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1970-2000. Storie di ordinaria rockfollia.
Catania, tra la fine dei Settanta e gli inizi degli Ottanta, viveva il nulla. Sostanzialmente non viveva o non sapeva davvero come farlo. Non sapeva come rischiarare il buio in cui da tempo era precipitata. Ma, come da vecchia e tramandata esortazione, più buio di mezzanotte non poteva fare. Anche se, alla vista lontana di una lucetta indicante possibilità di risalita, c'erano sempre e subito quelli che non vedevano bene la cosa. Quelli pronti a biasimare modi di agire, ideologie, movimenti nonché chi ne era autore o partecipe. Insomma, quelli sempre pronti a criminalizzare il nuovo. Ma c'erano anche quelli intraprendenti, quelli che avevano capito che non si poteva più vivere come topi, chiusi in casa. Soprattutto la sera, momento del giorno che però stava ormai cambiando grazie a chi cominciava ad organizzare piccoli eventi, ad aprire i primi risicati locali, a metter dischi in radio e a suonare abbattendo i muri che separavano la città da quelle cantine e da quei sottoscala divenuti sale-prova delle prime ed incerte rock-band. ... Estate 1982. L'Italia vince i Mondiali di calcio e scalda gli animi: si accende la voglia di fare e di lasciarsi travolgere da protagonismi che vanno ben oltre lo sport. Magari anche in direzione musicale, con tendenza allo stupire, allo stravolgere. Così come dettava il punk proveniente dalla terra d'Albione. Quell'estate, a Catania, un ragazzotto di nome Ugo Natalotto pensò bene di mettere in piedi la prima formazione punk etnea: gli Skulls, con Gianni Nicosia alla chitarra, Mimmo Scuderi al basso e Giuseppe Coppola alla batteria. Già dalle prime esibizioni esce fuori l'attitudine di Ugo: un urlatore che si dimenava come un ossesso sul palco. Questa cosa lascerà il segno su molti spettatori: tra questi, un giovane Cesare Basile che da lì a poco avrebbe fondato gli Stilba, assieme all'altra voce della band, Sonia Baronello, nonché Tommaso Marletta (chitarra), Carmelo Gazzarra (basso), Gaetano Santonocito (batteria) e Vito Porto (tastiere). Quegli stessi spettatori ancor oggi ricordano poi gli Skulls per la loro prima e singolare esibizione: quella del 15 luglio 1982. In quell'occasione, innanzi a duecento persone, tentarono di distruggere un televisore sul palco del Rock Meeting Estate '82, rassegna organizzata da Piero Toscano all'Arena Argentina, che riportava in cartellone anche i Denovo e gli Shout (...). ... Con le prime produzioni che riscuotono un discreto riscontro, per i giovani Denovo arrivano le prime attenzioni da parte della stampa specializzata che già nell'82 li aveva considerati idonei alla partecipazione a Il rock italiano mette i denti, con-corso che li vedrà piazzati secondi dietro gli allora sconosciuti Litfiba (terzi gli Avion Travel). Nell'85 vien dato alle stampe il primo album, Unicanisai, mentre è dell'87 Persuasione, lavoro che consentirà alla band di esplodere grazie anche all'esibizione della famosa Non c'è nessuno a Sanremo Rock. Quello stesso anno Renzo Arbore vorrà i Denovo addirittura ospiti nel suo programma televisivo D.O.C.: all'interno dello show si esibiranno live per un'intera settimana. Nell'88 la band tornerà a Sanremo con un nuovo brano, Ma che idea, a consolidare il meritato successo. La fortuna artistica e discografica dei Denovo durerà però ancora per poco e cioè fino all'89, con la pubblicazione del loro ultimo album (Venuti dalle Madonie a cercar Carbone, prodotto da Franco Battiato). ... Gli anni Ottanta si concludono con lo scioglimento dei Denovo al quale segue quello della formazione originale dei Boppin' Kids (che torneranno attivi un decennio dopo). Nuove band stavano intanto nascendo. Tra queste gli Uzeda, formati sul finire dell'87 dagli ex Boyler Agostino Tilotta alla chitarra e Raffaele Gulisano al basso nonché dagli ex Markocurioso Gianni Nicosia all'altra chitarra e Davide Oliveri alla batteria; alla voce c'è Giovanna Cacciola, autrice dei testi di quei brani che poi troveranno posto in Out Of Colours, esordio discografico pubblicato nel dicembre 1991. L'anno dopo viene dato alle stampe Waters, album nel quale si registrano i primi mutamenti verso un certo tipo di noise ben orchestrato dalla produzione di Steve Albini, chitarrista degli statunitensi Shellac. Tra i due album gli Uzeda si esibiscono magistralmente in radio per Planet Rock (presso gli studi romani della RAI) e in seguito saranno protagonisti di tanti live-act di rilievo: tra questi, quello di supporto ai Lush. La cantante e chitarrista della band britannica, Emma Anderson, resterà impressionata talmente da suggerire gli Uzeda a John Peel: il mitico e indi-menticato giornalista, nel 1994, aprirà alla band catanese gli studi londinesi della BBC per le famigerate Peel Sessions, consentendole di eguagliare la P.F.M. L'anno dopo gli Uzeda firmano un nuovo contratto, quello con l'americana Touch&Go, che gli consentirà di pubblicare ‘4', EP dal titolo fortemente simbolico: il gruppo adesso è infatti costituito da quattro elementi, il nuovo lavoro è il quarto della discografia ed è formato da quattro tracce. In quello stesso 1995, a giugno, la band apre il concerto dei Fugazi al Porto di Catania, davanti ad un pubblico di ottomila persone accorse da ogni parte del sud Italia: l'episodio non resterà isolato, visto che nel 1999, sullo stesso palco catanese, i quattro di Washington e gli Uzeda si ritroveranno ancora una volta insieme. ... «Gli anni Ottanta non odoravano ancora di patatine fritte» (Cesare Basile, Alias n. 39, ottobre 1999) e si erano chiusi con i primi progetti di neo band e il prosieguo di altre già affermate. Pronti ad accogliere il nuovo decennio, i miei “compari” di scorrazzate notturne in città ed io ci rendemmo conto che poco o niente sarebbe cambiato. Catania avrebbe continuato a propendere al divertimento e a vivere le sue notti tra le pareti di locali pullulanti in quel centro storico in cui, fino ad alcuni anni prima, avresti davvero rischiato la pelle a frequentarlo. Lo scriveva pure Marco Marano in un suo articolo dell'89 per Quo Vadis!, quindicinale gratuito la cui direzione era affidata a Lillo Venezia con il coordinamento di Andrea Pennisi (nome poi legato a Lapis, agenda pieghevole degli eventi culturali in città, con un suo spazio nell'etere curato da me e Ninni Morgia su Radio Centro Etneo, con i nostri rispettivi format Rock-Buzz! e Urban-Rock). Prima, come si diceva, il nulla. «Letteralmente nulla: l'unico posto aperto tutta la notte era il chiosco di bibite in Piazza Umberto, così tutti quelli che ascoltavano certa musica e che avevano voglia di star fuori si ritrovavano lì a bere... Punk, new wave, dark, tutti quei dischi li ascoltavi perché c'erano persone come Salvo Messina o Giuseppe Spampinato e poi anche Francesco Virlinzi e Max Prestìa che li suonavano in radio o in qualche discoteca... Però forse proprio perché c'era il vuoto la gente aveva un altro spirito» (Cesare Basile, sempre in Alias n.39). Il vuoto, a volte, lo colmavi anche con un po' d'alcool e ti facevi trascinare in uno dei locali del centro. I primi furono il 999, al confine nord del centro, e l'Other Place, pub in via del- la Loggetta dove potevi giocare a freccette, tracannando in allegria una bionda corretta. Spostandoti di poco, in piazza Teatro Massimo, c'erano la Sonnambula e la Cartiera, “casa” del jazz e successivamente anche di quelle esibizioni rock che negli anni successivi si sarebbero trasferite in un altro noto locale nelle vicinanze, i Carbonari (in via Rapisardi, non troppo lontano dall'Electra Glide gestito da Franco Gallina). Se poi risalivi da via Di Sangiuliano, ti ritrovavi a mangiare cucina araba al Metrò di via dei Crociferi o a sederti sui gradini della scalinata Alessi. Lì c'era il rinomato circolo Nievski, luogo d'incontro e di scambi etnici gestito da Saro Urzì. Fuori dalla città, esattamente a San Gregorio e attrezzati a ospitare i live-act delle prime band, c'erano invece lo Sticky Fingers e il Gazy Pub: per raggiungerli, era d'obbligo lo scrocco di un passaggio estorto agli amici e ai fratelli più grandi, automuniti. Ma se potevi permetterti poco, magari solo una birra, dovevi cambiare destinazione e optare per locali all'epoca ritenuti underground. Tra i primi, il Sottoscala di Salvo Messina e L'Oasi, durato per pochissimo tempo (complice il fatto per cui a chi beveva era poi consentito rovinare in terra il bicchiere). A questi seguirono la serata Funeral Party (a Le Priveé di Acitrezza), quindi il Korova (a Trecastagni e poi a San Gregorio), entrambi veri e propri locali alternativi di una Catania per certi versi impreparata a vivere la notte. ... Dopo parecchio tempo, in città aprirono battenti lo psichedelico Los Locos di via Musumeci e, ancor prima, il Macumba di via Fiamingo. Buio e fumoso, pareti nere e rosse, un vecchio flipper relegato in un angolo, il locale messo su da Ugo Natalotto era attrezzato con un ottimo palco che negli anni avrebbe visto esibirsi nomi altisonanti dell'indie-rock locale, nazionale e non solo (dai Quartered Shadows ai Negazione, dai Gronge fino ai Christian Death). Molti della mia generazione, quelli che lo frequentavano, ricordano ancora i famosi cessi dalle pareti tempestate di scritte, dal vario e colorito contenuto, che leggevi mentre ti trovavi a tu per tu con uno degli orinatoi a muro. Quella Catania lì aveva però un grosso handicap, innato nella cultura della classificazione. Se appartenevi a una “categoria” ti ci chiudevi dentro e non sconfinavi. Se frequentavi i pub underground (come il Bat-Cave, a S.Giovanni Galermo, durato sì-e-no tre giorni ma rimasto nella memoria di alcuni) non frequentavi le discoteche. A meno che ti si presentasse una situazione per così dire ‘ibrida' come il mercoledì al Divina. Baldo Alberti, il factotum di quella particolare serata, ribat- tezzata NonSoloNero, aveva messo in piedi un appuntamento settimanale dallo spirito talmente rock che avrebbe visto esibire nomi nazionali del momento, Litfiba, CCCP, Moda, Neon, Pankow, Go Flamingo, Sick Rose, e il materializzarsi di un progetto discografico a supporto dei Caftua. Altre disco-alternative erano infine rappresentate dal rock'n 'roll del Sunday Rock, serata molto apprezzata alla discoteca Empire, contraltare del McIntosh e del Medea 5, frequentati dalle comitive dei fighetti catanesi, nonché del Golden Gate. Sede di vari concerti rock, il Golden Gate portava il nome con il quale fu ribattezzato il vecchio Charlie Brown di via Martino Cilestri, nato nel 1970 come Splash. Al Charlie Brown era di casa Francesco Virlinzi, noto ai più come Checco, che molto presto avrebbe abbandonato la consolle per dedicarsi a ben altro. «Non c'è niente che duri un'eternità ma ci sono ricordi che durano una vita». In questa frase, riportata in un suo diario, il compianto Checco Virlinzi anticipava quanto ancor oggi i suoi coetanei e conterranei si portano dentro degli anni più fertili del rock etneo. Dotato di una particolare sensibilità artistica, fu indubbiamente tra i primi a credere in una certa forma di riscatto della sua città. Checco Virlinzi, a metà degli Ottanta, è uno stimato dee-jay; al contempo è anche fondatore dei Sansone e i Filistei. Li vidi ad un concerto al Tropical di Mascalucia: era il 24 marzo 1988 e a condividere con loro il palco c'erano i Candida Lilith ed altre formazioni dell'epoca. La band ha forte impronta paisley e Checco vi suona la chitarra dall'86 all'89. A un certo punto decide però di mollare tutto e andarsene in giro per il mondo, a fotografare i suoi idoli: Bruce Springsteen, Tracy Chapman, Elvis Costello, Rolling Stones, U2 e R.E.M. Con la band di Athens instaura un rapporto talmente vero e splendido da ispirargli un certo progetto ambizioso al quale la prima a crederci fu sua madre, Nica Midulla. Il progetto si chiama Cyclope Records e negli anni a venire sarà la label ricordata per aver contribuito al successo di Mario Venuti, di Carmen Consoli, di Brando (progetto solista del leader dei Boppin' Kids) e dei Flor de Mal ma anche dei messinesi Nuovi Briganti, del marchigiano Moltheni nonché dei pugliesi Teclo e Amerigo Verardi. Nel '96 avrebbe anche posto il marchio su un memorabile album tributo, Battiato non Battiato, con tutta la scuderia Cyclope al gran completo e ospiti d'eccezione come Bluevertigo, CSI, La Crus e Nada. Ci fu un momento iniziale in cui a Checco venne l'idea di proporre agli Oxeyed di entrare a far parte del nuovo catalogo Cyclope: un pomeriggio incontrò alcuni di loro a casa sua, in via Vagliasindi. Li accompagnai e fu lì che lo vidi per la prima volta; successivamente ci siamo rincontrati altre volte ma ne ricordo due, in particolare: quella in occasione di una intervista a Marcello Cunsolo per la rivista Lemonade (alla fine del 1990) e l'altra quando, al Nuovo Teatro di via Re Martino (sede della rassegna correlata a 095 Codice Interattivo vol.2, ottobre ‘93), mi fece dei sinceri complimenti per l'esibizione dei miei $nort! ... Il 6 agosto 1995 è la data dell'evento, inserito nel cartellone concepito da Battiato per Catania Estate '95, che coincise con il momento di massimo splendore del rock in città e forse ancora oggi rappresenta il vertice di quella parabola musicale che Catania non ha più avuto modo di rivivere. In una domenica tipicamente afosa, al vecchio stadio Cibali convergono ventimila persone accorse ad assistere alla performance della band di Athens: io sono tra queste e, fatta la mia bella scorta di birra presso il chiosco fuori dallo stadio, mi piazzo sul prato con Laura (la mia futura moglie) e i miei amici per godermi quella che sarebbe stata una magica serata, una festa rock da ricordare. Per sempre. E non solo per l'esibizione dei R.E.M. ma anche per le fantastiche live-gig delle due band supporter: i catanesi Flor de Mal e i Radiohead, all'epoca giovani e misconosciuti. ... Quando ormai gli anni Novanta erano in dirittura d'arrivo, si cominciano a registrare alcuni fatti che lasciano presagire più che un infelice epilogo un indubbio declino del periodo del fare e organizzare musica in città. ... Purtroppo tutto durò poco e si è giunti oggi a un imprevedibile sfascio culturale e musicale. Quello stesso sfascio che, per certi versi, ha giustificato gli artefici del progetto Catania non esiste a pubblicare nel 2019 l'omonima e provocatoria compilation. L'attuale città possiede davvero poco in comune con la Catania che avete scoperto o riscoperto in queste pagine: una città che aveva fatto del suo isolamento virtù. Ma a chi attribuire la colpa del “decadimento”? A un pubblico sempre meno curioso o proteso ad altre e più leggere preferenze? Alla mancanza d'interesse verso il lavoro tra artisti e all'assenza di scambi d'idee? A un sopraggiunto e sterile individualismo delle “nuove leve”? Non lo so. So solo che il vecchio fermento artistico non ha avuto seguito ed è oggi pressoché inesistente (come pure un certo sostegno da parte di istituzioni illuminate). «Forse è anche l'età che sopraggiunge, traditora, e ci annuncia il peggio. Non si ha più molta musica in sé per far ballare la vita, ecco» (L.F. Celine, Viaggio al termine della notte). Me lo ripeto spesso mentre ho ormai spento da molto tempo le candeline del mio cinquantatreesimo compleanno.
Davide Spampinato
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