Writer Officina - Biblioteca

Autore: Renato Delfiol
Capezzana al tempo di Carlomagno
Romanzo Storico
Lettori 6
Capezzana al tempo di Carlomagno

Romani, Longobardi, Franchi nel 804.

Martino annuiva: «Capisco. Mi hanno detto che la chiesa ha bisogno di rifare il tetto.»
«Dici bene. Ci piove, alcune assi sono marcite e altre spostate. Con la buona stagione bisogna che i cristiani si mettano insieme per ripararlo.»
«Cosa vuol dire insieme?»
«Ci vorrà molto lavoro, molto tempo sottratto alla terra, materiale, legno, pietra e altro, non è giusto che chi ha poco lavori come chi ha di più. Vi troverete insieme, magari verrò anche io per aiutarvi e direte: Aldo (un nome per dire) ha uno iugio, darà una giornata di lavoro, Martino (sempre un nome a caso) ha dieci iugi, darà dieci giornate, o un poco meno, perché ha molta terra e la deve lavorare. Poi per le cose: Aldo fornirà un'asse di legno, Martino cinque o sei e così via.
«La maggioranza di voi non sa leggere o scrivere. Sarò io a farne una nota, così che si sappia in futuro quello che si è deciso.»
Martino approvava: «Così è giusto. Faremo così. Il lavoro si farà con la buona stagione, penso. Io darò quello che è giusto, perché per il livello devo dare anche delle prestazioni; e, se Pistoia non ha niente in contrario, le farò qui.»
«Bene. Certamente si farà quando non piove. Magari anche tra poco, se viene un tempo secco. Non importa se fa freddo, lavorando ci si scalda. Ora nell'inverno non c'è molto da lavorare nei campi, è meglio ora che poi, quando ci saranno i lavori nella campagna. Immagino che Petruccio abbia già arato e seminato nel tuo.»
«Penso di sì, però io vorrei arare ancora e seminare, anche se è tardi. Il problema sarà trovare il seme. Ho tanto terreno, non vorrei lasciarlo tutto incolto fino all'anno prossimo.»
«Farai così, se qualcuno ha più grano e ce la fa ad arrivare al raccolto e ne avanza un poco, scambierai giornate di lavoro alla chiesa coi semi. Potresti anche chiederlo al signore franco, che sicuramente ne ha tanto, ha diversi mansi. E naturalmente anche lui dovrà partecipare ai lavori della chiesa, con lui potresti scambiare giornate per seme.»
«Così farò. Appena posso andrò a visitarlo... oh, vedo che ti si è freddato il pasto, sei rimasto tanto a chiacchierare con me.»
«Non importa. Lo riscalderò tra le braci; mi premeva parlare di questi lavori della chiesa, vedo che tu mi capisci bene. Dunque io direi che il giorno di Natale, che è prossimo, dopo la messa, che verrete tutti, possiamo fermarci e parlare di questa cosa.»
«Ma la chiesa è povera, non ci sono tributi?»
«Eh, sarebbe bello... altre chiese, come quella di Artemino, ricevono un tributo dagli abitanti intorno, animali e anche grano; noi no. Bisogna che vada un giorno dal vescovo di Pistoia a chiedergli di fare anche per qui questa legge, si dice decima, poi magari è meno. Soldi nessuno li ha, a parte forse il signore, ma anche in derrate andrebbe bene. Poi si portano a scambiare al mercato.»
«Dove è il mercato?»
«Un poco di mercato lo facciamo anche qui, davanti alla chiesa, il sabato. Però se uno ha tanta roba è meglio che vada altrove, qua, sai, ci sono scambi modesti. In genere una cosa per un'altra, soldi ballanti ce n'è pochi».
«Mi sembra giusto, meglio che tutti i cristiani che abitano una zona sostengano la loro chiesa, però un decimo mi sembra tanto... arrivederci, Michele.»
I cognati avevano trasportato le masserizie in casa, così fecero reciproca conoscenza. Berta era un poco più piccola di Rotilda e portava trecce meno lunghe. Sorrise a Martino e lo ringraziò dell'opportunità fornita di abitare insieme. I figli non avevano l'acconciatura del loro padre e non portavano la barba.
«Ecco», scherzò Cuntard, «Ormai sono romani anche loro.»
Martino sorrise: «Figurati, ormai invece siamo tutti longobardi. Carlo ha conquistato il regno, ma in sostanza è rimasto. Giudici e gastaldi sono al loro posto, a quanto ho sentito.»
Aurona era l'unica della famiglia ad avere i capelli biondi, molto lunghi, tutti gli altri li avevano castani, chi più e chi meno chiari. Il suo viso esprimeva un misto di sottomissione e di fierezza. Il padre quando la guardava mostrava sempre grande benevolenza.
Martino disse sottovoce al padre: «Di' la verità, ti dispiace che presto andrà via?»
«Lo confesso, è l'oro della nostra famiglia. Ma così è la vita.»
Martino spiegò gli intendimenti del presbitero per il restauro della chiesa. Ne furono contenti, da quanto avevano loro riferito sembrava che solo alcuni dovessero contribuire. Invece era tutto l'abitato che era chiamato al lavoro. Tutta Capetiana avrebbe partecipato, compreso il signore franco. Così era più giusto.
«Domani vado dal signore», disse Martino, «a sentire se ha un poco di grano per fare nuove semine, è tardi ma lo facciamo lo stesso. Rimangono mesi perché il seme dorma. Dobbiamo cominciare ad arare ancora un poco, useremo i cavalli. Nella stalla c'è un aratro. Dopo che son tornato dal franco cominciamo, se no cominciate subito voi, non credo che il terreno sia già gelato, si farà facilmente. Vedete voi come bardare i cavalli. Io direi di non arare tanto, tre o quattro pertiche iugiali, da coltivare a grano o a quello di cui troverò i semi, anche fave, magari.»
Al mattino Martino si avviò verso la casa del franco. Traversò nuovamente il ruscello e si spostò un poco verso mezzogiorno; di lì il terreno cominciava a risalire e formava come dei piccoli poggi. Su uno di questi era la casa, grande, si vedeva di lontano, emergeva dal bosco che era più basso. Mentre saliva, prima vide una capanna, che doveva essere quella di Fredegario, non c'era nessuno nei pressi. Da un lato della capanna erano parecchie viti, per lo più sostenute da dei paletti o delle canne, che occupavano circa un terzo del terreno. Quasi tutta la parte libera sembrava essere stata lavorata. Il manso era confinato da grossi cespugli, sui quali dal lato interno, si arrampicavano altre viti.
La casa del franco fu interamente visibile quando uscì dal bosco: molto grande, alta, con varie finestre. Alla base un contrafforte di pietra, inclinato. Sopra di esso le prime finestre, piccole e sopra ancora altre più grandi. Girò intorno, a mezzogiorno si apriva la porta, grande come quella della chiesa, con un architrave decorato. Dietro, sulla destra, vedeva una grande tettoia sotto la quale erano vari cavalli e un carro.
Stava per bussare quando la porta fu aperta da una persona e Martino pensò che fosse Fredegario. Se lo aspettava più alto, aveva statura media e capelli biondastri.
«Buongiorno, chi sei, chi cerchi?»
«Sono Martino, il livellario di Pistoia, volevo parlare a Fredig.»
«Bene, entra, aspetta qui che vado a vedere se può venire.»
Si inoltrò nella casa. Alla scarsa luce proveniente dalle finestrelle Martino osservò l'interno: un grande ambiente, col soffitto di travi, alto più di una pertica, ampio forse metà della casa. Il pavimento era di larghe pietre. In fondo una scala per la quale si mosse Fredegario. Da un canto un lungo tavolo e delle panche. Dall'altro lato un camino, ma non vi si vedeva fuoco. Contro una parete erano disposte delle armi: una lancia, una spada, un'ascia. La spada aveva un fodero preziosamente decorato.
Discesero insieme. Fredegario salutò con un cenno Martino e uscì. Fredig fece alcuni passi e disse:
«Vieni, Martino, mi vuoi parlare?»
Lui sì che era alto e di corporatura imponente. Non giovane, una quarantina d'anni. I capelli biondi, il viso rasato ma con folti baffi; occhi penetranti, esprimeva autorevolezza.
«Signore», Martino si stupì di averlo apostrofato così, gli era venuto naturale, senza che ne avesse l'intenzione, «immagino che tu abbia abbastanza grano conservato dal raccolto... ne vorrei un poco per seminare.»
Il franco lo guardò come stupito, storcendo la bocca: «Seminare, ma è tardi.»
«Lo so, ma penso che si possa ancora, voglio seminare dell'altra terra, ne ho tanta. È il manso che era di Petruccio.»
«Già, capisco. Tu ne hai più di tutti, qui, Sei appena venuto? Tu sei romano, no?»
Martino sorrise: «Beh, siamo un po' tutti longobardi, ma di nascita sono romano... ora forse saremo franchi.»
Anche Fredig sorrise: «Eh, mi sa di sì... però noi siamo pochi rispetto a voi, ce ne vorrà di tempo perché i popoli si fondano... a proposito, vuoi una moglie? Avrei...»
«No, sono già sposato.» Avrebbe voluto fargli sposare una figlia? Martino sentì di essere considerato.
«Beh, peccato. Comunque sì di grano ne ho. E come lo paghi?»
«Denaro naturalmente non ho, però potrei darti delle giornate di lavoro quando si deve riparare la chiesa. Il presbitero vuol fare una divisione così che chi è più ricco dia di più.»
Il Franco annuì: «Bene, bene, quanto vuoi?»
«Per seminare mi basterebbero due sestari.»
Il franco rise: «Così poco? Ma non ne vuoi da mangiare?»
«Un poco ne ho per mangiare; magari potrei prendere un paio di staia per sicurezza, poi semmai te lo richiedo.»
«Va bene, due staia... Non so quanto mi chiederà il presbitero di lavoro, ma diciamo per ora quattro giornate, ti va bene?»
Martino annuì. «Va bene, hai la mia parola. Torno domani e porto il mio recipiente, va bene?»
«Ma no, te lo fornisco io, poi quando lo riversi me lo riporti. Io mi fido, sai?»
Certo che si fidava, chi avrebbe deluso il franco più potente del luogo?
Chiamò un certo Aufus, doveva essere un servitore e gridò di portare un vaso con due staia di grano. Il servitore uscì da una porticina che Martino non aveva notato e subito rientrò per eseguire.
Martino si chiedeva se il franco avesse qualche incarico lì a Capetiana o se fosse semplicemente ricco e non sapeva se poteva domandarglielo. Poi si fece coraggio.
«Fredig, sei stato un soldato del nostro signore Carlo, vero?»
«Sì, sono venuto con lui, ho combattuto anche a Pavia. Sai, quando gli ho detto che avevo deciso di restare, mi ha raccomandato di costruirmi una casa bella forte perché dovevo mettermi al servizio del vescovo. Io sono stato a Pistoia e gli ho parlato e mi ha detto che si sarebbe avvalso del mio aiuto in queste terre; però non mi ha ancora mandato il documento, ma sarà a breve, credo, forse a Natale.»
«E cosa dovrai fare?»
«Per esempio dovrò assicurarmi che la chiesa locale abbia un certo sostentamento e forse di obbligare tutti gli abitanti a darle dei beni, magari la decima, che in parte manderà al vescovo.»
Martino annuì: «Ho capito.»
Quindi non era uno che faceva sfoggio di ricchezza, aveva un incarico. E forse il vescovo lo avrebbe autorizzato anche ad usare la forza. In ogni modo avere buon rapporto con lui era utile.
Carico del vaso di grano tornò con una certa fatica alla sua casa. I cognati avevano arato una bella striscia di terreno che era pronta a ricevere il seme.
«Ma quanto grano hai portato!» Sigmar lo accolse vicino a casa. «Vuoi seminare tutto quanto?»
«Ma no, Sigmar, è anche per mangiare, non sapevo quanto ne avevate voi. Qua in soffitta ce n'è un bel po', lo aveva ammassato Petruccio, ma bisogna guardarlo bene, che non sia arrivato qualche topolino.»
«Un poco ne abbiamo anche noi e lo abbiamo portato qui, non ci manca; comunque portalo in casa. Oggi le mogli hanno ucciso e spellato una pecora, ora si cucina. Cuntard ha mandato Aurona al limitare del bosco sul fianco del manso a vedere se trovava un agnellino, ma è un bel po' che è andata e non torna, è quasi il mezzodì. Non si sentono ancora i rintocchi, ma tra poco cominceranno.
La campana cominciò poco dopo e, mista al suono, sentirono la voce di Aurona chiamare e lamentarsi.
«Padre! Padre! Oh Dio che vituperio! Che disgrazia, povera me, non ho colpa, padre!»

Renato Delfiol

Biblioteca
Acquista
Preferenze
Recensione
Contatto
Magazine
Articoli
Scrittori si nasce Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
Lettori OnLine