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Autore: Francesco Gilioli Francesca Tramonti
Palco vuoto
Romanzo
Lettori 22
Palco vuoto

Pelle nota.

Appuntamento da Paszkowski.
Tardo pomeriggio di primo autunno. Dopo tutto questo tempo suona ironico rivederci. Soprattutto fra le note stentate di un caffè-concerto. Un pianista in frak e una cantante in nero attillato si lanciano in rocamboleschi gorgheggi. Troneggia una rivisitazione ardita di Shallow che strappa qualche fiacco applauso.
Forse avrei dovuto proporgli altro. Un locale più silenzioso, meno illuminato. Più discreto. Ma volevo stupirlo – o più probabilmente depistarlo con un alibi non richiesto, inutile. Un tentativo estremo di occultare il dolore palpabile che da mesi ormai mi abita, implacabile. Chiedevo a un piano bar di offrirmi una scenografia distraente, perfino frivola, per ingannare almeno i primi momenti del nostro incontro.
Arrivo prima dell'ora convenuta per ambientarmi, per non farmi sorprendere. Le entrée mi hanno sempre messa in difficoltà. Mi sento valutata, giudicata, studiata. Per l'aderenza del vestito, per il modo di camminare sui tacchi o per una calza non in perfetta linea.
L'ho preceduto di poco, sorprendentemente in anticipo sui suoi storici ritardi. In tempo per farmi trovare già seduta, nel mio tailleur grigio gessato. Composta, fin troppo, su una poltroncina di tela bianca. Le caviglie annodate sotto il piano del tavolo.
Mi dice che non sono cambiata. Sorrido incassando il complimento come un esordio dovuto. Incerta sulla sua autenticità, incurante di approfondire, di acquisire certezza.
Anche lui se la cava bene. In pantaloni beige e camicia carta da zucchero. Sottobraccio un volumetto: Demian, di Hermann Hesse. Sorrido del suo vezzo, lo riconosco. Gli chiedo, conoscendo già la risposta, se lo sta leggendo in tedesco. Sfoggia la sua cultura come altri indosserebbero un foulard di seta. Con disinvoltura. Il mio sapere ha invece il taglio e la foggia di un cappottino di cashmere, taglia 38. Un soprabito morbido, confortevole. Tiepido, mai svolazzante.
Ci abbracciamo con l'affetto di sempre e l'imbarazzo di chi, da decenni, non si sfiora. Pelle nota diventata estranea.
Tengo fra le mani le bozze della sua ultima fatica, mentre ordino un tè verde. Me le ha consegnate subito, appena arrivato, come in altri tempi mi aveva porto mazzi di rose. Chissà se il suo modo di scrivere è rimasto lo stesso, se ancora progetta personaggi affascinanti che sembrano aggirarsi spauriti e senza meta fra le pagine. Sue inconsce proiezioni.
«Mi aiuterai a mettere ordine?» mi chiede diretto, senza indugi.
So cosa intende. Anche al liceo questo era il mio contributo alla sua arte: raddrizzare le trame, sgomitolare labirinti.
Anni di cronaca, a quanto pare, non gli sono bastati. Appena abbandona la realtà i suoi voli tornano a essere pindarici, le sue trovate iperboliche. Immaginavo che decenni di giornalismo avessero tenuto a bada i suoi fantasmi, che il principio di realtà avesse infine avuto la meglio.
In me scrittura e vita tendono a coincidere. Non nella sostanza, ma nella forma. Nei miei polizieschi faccio quadrare paragrafi, incrocio indizi, mantengo la suspense. Complice il commissario Manganelli. Figlio prodigio della mia penna quieta, misurata.
«Ti porto alla chiesa di Santo Spirito, non per pregare. Lì capirai come posso aiutarti» rispondo d'un fiato, rianimata dalla possibilità di fuggire l'ennesima cover lanciata ai quattro venti e urlata per disperazione più che per sentimento.
Paga senza battere ciglio. Mi tende la mano facendomi strada, premuroso, fra i tavolini, più cortese di come lo ricordassi.
Lasciamo il frastuono di piazza della Repubblica con la folla accalcata attorno a un gruppo di suonatori di liuto e ci incamminiamo, a passi svelti, nel silenzio dell'oltrarno.
Con Cesare le parole hanno sempre funzionato poco. La pietra serena e gli intonaci del Brunelleschi saranno maestri migliori di me.

Anfratti
Gli indico la facciata. Si staglia come un miracolo contro il cielo cobalto senza nuvole. Voluttuosa senza fronzoli. Una semplice distesa di intonaco color crema, distante anni luce dal fasto marmoreo degli altri monumenti cittadini. Quasi metafisica nella sua negazione.
«È una basilica agostiniana» gli sussurro. Sebbene non sappia cosa il particolare aggiunga alla visione di quel profilo austero.
Lui osserva. Indugia sulle volute, chissà se pensa che somiglino a quelle dell'Alberti in Santa Maria Novella. Non glielo chiedo e non glielo faccio notare.
Mi dice che è così nitida da ferire i sensi. Almeno i suoi, dolenti. Colpa di una donna, per lui fatale, che l'ha tramortito. Lascia cadere il discorso, fiaccato al solo pensiero.
Non chiedo oltre, per rispettare quel dolore così palpabile, assoluto. Diverso dal mio, eppure fatalmente complementare.
Proseguo da dove ho iniziato, da Santo Spirito, raccontandogli che non è facile viverci vicino, tutto quel nitore si impone sulla povertà dei pensieri. A giorni schiaccia le esistenze invece di elevarle.
Le tre porte di legno massiccio sono serrate.
«Potremo visitare l'interno solo domani mattina.»
Pare non udirmi.
Chissà dove si trova, per quali anfratti vaga la sua mente. Gli occhi socchiusi, come le labbra, sembrerebbero suggerire una tregua, come fosse passata una nuvola bianca a lenire i suoi muscoli contratti, addolcire la mandibola tesa, distendere le pieghe della fronte.
Dalla piazza alberata giungono grida di ragazzini che rincorrono un pallone e il tamburellare scomposto di un artista di strada. Qualche pensionato con cane a seguito sonnecchia sulle panchine di pietra serena. Scampoli di luce illudono che l'autunno non sia alle porte. A ben vedere il cielo si prepara e i rami, ancora folti di vita, contrassegnano impietosi triangoli d'azzurro.
Gli dico che possiamo mangiare a casa mia, anche se il frigo langue. Ordineremo qualcosa, purché sia biologico e non preveda carne.
«Neppure in questo sono cambiata.»
Gli strappo un sorriso. Benevolo. Diverso dalle smorfie sardoniche con le quali era solito accompagnare la visione delle mie pietanze verdi di lattughe assortite. Quelle che la giovane donna che ero consumava ruminando aggraziata, destreggiandosi con sapienza fra la fragranza delle carote e i filamenti croccanti dei sedani.
Mangiamo in silenzio. Le mie dita si intrecciano alle bacchette di legno laccate tanto da sembrare un prolungamento delle mani. Mani che si librano come farfalle.
«I piaceri necessari e naturali» gli dico. Aggiungendo che mi è sempre piaciuto citare Orazio. E non solo.
Gli ricordo di quella mattina di agosto a Tivoli, fra le rovine della villa di Adriano, quando declamavo i versi dell'imperatore. Millenni fa.
«Animula vagula blandula...» interviene lui.
«Te li ricordi ancora?»
«Eri bellissima senza saperlo.»
Arrossisco per l'intensità del ricordo, per la forza con la quale, senza preavviso, mi avvolge. Seduti su un avanzo di colonna, sotto un sole imperterrito, avevamo discusso anche di Antinoo. Adriano e Antinoo, gli amanti eterni. Ma non ne faccio cenno. Lascio che Tivoli finisca nei versi latini. L'amore non è argomento che faccia per noi, non ora. Nemmeno in veste imperiale.
Gli faccio strada. Può dormire nella camera degli ospiti, è calda e profuma di pulito. Nessuno ci entra da mesi.
«Domani mattina incontriamo il Brunelleschi, la chiesa apre alle nove.»
Mi domanda ironico se debba anche dire un Padre Nostro.
«Non prima di esserti confessato» liquido il suo sarcasmo.
Lasciamo poi che il silenzio avvolga e inghiotta il grande appartamento e i nostri respiri ostinati, affanni leggeri in stanze contigue.

Inebriata in poche righe
Rare gocce di sole scendono lente. Firenze vista dal basso, dagli incroci densi di aromi, fatica a entrare nella cartolina. Non brilla, sfugge. Appuntamento al Paszkowski. Arrivo in anticipo, in tempo per digerire le ultime righe di Demian. Ma Helene è già lì. Composta, sorridente.
«Lo leggi in tedesco?» esordisce, candida.
Annuisco, mantenendo con l'indice il segno fra le pagine. Lei incrocia le caviglie, allontanando il sole con le dita.
«Non sei cambiata.»
Non mi ascolta, solleva leggermente la poltroncina di tela, per conquistare l'ombra. Le consegno le bozze del mio romanzo.
«Mi dirai cosa ne pensi. Ci tengo al tuo giudizio» azzardo, sorridendo.
«Allora hai deciso di riprovarci! È una splendida notizia, Cesare. Mi è sempre piaciuto leggerti. Lo farò volentieri anche questa volta. Il tuo problema non è mai stato lo stile, neppure la sintassi. I tuoi personaggi erano fragili e smarriti. Come te. Hai sempre avuto bisogno di ordine, di metodo, di direzione.»
Chiedo un caffè ristretto, tento di organizzare una replica. Mi vengono in mente solo verbi all'infinito, sconnessi, irregolari. Lei mi anticipa.
«Firenze è diventata la mia città, puoi imparare molto, senza sforzi. Paga, voglio farti capire cosa intendo. Con un esempio. Molti esempi, se non avrai fretta. Saliamo da me, mi devo cambiare. Due minuti a piedi.»
Il ronzio delle sue vocali allungate mi ferisce i timpani. Risuona, scordato, labirintico. Ha sempre avuto questo effetto sulle mie perplessità. Le scava, le circuisce, le inonda. Senza secondi fini. Addolcisce, col sorriso, dogmi profondi. Li rende digeribili. Assimilabili. Mi piace osservarla di spalle, scrutarne le intersezioni, gli incroci, i messaggi cifrati, racchiusi negli orli dei pantaloni.
Piego lo scontrino come se dovessi sigillare il momento. L'aroma di arabica colma le narici. [...] Helene è già lontana, smarrita tra le note scomposte di musicanti improvvisati. Intatta nel fisico, frammentata in controluce. Sillabo il suo nome in cerca di appigli. Di conferme. Le osservo il collo, elastico, scolpito, proteso verso un raggio sfuggito al cono d'ombra. È rassicurante, determinata, compatibile con le mie ansie.

L'Arno scorre lento
«Ceniamo a casa. Odio i ristoranti invasi da turisti ingombranti. Ma non c'è niente in frigo.»
Helene non alza mai i toni, neanche quando è in difficoltà.
«Ordiniamo. Non preoccuparti» la rassicuro.
Evapora sfiorando il parquet, come sollevata. Senza corpo, senza forma, quasi inanimata. Credo raggiunga il bagno. Chiamo Glovo. Naturalmente niente carne. Niente che piaccia a me. Cibi spenti. Un Bolgheri per compensare.
«Mi aiuti?» Chiede con naturalezza.
Non capisco il senso della domanda, non so dove rivolgere lo sguardo. Mi affida uno scrigno nero. Pensavo a un profumo. È una crema. Vaniglia e sandalo. Vasetto triste, ecosolidale.
«Sviti il tappo?»
Non la ritengo operazione complessa. Neppure necessaria, prima di cena. Eseguo, muto.
Svanisce, inghiottita dal corridoio, dalle cornici. Riflessa negli specchi. Di lei mi giunge l'eco.
Ritmano le gocce sul lavandino, intercalari come i suoi pensieri, interlocutori. Dalla tapparella filtra una luce calda. È la coda di un'estate densa di sorprese. Avrei dovuto essere a Desenzano a dipingere pareti, come è strano il destino.
L'Arno, di cui dalla sua bella casa intravede uno scorcio, scorre lento come il vino sorseggiato da un vecchio calice.
Riappare, senza l'ingombro della giacca, dilatata come gli inverni al parco delle Cascine. Sbatte, a ritmo, le palpebre. Mi sembra di intuirne i rintocchi. Si abbandona sul Kilim che emana profumi di legno, morbidi e lattonici. Le osservo, distratto, le curve. Accennate, in rilievo, minime. Tentato di accarezzarle. Come tante volte in passato. Non se ne accorge, presa a massaggiarsi lo sterno, muta. Eppure, mi sembra di percepire quella nenia che inevitabilmente sfugge dalle sue labbra. Una ballata occitana che odora di lavanda. Un soffio quasi ingoiato. Osservo l'orlo rosa che lascia intuire gli incisivi bianchissimi. Marmorei. Vorrei mi mordesse. Solo per un istante. Interminabile. Come quell'estate.

Francesco Gilioli Francesca Tramonti

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