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Autore: Marco Di Carlo
Afterlife Blues
Narrativa
Lettori 2
Afterlife Blues

Nel senso che ti amo.

«Te l'avevo detto che esisteva». Adriana è raggiante. Gli occhi fuori dalle orbite. Il tono saccente e allegro di una persona che ha vinto una scommessa. Mi mordo il labbro inferiore. Sbuffo. A seguito di una rivelazione del genere, non mi sarei mai aspettato una reazione così infantile. Sono basito.
«E dimmi, quand'è che hai cominciato a parlarci?»
Mi sento a disagio. «Non è il caso di agitarsi tanto», minimizzo. «Magari è solo una cosa che mi sono immagi¬nato», mento. «E comunque non ho mai detto di avergli parlato». Sento il peso dei suoi occhi gravidi di fede, fissi su di me. «Lascia perdere», dico, incapace di formulare uno straccio di arringa difensiva.
Non so se mi scoccia più ristrutturare dalle fondamenta il castello delle mie convinzioni o il fatto che l'orologio segni le 14:07. La fine di questa giornata lavorativa è ancora lontana.
«Oh, no!», strepita la mia collega. «Non puoi scappare proprio adesso che il Signore ti ha trovato!»
Rido piano. Copro la bocca con la mano. Lei mi guarda male. Adriana s'innervosisce quando non prendi sul serio una cosa importante come la religione. Comprensibile, consi-de¬ro. Anche Torquemada era molto intransigente nei confronti di chi non la pensava come lui. Ma la mia collega è una brava donna, anche se tenta di convertirmi. Suppon¬go che per ogni pecorella ricondotta sulla retta via a pasco¬lare nell'ovile del Signore faccia una tacca sul crocifisso che tiene appeso sopra il letto. Dubito sia vero, però è divertente immaginare che sia così.
Sto trattando in maniera troppo leggera un argomento delicato e complesso, nonché pregno d'implicazioni etiche e morali, lo so, eppure non mi bacchetta. Sospira e si scioglie in un sorriso malinconico. Stasera pregherà per la salvezza della mia anima.

Come si fa ad accettare questo stato di cose? Mi sono sempre professato ateo, adesso invece...
Per fortuna le ore muoiono in fretta e si fa subito sera. Adesso ho cose più importanti a cui pensare, dico a me stesso, ripassando mentalmente la lista della spesa.

***

Un cestino di plastica blu stretto nella mano destra. Guardo in alto, come se dal soffitto stesse per piovere qualcosa. “Che meraviglia”, sembrano dire i miei occhi, anche se non cade nulla a giustificare una reazione del genere. In effetti, più che meraviglia, provo un leggero smarrimento.
Giro tra gli scaffali da più di venti minuti, indeciso sul da farsi. Comincio a chiedermi cosa ci faccio qui dentro. Sospiro. Magari avevo solo bisogno di un po' di refrigerio. Fuori fiammeggia l'estate più rovente degli ultimi cinquant'anni. Nel supermercato sembra di essere ancora in aprile, quando tutto questo caldo sembrava un miraggio. Ha piovuto per mesi. “Tornerà mai a splendere il sole?”, si chiedevano tutti.
Davanti a uno scaffale colmo di sughi pronti e minestre istantanee, penso a lei. Quasi mi sento mancare. Scuoto la testa.

Abbassi le pretese fino a portarle vicino allo zero. Uccidi i sogni a mani nude, e cerchi di smettere di girare film nella tua testa. Lungometraggi melensi che potrebbero far sospi-rare torme di adolescenti in ogni parte del mondo. Roba dal finale scontato, fatto apposta per conciliare un sonno sere¬no.
Sì, ho smesso. L'ho fatto perché, secondo lei, è una cosa “salutare”. Così ha definito, sorridendo splendidamente, il proposito di non avere aspettative, di prendere tutta la feccia che la marea della vita porta a riva senza patemi d'animo. Sono d'accordo. Come potrei dissentire? Pendo dalle sue labbra. La gente mi prende in giro per questo. La gente è così inutile che non la degno nemmeno di un'occhiataccia. Sono troppo occupato a seguire il suo profilo perfetto.
T'impegni, giorno dopo giorno. Ci provi, a non pensarci, e a volte, con tuo sommo stupore, ci riesci. Nonostante questo livellamento del desiderio, però, ti ritrovi orfano persino delle quattro chiacchiere che speravi di riuscire a scambiare, rubando schegge di tempo alle vostre occupazioni quoti¬diane.
Ieri pomeriggio, un inaspettato cambio turno, e... lei non c'era!
Le parole vagavano nella testa, simili a pianeti privi di un sole attorno a cui orbitare. Ho pianto di rabbia. Filippo al mio fianco. Se ha notato gli occhi lucidi, non lo ha dato a vedere. Mi ha offerto un caffè dal distributore automatico vicino all'entrata del negozio. L'ho bevuto tentando di ricacciare le lacrime nella fossa dalla quale erano sgorgate. Ho provato ribrezzo per ciò che avevo intorno. Mi sono sentito debole. Ho sperato che qualcuno, lassù, avesse pietà. L'orologio segnava le 13:50. Che cosa avrei detto al primo cliente che avrebbe avuto la sventura di capitarmi in sorte? Buongiorno? Ma fatemi il piacere! Ho fumato una sigaretta che avrei preferito lasciare nel pacchetto. Ci ho messo un po' ad accenderla. Mi tremavano le mani. Avvertivo la presenza di qualcosa d'immanente dietro le spalle, la sciocca convinzione che esistano forze avverse, creature demonia¬che perfide e beffarde, pronte a giocarmi contro per il puro piacere di farlo. Impotenza, frustrazione e la mano destra stretta al mento. Non riuscivo a smettere di tremare.
Basta non pensarci, considero, poco convinto, di fronte al banco dei surgelati. Un alito gelido mi avvolge il viso imperlato di sudore.
Tornato a casa, scriverò a Michele. “Chi sono i mostri senza nome che attentano alla mia sanità mentale?” Magari lui ne sa qualcosa.
Continuo a girare tra gli scaffali. Prendo del riso, qualche scatoletta di tonno, una confezione di sale grosso. Beni di prima necessità, rifletto con noncuranza, mentre mi viene da pensare a quanti, fra i miei colleghi, faticano ad arrivare alla fine del mese. Ai loro occhi ho l'aspetto di una persona che se la passa bene. Pazzi.
Vorrei ridere, ma non lo faccio. In fondo, mi dico, pragma¬tico come non mai: “Cos'ho da ridere?”. La loro instabilità finanziaria non rende meno miserabile la mia esistenza.
Cammino col naso per aria. Getto cereali e biscotti nel cestino. Penso alle colazioni che ci farò. Malgrado l'orologio che porto al polso segni le diciotto e il mio stomaco sia vuoto, la fame mi passa di colpo.
Mi dirigo verso il reparto dei vini. Indugio a lungo davanti allo scaffale. Preferisco i rossi ma, per qualche oscura ragione, afferro una bottiglia di chardonnay. Siamo in estate, realizzo, come se la mera constatazione di un dato di fatto potesse giustificare un cambio di gusti. Sono alla ricerca di qualcosa di leggero e frizzante. Perché?
Mi tocco il viso. Tra i peli della barba sento la pelle ruvida. Non ho mai fatto pazzie, penso, ho fatto solo cazzate. 

È successo qualche tempo fa, un giorno in cui non mi aspettavo niente, uno di quelli che non pensi ricorderai.
Sarebbe stato bello rimanere a letto. Pioveva, lo rammento. Ero in ferie. Invece di spassarmela in qualche località esotica, languivo tra le pareti domestiche alla stregua di un vedovo inconsolabile, senza nemmeno il conforto di un ricordo d'amore a coccolarmi durante le sbronze solitarie. Sì, perché non sono vedovo di nessuna sposa amorevole, anche se le espressioni che addobbano il mio viso potrebbero trarre in inganno le persone che m'incrociano per strada.
Beato te, penso, quando mi trovo di fronte a un uomo devastato da un lutto, invidioso di chi può piangere una persona cara... perché ce l'ha avuta!
Mi ero alzato presto. Avevo passato la mattinata a guardare fuori dalla finestra. Uno spettacolo tutt'altro che coinvolgente. Ho sorseggiato caffè solubile e fumato un numero imprecisato di sigarette. Il proposito di smettere, formulato appena la sera prima, mi era completamente passato di mente.
Intorno alle sedici sono uscito. Avevo terminato i piatti di plastica e, come se non bastasse, la dispensa dove tengo il vino era drammaticamente vuota.
Tolto il pigiama e indossate le prime cose che mi sono trovato sotto mano, i pantaloni di una vecchia tuta, lisi sulle ginocchia, un maglione rosso che puzzava di fumo e degli anfibi sporchi di fango, mi sono precipitato in strada.
Aprendo il cancello ho notato una busta spuntare dalla cassetta delle lettere. “Strano”, ho pensato, “stamattina non c'era”. L'ho guardata come se fosse un oggetto misterioso. Non recava alcun mittente, né sembrava esserci un'affranca¬tura. Era chiusa con un sigillo di ceralacca. Aveva un aspetto affascinante, che ha acceso di colpo le mie fantasie. L'ho aperta con delicatezza.
Ero lì, in piedi, sotto una pioggia fredda e sottile, incapace di muovermi, come di crederci:

“Ciao fratello. Sono Michele. Quello a cui hai occupato la casa per un mese. Avevi litigato con i tuoi, ricordi? Avevi diciotto anni, l'incoscienza e il diritto legale per andartene, ma nessun soldo in tasca. Ti ha sempre fatto comodo avere un amico più grande, ammettilo! Sono stato contento di averti dato una mano, anche se non mi hai mai ringraziato... visto che siamo in argomento, mi devi uno stereo. Non ho mai capito come hai fatto a distruggerlo, ma lasciamo perdere.
Michele! Ti sei scopato mia sorella! Suvvia, sono morto da meno di un anno, non puoi avere una memoria così corta! È vero, bevi come una spugna, ma non credevo fossi così sconvolto da dimenticare la persona che ti ha raccomandato per quel lavoro. Neanche per questo ho ricevuto un encomio... e neppure una birra chiara! Sì, lo so che non ti piace, ma ti sfama da quasi dieci anni. Detto tra noi: ti conviene tenertelo stretto e smettere di lagnarti. Non puoi ambire a niente di meglio.
Capisco la tua incredulità. Da quando in qua i morti spediscono lettere ai vivi? Michele, poi, che non ha mai scritto nulla di più impegnativo di un saluto sul retro di una cartolina. Te lo stai chiedendo, ne sono sicuro. In effetti, per ragioni che immagino tu riesca a capire, a noi trapassati è severamente vietato avere contatti coi vivi. Diciamo che quello di comunicare con te è un piccolo privilegio che mi è stato concesso per la mia buona condotta qui, in purgatorio.
Se vorrai continuare questa corrispondenza farai di me uno spirito felice. Non dovrai fare altro che imbucare le lettere nella cassetta della posta. Al resto... beh, diciamo che ci penserò io.
Ti abbraccio forte, amico mio.
P.S. Se avessi dei dubbi sull'autenticità della lettera che tieni tra le mani... cosa posso dirti? Non so. Un solo consiglio: rientra in casa e prendi un ombrello, o ti buscherai un raffreddore! Ah, dimenticavo, se non segui il mio suggerimento entro trenta secondi sarai costretto a venirmi a trovare con un certo anticipo. Occhio ai fulmini! Ciao!”

Poi ha preso a piovere con maggiore intensità. Mentre tornavo sui miei passi, ho cominciato a contare mentalmen¬te. Uno, due, tre... Al venti ero già al calduccio, col naso schiacciato contro il vetro della finestra e il cuore in gola. Gli occhi sbarrati, a fissare il punto in cui mi trovavo fino a pochi istanti prima. Ventisette, ventotto, ventinove, e... la paura ha premuto sull'acceleratore del mio cuore. Un fulmine si è schiantato a pochi passi dalla cassetta della posta.
Mi sono rigirato la lettera di Michele tra le mani. Ho deglutito con fatica, quindi ho letto una postilla che prima non avevo notato:
“P.p.s. Hai visto? Se continuerai a darmi ascolto vivrai più a lungo. Te lo garantisco!”
Sono rimasto immobile, a gocciolare come uno straccio bagnato, nel bel mezzo del soggiorno, finché non ha fatto buio.
Scosso dall'evento, non me la sono sentita d'ignorare ciò che, fin da subito, mi è parso un inequivo¬cabile segno del destino, un evento di origine... divina? Era quella la parola giusta?
Per non correre il rischio d'inimicarmi forze extraterrene onnipotenti e permalose, mi sono impegnato a portare avanti la corrispondenza epistolare.
Per un po' è stato stimolante. Lui mi raccontava del suo soggiorno in purgatorio, di come funzionavano le cose nell'aldilà, mentre io lo tenevo informato sulle mie giornate tragicomiche passate a inseguire sogni farfalla.
Cosa si è rotto nel nostro rapporto? Perché, a un certo punto, abbiamo smesso di scriverci? Non ricordo. Presumo per le solite ragioni per cui finisce ogni relazione. Divergen¬ze di opinione, noia, troppo stress, o, nel mio caso, troppa Elisa. La mente sempre più piena di lei. Non poteva contenere altro. Per quale ragione avrei dovuto dialogare con un morto, quando potevo spendere le mie energie nell'inutile tentativo di passare del tempo insieme alla donna che amavo? Sì, lo ammetto, è stata tutta colpa mia. Michele non meritava un trattamento del genere.
Meschino e opportunista tornare a bussare alla sua porta soltanto adesso che avverto la necessità del consulto di un esperto in questioni sovrannaturali.
So che qualcuno o qualcosa ce l'ha con me. Non m'interes¬sa sapere perché, desidero solo che mi lasci in pace. Voglio svegliarmi, domani, e vivere come un uomo che non ha nulla da temere. È da troppo tempo che non riesco a immaginare un lieto fine.

***

Iperico, tre pasticche. Poi una miscela di passiflora, valeriana, biancospino e tiglio. Venti gocce in mezzo bicchiere d'acqua. Ancor prima di fare colazione, è così che comincia la giornata. Blandi antistress naturali e una cieca speranza in non so cosa. La verità è che sono a pezzi. Se avessi una saliera piena di Prozac e Valium, non esiterei a ridurmi nello stato di beatitudine vegetale a cui ambisco da sempre.

“Non mi va”, me lo ripeto durante tutto il tragitto. Meno di dieci chilometri. Questa è la distanza che mi separa dallo spaccio di truciolato in cui lavoro.
Sbuffo. Un treno a vapore che non emette fumo, fa solo rumore, e quasi deraglia. Sono ancora qui, dico a me stesso, sgomento, mentre parcheggio, nemmeno si trattasse di un evento inatteso. Già, ancora qui, con la stessa faccia di sempre, appena più rilassata, forse. “Grazie, Iperico”, penso, e perché no: “Ci tengo anche a salutare i miei amici Biancospino e Tiglio!”. Stringo l'Oscar con entrambe le mani e “come dimenticare le splendide Valeriana e Passiflora? Vi voglio bene!”, esclamo, ebbro di felicità.
La testa è da un'altra parte, a oscillare come un pendolo rotto, da sinistra a destra.
Varcata la porta rossa, sento urlare: «Sono caduti i pensili! Mia figlia avrebbe potuto morire! Bastardi!» La receptionist non si scompone. I suoi occhi sono freddi quasi quanto i miei. «La faccio parlare con un responsabile», dice.
Guardo la donna che grida. Una signora di mezz'età che, a giudicare dagli stracci sporchi di erba e fango che indossa, deve aver appena terminato di zappare il suo dannato orticello. Non provo nulla. Mi mancano troppe cose. Che voglio dire? Non ne ho idea, ma sono queste le parole con cui giustifico la mia indifferenza di fronte alla cliente... e a Dio.
Salgo le scale con estrema lentezza. Terminata la rampa, guardo a destra, verso i computer solitamente affollati di giovani nullafacenti – ora non c'è nessuno –, quindi svolto a sinistra. Faccio per entrare nello stanzone che chiamiamo “sala mensa”. Una macchina del caffè, un distributore automatico di porcherie, un frigorifero da incasso senza incasso, e una bacheca di sughero su cui appuntare comunicazioni di carattere lavorativo.
I due vecchi divani, tappezzati da una stoffa a fantasia floreale, resi da un cliente dotato di pessimo gusto, sono perennemente occupati. Il traballante fratino di pioppo tinto miele è imbandito di riviste e avanzi di cibo in ogni momento della giornata. Non siamo ordinati. A noi piace così. A me sembra di essere a casa.
Depositati i miei poveri averi in un armadietto di sicurezza, inforcando la porta del bagno, l'impatto con i suoi occhi piccoli e inespressivi è qualcosa di violento quanto inaspettato. «Ciao», dice con voce priva di calore. È la prima volta che mi rivolge la parola da un paio di mesi a questa parte. Non la biasimo. So di poter essere una persona davvero sgradevole, se mi ci metto d'impegno. «Ciao», rispondo d'impulso, senza pensare, anche se il tono glaciale del mio saluto pare studiato a tavolino per trasmettere disprezzo.
Basta una sciocchezza del genere, una cattiveria premeditata che ferisce piano, per cominciare al meglio una giornata dall'epilogo già noto. Pippe e birra, direi, anche se è un po' presto per pianificare la serata. Al momento mi accontento di un caffè. Il meglio deve ancora venire. Non lo posso sapere, ma in pausa pranzo troverò un modo del tutto originale per darle della mentecatta. Lei bisbiglierà, rancorosa, una cosa del tipo “Stupido è chi lo stupido fa”, però in latino, o in qualche altra inutile lingua morta. Brava Laura, hai studiato! Sogghignerò.
Una volta le chiesi se aveva voglia di farmi leggere la sua tesi da 110 e lode. I nostri rapporti non sono sempre stati così deteriorati. Siamo persino usciti insieme. All'epoca, stavo cercando d'introdurla nello splendido mondo dei mobili a buon mercato. Le volevo insegnare gli usi e i costumi della nostra “tribù”, svelarle segreti che l'avrebbero aiutata a vivere meglio, e, a dar retta ai pettegolezzi da parrucchiere disperate che giravano in quel periodo, scoparmela.
«Sì, scrivo racconti», dissi, prima di addentare una fetta di pizza.
«Ma dai! Me li fai leggere?»
La parte più esibizionista di me gongolava, raggiante.
«A patto che tu mi faccia dare un'occhiata alla tua tesi!»: la mia esclamazione empia d'entusiasmo fittizio. Non ne avevo nessuna voglia. Me ne resi conto nel momento stesso in cui pronunciavo quelle parole. Stavo cominciando con il piede sbagliato. Mentire? Di già? Perché?
Laura non lesse mai niente di mio, né io mi azzardai ad avvicinarmi al frutto delle sue fatiche univer¬si¬tarie. È una lunga storia. A dar credito alle chiacchiere da bar dei miei amici, non era abbastanza troia.

Tolgo gli occhiali. Li appoggio sul tavolo. Stropiccio la faccia. Tento di darle una forma. Il caffè è pronto. Trangugio la miscela rovente in un sorso doloroso. Steso su uno dei divani, guardo l'orologio digitale appeso sopra la porta. Non mi va. Se avessi quindici anni, farei sega. È una bella giornata. Sì, me ne andrei al parco. Ho buttato gli anni migliori della mia vita su panchine di legno marcio. No, non ho nostalgia. Nemmeno un po'.
Tempo fa ho sognato di perdere questo lavoro. Mi aveva licenziato. Non dimenticherò mai il feroce smarrimento che mi aveva assalito al risveglio.
Ho vissuto dentro giorni ubriachi, un girotondo dentro me stesso, sapendo di non avere un posto dove dormire.
Scaccio con forza i cattivi pensieri. «Ora basta», dico tra i denti. Mi alzo, inforco gli occhiali, mi precipito giù. Sfilo, veloce, di fronte alla cassa centrale. La fila di clienti che attendono un venditore non è affar mio. Mi riguarderebbe solo se avessi voglia di fare qualcosa di diver¬so dallo starmene qui come ci sta una pianta di plastica, o un altro inutile complemento d'arredo, ma, soprattutto, mi riguarderebbe se la fila ci fosse. Gli affari non vanno bene. “C'è crisi!”: la frase con cui si riempie la bocca Claudio, il nostro direttore. Cerca di spaventarci, di spingerci a dare di più. Una partita persa.
Ci sono molte lampadine fulminate. Non sono state sostituite perché non ne abbiamo. Da un paio di mesi a questa parte facciamo a meno anche dell'impresa di pulizie. Inutile dire a chi tocca il compito di lustrare mobili e pavimenti. Gli incassi stanno calando, è vero. È fisiologico, dico io... e forse ho anche ragione, purtroppo, però, dubito che le mie intuizioni possano interessare a qualcuno.
La signora a cui i pensili della cucina hanno quasi estinto la discendenza continua a latrare, furibonda. Sono le dieci e trenta del mattino, e questo è solo l'inizio, realizzo con orrore, toccandomi la testa dolorante. Non passa neanche mezz'ora che il mio stomaco alza bandiera bianca. Salgo di nuovo le scale. Devo scrivere a Michele, penso, mentre mi tuffo sul divano.

***

Tornato a casa, ancor prima di togliere la giacca, prendo carta e penna da un cassetto della scrivania.
Mi chiedo cosa stia facendo Elisa in questo momento. Non era al lavoro. È il suo giorno di riposo. Starà abbracciando Gustavo, ci scommetto. Se ne frega dell'afa assassina. “Ehi!”, le urlerei, se potesse sentirmi, “Su, dai, mollalo!”. Mi viene da ridere, poi faccio un errore madornale: questa scena infame la visualizzo davvero, ed è come essere investito da uno tsunami. Un paragone sciocco, il mio. Che ne posso sapere di cosa si prova a essere schiacciati da un'onda alta trenta metri? Niente, è vero, eppure ciò che vedo, dopo essermi stropicciato gli occhi e aver scacciato coi pugni chiusi e i denti stretti l'immagine violentemente nitida di una felicità che non mi apparterrà mai, sono solo detriti e morte. L'acqua nutre. L'acqua devasta. Dio, dove sei?
In barba al mal di stomaco, mi verso un bicchiere di brandy. Ho bisogno di un po' di coraggio. Ne bevo un sorso. Prima di deglutirlo, lo lascio bruciare nella bocca. I vapori dell'alcol m'inebriano l'anima e fanno prudere il naso. Fuoco nel petto. Fuoco nel ventre molle.
Guardo il foglio bianco con aria di sfida. Lo odio. A lui di me non frega niente. Stringo la penna nella mano destra. Respiro. Chiudo gli occhi. Li riapro. Va bene, dico a me stesso, vada come vada.

Ciao Michele! Non pensavo che sarei tornato a scriverti. Ho poco tempo, sai. È una cosa di cui, da quando non ci sei più, mi sono reso conto, e tento di non sprecarne nemmeno un minuto.
In questi giorni, quando non sono al lavoro, vago per Roma con il portatile sottobraccio (sai quel romanzo che stavo scrivendo? Sì, quello di cui hai letto le bozze quando eri in ospedale... Già, non l'ho ancora finito!).
Pomeriggi silenziosi, nella città eterna, in cui trovano spazio solo sgradevoli rumori di fondo. Il cane dei miei vicini che abbaia contro il sole. Credo lo abbiano abbandonato. Le loro finestre sono chiuse da una settimana. Motorini con le marmitte bucate che sgommano per le strade deserte. I coniugi Solfetti che sbattono non so cosa sul pavimento sopra la mia testa. Non è mai un grande affare essere l'inquilino del piano di sotto, fratello, dai retta a me.

Poso la penna. Penso a lei, e... maledizione! «Scusa Michele», dico al foglio che ho davanti. Afferro la giacca. Mi chiudo la porta alle spalle. Scendo le scale di corsa, nemme-no avessi fretta di raggiungere un luogo dove potrò dirmi felice. Ho bisogno di andare lontano.

Marco Di Carlo

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