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Autore: Mary Di Blasi
Cunti di casa e di strada
Narrativa Autobiografica
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Cunti di casa e di strada

Il Pasticcio Benedetto: Il Segreto di San Rocco.

Io lo immaginavo proprio così, come un grande film in bianco e nero che prendeva vita tra le parole dei vecchi. Quando ascoltavo la storia dello “scambio”, non mi sembrava un racconto del passato, ma qualcosa che avrei potuto vedere affacciandomi alla finestra: una confusione di mantelli, pioggia scrosciante e statue giganti che barcollavano nel buio.
Tutto, nei miei pensieri, cominciava con la terra che crepava. Vedevo Pietraperzia arsa dal sole, con i pozzi che sputavano solo polvere e i contadini che guardavano il cielo con rabbia.
«Non c'è nenti di fari,» sentenziava u zi' Peppi
, seduto all'ombra con la sua sedia impagliata, «se non ci aiuta la Madonna della Cava, finisce male per tutti.»
Nella mia mente, il pellegrinaggio era una visione epica. Vedevo le due comunità uscire dai paesi come due fiumi di gente. Noi pirzisi, con le spalle robuste sotto la vara di San Rocco, e i barrafranchesi che avanzavano fieri con Sant'Alessandro. Immaginavo il suono dei passi sulla terra secca, croc-croc, e le preghiere cantate a squarciagola per coprire il rumore delle cicale. I due Santi procedevano solenni verso il piano della Cava, circondati da un polverone che sembrava voler toccare il cielo, quasi a voler bussare alla porta della Vergine per chiederle:
«Ma insomma, ce la dai questa pioggia o no?»
Arrivati davanti alla Madonna della Cava, le due statue furono messe l'una accanto all'altra. Le preghiere si alzarono così forti che dovettero bucare le nuvole, perché il cielo rispose all'improvviso, proprio nel momento di massima devozione.
«Un lampo squarciò 'u cilu,» raccontava u zi' Peppi mimando il tuono, «e arrivò l'acqua. Ma non era pioggia, era un diluvio universale!»
È qui che la mia fantasia galoppava nel caos: la polvere trasformata subito in fango, le grida dei portatori e il rumore dell'acqua sulle corone dei Santi. In quel momento, la devozione lasciò il posto alla sopravvivenza. Io me li immaginavo così, i portatori dei due paesi, zuppi fino all'osso e col fango alle caviglie, mentre cercavano di mettere in salvo il legno santo.
«Ammuccia! Ammuccia 'a vara!» urlava un pirzisi, cercando di stendere un telo inzuppato sopra la corona.
«Chi fa, durmi? Ammutta, pi l'anima di li to' murti, ammutta!»
Dall'altra parte, i barrafranchesi rispondevano con altrettanta furia:
«Cùpuna ddà, ca si squagghia 'u culuri!» gridava uno di loro, mentre l'acqua trasformava le vesti dei Santi in pesanti drappi di piombo. Le stanghe delle portantine si incrociavano pericolosamente nel buio.
«Ma quale ammuccia! Chi faciti, v'atu pigghiatu la nostra?» sbraitava un altro tra i lampi.
«Nenti pigliammu! Camina e muto, ca ccà 'u fangu n'affuca a tutti! Curri, ammutta verso 'a rocca!»
In quella danza di mani nodose e legno bagnato, le vare si sfiorarono e per un istante si unirono. Non c'era più né San Rocco né Sant'Alessandro; c'erano solo uomini impauriti che cercavano la via di casa.
«Ammutta e non talìari!» fu l'ultimo grido che si perse nel tuono.
Le mani dei pirzisi si strinsero sulle stanghe sbagliate e Pietraperzia iniziò la sua salita con un Santo ospite.
Tra le nuvole di vapore e la pioggia che accecava, i portatori di Pietraperzia afferrarono la prima statua che trovarono sotto mano. Ma c'era un dettaglio che mi faceva impazzire: il cane.
San Rocco ha sempre il suo cagnolino accanto, mentre Sant'Alessandro no. Allora, da piccola, chiedevo sgranando gli occhi:
«Ma zi' Peppi, se Sant'Alessandro il cane non ce l'ha, come abbiamo fatto a non accorgerci dello scambio?»
Lui faceva una pausa teatrale, ridacchiando tra i baffi.
«Eh, picciriddra... è qui che sta 'u 'mbrogghiu benedetto! Sotto quel diluvio non si capiva più niente. Forse il cagnolino di legno, vedendo tutta quella confusione, decise di saltare da una vara all'altra, oppure furono i portatori che, pur di tornare al coperto, si caricarono addosso tutto quello che trovarono, cane o non cane!»
Il dubbio però mi è rimasto fin da allora: chi abbiamo portato davvero a casa?
«Ascolta bene,» diceva u zi' Peppi, «quella notte i pirzisi si portarono a casa il corpo di Sant'Alessandro, ma lo chiamarono San Rocco! Si sono scambiati la pelle, il nome e pure il cane sotto l'acqua della Madonna della Cava!»
Immaginavo la statua che, una volta varcata la soglia della nostra chiesa, si guardava attorno sorpresa, col cagnolino che sembrava quasi scodinzolare per aver trovato una casa così bella. Magari il Santo voleva protestare, ma poi, vedendo come lo festeggiavamo, decideva di stare al gioco.
Oggi, da adulta, capisco che questo “pasticcio” non è stato un errore, ma un modo per intrecciare i nostri destini. Questi cunti non servono solo a passare il tempo, ma a cucire insieme Pietraperzia e Barrafranca con un filo invisibile. Sapere che i nostri Santi si sono “mischiati” ci fa sentire meno distanti: è come se avessimo un segreto in comune, una parentela di legno e fango che ci rende un'unica grande famiglia.
Sorrido guardando quel cane fedele in chiesa, perché so che quella tempesta ha rimescolato le nostre radici. Ci ha lasciato un Santo che ha scelto di restare pirzisi, mentre il “vero” San Rocco, forse, protegge con lo stesso amore i nostri vicini.
In fondo, la pioggia cade su tutti, e la bellezza di questa leggenda è che ci ha insegnato a vederci riflessi l'uno nell'altro, proprio come due Santi che, sotto il diluvio della Cava, hanno deciso di scambiarsi il cuore.
Nun si sa mai: Mia Madre e l'Ordine del Mondo
Io sono nata nel '71, un'epoca di mezzo. Nei nostri paesi la modernità bussava alla porta con la lavatrice, ma l'antico rispondeva dalle fessure dei muri col sussurro delle vecchie. Si viveva con un piede nel progresso e l'altro ben piantato nel “nun si sa mai”.
Mia madre, in questo tribunale invisibile, era il giudice supremo. Lei non era come le altre, quelle che correvano dalle anziane a farsi “calari i virmi”. I vermi, si sa, non erano animali: erano “lo scanto” che si annidava nella pancia dei bambini facendoli piangere senza motivo. Le vecchie arrivavano con le mani lente e quel canto liturgico:
«Scinni... scinni...»,
manco fossero incantatrici di serpenti.
Mia madre le guardava da lontano.
«Tu sta bona», diceva a me,
e i vermi, per paura di lei, non provavano nemmeno a salire.
Ma se sui vermi e sulla “matrazza” — quel male oscuro che nessuno sapeva cosa fosse, ma tutti temevano — lei passava oltre, sul resto non si scherzava. La sua non era paura. Era Metodo. Era un regolamento per non far sgarrare la sorte.
Il calendario dei divieti
Prendete il venerdì. Un giorno qualunque per il resto del mondo, ma per mia madre era un campo minato.
Un pomeriggio mi trovò con le forbicine in mano.
«Chi fai?»
«Mi tagliu l'unghia, mà.»
Si fermò. Mi fissò come se stessi accendendo una miccia sopra un barile di polvere da sparo.
«Di vennirì?»
Non aggiunse altro. Posai le forbicine. Il venerdì non si sfida. Il venerdì la sfortuna ha l'orecchio teso.
E maggio?
Maggio per lei non era il mese delle rose. Era il mese del “non toccare”.
«I materassi a maggio non si girano e non si cambiano.»
«Mà, ma picchì?»
«Picchì maggio è maggio.»
Era una legge fisica, come la gravità. Se giravi il materasso a maggio, giravi pure la sorte. E non era detto che quella fosse di buon umore.
Poi c'erano le scope. C'era un mese — Dio solo sa quale, ma lei lo sentiva nell'aria — in cui le scope nuove non si potevano “ingignare”. Restavano lì, appoggiate al muro, fiammanti e inutili, a guardare la polvere che festeggiava.
«E quando la usiamo?» chiedevo io.
«Quannu è tempu. U misi prossimo. Nun ancora.»
Perché al paese il tempo non è quello dell'orologio. È quello della convenienza astratta.
L'architettura della sventura
La casa, per mia madre, era una creatura viva che soffriva per ogni nostra mossa sbagliata.
Guai a sedersi nel pizzo del tavolo.
«Alzati, ca accussì nun ti mariti!»
Io mi alzavo subito. Non perché sognassi l'abito bianco, ma perché l'idea di restare zitella sotto lo sguardo di rimprovero di tutto il vicinato mi pareva peggio dell'inferno.
A letto, poi, la posizione era una questione di vita o di morte. Se dormivo coi piedi verso la porta, entrava lei come una furia e mi girava manco fossi un calzino.
«Nun si dormi accussì. Chiami 'a morti!»
E le braccia sotto la testa? Vietatissime.
«Ti chiudi u cervellu!»
Io, che al cervello ci tenevo, le calavo subito lungo i fianchi, rigida come un soldatino, sperando che i miei neuroni non si fossero già annodati per colpa di un cuscino troppo comodo.
Il galateo degli oggetti
Entrare in casa con l'ombrello aperto era considerato un atto di terrorismo domestico.
«CHI FAAAA!»
Lo chiudevo così in fretta che rischiavo di mozzarmi le dita. L'ombrello aperto in casa attira la miseria, come se il soffitto potesse crollarti addosso per invidia.
E le scarpe nuove? Un rito d'iniziazione. Le appoggiavi sul tavolo per ammirarle?
«LEVA! Nun si mettunu né 'ncapu u tavulu, né 'ncapu u lettu. È malaugurio.»
«E allora unni?»
«'Nterra.»
Le scarpe finivano lì, mortificate prima ancora di camminare.
L'apocalisse, però, arrivava con l'olio. Se cadeva l'olio per terra, il tempo si fermava. Mia madre diventava pallida, si faceva il segno della croce:
«Madunnuzza... semu consumati.»
Guardavamo quella macchia come se fosse lava che usciva dall'Etna. L'olio è ricchezza. E se cade, cade pure la stabilità della famiglia.
L'unica eccezione: il gatto niuru
In mezzo a questo labirinto di regole, c'era una sola creatura che godeva dell'immunità diplomatica: il gatto nero.
Se qualcuno per strada urlava:
«Attenta, passa un gatto niuru!»
Lei alzava le spalle con una classe regale:
«E chi è, u malaugurio cu 'i baffi?»
E continuava a camminare dritto.
Forse perché lei non era superstiziosa per paura, ma per disciplina. I vermi e la matrazza erano cose da vecchie sagge. L'ordine della casa, invece, quello spettava a lei.
Oggi io rido. Sorrido quando vedo una ragazza seduta nel pizzo di un tavolo o qualcuno che posa una borsa sul letto. Ma se è venerdì, le mie unghie restano lunghe. Se è maggio, i materassi non si toccano. Gli ombrelli li apro solo fuori casa.
Non perché ci creda davvero.
Ma perché certe voci, quando ti crescono dentro, diventano la musica della tua vita.
E poi, in fin dei conti...
nun si sa mai.

Glossario
Pirzisi – Abitanti di Pietraperzia.
Barrafranchesi – Abitanti di Barrafranca.
Vara – Struttura portata a spalla durante le processioni religiose, su cui è collocata la statua del Santo.
Ammucciare / Ammuccia – Coprire, proteggere (in questo caso la statua dalla pioggia).
Ammuttare / Ammutta – Spingere, muovere con forza.
Talìari – Guardare.
'U cilu – Il cielo.
'U fangu – Il fango.
'U 'mbrogghiu – L'imbroglio, il pasticcio.
Zi' – Zio (forma affettuosa e rispettosa per gli anziani).
Picciriddra – Bambina.
Nun si sa mai – Espressione tipica siciliana che indica prudenza, cautela, rispetto delle tradizioni e delle superstizioni.
Calari i virmi – Rito popolare per togliere lo “spavento” o il malessere ai bambini.
Virmi – Letteralmente “vermi”, nel linguaggio popolare indica lo spavento o un malessere non fisico.
Matrazza – Termine popolare per indicare un male indefinito, spesso attribuito a cause misteriose o superstiziose.
Niuru – Nero.

Mary Di Blasi

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Scrittori si nasce Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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