Writer Officina - Biblioteca

Autore: Antonio Rispoli
L'inizio del Nulla
Letteratura Ragazzi
Lettori 50
L'inizio del Nulla

21 gennaio 2019, New York City, Stati Uniti d'America.

Una stretta stradina nella gelida periferia di Brooklyn si perdeva nell'oscurità della notte, spezzata appena dai bagliori intermittenti di un lampione solitario. A circa cinquanta metri dal nightclub Bluemoon, un'auto era parcheggiata, avvolta dalla foschia e dall'attesa. Al suo interno un'ombra.
Dopo ore di appostamento, l'uomo all'interno decise di muoversi. Con un movimento calcolato, aprì lo sportello e scese dall'auto, il cigolio del metallo a malapena udibile nel silenzio. Respirò a fondo l'aria pungente, quasi volesse purificarsi dalla tensione accumulata. Con gesti metodici, estrasse un pacchetto di sigarette dalla tasca dei pantaloni, ne accese una e si appoggiò al cofano. La luce tremolante del lampione rivelò il suo volto: Gabriel Rivetti.
L'ispettore, italo-americano di circa trent'anni, era un uomo forgiato dalla vita e dal lavoro, mai piegato, mai viziato. Con il suo metro e ottanta di statura e il fisico scolpito, trasmetteva una presenza che non ammetteva compromessi. Gli occhi di ghiaccio scrutavano il mondo con una severità che rifletteva notti insonni e un'inesauribile determinazione. I capelli cortissimi, quasi rasati, e la barba di pochi giorni raccontavano una storia di praticità e trascuratezza, come se curarsi fosse un lusso superfluo per un uomo della sua tempra.
Quella sera, Gabriel non era lì per caso. Stava inseguendo la verità dietro la morte del suo amico e partner Antony Chapman. Le sue indagini l'avevano condotto a quel nightclub; gli informatori avevano giurato che l'uomo che cercava si trovava lì. L'ispettore aveva atteso pazientemente, combattendo l'impulso di agire con rabbia, deciso a farsi giustizia.
Il tempo sembrava scorrere lento, scandito dal crepitio delle sigarette che consumava una dopo l'altra. Poi, finalmente, la porta del Bluemoon si aprì. Ne uscì un uomo massiccio, accompagnato da due donne mozzafiato, abbigliate in modo impeccabile. Gabriel, con un guizzo, afferrò il binocolo. Una scarica di adrenalina lo atteaversò quando riconobbe Fred Guzzon, un boss mafioso noto in tutto il mondo.
Non c'era più tempo per pianificare. Gettò il binocolo sul sedile, chiuse lo sportello con uno scatto e si avviò di corsa verso il gruppo. Ma Fred e le sue accompagnatrici salirono sull'auto prima che lui potesse raggiungerli. «Maledizione!» imprecò, sbattendo il pugno sul cofano prima di balzare nella sua macchina. Avviò il motore e iniziò a seguirli, mantenendosi a distanza.
Fred non era uno sprovveduto. Presto si accorse dell'inseguimento e fece una telefonata. Gabriel capì che qualcosa non andava quando, da strade laterali, sbucarono altre auto, pronte a bloccarlo. Una raffica di proiettili colpì la sua vettura. Gabriel sterzò bruscamente, cercando di seminare i sicari con manovre improvvise, ma le loro intenzioni erano chiare: spingerlo fuori strada.
Mentre l'auto sobbalzava sotto il fuoco incrociato, Gabriel mantenne il sangue freddo. Estrasse la pistola e, approfittando di un momento di tregua, mirò. Premette il grilletto e uno dei veicoli nemici sbandò, schiantandosi contro un lampione. Ma il sollievo fu breve. Un proiettile gli trapassò la spalla, facendolo quasi perdere il controllo.
Tra il dolore e la concentrazione, Gabriel vide uno degli assalitori avvicinarsi su una motocicletta. In un'azione rischiosa, frenò bruscamente. La moto si schiantò contro il lunotto posteriore, e il motociclista fu catapultato a terra. Gabriel agì d'istinto: recuperò la mitragliatrice dell'uomo e lo neutralizzò, riprendendo subito l'inseguimento.
Fred, dal suo veicolo, osservava la scena con crescente preoccupazione. «È davvero tenace... » mormorò, compiaciuto e irritato al tempo stesso. Poi prese il cellulare e impartì nuovi ordini: «Jack, chiama i ragazzi. Li voglio tutti al vecchio deposito. Portate le armi pesanti... Questa volta non deve uscirne vivo.»
Fred premette l'acceleratore e, con un gesto rapido, tirò il freno a mano per infilarsi nel vecchio deposito. Le gomme stridettero sull'asfalto umido, il veicolo sbandò e si fermò con uno scossone. Dentro, le sue due accompagnatrici, terrorizzate, rimasero incollate ai sedili come statue di marmo. Fred saltò giù dall'auto e si guardò intorno con circospezione, la fronte lucida di sudore.
«Ragazzi, ci siete?» gridò, il tono perentorio ma incrinato dall'urgenza.
Dal buio emerse un uomo tarchiato e trasandato, con i lineamenti duri e gli occhi gonfi di chi è abituato a vivere ai margini. «Che succede, capo?»
Fred si avvicinò con passi rapidi, puntandogli un dito contro. «Un piedipiatti mi ha seguito. Appena entra, fatelo fuori. Non voglio lasciare tracce.»
Il sottoposto esitò, strofinandosi nervosamente la nuca. «Capo... uccidere un poliziotto? Non credo sia una buona idea.»
Fred esplose. «Chi ti ha detto di pensare? Non ti pago per usare il cervello, ma per fare quello che ti dico! Ho capito?»
L'uomo annuì debolmente e tornò nel buio. Fred si passò una mano sulla fronte, cercando di calmarsi. Gabriel era vicino, ne era certo, e non si sarebbe fermato finché non lo avesse trovato.
Fuori dal deposito, Gabriel parcheggiò con attenzione. Si prese un momento per analizzare la situazione. — È una trappola, — pensò, serrando la mascella. Sapeva che avanzare significava rischiare la vita, ma non aveva altra scelta.
Con movimenti metodici, aprì il bagagliaio e tirò fuori un giubbotto antiproiettile. Lo indossò con fatica, stringendo i denti per il dolore della ferita alla spalla. Poi prese la cassetta di pronto soccorso, tamponò il sangue e si bendò alla meglio. Ogni gesto era una lotta contro la stanchezza e il dolore, ma non poteva permettersi di rallentare.
Con la mitragliatrice saldamente in pugno, si avvicinò all'ingresso del deposito. Il silenzio era rotto solo dal rumore distante di un tubo che perdeva. Gabriel si accostò alla porta e sbirciò all'interno. Non fece in tempo a distinguere nulla che una raffica di colpi lo costrinse a ripararsi.
«Dannazione,» mormorò, premendosi contro il muro. Sentiva il cuore battere contro le costole, ma la mente lavorava febbrilmente. Tirò fuori il braccio e sparò alla cieca, cercando di guadagnare un po' di tempo, ma sapeva che così non avrebbe risolto nulla.
Mentre cercava un piano, i suoi occhi si posarono sullo specchietto retrovisore della macchina. Un'idea prese forma. Strappò lo specchietto con una botta secca e, accucciandosi, tornò alla porta. Con attenzione, lo spinse a terra e lo lasciò scivolare. Lo specchio si fermò in una posizione perfetta, permettendogli di osservare l'interno del deposito senza esporsi.
Gli uomini di Fred erano nascosti dietro colonne e casse, ma Gabriel li contò rapidamente: cinque in tutto. Troppi per affrontarli frontalmente, soprattutto con una spalla malridotta e poche munizioni. Ma non aveva intenzione di chiamare rinforzi. Questa era la sua battaglia.
Un minuto passò senza che nulla accadesse. Uno degli scagnozzi, curioso di sapere se l'ispettore fosse stato colpito, uscì dal suo nascondiglio. Gabriel non esitò: imbracciò la mitragliatrice e premette il grilletto. Sette colpi, secchi e precisi, trafissero l'uomo, che crollò al suolo con un tonfo sordo.
L'eco dei colpi fece scattare il resto della banda. Una raffica di proiettili crivellò l'ingresso, costringendo Gabriel a ripararsi di nuovo. Poi, una voce ruppe il caos.
«Ehi!» urlò Fred, sollevando un braccio per far cessare il fuoco. «Sei bravo, ispettore! Se non fossi uno sbirro, ti prenderei a lavorare con me.»
Gabriel sorrise, asciugandosi il sudore dalla fronte. «Grazie, ma ho di meglio da fare che mescolarmi con questa feccia!» rispose, con una punta d'ironia.
Fred rise, ma c'era una tensione nei suoi occhi. Sapeva che Gabriel non si sarebbe fermato.
«Ahahah! Sei persino spiritoso, bravo!» rise Fred, inclinando la testa con un ghigno beffardo. «Ma modera le parole, ispettore, o potrei perder la pazienza. E credimi, non è una buona idea... non sai di cosa io sia capace di fare!»
Gabriel lo fissò con occhi di fuoco, la mascella serrata. «Purtroppo lo so fin troppo bene, Fred, ed è per questo che te la farò pagare!»
Fred alzò un sopracciglio, fingendosi sorpreso. «Ah, davvero? Io, invece, non ti conosco nemmeno!»
«Ma io conosco te!» replicò Gabriel con un grido di rabbia, imbracciando l'arma. Con una scarica di proiettili, si lanciò nel deposito, urlando: «Maledetto, questa è per il mio partner!» Si gettò a terra, rotolando fino a mettersi al riparo dietro un pilastro, mentre i proiettili degli uomini di Fred gli fischiavano accanto, tagliando l'aria come lame.
«Fermatevi!» tuonò Fred, esasperato dal frastuono. Quando i colpi cessarono, si sporse appena dal suo riparo e con un tono mellifluo domandò: «Sbirro, vuoi spiegarmi perché ce l'hai tanto con me?»
Gabriel sbuffò, tentando di reprimere la furia che gli montava dentro. «Vuoi sapere perché? Te lo dirò. Un anno fa, aspettavi una partita di droga dalla Colombia. Io e il mio partner eravamo sul caso. Quella sera avevamo organizzato una retata al molo per arrestarti, ma tu sei riuscito a scappare.»
Fred socchiuse gli occhi, annuendo lentamente. «Ah, ora ricordo.»
«Bene,» continuò Gabriel con voce tremante d'ira, «allora ricorderai anche che, durante l'inseguimento, i tuoi uomini hanno buttato fuori strada il mio partner. Ma non è finita. Sei tornato indietro, lo hai tirato fuori dalla macchina... e gli hai sparato a sangue freddo.»
Fred sorrise di traverso, quel sorriso che sa di veleno. «Sì, ricordo tutto. E tu sei qui per vendicarlo, immagino.»
«Hai indovinato,» rispose Gabriel, con una calma inquietante. «E non me ne andrò finché non avrò messo fine a tutto questo.» Con un'altra raffica, colpì tre uomini del boss, facendoli cadere come burattini spezzati.
«Basta! Basta!» gridò Fred, alzando le mani per calmare i suoi. «Aspetta, ispettore. Ti propongo un accordo.»
Gabriel rimase immobile, il respiro affannato. «Che genere di accordo?»
Fred si sporse appena dal suo riparo. «Questa storia riguarda solo me e te. Lascia che le ragazze nascose in macchina se ne vadano. Non hanno nulla a che fare con tutto questo. Poi potremo risolvere le nostre questioni da soli.»
Gabriel esitò per un istante, poi annuì. «Va bene. Ma se provi a fare il furbo, ti giuro che non ci sarà pietà.»
Fred fece un cenno a uno dei suoi uomini. Lo scagnozzo uscì dal suo nascondiglio, posò l'arma a terra e si avvicinò all'auto. Aprì la portiera e invitò le ragazze a scendere, ma loro, terrorizzate, rimasero immobili. Perso la pazienza, l'uomo le strattonò con brutalità.
«Ehi, piano!» urlò Gabriel, puntandogli contro l'arma.
«Obbedisci!» intimò Fred al suo uomo, con uno sguardo tagliente. Lo scagnozzo, confuso e spaventato, lasciò andare le ragazze, che uscirono tremanti dal deposito.
«Le ragazze sono al sicuro,» disse Gabriel, mantenendo il dito sul grilletto. «Ora tocca a te mantenere la parola.»
Fred rise di gusto, scuotendo la testa. «Parola? Quale parola? Non ti ho promesso niente.»
«Maledetto!» urlò Gabriel, con una collera che gli bruciava nelle vene.
«Ragazzi, fatelo fuori!» ordinò Fred, dirigendosi verso una porta laterale per tentare la fuga.
Gli uomini del boss aprirono il fuoco, costringendo Gabriel a cercare disperatamente riparo. Intrappolato e sotto assedio, si rannicchiò dietro un pilastro, il cuore martellante. Doveva trovare una via d'uscita, e in fretta.
Dopo minuti di stallo, l'idea arrivò. Con un balzo, iniziò a sparare all'impazzata, avanzando verso l'uscita. Una volta fuori, voltò l'arma verso l'auto nel deposito e crivellò il serbatoio di proiettili. La benzina s'incendiò, e in un attimo, un'esplosione squarciò l'aria, distruggendo il deposito e scaraventando Gabriel a metri di distanza.
Dolorante e ferito, Gabriel si alzò barcollando e si trascinò fino alla macchina. Sapeva che Fred non poteva essere lontano. Accese il motore e si lanciò sulle sue tracce.
Fred, vedendo il deposito esplodere, cercò di fermare un'auto di passaggio, ma Gabriel fu più rapido. Accelerò, colpendolo in pieno. Il malvivente volò sull'asfalto, rotolando per metri.
Con la pistola in pugno, Gabriel scese dall'auto. Il boss, ansimante e ferito, lo fissò con occhi pieni di odio.
«Questo è per il mio partner,» disse Gabriel, freddandolo con due colpi precisi.
Si voltò verso un uomo attonito, il testimone della scena. «Sono l'ispettore Gabriel Rivetti. Chiami la polizia.» Mostrò il distintivo, poi cadde a terra, privo di sensi.
In pochi minuti, il luogo fu invaso da una decina di auto della polizia. Da una di esse scese un uomo sulla cinquantina, dal portamento deciso. I suoi occhi castani scrutavano l'ambiente con sguardo vigile, mentre sotto il naso spuntavano folti baffi neri, dello stesso colore dei capelli accuratamente pettinati. Era il commissario Bob McArthur.
Appena vide Gabriel riverso a terra, il commissario si avvicinò al testimone, con il volto contratto da un'espressione dura. «Che diavolo è successo qui?» domandò, la voce roca e autoritaria.
L'uomo, visibilmente scosso, balbettò: «Non... non lo so. Stavo passando di qui quando quell'uomo è apparso dal nulla e ha cercato di rubarmi l'auto. Poi è arrivato l'ispettore Rivetti, l'ha investito... e, dopo essere sceso dalla macchina, gli ha sparato.»
McArthur lo afferrò per il bavero della giacca, spingendolo contro il cofano di un'auto. «Come fai a sapere come si chiama?» lo incalzò, con lo sguardo che bruciava d'inquietudine.
«Calma, calma! Me l'ha detto lui stesso, prima di svenire!» rispose l'uomo, cercando di divincolarsi.
Il commissario, realizzando di aver perso il controllo, lo lasciò andare con un sospiro irritato. «Mi scuso per il disagio. Rimani comunque a disposizione delle autorità, intesi?» Il tono, pur più pacato, non lasciava spazio a repliche.
Si allontanò dal testimone e si avvicinò a Gabriel, osservandolo con attenzione per valutare le sue condizioni. Il sangue che macchiava l'asfalto non prometteva nulla di buono.
«Avete chiamato un'ambulanza?» chiese, senza distogliere lo sguardo dal corpo riverso dell'ispettore.
«Sì, signore! Dovrebbe arrivare a momenti!» rispose un agente, facendo un cenno verso il rumore in lontananza delle sirene in arrivo.
Mentre McArthur discuteva con i suoi uomini, un barbone attratto dalla confusione si avvicinò titubante. Appena i suoi occhi si posarono su Gabriel, l'uomo iniziò a urlare come un invasato.
«Si può sapere che diavolo ti prende?» sbottò McArthur, avvicinandosi di scatto. Lo afferrò per le spalle, cercando di calmarlo, ma il senzatetto continuava a gridare con voce stridula.
«È lui! È lui!» urlava, puntando un dito tremante verso Gabriel.
«Di che diavolo stai parlando?» McArthur lo scosse con forza. «Parla chiaro!»
Il barbone spalancò gli occhi, colmi di terrore. «Lui ci ucciderà tutti!»
Il commissario lo fissò per un momento, sbalordito. «Ma sei ubriaco?»
L'uomo scosse freneticamente la testa. «L'ho visto! Lui distruggerà il nostro universo! Fermatelo, prima che sia troppo tardi!»
McArthur inspirò profondamente, trattenendo la frustrazione. Si chinò verso il barbone, scrutandolo con attenzione. Non c'era traccia di alcol nel suo fiato, a parte un odore pungente di sporcizia e urina. Anche le pupille sembravano normali. «Dev'essere uno squilibrato,» concluse a bassa voce, scuotendo il capo.
Alzò lo sguardo e chiamò un agente. «Agente! Portalo via di qui, subito, prima che io perda la pazienza!»
L'agente si precipitò. «Sì, signore!»
Afferrò il barbone per un braccio, trascinandolo verso una volante, nonostante l'uomo si dimenasse e continuasse a gridare le sue folli profezie.
McArthur li seguì con lo sguardo finché non scomparvero dall'orizzonte, poi si voltò verso Gabriel, che giaceva ancora a terra. La sirena dell'ambulanza si avvicinava sempre di più. Il commissario si massaggiò le tempie, aspettando con ansia i soccorsi, mentre un pensiero inquietante gli attraversava la mente: —Che diavolo stava succedendo davvero? —

Antonio Rispoli

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