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Appunti di una escursionista: fra archeologia, miniere, tonnare, castelli e mondi scomparsi.
L'idea, molto ambiziosa, era quella di raccogliere insieme notizie storico-architettoniche, naturalistiche, artistiche sui luoghi sconosciuti, dimenticati, poco valorizzati dell'Isola. Il progetto si è rivelato troppo ambizioso per una persona sola ... e allora è diventato una sorta di giornale/diario di viaggio, in cui sono raccolte leggende, notizie e curiosità. Storie raccolte in giro per l'Isola, messe per iscritto per non dimenticarle e per far sì che non vadano perdute. Mancano tanti luoghi, tante avventure vissute, tante persone incontrate ... ma se vi andrà di leggermi magari potreste trovare spunti interessanti per scoprire un nuovo modo di guardare quest'Isola e i suoi abitanti. Un viaggio iniziato quasi 30 anni fa: marinando la scuola l'ultimo anno, proprio quello della maturità, ed iniziando a percorrere il cuore di una Sicilia sconosciuta, scoprendo laghetti, cascatelle, dighe, fiumi che percorrevano cave di una bellezza inesprimibile ... Un'epoca, allora, in cui la moda del trekking era lontana, il turismo esperienziale non si sapeva cosa fosse, e si lasciava che spettacoli inaspettati e storie dimenticate stupissero gli occhi di esploratori curiosi che, a volte, anche con un po' di timore, si accingevano a percorrere quei luoghi. Come un'esploratrice ... cercando luoghi insoliti, dimenticati, nascosti, che si svelano a chi ha voglia e tempo di scoprirli, permettendo loro di sorprendere, di stregare, e di ammaliare con paesaggi insoliti di cui mai si sarebbe sospettata l'esistenza ... come un'esploratrice: ho iniziato il viaggio. Nel 2006 il viaggio prende vita, dopo 16 anni di esplorazioni semisolitarie. La prima versione di questo testo è nata come sito internet, e tale è rimasta per 5 anni. Nel 2011 nasce la prima versione cartacea, che verrà integrata con le ultime esplorazioni relative a masserie, tonnare e miniere, in vista dell'apertura di un B&B. La versione attuale risale al 2019; ultima volta in cui misi mano al testo, prima di affidarlo alle mani dell'editore, perchè uscisse dal cassetto e servisse allo scopo per cui era stato creato: far sì che viaggiatori curiosi potessero inoltrarsi fra le pieghe di una terra martoriata, che fa arrabbiare, ma che ancora risulta sconosciuta ai suoi stessi abitanti. Volti, luoghi, persone intraviste in un chiaro di luna, storie raccontate attraverso le lacrime che rigano il volto di una anziana donna che, raccontando, ripercorre i sentieri della sua giovinezza; storie ascoltate da pastori e contadini, incontrati percorrendo sentieri di montagna, zaino in spalla sotto il sole cocente; o storie sussurrate da un torrente argentino. Queste avventure, queste esplorazioni, sono per la maggior parte nate dalle passeggiate in solitaria, o con pochissimi amici di vecchissima data, oggi non più in Sicilia. Sono avventure che appartengono ad un tempo passato: al confine fra l'adolescenza e l'età adulta ... Portano con sé il ricordo di sogni e progetti: troppo spesso in contrasto con un'amara realtà. Eccomi scoprire la Sicilia araba attraverso le case di campagna sopravvissute nei paesi etnei, o i resti delle concerie. Ripercorrere la Sicilia rurale attraverso resti di masserie e musei del folklore e della civiltà contadina. Scoprire i resti delle neviere in grotte laviche o in tacche costruite dall'uomo per alimentare un fiorente commercio, che sino agli anni '50 del Novecento si estendeva fino a Malta. E poi riserve, parchi, e angoli di paradiso, scorci di centri storici, miti e leggende di cui non sospettavo nemmeno l'esistenza.
Leggende in Sicilia Archi di Pane. Pasquetta 2006 Circa 190 km separano Catania da San Biagio Platani, nell'agrigentino. Ogni anno, il Lunedì dell'Angelo, il giorno di Pasquetta, il piccolo centro richiama turisti curiosi e devoti per ammirare gli Archi di Pasqua: architetture gotiche realizzate in pasta di pane, che adornano tutta la via principale. Raggiungere S. Biagio in primavera è un viaggio nel viaggio, che permette di attraversare/costeggiare la riserva di Monte di Capodarso nel nisseno. E magari, effettuare una sosta e visitare la Miniera Giumentaro, o raggiungere la Trabonella, o la Gessolungo, situate a non molta distanza l'una dall'altra). L'Himera, il fiume che da sempre segna il confine geografico tra Sicilia Orientale ed Occidentale, tra Siculi e Sicani, tra Greci e Cartaginesi, fiancheggia la strada (è possibile raggiungerlo dallo stesso accesso, situato sulla statale, che conduce alla Giumentaro). In primavera, l'interno della Sicilia, è una sinfonia verdeggiante intensa punteggiata dal giallo dei fiori di campo, un paesaggio totalmente differente da quello cotto dal sole estivo. Proseguendo il viaggio alla volta di S. Biagio Platani si cerca di immaginare come possano essere questi famosi Archi di Pane. La pasta viene lavorata in tutte le sue forme fino a costruire ardite opere architettoniche. Una graziosa stradina lastricata a ciottoli accoglie i visitatori. Il paese è molto piccolo, situato tutto intorno alla strada principale. Ci avviamo verso il centro, e di fronte a noi si ergono, maestosi, gli Archi di Pasqua. Gli archi, costruiti in pasta di pane sono intrecciati con canne di bambù, fiori, foglie e prodotti della terra. Tutta la via principale è adornata. Le spighe, i chicchi di grano, i pani colorati, tutto sembra inneggiare alla vita che rinasce, alla terra che rifiorisce, al ritorno di Cerere che riabbraccia la figlia. Una festa della fertilità, per festeggiare la primavera e propiziare la prosperità dei campi. I due ingressi, all'inizio e alla fine della strada, sono decorati con strutture che ricordano le navate di una cattedrale gotica, sormontate da cupole arabeggianti. La sera ci sarà festa. Si accenderanno tenue luci sui candelieri di chicchi di grano e pasta di sale, e tutto odorerà di un'atmosfera ammaliante e suggestiva.
Sicilia Contadina
Potrebbe sembrare curioso o irrilevante dedicare spazio ad elementi tipici dell'architettura rurale e/o del mondo contadino. La descrizione nasce da una duplice motivazione: primo, a chi si inoltra nelle campagne siciliane capiterà di incontrare manufatti rurali ed interrogarsi sulla loro funzione; secondo, come insegna M. Bloch, e gli studi degli storici delle Annales, la storia, quella vera (non quella scritta dai vincitori), è possibile ricostruirla grazie alle opere dell'ingegno umano sopravvissute e giunte sino a noi. Ecco perché una sezione così ampia è stata dedicata a descrivere e raccontare le tipologie architettoniche della Sicilia degli ultimi: dei contadini, dei tonnaroti, dei minatori e dei nevaioli che hanno prepotentemente scritto la storia di questa Isola, a tratti ancora leggibile nel paesaggio. Le masserie Le abitazioni contadine e nobiliari sono di due tipi. Una prima tipologia è caratterizzata da quelle di derivazione araba, a volte a due elevazioni con scala esterna, che si sviluppano intorno a un cortile centrale - sul quale affacciano gli ambienti della casa (cucine, stanze, stalle ...) - solitamente con un pozzo o cisterna al centro e un piccolo giardino, che nella concezione araba era la riproduzione in terra del giardino celeste (il Genoardo), reso tanto famoso dai Regia Solatia (i palazzi reali realizzati in epoca normanna, dagli Altavilla); e una seconda tipologia, caratterizzata da quelle abitazioni di epoca spagnola di chiara impronta barocca. Queste sono a due piani. Al piano terra la masseria, la casa contadina, abitazione del massaro, il capo dei contadini, colui che manda avanti la tenuta e si occupa dei campi, e di tutti gli ambienti e i locali necessari al fabbisogno alimentare dei suoi occupanti. Oltre alle stanze del massaro e della sua famiglia, la cucina col forno a pietra, i magazzini (per la conservazione delle derrate alimentari), il palmento (per la pigiatura dell'uva), il frantoio (per la macinatura delle olive), a volte anche una rudimentale macina (per la molitura della farina). Il palmento Il palmento è l'evoluzione dell'antico Torcularium romano, presente nelle ville pompeiane e stabiane. Il Torchio è l'elemento più importante nel palmento. Prima a leva, poi a vite. La sua trasformazione portò ad uno sfruttamento anche delle zone collinari, tramite coltivazione a terrazze e ad una progressiva urbanizzazione delle aree agricole. Ogni vigneto aveva una costruzione rurale ed un palmento, che veniva costruito sfruttando la forza di gravità: il liquido veniva trasportato solo per caduta, durante la vinificazione. Le case erano caratterizzate da archi e tetti a volta (non visibili all'esterno), da un piano affacciato su una terrazza sostenuta da archi a piano terra, che riparavano le cantine, con finestre esposte sempre al vento di tramontana (a nord). Le facciate erano solitamente intonacate con colori ocra, grigio o rosa. Durante la vendemmia, le ciurme, squadre di operai addetti alla raccolta, riempivano coffe e cufini (ceste di vimini intrecciate) che venivano svuotati rapidamente, tramite apposita finestra, all'interno della prima vasca del palmento (la pista), in cui avveniva la prima fase della vinificazione, la pigiatura, ad opera di pistaturi, operai specializzati che pestavano l'uva nella pista a piedi nudi o con scarponi, intonando canzoni popolari. In un secondo tempo, si ricorreva a u sceccu, una ruota di 1,5 metri di diametro in rami di salice, con cui spremere ulteriormente i grappoli. I pistaturi disposti in cerchio, ognuno con le braccia sulle spalle del compagno, iniziavano a salire sopra u sceccu ognuno con un piede, mentre l'altro restava sulla pista. In seguito a queste operazioni, il mosto defluiva in un'altra vasca detta tina, costruita, nel versante etneo, con lastroni in pietra lavica. Qui avveniva la prima fermentazione che, a seconda del tipo di vino o della zona, durava da 24 ore a una settimana. Oggi, tali operazioni si svolgono meccanicamente. La fase successiva era quella della svinatura, durante la quale il mosto in fermentazione veniva fatto defluire in una vasca posta sotto la tina (u ricevituri) o direttamente nelle botti, situate nella dispensa o cantina, locale posto a 3,5-4 metri sotto il palmento, con pavimento in terra battuta ed un'altezza di circa 7 metri. I tinelli si trovavano nelle cantine, servivano per filtrare le fecce, residuo prodotto dal travaso del vino, che veniva posto in un sacco di juta infilato in un tinello tronco conico appeso. Via via che il vino defluiva il tinello si appesantiva e pressava la feccia dentro il sacco. Ciò che restava nella tina, dopo la separazione dal mosto, veniva posto in una vasca pià piccola, dove si trovava il torchio (u cunzu), Questa era la vinaccia. Il torchio, tramite contrappeso in pietra lavica, azionato da operatori esperti diretti dal mastro di conzu, veniva utilizzato nell'operazione della torchiatura o pressatura della vinaccia. U conzu era una macchina complessa costituita da tre parti. I mulini Prima di entrare nel merito e descrivere il funzionamento dei mulini, è necessario spiegare perchè tutte queste attività contadine erano così importanti per l'economia dei tempi passati. Laddove erano presenti corsi d'acqua, anche di portata minore, venivano organizzate attività economiche quali: mulini, trappeti (da zucchero o da olive, i frantoi), mangani, paratori o gualcherie. Le attività industriali, che caratterizzarono l'economia siciliana fra il 1600 e il 1800 (anche se molte di queste attività furono introdotte durante la dominazione islamica), erano alimentate dai corsi d'acqua tramite un sistema di canali (saie e saitte), in parte giunti fino a noi. Risalente al I sec. a. C., il mulino è un'invenzione antica già nota in epoca romana (di cui sopravvivono le batterie di Arles in Francia: sono le più antiche giunte sino a noi, e furono le prime ad essere studiate dagli storici delle Annales), e in realtà poco utilizzata: si preferiva ricorrere alla forza umana o animale. Durante il medioevo, i mulini si diffusero in Europa, a causa della sostanziale diminuzione della forza lavoro. I mulini erano, e sono, essenzialmente di due tipi: ad asse verticale e ruota orizzantale, e ad asse orizzontale e ruota verticale. March Bloch, lo storico francese padre della moderna storiografia, fondatore delle Annales d'historie sociale - primo sostenitore che la storia non fosse solo lo studio di avvenimenti passati ma che suo oggetto fossero gli uomini con i loro macchinari e i loro strumenti, le loro leggi ed istituzioni - fu il primo a studiare i mulini. Il mulino a ruota orizzontale è il più antico. Secondo Bloch è un simbolo di regresso tecnico, tipico di società economicamente meno sviluppate e più arretrate. In realtà, Bloch studiò i sistemi diffusi nell'Europa continentale, i cui corsi d'acqua hanno una portata maggiore, e perciò si prestano meglio alle innovazioni tecnologiche introdotte da mulini ad asse orizzontale. In Sicilia, la situazione è diversa. I corsi d'acqua hanno una portata minore rispetto a torrenti e fiumi del Nord Europa, ed ecco che la maggior parte dei mulini sopravvissuti e costruiti ancora nel 1800 erano a ruota orizzontale. Perchè era l'unico modo affinché le acque dei fiumi, incanalate nella saia maestra, grazie alla saitta (turbine che imprimeva all'acqua una velocità maggiore) e alla botte, potessero imprimere alle acque la potenza necessaria, sfruttando portate anche minime (senza contare che gli impianti richiedevano anche una minore manutenzione). Trappeti e mangani Mangani e trappeti sono due strutture di cui si è persa ogni traccia, e sopravvissute nel territorio siciliano soltanto come toponimi. Ad un turista probabilmente diranno poco, ma stuzzicano la curiosità di chi è nato e vissuto in Sicilia. Entrambi legati alla dominazione araba che, in epoca medievale, introdusse in Sicilia oltre a varie specie vegetali (che contraddistinguono tutt'ora il paesaggio siciliano) la coltivazione della canna da zucchero e l'allevamento del baco da seta. Per tutto il periodo arabo-normanno, la Sicilia fu la maggior esportatrice di zucchero e seta nel Mediterraneo. Lo zucchero, u cannamele, era molto usato per dolcificare decotti e pozioni ed era venduto in farmacia, come le droghe (come dolcificante alimentare si usava il miele selvatico, più facile da reperire e più economico). La coltivazione richiedeva ingenti somme di denaro, concimazioni frequenti, abbondanti annaffiature e personale specializzato. Ci volevano quasi tre anni perché il prodotto arrivasse a maturazione, poi si poteva procedere al raccolto e programmare la produzione per gli anni successivi. La lavorazione era alquanto laboriosa. Le canne, dopo essere state tagliate, dovevano essere lavorate vicino ai campi di coltivazione, perché facilmente deperibili. Così, nelle vicinanze delle colture si costruirono i trappeti da zucchero. Il trappeto era composto da parecchie stanze, ed impiegava personale altamente specializzato. C'erano locali destinati alla spremitura (che utilizzavano macine simili a quelle dei frantoi, a mole verticale mobile, mole inferiore fissa) ed alla torchiatura, caldaie per la raffinazione, magazzini per il deposito degli attrezzi e del prodotto finite, e alloggi per i lavoranti. In occasione del lavoro presso i trappeti i carcerati godevano di permessi speciali (feriae tonnaroti et cannamelorum) che permettevano loro di sostare presso i trappeti per tutta la durata del lavoro. Gli operai utilizzati si distinguevano in: Mangani, cannizzi e gelsi erano invece legati alla sericoltura, l'allevamento del baco da seta. In epoca arabo-normanna, la seta siciliana era particolarmente pregiata, e la Sicilia ne era la principale esportatrice nell'area del Mediterraneo. Le cose cambiarono in epoca spagnola, quando il governo vicereale provvide a centralizzare la produzione per rendere più facile l'esazione delle tasse, con il risultato che né i contadini né i piccoli produttori riuscirono a vivere più del loro lavoro. Soltanto il governo spagnolo si ingrassava le tasche, con le imposte che gravavano sulla produzione della seta. Ogni abitazione contadina (casa terrana; diverse sopravvivono oggi nei paesi etnei, custodendo gelosamente le tracce di un lontano passato), ospita un gelso nero dalla chioma frondosa posizionato fra la casa colonica e la cisterna (la varietà nera era preferibile perché più resistente alla calura estiva), per permettere di utilizzare ogni più piccolo residuo d'acqua derivante dagli usi domestici.
Virgillito Maria
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