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Durante i Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026, la stella dello sci alpino, un fenomeno mondiale, viene trovata morta in un luogo apparentemente inaccessibile del Villaggio Olimpico, con un enigmatico simbolo olimpico lasciato accanto al corpo. Un'ispettrice di polizia scientifica, ex-atleta lei stessa, deve risolvere il caso sotto i riflettori del mondo, scoprendo che nella ricerca della perfezione atletica, alcuni sono disposti a uccidere.
La neve che cade su Cortina non è come le altre nevi. È una neve da sogno, illuminata dai riflettori, calpestata dagli dei dello sport. È la neve che promette gloria eterna. Lars "Il Fenomeno" Jørgensen la guardò scendere oltre la vetrata del suo appartamento nel Villaggio Olimpico, un bicchiere di acqua ghiacciata in mano. Niente champagne, non ancora. Doveva mantenere il controllo, sempre. Sul ghiaccio, sugli sci, sulle persone. Dall'esterno, filtrati dal doppio vetro, arrivavano le risa di un gruppo di atleti che tornavano da una festa. Suoni di vita, di giovinezza spensierata. Lui non si era unito a loro. Non ne aveva bisogno. Li controllava comunque, a modo suo. Conosceva i segreti di quella ragazza, la paura di quell'altro, i debiti del terzo. Le informazioni erano come valuta qui, più preziosa dell'oro olimpico. Con un sorso, posò il bicchiere. Sul tavolo, accanto al telefono che non smetteva di vibrare con messaggi di congratulazioni, c'era una piccola riproduzione della torcia olimpica. La prese, facendo scorrere un pollice sulla fiamma metallica. Perfetta, fredda, indistruttibile. Proprio come l'immagine che aveva costruito. Non sentì il rumore alla porta. Forse non ci fu rumore. Quando si voltò, era già troppo tardi per reagire, ma non per capire. Gli occhi che vide non erano quelli di uno sconosciuto. Erano occhi che conosceva, pieni di una determinazione tragica che lui, maestro del calcolo, non aveva previsto. L'ultima cosa che vide, prima che il buio lo avvolgesse, non fu il volto del suo assassino. Fu il piccolo oggetto che quella persona posò con delicatezza sul suo petto, accanto al cuore che aveva appena smesso di battere per sempre. Un anello olimpico. Quello nero. Spezzato in due.
L'idolo di ghiaccio
La vittoria di Lars Jørgensen nella discesa libera era stata un capolavoro di potenza e freddezza. Un balletto mortale a centoquaranta chilometri orari che aveva staccato il secondo classificato, l'italiano Alessio Conti, di ottantatré centesimi. Un'eternità. Le immagini del suo volto, scolpito dal vento e dalla concentrazione assoluta mentre attraversava il traguardo, erano rimbalzate su ogni schermo del pianeta. Ora, dodici ore dopo, quel volto era irrigidito in un'espressione diversa. Di stupore? Di rabbia? L'agente della sicurezza privata del Villaggio che aveva forzato la porta, allarmato dalle chiamate insistenti dell'allenatore, non riusciva a dirlo. Sapeva solo che l'idolo di ghiaccio era disteso sul tappeto del suo soggiorno, in pigiama, e che non c'era alcun segno di lotta. Solo lui, il silenzio irreale della stanza iper-tecnologica, e quel piccolo, incongruo frammento di metallo colorato sul suo petto. Il Villaggio Olimpico, di solito un brulicare di energie contrastanti alle sette del mattino, si trasformò in un cristallo. La notizia fu contenuta come un virus per quasi un'ora, mentre i vertici del Comitato Organizzatore e del CIO si riunivano in conferenze call disperate. Ma in un luogo dove ogni addetto ai lavori ha uno smartphone, il segreto è una merce deperibile. Un sussurro partì dalla palestra, rimbalzò nella mensa, esplose nei corridoi degli alloggi. Jørgensen. Morto. Forse suicidio? Impossibile. Fu la parola “omicidio”, però, a fare il giro del mondo in dieci minuti, soffocando le notizie delle prime medaglie della giornata.
La chiamata
Sofia Brandt stava facendo colazione a Innsbruck, a meno di due ore di macchina dal confine, quando la vide apparire in sovraimpressione sul televisore del bar. La foto ufficiale di Lars, sorridente e dorato, con la bandierina nera a lutto. L'audio del telegiornale era spento, ma le parole scorrevano in basso. “Tragedia ai Giochi... la stella dello sci... corpo rinvenuto... circostanze misteriose...” Le sue dita, che reggevano una tazza di caffè nero, si irrigidirono un attimo. Non fu sorpresa. Nella sua esperienza, luoghi che concentrano pressioni estreme, sogni giganteschi e fragilità umane erano terreno fertile per la tragedia. Aveva visto dinamiche simili in conventi di clausura, in missioni spaziali simulate, in ritiri di multinazionali. Le Olimpiadi erano solo la versione più glamour e sotto i riflettori di quella stessa formula. Il telefono vibrò esattamente trenta secondi dopo. Non c'era bisogno di guardare il numero. “Brandt.” “Sofia. Hai visto.” Non era una domanda. La voce di Erich Vogel, il suo superiore a Lione, era piatta, professionale, ma con una nota di tensione sotterranea. “Sto guardando adesso.” “Ti serve un jet o un'auto?” “Auto. Voglio pensare per strada.” “Bene. Il Villaggio Olimipico di Cortina. Sei nominata consulente speciale dell'Europol per la sicurezza dei Giochi. Formalità. In realtà, prendi tu la regia. La polizia locale e i servizi di sicurezza del CIO hanno già messo tutto sotto un tappeto di seta. Non si fidano l'uno dell'altro e hanno paura dello scandalo.” “E io a cosa servo?” chiese Sofia, già segnando il conto sul tavolo. “A loro, a fare da capro espiatorio se tutto va male. A me, a trovare la verità. Sei l'unica che può capire quel circo. Ci hai vissuto.” Una pausa. “Sofia, la pressione sarà... olimpica.” “Lo è sempre, Erich.” Riagganciò. In auto, direzione sud, verso le montagne che un tempo aveva sfidato. Non ascoltò le radio all-news. Si concesse il silenzio. Rivide i suoi Giochi, Londra tanti anni prima. L'odore del grasso per le pistole, il sapore metallico dello sforzo nel pentathlon, il peso assordante della delusione quando il ginocchio aveva ceduto. Conosceva il sapore di quel mondo. Il miele della gloria e il veleno della disfatta. Sapeva anche che, in un microcosmo del genere, l'assassino non era uno straniero. Era uno di loro. Un dio dello sport caduto, o uno che voleva salire sull'Olimpo, calpestando un cadavere.
La gabbia dorata
Oltrepassare i controlli del Villaggio fu come entrare in una fortezza in festa. Un ossimoro fatto di filo spinato elegante, metal detector nascosti in strutture di design, guardie in uniforme che cercavano di sembrare accoglienti. L'aria era elettrica, ma di un'elettricità sbagliata. Non c'era l'adrenalina delle gare, c'era il brusio preoccupato di un alveare ferito. Ad accoglierla nel blocco uffici della sicurezza c'era un uomo in una uniforme impeccabile del CIO, il colonnello Arnaud Deschamps, ex-militare francese. “Ispettrice Brandt, benvenuta nel caos,” disse con un cenno del capo, senza sorridere. “Abbiamo contenuto la stampa, ma è una diga che reggerà poche ore. L'autopsia è in corso, ma i primi risultati parlano di... sospetto.” “Mi mostri la scena,” tagliò corto Sofia. La stanza di Lars Jørgensen era un monumento al controllo. Tutto era in ordine: l'equipaggiamento tecnico allineato come in una mostra, il letto fatto, gli integratori in fila sulla cucina a induzione. Non sembrava la stanza di un ventiduenne, sembrava il catalogo di uno stile di vita. “La porta era chiusa a chiave dall'interno,” spiegò Deschamps. “Abbiamo dovuto forzarla. Niente finestre aperte. Nulla di apparentemente sottratto.” Sofia non ascoltava più. I suoi occhi scorrevano sui dettagli. Il bicchiere d'acqua sul tavolo, asciutto. L'odore leggero di detergente. Il telefono, portato via dalla polizia scientifica italiana. Poi, vide il piccolo segno sul tappeto, vicino al corpo. Una leggera depressione, un quadrato. Qualcosa vi era stato posato, e poi rimosso. “Dov'è l'oggetto che era qui?” chiese, indicando il punto. Deschannes impallidì appena. “Oggetto?” “Non mi faccia perdere tempo, Colonnello. La foto preliminare della scientifica mostra una sagoma sul petto della vittima. Dov'è?” Esitò, poi aprì un cassetto blindato, estraendo una busta trasparente. La posò sul tavolo. Sofia indossò i guanti e la prese. Dentro, il frammento di anello nero sembrava banale. Un souvenir da due soldi. Ma la rottura era netta, precisa. Una cesoia? Una pressione deliberata. “Cosa significa?” chiese Deschamps. “Non lo so ancora,” mentì Sofia. Intuiva già che era un messaggio. Il primo. E nella simbologia olimpica, l'anello nero rappresenta l'Africa, ma anche, in un'interpretazione più libera, l'oscurità, l'elemento che corrompe i colori puri degli altri. Fair Play violato. “Chi è stato l'ultimo a vederlo vivo?” “Il suo allenatore, Magnus Holm, verso le 22:30 per un debriefing tecnico. Poi, secondo le telecamere del corridoio, nessuno è entrato o uscito fino al ritrovamento.” “Le telecamere possono essere ingannate. Gli accessi?” “Solo la sua chiave elettronica e una master card in possesso del capo sicurezza del Villaggio.” Una falsa stanza chiusa. Doveva esserci un altro modo. Sofia si avvicinò alla grande vetrata che dava sulle montagne. Il meccanismo di apertura era bloccato per sicurezza. Ma accanto, quasi invisibile, c'era un piccolo condotto di aerazione, forse per il ricambio dell'aria dell'appartamento smart. Era troppo piccolo per un uomo. Ma per un oggetto? Per una mano? Si voltò verso Deschamps. “Voglio la lista di tutti gli atleti, staff e addetti che hanno interagito con Jørgensen negli ultimi due giorni. E voglio i dati dei loro localizzatori.” “Localizzatori?” “Ogni atleta qui dentro ha un chip nel pass, o un braccialetto, o un'app sul telefono che traccia spostamenti e parametri per ottimizzare performance e sicurezza. Voglio quei dati. Tutti.” “Ispettrice, questo viola decine di norme sulla privacy...” “Colonnello,” la interruppe Sofia, incrociando il suo sguardo. “Qualcuno ha violato la stanza più sicura del Villaggio Olimpico e ha ucciso la stella dei Giochi. La privacy è l'ultimo dei nostri problemi. O mi fa avere tutto, o la sua diga crollerà entro mezzogiorno, e con lei annegherà la reputazione di questi Giochi.” Deschamps la fissò, valutando la minaccia. Vide negli occhi grigi di Sofia la stessa determinazione che aveva visto in campioni sul punto di una gara decisiva. Irremovibile. Con un sospiro, annuì. “Avrà ciò che le serve.” Mentre usciva dalla stanza, Sofia gettò un ultimo sguardo all'anello spezzato nella busta. Il primo indizio. Il killer non aveva solo voluto uccidere. Voleva comunicare. Voleva esporre una verità. E nella pancia della gabbia dorata, mentre migliaia di atleti si preparavano per gare che ora erano macchiate di morte, Sofia Brandt sapeva che il killer aveva appena dato il via alla sua, personale, Olimpiade del terrore.
La squadra dei sospettati
La stanza che il Colonnello Deschamps le aveva assegnato come quartier generale era in realtà una sala conferenze troppo luminosa, con una vista sfrontatamente bella sulle Dolomiti. Sofia fece abbassare le tapparelle e trasformò la lunga tavola in una mappa mentale del caos. Al centro, la foto di Lars Jørgensen sorridente. Raggi che partivano verso altre foto, nomi, timeline. Sul monitor del suo laptop, scorrevano i dati di localizzazione degli atleti e dello staff, una pioggia di coordinate e timestamp che promettevano verità e nascondevano bugie. Il primo ad arrivare fu Alessio "Il Cintura Nera" Conti. Entrò con la stessa eleganza tesa con cui affrontava una porta di slalom: corpo asciutto, sguardo che valutava l'ambiente in un attimo. Si sedette senza aspettare di essere invitato, le mani possenti appoggiate sul tavolo. “Ispettore,” disse in un inglese preciso. “Prima che lei chieda: no, non l'ho ucciso. Ma non verserò lacrime ipocrite. Lars era un uomo difficile.” “Difficile come?” “Come un coltello. Affilato, utile se tenuto nella giusta direzione. Pericoloso se maneggiato da chiunque altro.” Alessio non distoglieva lo sguardo. “In pista, era un artista. Fuori, un calcolatore. Sapeva cose.” “Cose su di lei?” Un sorriso fugace, amaro. “Su tutti. Su di me sapeva di una piccola lesione al menisco che sto nascondendo dal mese scorso. Un'infiltrazione di acido ialuronico che non è esattamente nel protocollo ufficiale. Mi ha detto che se non ‘rallentavo' nella seconda manche della combinata, avrebbe fatto una soffiata anonima ai medici del CIO.” Sofia annotò mentalmente: Ricatto. Motivo? Sì. Ma un campione come Conti uccidere per questo? Forse, se la carriera è tutto. “Dove era tra le 23:00 e l'1:00 di questa notte?” “Nella mia stanza. Dormivo. O cercavo di farlo.” Indicò il braccialetto al polso. “Il mio biometrico dovrebbe mostrare sonno leggero, battito basso. A parte un picco alle 23:47 quando ho controllato i tempi di Lars sulla mia gara. Per la rabbia.” Il secondo fu Chloé Lefèvre. La fisioterapista francese aveva occhi cerchiati di rosso, ma la sua postura era eretta, difensiva. Profumava di disinfettante e mentolo. “Era un paziente,” disse subito, come recitando una frase preparata. “Lo trattavo per tensioni muscolari alla schiena. Niente di grave.” “Il rapporto sembrava... personale,” provò Sofia, consultando un appunto fittizio. Chloé impallidì. “Una volta. Un anno fa. È finita male. Lars non accettava rifiuti. Quando ho messo fine alla relazione, ha fatto in modo che la mia candidatura per un master finanziato dalla sua sponsor venisse respinta.” La voce le si incrinò, non per la tristezza, ma per la rabbia repressa. “Ma non per questo l'avrei ucciso. Sono una professionista.” “Dove era stanotte?” “Nel mio studio fino a tardi, stendendo i rapporti. Poi sono tornata nel mio alloggio nel blocco staff. Le telecamere del corridoio mi vedranno entrare alle 00:30 circa.” “Da sola?” “Da sola.” La risposta fu troppo rapida. Mikhail Volkov era una montagna di malumore in una tuta della squadra russa. L'ex-campione, ora allenatore, emanava un'aura di vecchio mondo, di sport spietato e senza scuse. “Jørgensen? Un bambino viziato con il talento di un dio,” grugnì, accendendo una sigaretta elettronica nonostante i cartelli vietassero di fumare. Sofia non lo rimproverò. “Ma un bambino pericoloso. Ficcanaso.” “In che senso?” “Certe cose del passato dovrebbero restare sepolte sotto la neve. Lui scava.” Volkov la fissò, sfidandola a capire. “Ha fatto domande su una gara di qualificazione a Sochi, molti anni fa. Un giudice che improvvisamente cambiò un verdetto. Domande stupide.” “E lei ha risposto?” “Ho detto che la memoria, a certe temperature, si congela.” Si alzò. “Io ero al bar degli allenatori fino all'una. A bere vodka con un collega bielorusso. Tanta vodka. Non potevo uccidere nessuno, a malapena potevo camminare.” Sofia annuì. L'alibi sarebbe stato facile da verificare, e altrettanto facile da fabbricare. L'ultimo incontro fu il più delicato. Emma Chang arrivò con la sua allenatrice-personal manager, una donna dai modi taglienti che Sofia fece subito allontanare. La ginnasta sedicenne sembrava una foglia al vento, fragile nella sua tuta oversize della squadra USA. “Parli con me, Emma. Non è in guai. So che Lars ti conosceva.” La ragazza annuì, gli occhi enormi pieni di lacrime non versate. “Era... gentile con me. Mi chiedeva se stavo bene. Una volta mi ha dato una barretta energetica perché ha detto che sembravo stanca.” Un singhiozzo represso. “L'unico.” “L'unico?” “Tutti gli altri vogliono solo che io voli più in alto, che giri più volte. Lui mi ha chiesto se io volevo farlo.” Abbassò lo sguardo sulle sue mani minuscole e piene di calli. “Mi ha detto che sapeva dei soldi. Che mio padre e l'agenzia... che forse non erano onesti con me. Mi ha detto che mi avrebbe aiutato, dopo i Giochi.” Sofia sentì un brivido. Una motivazione potente per uccidere non era l'odio di Emma per Lars, ma il desiderio di qualcuno di “proteggerla” da lui, o di impedirgli di causare uno scandalo che avrebbe travolto anche lei. “Dove eri stanotte, Emma?” “In camera. Dormo sempre alle dieci. Devo.” Sembrava una soldatina, addestrata a rispondere. Dopo che se ne fu andata, Sofia rimase a fissare la sua mappa. Quattro sospettati. Quattro motivi: ricatto sportivo, vendetta personale, segreti del passato, protezione malsana. Ma qualcosa non tornava. La scena del crimine era troppo pulita. Il messaggio, troppo simbolico. Il killer aveva agito con una pianificazione fredda, ma l'emozione – la rottura dell'anello, il gesto quasi teatrale – parlava di un coinvolgimento profondo, quasi personale. Stava per richiamare Deschamps per i dati biometrici quando il suo telefono squillò. Un numero interno del Villaggio. “Brandt.” “Ispettrice? È il Colonnello Deschamps. Deve venire. Subito. Nel blocco B, stanza 441.” La voce era strozzata. “Cos'è successo?” “Un altro. Un altro messaggio. E stavolta... stavolta c'è del sangue.”
Thor Haughe
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