Troppo rischioso per improvvisare.» — «Esatto, chi l'ha fatto era calmo e preparato. Non ha preso niente, voleva solo farla tacere.» Matt si avvicina al punto dove stava la bici. — «Se la bici è stata appoggiata così bene o l'ha fatto lei stessa... o chi era con lei l'ha fatto con attenzione.» — «Ma se era con lei perché ucciderla?» — «Perché stava dicendo qualcosa che non doveva o stava per dirla.» Si alza in piedi, scrollandosi la polvere dalle ginocchia. — «Il medico legale ha detto che il colpo alla testa era pulito, nessuna dispersione, niente sangue oltre il necessario. Un'arma leggera. Una pistola, calibro piccolo.» Guarda Maggie diritto negli occhi. — «Questo non è l'opera di un folle, ma di qualcuno che sapeva cosa stava facendo.» Stradina del Molo Vecchio (dietro la scuola), ore 13:35 Il sentiero del Molo Vecchio taglia i prati verso sud e sfuma in una striscia ghiaiosa che conduce al paese. I due tornano a piedi, camminando piano. Il cielo è basso, il vento muove l'erba come dita leggere e porta con sé l'odore dolciastro dei corbezzoli maturi. Matt inspira piano: quel profumo gli ricorda Maggie. La guarda di sottecchi, pensando per l'ennesima volta a quanto sia bella e innocente. Troppo per un mondo come il loro. All'angolo tra il viottolo e il cancello della vecchia scuola, un uomo cammina verso di loro con una bicicletta blu alla mano. Cappello chiaro, elegante, sobrio, con i baffetti curati, camicia bianca, gilet, mani pulite. L'aspetto di chi non si è mai sporcato per davvero. Maggie lo riconosce subito. — «È il professor Rourke. Nora seguiva i suoi corsi serali.» L'uomo li nota, rallenta appena, poi accenna un sorriso gentile. — «Signorina O'Sullivan. Non la vedevo da... quanto? Tre anni?» — «Più o meno. È sempre in ottima forma, professore.» — «Cerco di mantenermi... nei limiti dell'età.» Si gira verso Mulligan. — «E questo signore è...?» — «Un amico. Sta aiutando la famiglia Dunne a capire cos'è successo.» Il sorriso di Rourke si assottiglia appena. — «Capisco. Una brutta faccenda. Una tragedia.» Matt allunga la mano. — «Mulligan. Piacere.» — «Rourke. Il piacere è mio.» Una breve stretta. — «Conosceva bene Nora?» — «Abbastanza. Seguiva i miei corsi serali. Matematica applicata. Voleva prepararsi per l'esame statale, per l'insegnamento. Aveva talento, ma... un'indole impulsiva.» — «Impulsiva?» — «Nel modo in cui solo i giovani possono permettersi. Cuore prima del metodo, ma... piena di curiosità.» Guarda Maggie, cerca un'alleata. — «Voleva fare del bene. Si capiva, ma forse... ha scelto di esporsi troppo.» Maggie stringe le labbra, non risponde. Il professore si schiarisce la voce, poi si stringe nel cappotto. — «È un peccato... tutto questo, ma non credo che scavare... cambierà le cose.» Matt inclina appena la testa. — «Non è detto. A volte basta solo scavare nel punto giusto.» Rourke lo osserva. Un lampo negli occhi. — «Vedo che le piace... analizzare.» — «Deformazione professionale.» — «Beh... io devo rientrare. Ho delle correzioni da finire. Se avete bisogno di me...» Matt annuisce. — «...la troveremo. Grazie per la disponibilità professore.» Fa un passo avanti. La voce ferma. — «Un'ultima domanda, professore: lei possiede un'arma?» Rourke si volta. — «Chi non ha un'arma, dopo tutto quello che è successo?» Scuote la testa e il tono si fa più grave. — «Fratelli contro fratelli. Amici che si sparano addosso nel nome di una firma: un Paese che si spacca in due... e non smette di sanguinare. A volte penso che l'Irlanda non voglia essere libera, ma solo vendicata.» Poi guarda Matt, la voce tagliente. — «Ma lei lo sa bene, vero?» Matt non dice niente e il professore si allontana senza fretta. Maggie lo guarda scomparire dietro la curva, gli occhi stretti in una piega che assomiglia al dubbio. C'è qualcosa di sbagliato in quella scena, una nota fuori posto, un dettaglio, un'impressione, ma non sa dire cosa. Casa di Maggie, ore 14:15 La cucina è silenziosa, sul tavolo ci sono due piatti vuoti e un coltello da burro che brilla alla luce obliqua del pomeriggio. Le pareti sono leggermente screpolate, il pavimento di linoleum porta le tracce di anni di passi familiari e dalla radio arriva la voce gracchiante di una vecchia ballata irlandese. Le note si insinuano nella cucina con una dolcezza malinconica. 🎵 So fill to me the parting glass, and gather as the evening falls...🎵 Maggie beve il suo solito tè nero, Matt sta fumando. — «Cucini ancora come tua madre.» — «Grazie. Era un complimento?» — «Non lo so. Tua madre mi guardava come se fossi un incendio.» — «Perché lo sei.» Silenzio. Matt controlla la fondina, poi si alza per affacciarsi alla finestra. Fuori, il paese sembra immobile, come in attesa. — «Lo fai ancora.» — «Cosa?» — «Quella cosa. Di guardare fuori come se stessi per scappare.» — «Solo quando so che qualcuno mi sta aspettando.» Maggie non dice niente, ma i suoi occhi restano fissi su di lui. Casa dei Dunne, ore 14:48 La casa dei Dunne è in fondo alla strada. Tende pesanti, profumo di cera e fiori secchi. Mrs. Dunne apre la porta con lentezza, ha gli occhi gonfi e il viso segnato dal dolore. Quando vede Maggie si fa da parte senza dire una parola. Mulligan resta in piedi, lei lo osserva, poi annuisce e li fa entrare. Si siedono in salotto, su sedie imbottite che sembrano non essere state usate da anni. — «Volevamo solo... capire meglio» — dice Maggie. — «Nora era... era una brava ragazza. Tutti lo sanno.» — «Aveva qualcuno? Un fidanzato, un corteggiatore, un litigio recente?» — chiede Matt. — «No. Nessun ragazzo, nessun amico particolare. Solo il coro e i corsi con il professor Rourke per il concorso. Voleva insegnare ai bambini, diceva che era il modo migliore per cambiare il mondo. Io... io non le ho mai chiesto altro.» — «Aveva comportamenti strani? Qualcosa che non quadrava?» — «Mai. Era la ragazza che ogni madre prega di avere. Ordinata, obbediente, non una parola fuori posto.» Matt guarda Maggie, poi si alza. — «Mi dispiace disturbarla, signora. Ma a volte... le cose troppo perfette sono solo silenzi ben costruiti.» Mrs. Dunne stringe le mani sul grembo. — «Lo so e se Nora nascondeva qualcosa... spero che la troviate.» La voce si fa più bassa, quasi un sussurro. — «La Garda dice che è stato quel poveretto, Davy... ma io non l'ho mai visto con Nora. Nemmeno una volta e io... io vorrei solo sapere cos'è successo davvero per poter piangere in pace, senza il dubbio che mi tiene sveglia la notte.» Maggie le si avvicina e la stringe in un abbraccio silenzioso. Non dice nulla, nessuna parola servirebbe. Matt resta in piedi, si sfila il cappello, accenna un saluto imbarazzato, poi si gira verso la porta. Escono in silenzio. Fuori l'aria sa di pioggia. Stanno già varcando il cancello quando la voce di Mrs. Dunne li richiama da dietro la porta. — «Signor Mulligan... una cosa ancora.» La donna non esce, ma parla dal vano della porta come se avesse paura di fare un passo di troppo. — «Dopo l'autopsia... mi hanno restituito tutto: vestiti, scarpe, pettinino, tutto tranne una cosa.» Pausa. — «Una collanina. Niente di che, un filo d'oro sottile con una medaglietta di San Giuda. Gliel'aveva regalata mio fratello il giorno della cresima e Nora la portava sempre.» Lui annuisce, serio. — «Grazie, signora. Scopriremo cosa è successo.» Si volta e riprende a camminare accanto a Maggie. In cuor suo spera davvero di poter mantenere quella promessa. Chiesa di Clonakilty, ore 15:36 La chiesa si erge in fondo alla piazza come un blocco di pietra scolpito dal vento: muri grigi, anneriti dalla salsedine, il campanile basso e le finestre a ogiva che sembrano occhi spenti. È l'edificio più imponente del paese, ma ha l'aria di chi ha sopportato troppi inverni. L'interno è freddo e immobile, il silenzio profuma di incenso e candele consunte. Sembra un posto dove Dio ha smesso di ascoltare da un po'. Maggie si muove in punta di piedi, lo sguardo che cerca tra le sagome in controluce. — «Avevano detto che le ragazze del coro si riunivano oggi...» — «Forse hanno saputo che venivamo.» Dal fondo della navata, una porta si apre e padre Kinsella emerge dalla penombra. — «Miss O'Sullivan. Mr. Mulligan.» — «Padre.» — «Se cercate le ragazze del coro, non sono qui. L'incontro è stato rimandato.» — «Da chi?» — «Da me. Non mi sembrava il momento più adatto.» Matt lo osserva in silenzio, il prete non abbassa lo sguardo. — «Padre, stiamo solo cercando di capire cosa è successo.» — «La famiglia ha già sofferto abbastanza. Non aiuta tirare su fango dalle tombe.» — «Il fango non viene mai da solo. Qualcuno ce lo ha messo sopra.» Padre Kinsella si irrigidisce. — «Vi invito a lasciare questo luogo di preghiera. Dio giudica, non voi.» Matt fa un passo indietro. Maggie lo segue, ma lo guarda di traverso. Fuori dalla chiesa l'aria è più fredda. — «Quel tipo nasconde qualcosa.» — «Sì, ma lo fa da talmente tanto tempo che ormai non ci fa più caso.» Sotto il portico della chiesa, subito dopo Matt si accende una sigaretta. La luce è bassa, l'ora grigia. Guarda Maggie con un'espressione che è metà affetto, metà frustrazione. — «Per le prossime ore vado da solo.» — «Dove?» — «A bere. Pub per pub. Il modo più sicuro per trovare qualcuno che ha visto troppo e detto troppo poco.» — «Da solo? E io?» — «Tu sei fuoco, Maggie, ma stavolta servono cenere e fumo.» Lei lo fissa, poi annuisce. — «Se entro domani mattina non sei tornato...» — «...sarai l'unica a sapere dove cercarmi.» The Leaping Hare, ore 19:47 Il Leaping Hare è uno di quei pub che sembrano costruiti per proteggerti dalla pioggia e giudicarti allo stesso tempo: luci basse, travi scure annerite dal fumo, l'odore di torba bruciata che si mescola a quello della birra. Le pareti sono tappezzate di vecchie fotografie ingiallite, pescatori, squadre di hurling, matrimoni che nessuno ricorda più. Il pavimento scricchiola come se ogni passo fosse di troppo. Matt è al secondo whiskey, al terzo locale e al primo uomo che smette di mentire. Un pensionato con le mani grosse e la voce bassa lo guarda fisso. — «L'ho vista io, la ragazza. Nora. Era sul sentiero del Molo, la sera prima di morire. Non era sola.» — «Con chi era?» — «Un uomo. Elegante, giacca di tweed, cravatta, scarpe pulite e una bicicletta verde scuro. Lucida, mica come quella del povero Davy: la sua sembra uscita da un fienile.» Matt non dice nulla, fa solo un cenno, paga da bere e lascia il pub in silenzio. Il passo è lento, ma il pensiero corre veloce. Una bici verde, un uomo elegante. Qualcosa si sta muovendo. Casa di Maggie, ore 00:28 La porta si apre con uno schiocco secco e l'odore di whiskey arriva prima dei passi. Matt Mulligan entra, si toglie il cappotto con un gesto goffo e lo lascia cadere sulla sedia. Ha la cravatta allentata e un mezzo sorriso sulle labbra, ma gli occhi sono spenti. Seduta vicino alla finestra, in camicia da notte e con le braccia incrociate, Maggie lo aspetta. — «Ti sei divertito?» — «Un mondo.» — «Hai almeno imparato qualcosa, oltre al grado alcolico dell'intera contea?» — «Sì. Che un quarto degli abitanti di questo fottuto paese ha una bicicletta verde.» Si versa un altro dito di whiskey e lo beve in un colpo, poi si siede, i gomiti sulle ginocchia, lo sguardo perso nel pavimento. — «Il sindaco, il parroco, il farmacista, il capo della polizia, due falegnami e pure il barista del Leaping Hare. Tutti con una bici verde. Vernice economica, stessa fabbrica, stesso modello. Incastrare Davy solo per quello è come accusare uno per avere i baffi.» Fa una pausa. Si passa una mano sulla fronte. — «E non parliamo della pistola: non c'è un'anima in questo paese che non abbia una stramaledettissima arma. Pure il parroco tiene un fucile a canne mozze sotto l'altare, me l'ha detto il sacrestano. Ci credi?» Maggie lo guarda, le labbra strette. — «Sai che c'è una bella differenza tra indagare e distruggersi il fegato?» — «È il mio metodo.» — «Ah, ottimo. E io che mi preoccupavo di lasciarti andare in giro da solo.» Matt alza lo sguardo. — «Ho trovato un uomo, un vecchio, al pub. Ha visto Nora la sera prima che la uccidessero. Era con un uomo elegante, non uno come Davy. Cravatta, pantaloni stirati, bici verde lucida. Parlava con lei. Sorrisi, voci basse.» — «E poi?» — «E poi niente. L'uomo è sparito, ma Nora sembrava fidarsi, non era spaventata.» Maggie si alza in piedi, si avvicina alla finestra. — «Mentre tu giocavi a fare l'ubriacone, io ho parlato con due ragazze del coro.» — «E allora?» — «Allora Nora non era tutta casa e chiesa come dice sua madre. Aveva avuto un paio di storie con ragazzi del posto. Niente di scandaloso, ma da qualche mese aveva cominciato a frequentare qualcuno più grande.» — «Nome?» — «Nessuno lo sa. O meglio... lei non lo diceva. Le sue amiche sanno solo che non era un ragazzo. Era un uomo e sembrava voler tenere tutto nascosto.» Lui rimane in silenzio. La bottiglia è vuota. — «Siamo ancora all'inizio.» — «Ma abbiamo una certezza.» — «Quale?» — «Nora mentiva a qualcuno e quel qualcuno aveva paura di quello che poteva dire.»
Bjorn Nielsen
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