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Vittorio Calce.
Gli spararono alle gambe un mercoledì sera, mentre usciva dalla Cantinella con il sapore del tiramisù ancora in bocca. Aveva mangiato troppo, come sempre. Antipasto di mare, spaghetti ai ricci, spigola al forno. E alla fine il tiramisù. Ai dolci Vittorio Calce non rinunciava mai, anche se il medico gli aveva intimato di smetterla con gli zuccheri, il vino e tutto quello che lo stava uccidendo in silenzio. Sessant'anni, centodieci chili, la faccia congestionata di chi ha sempre mangiato e bevuto più del necessario, Vittorio Calce era esagerato in tutto: troppo rumoroso, troppo vistoso, troppo pieno di sé. Il Rolex Daytona d'oro che gli luccicava al polso, la Maserati Quattroporte blu, il posto in prima fila a teatro. Tutto, in lui, sembrava dire: guardatemi, sono qui. Gli piaceva essere notato. Era un costruttore importante, come Biagio Scalera e altri cinque o sei a Foggia. Solo che Scalera realizzava palazzi con fondamenta profonde, ferro abbondante e muri fatti per reggere, mentre Vittorio Calce costruiva leggero: facciate eleganti, appartamenti spaziosi, sì; ma risparmiava dove l'occhio non arrivava: meno ferro nelle armature, cemento allungato, impianti tirati al limite. I suoi palazzi avevano l'aria della ricchezza e la sostanza della miseria. In questo, somigliavano al loro padrone. Erano andati a trovarlo due settimane prima, al cantiere, di mattina, mentre controllava i lavori su corso Giannone. Due uomini: uno giovane, l'altro sulla cinquantina. Erano vestiti bene, giacca, cravatta. Avevano posteggiato l'auto sul passo carrabile del cantiere, “a padrone”, come si diceva a Foggia. Quello più anziano si era presentato con educazione, allungando la mano a Vittorio che non aveva ancora idea di chi fosse e cosa volesse il suo interlocutore. L'uomo parlava piano, tranquillo, pacato, come si parla a un amico. Gli aveva spiegato che i tempi stavano cambiando, che Foggia cresceva, che c'era spazio per tutti. Gli aveva detto che lui era un uomo importante, e che gli uomini importanti meritavano protezione. Una cifra ragionevole: il dieci per cento sulle vendite. Soldi che avrebbe recuperato facilmente aumentando la parte in nero incassata dai clienti e aggiungendo qualche nome sul libro paga. Piccole cose. Niente che gli cambiasse la vita. Sempre che alla vita ci tenesse. Vittorio aveva ascoltato con la faccia rossa che si faceva sempre più rossa. Sessant'anni, una vita passata nei cantieri, i palazzi tirati su uno dopo l'altro con le sue mani, con i suoi soldi, con il suo sudore. E adesso due figli di puttana venivano a chiedergli soldi e posti di lavoro? «Non ho bisogno di protezione» aveva detto. «Vengo dalla strada, so cavarmela da solo e non ho bisogno di niente e di nessuno. Dite a chi vi manda che Vittorio Calce non paga tangenti neppure al demonio in persona, figuriamoci a due malavitosi del cazzo.» L'uomo aveva sorriso. Un sorriso cortese, quasi dispiaciuto. Il sorriso di chi offre ti offre un ombrello e ti vede uscire sotto la pioggia. Non aveva insistito. Si era alzato, gli aveva stretto la mano con la stessa gentilezza con cui era arrivato e se n'era andato. Due settimane. Quattordici giorni durante i quali Vittorio Calce aveva continuato a vivere come se quella conversazione non fosse mai esistita: i cantieri, i ristoranti, la moglie con le pellicce, l'anello d'oro, la macchina grossa. Quattordici giorni in cui si era convinto di aver fatto bene, di aver dimostrato di avere le palle, di essere uno che non si piega. Quattordici giorni esatti. Uscì dal ristorante alle undici passate, lasciando gli amici ancora dentro, alle prese con grappa e limoncello. Via Arpi era deserta. Il lampione davanti al locale si accendeva e si spegneva a intermittenza, come il flash di un paparazzo. Un gatto nero gli attraversò la strada con la sovrana indifferenza dei gatti. Una serata tranquilla, come tante altre. Vittorio cercò le chiavi nella tasca della giacca. La giacca era nuova, di cachemire, comprata a Bari, da Gemelli, e gli tirava addosso perché Calce continuava a ostinarsi con la cinquantasei quando avrebbe avuto bisogno almeno della sessanta. Alla fine, trovò le chiavi. Fece tre passi verso l'auto quando sentì il rombo di una motocicletta rallentare alle sue spalle. Si voltò. Vide due ragazzi su una moto scura di grossa cilindrata, senza targa. Erano fermi a tre metri da lui, con il motore acceso, come una bestia che fiuta la preda. E la preda era lui. Quello dietro aveva già il braccio teso, la pistola in pugno. Vittorio non ebbe nemmeno il tempo di pensare. I colpi arrivarono tutti insieme, secchi, ravvicinati, come chiodi sparati da una pistola da cantiere. Le ginocchia cedettero per prime. Cadde in avanti, e l'asfalto gli venne addosso, rapido e gelido. Poi arrivò il dolore. Un dolore smisurato, assoluto, che partiva dalle ginocchia e si rovesciava ovunque, senza forma, senza tregua. Urlò. Fu un urlo animale, un suono che non sapeva di avere dentro. Le gambe in fiamme, il cielo nero sopra di lui. Il sangue caldo sotto il corpo, scuro e denso, che si allargava. Quello che aveva sparato scese dalla moto, gli si avvicinò con calma, poi si chinò leggermente su di lui. Aveva vent'anni, forse meno. Occhi scuri, senza espressione. Una faccia da Foggia. Una faccia qualunque. Il ragazzo gli parlò, con una voce bassa, tranquilla, quasi annoiata, con una forte cadenza dialettale: «Calce. Questa è l'ultima volta che ti spariamo alle gambe. La prossima è in testa. A te. E poi a tua moglie. Hai capito?» Il ragazzo non aspettò risposta. Si rialzò, tornò alla moto. Il pilota accelerò. La moto sgommò via nel buio di via Arpi, verso i Tre Archi, e sparì dalla sua vista. Vittorio Calce rimase a terra, in mezzo alla strada, con le gambe che non erano più gambe e quella frase piantata in testa come chiodo: A te. E poi a tua moglie. Il gatto nero attraversò di nuovo la strada. Passò a due metri da lui, poi si fermò, annusò il sangue e lo leccò. Quindi riprese il suo cammino, lento e regolare, come se niente fosse. LA NOTIZIA
La notizia arrivò come arrivano tutte le notizie a Foggia: nei bar, poi sui giornali. Al Cavour, in via Lanza, se ne parlava già dalle sette. Il barista sapeva, il giornalaio sapeva, il tabaccaio di fronte sapeva. Le versioni erano tre o quattro e nessuna coincideva con la verità, ma tutte contenevano gli stessi ingredienti: Calce, le gambe, i colpi, la Cantinella. Quello che nessuno conosceva era il messaggio. Le parole del ragazzo col casco. Quelle Vittorio Calce se l'era tenute per sé, serrate in gola, e non le avrebbe dette a nessuno. Né alla polizia, né alla moglie, né ai colleghi. «Gli hanno sparato alle ginocchia.» «Cinque colpi.» «Sette.» «No, quattro. Me l'ha detto mio cognato che abita là vicino.» «E chi è stato?» «E chi vuoi che sia stato?» A Foggia, nell'autunno del 1985, quella frase bastava e avanzava. Era una risposta completa. Non serviva aggiungere altro. Tutti sapevano e nessuno parlava, e in quel silenzio sospeso tra sapere e dire c'era tutta la città, con le sue chiese, i suoi cantieri e i suoi morti. Vittorio Calce era stato il primo a pagare col sangue ma non sarebbe stato certo l'ultimo. Biagio Scalera lo seppe al bar, la mattina dopo, come tutti. Stava bevendo il caffè in piedi al bancone, con la Gazzetta piegata sotto il braccio e la faccia di uno che era in piedi da almeno tre ore. Le cinque del mattino al cantiere nuovo di via Napoli, poi il giro dei fornitori, poi il bar. Sempre nello stesso ordine, sempre agli stessi orari. Biagio Scalera era un uomo di abitudini, e le abitudini lo tenevano in piedi come il ferro tiene in piedi il cemento. «Avete saputo di Calce, signor Scalera?» Sì, Biagio aveva saputo. Guardò il barista con i suoi occhi piccoli e duri, occhi da cantiere. Bevve il caffè. Posò la tazzina. «Si sa come sta?» chiese. «Si sa solo che è vivo. Gli hanno sparato alle gambe. Due in moto, sotto il ristorante. Gli è andata bene, poteva restarci secco.» «Un avvertimento, forse.» «Già. Comunque, dicono che è grave.» Biagio non chiese altro. Pagò il caffè, prese il giornale, uscì. Fuori, corso Vittorio Emanuele si stava già riempiendo della solita gente. Gente normale dentro una giornata normale. Conosceva Vittorio Calce da trent'anni. Non erano amici — Calce era troppo rumoroso, troppo vistoso, troppo tutto — ma erano colleghi, e nel mondo dei costruttori foggiani ci si parlava, ci si confrontava. Calce gliel'aveva raccontato tutto qualche settimana prima, davanti a un cantiere, con quella sua risata grossa che gli faceva ballare la pancia. Erano andati a chiedergli il pizzo. Ma lui aveva detto no. «Bià, io a quelli non gli do manco un centesimo. Io non ho paura di due stronzi che ci provano. Che fanno, mi ammazzano? Ci metto l'avvocato e li faccio arrestare tutti quanti.» Adesso Calce stava all'ospedale con le gambe distrutte e l'avvocato non l'aveva protetto da niente. E Biagio incominciò ad aver paura. La paura di chi ha qualcosa da perdere. Qualcosa che non si può costruire né ricostruire. Qualcosa che zoppica ed è l'unica ragione per cui, ogni mattina, valga la pena alzarsi alle cinque. Margherita. Se erano andati da Calce, potevano andare anche da lui. Quelli sapevano sempre tutto prima di agire. Dove abitavi, dove mangiavi, dove andava a scuola tua figlia. E sua figlia Margherita era la cosa più preziosa che aveva. MARGHERITA
La prima cosa che Margherita Scalera avvertiva ogni mattina non era il rumore di Assunta che trafficava in cucina, o l'odore del caffè che pervadeva la casa. Era il suo piede destro. Quel piede storto, accartocciato su sé stesso come una mano chiusa a pugno, che durante la notte restava fermo e zitto sotto le coperte e la mattina si faceva sentire con la prima fitta, puntuale, come un cane che reclama la passeggiata. Aveva diciotto anni e conosceva quel dolore da sempre. Un dolore piccolo, sordo, che partiva dalla caviglia e risaliva lungo il polpaccio fino al ginocchio. Ma non era il dolore il problema. Il problema veniva dopo: quando metteva i piedi a terra e il corpo si ricordava di essere storto, e la giornata cominciava così, con quel primo passo sbagliato che dettava il ritmo a tutti gli altri. Si sedette sul bordo del letto. Si alzò. Il piede protestò. Lo ignorò. In bagno evitò lo specchio. Lo evitava perché sapeva già cosa ci avrebbe visto riflesso: un viso carino, sì, occhi scuri, grandi, che sua madre le aveva lasciato in eredità insieme a nient'altro di sé. Lineamenti fini, pelle olivastra, capelli neri e spessi. Una faccia che su un corpo dritto sarebbe stata bella. Ma il corpo non era dritto, e la faccia non contava. Si lavò, si vestì, si legò i capelli in una treccia. Sul comò della sua stanza il cofanetto di legno scuro — quello della madre — con i soldi dentro che non finivano mai. E sul vassoio della colazione, accanto alla fetta biscottata, la rosa. Ogni mattina una rosa. Il linguaggio di suo padre: soldi, colazione, una rosa. Fece colazione, poi scese in cucina. Assunta era già lì, com'era lì ogni mattina da quindici anni. Da quando la signora Scalera era morta e Biagio aveva capito che una bambina di tre anni non si cresce da soli, neanche con tutti i soldi del mondo. «Vuoi un altro caffè, Margherita?» «No, grazie, va bene così, sono in ritardo per la scuola.» Margherita guardò fuori dalla finestra. Il sole di ottobre, quel sole malato che non scaldava davvero ma che accecava. «Assunta.» «Dimmi.» «Hai sentito di quel costruttore amico di papà, Calce?» Assunta non si girò. Continuava a lavare i piatti con i movimenti lenti e precisi di chi fa la stessa cosa da trent'anni. «Sì, ho sentito qualcosa alla radio.» «Gli hanno sparato.» «Eh.» Silenzio. L'acqua del rubinetto. Il rumore dei piatti. «Papà non ha detto niente?» Assunta chiuse il rubinetto. Si asciugò le mani nel grembiule. Si girò e guardò Margherita con quei suoi occhi piccoli e neri che vedevano tutto. «Tuo padre non dice mai niente. Lo sai.» Margherita lo sapeva. In casa Scalera si parlava poco. Forse niente. Ogni mattina la Vespa celeste di Margherita partiva dal garage del palazzo e prendeva la strada per piazzale Italia. A scuola era brava. Non brillante — non aveva la leggerezza dei primi della classe, quelli per cui studiare era un gioco. Margherita studiava con la stessa testardaggine del padre in cantiere: mattone dopo mattone, pagina dopo pagina. I professori la rispettavano. I compagni la ignoravano con quell'indifferenza che è peggio della cattiveria perché non ti dà neanche un nemico contro cui arrabbiarti. Ma la Vespa era la sua salvezza. Sulla Vespa non si zoppica. Sulla Vespa il corpo è fermo, seduto, composto. Sulla Vespa Margherita Scalera era una ragazza come le altre — una che passava, col vento nella treccia, il rombo del motore sotto. Suo padre gliel'aveva comprata dopo una guerra durata mesi. Biagio avrebbe preferito l'autista — Cosimo, sessant'anni, secco, silenzioso, che guidava la Fiat Regata beige con la pazienza dei santi. Ma Margherita aveva insistito, aveva pianto, aveva smesso di mangiare per tre giorni — tre giorni in cui Assunta l'aveva guardata senza dire una parola, perché sapeva che certe battaglie una figlia deve combatterle da sola. Alla fine, Biagio aveva ceduto, come cedono gli uomini forti: tutto d'un colpo. «Prenditi la Vespa. Ma se ti fai male giuro che te la brucio.»
Quel pomeriggio parcheggiò la vespa a Piazza Mercato per comprare dei taralli con il finocchietto che le piacevano più di quelli che si trovavano al supermercato. Era appena uscita, con il sacchetto in mano e il sole di ottobre in faccia quando lo vide. Era appoggiato al muro di fronte, con le braccia incrociate e una gamba piegata, il piede contro la parete, in quella posa che i ragazzi di quartiere assumono quando non hanno niente da fare ma vogliono farlo sembrare una scelta. Doveva avere poco più della sua età. Jeans, maglietta bianca, giubbotto di pelle aperto. Capelli scuri, corti ai lati, più lunghi sopra. E gli occhi: chiari, di un colore indefinito tra il verde e il grigio, in una faccia scura. Occhi che non c'entravano con la faccia, come se qualcuno li avesse messi lì per sbaglio. Una mascella forte, il naso dritto, un corpo asciutto e nervoso. Bello. Non bello in modo raffinato. Bello come sono belli i ragazzi di strada: senza filtro, senza gentilezza, senza scuse. La stava guardando. Margherita capì in quel momento che lui l'aveva vista arrivare in Vespa. L'aveva vista da lontano, seduta, dritta, col vento nella treccia. E adesso la vedeva scendere e zoppicare. E non distoglieva lo sguardo. Non guardava la gamba. Guardava lei. Sorrise. Un sorriso largo, da ragazzo di strada. Un sorriso che prometteva tutto e non garantiva niente. Margherita sentì qualcosa muoversi nel petto. Non sapeva cosa fosse perché non l'aveva mai sentito. Era come un passo falso del cuore, un inciampo, come quando il piede destro mancava l'appoggio e per un istante tutto il corpo era sospeso nel vuoto. Ma senza dolore. Senza la caduta. Distolse lo sguardo. Strinse il sacchetto dei taralli. Arrivò alla Vespa. Le mani tremavano mentre infilava la chiave. Il motore partì. Margherita se ne andò senza girarsi. Non si girò perché sapeva che se si fosse girata avrebbe visto il ragazzo ancora lì, appoggiato al muro, con quel sorriso. E sapeva che se lo avesse rivisto non se lo sarebbe più tolto dalla testa. Non si girò. Ma il cuore continuò a inciampare per tutto il tragitto fino a casa, e quando chiuse la porta del garage e restò seduta sulla Vespa col motore spento capì che qualcosa era cambiato. Non sapeva cosa. Sapeva solo che un ragazzo l'aveva guardata mentre zoppicava, e non aveva smesso di guardarla. In diciotto anni non le era mai successo. Risalì in casa. Assunta la guardò dalla cucina con i suoi occhi di oliva nera e non disse niente. Ma vide. Assunta vedeva sempre oltre le cose. Fuori, Foggia andava avanti. Le gru giravano. I cantieri battevano. Al bar Cavour si parlava ancora di Vittorio Calce e delle sue gambe rotte. E in una traversa di via Arpi, davanti a un forno, un ragazzo di bell'aspetto staccava la schiena dal muro e se ne andava con le mani in tasca e un pensiero in testa che non aveva ancora un nome ma che aveva già un volto. Il volto di una ragazza zoppa che comprava taralli. A CARICO DI IGNOTI
Il fascicolo era sottile. Otto fogli, una busta con le foto della Scientifica, il verbale del Pronto Soccorso, due deposizioni e mezza pagina di rapporto. Sul cartoncino della copertina, scritto a penna con la calligrafia rotonda del cancelliere: Calce Vittorio, nato a Foggia il 14/03/1925. Lesioni personali gravi da arma da fuoco. A carico di ignoti. Il fascicolo stava sulla scrivania dell'ispettore Cataldi, al pian terreno della Questura di Foggia, in mezzo ad altri sei fascicoli che dicevano la stessa cosa con nomi diversi. Cataldi lo guardò come si guarda un conto che non si vuole pagare. Aveva cinquant'anni, una faccia quadrata, i baffi grigi, e una carriera di indagini finite nel nulla. A carico di ignoti. Due parole che a Foggia valevano più di una sentenza, perché una sentenza almeno dice qualcosa. La sera del fatto i colpi li aveva sentiti mezzo quartiere. Sei colpi di pistola in via Arpi alle undici e venti di sera, nel silenzio di Foggia che di notte è il silenzio delle città di pianura — piatto, assoluto — erano stati come tuoni. Le finestre si erano aperte, i balconi si erano riempiti di teste, le luci si erano accese. Qualcuno aveva urlato. Qualcuno aveva chiamato il 113. Qualcuno si era richiuso dentro e si era rimesso a letto, perché a Foggia c'è gente che ai colpi di pistola reagisce come alla pioggia: aspetta che passi. La prima volante era arrivata in quattro minuti. Due agenti giovani avevano trovato Vittorio Calce a terra, con le gambe divaricate in un angolo innaturale e il sangue che si allargava sull'asfalto. Era cosciente. L'ambulanza pochi minuti dopo. In via Arpi erano rimasti i bossoli — sei, contati dalla Scientifica — il sangue sull'asfalto, una ventina di curiosi in pigiama dietro il nastro, e il gatto del ristorante sotto una macchina. Nel verbale erano segnati dodici testimoni “poco oculari”. Avevano sentito i colpi, si erano affacciati, e avevano detto la stessa cosa: niente. «Ho sentito gli spari ma non ho visto nessuno tranne l'uomo a terra.» «Ho sentito un rumore di moto che si allontanava dopo i colpi, ma ho avuto paura e non mi sono esposto.» Dodici bocche, dodici versioni dello stesso silenzio. La moglie di Calce era arrivata in ospedale con la pelliccia di visone sopra la vestaglia. Stava nella sala d'aspetto con gli occhi asciutti e le mani tremanti strette intorno alla borsetta. All'ospedale Cataldi era arrivato alle due e mezza. Il chirurgo Tancredi lo aveva ricevuto dopo l'intervento. Quattro proiettili estratti: due nel ginocchio destro, uno nella coscia sinistra, uno nella tibia. Il ginocchio distrutto. Camminare di nuovo: improbabile. La mattina dopo Cataldi era tornato e si era seduto accanto al letto del costruttore. Calce era sveglio, con le gambe fasciate e sollevate in un'impalcatura metallica. Non era più l'uomo grosso e rumoroso di sempre. Era una cosa grigia in un letto bianco, con gli occhi di vetro. «Signor Calce, mi racconti quello che ha visto e quello che è successo. Non tralasci nulla, tutto può essere utile e fondamentale per catturare chi le ha sparato.» «Ero appena uscito dal ristorante. È arrivata una moto e mi hanno sparato. Così, senza motivo. Forse hanno sbagliato persona.» «Le hanno detto qualcosa?» Silenzio. La prossima volta è in testa. A te, e dopo a tua moglie. Le parole conficcate dentro come i proiettili nelle gambe. «No. Hanno sparato e se ne sono andati.» Cataldi sapeva che mentiva. Lo sapeva come si sa che pioverà quando l'aria diventa pesante. Lasciò il biglietto da visita sul comodino. Sapeva già che nessuno lo avrebbe chiamato. La Gazzetta del Mezzogiorno era uscita il giorno dopo: “Costruttore ferito a colpi di pistola.” Pagina sette, in basso. “Vittorio Calce, sessant'anni, noto costruttore edile, è stato ferito da ignoti.” Ignoti: la parola che a Foggia significava tutti sanno, ma nessuno dice. La città reagì come reagisce Foggia: parlando piano e facendo finta di niente. Al mercato le donne commentavano: «Poveretto.» «Sì, ma quello se l'è cercata.» La logica di Foggia: se ti sparano, qualcosa avrai fatto. Al Circolo Daunia, dove si riunivano avvocati e notai, qualcuno aveva commentato «Calce si esponeva troppo. Era troppo vistoso,» come se la discrezione fosse un'assicurazione sulla vita. Il sindaco Petrino rilasciò una dichiarazione alla Gazzetta del Mezzogiorno: «Condanniamo con fermezza.» La dichiarazione fu pubblicata in un riquadro, sotto una pubblicità di un mobilificio di Cerignola. Biagio Scalera andò a trovare Vittorio Calce una settimana dopo. Lo trovò nella stanza singola, le gambe appese all'impalcatura metallica. Non lo riconobbe. I centodieci chili, il Rolex d'oro erano gli stessi, ma lui no. «Ciao Bià, grazie di essere venuto.» La voce era un filo. Biagio si sedette. Le mani enormi sulle ginocchia. Per un minuto solo la flebo e la televisione senza volume. «Ho detto alla polizia che non mi hanno detto niente. Ma tu hai capito cosa volevano, vero? Uno dei due è sceso dalla moto e mi ha detto che la prossima volta mi sparano in testa. A me, e dopo a Teresa.» La stanza si fermò. Biagio sentì il mattone nel petto diventare un macigno. A me, e dopo a Teresa. Cambi il nome e diventa: A me, e dopo a Margherita. «Paga, Bià. Se vengono da te, paga. Non fare il coglione come ho fatto io. Mi hai capito?» Biagio lo aveva capito. Si alzò. Guardò Calce un'ultima volta. La calce si era sbriciolata. «Guarisci, Vittò.» Uscì. Guidò verso casa. Quando arrivò, la Vespa di Margherita non era nel garage. Margherita era fuori. Da qualche parte, per le strade di Foggia, su quella Vespa celeste che lui le aveva comprato per farla felice e che adesso gli sembrava la cosa più pericolosa del mondo. Entrò in casa. Assunta lo guardò dalla cucina. «Margherita dov'è?» «È uscita con la Vespa. Da un'ora.» «Dove è andata?» «Non l'ha detto.» Biagio si sedette al tavolo. Le mani enormi posate sul piano. Assunta capì che qualcosa era cambiato. Mise il caffè sul fuoco e aspettò. Biagio aspettò con lei. Aspettò che il rombo della Vespa risuonasse nell'androne. Aspettò con le mani che tremavano sotto il tavolo, dove Assunta non poteva vederle. In Questura il fascicolo Calce scivolava verso il fondo della pila: a carico di ignoti. In ospedale, Calce guardava il soffitto. E in una traversa del centro storico, davanti a un forno, un ragazzo con gli occhi chiari aspettava che arrivasse Margherita. Ogni giorno, alla stessa ora. Tommaso Bello era paziente, sapeva aspettare. IL BELLO
A Candelaro lo chiamavano così da quando aveva quindici anni: il Bello. Non era un complimento. A Candelaro i soprannomi non sono mai complimenti: sono fotografie, ritratti fatti con una parola sola, e quella parola ti resta addosso come un tatuaggio che non hai scelto. U' Bell. Come se la bellezza fosse una colpa, o una malattia. Tommaso Bello aveva ventidue anni, occhi chiari in una faccia scura. Mascella forte, naso dritto, corpo asciutto e nervoso. Quando sorrideva era disarmante: un sorriso largo che prometteva tutto senza garantire niente. Le ragazze di Candelaro lo guardavano con ammirazione. La bellezza, a Candelaro, non era un pregio, non serviva a niente. Non dava da mangiare, non pagava l'affitto. In quel quartiere servivano altre cose: il coraggio, la forza fisica, la furbizia, la pazienza, la capacità di stare zitto quando bisognava e di parlare quando serviva. Tommaso aveva tutto questo. Ma aveva anche la bellezza, e la bellezza sembra annacquare tutto il resto. La casa dei Bello stava in via San Severo, al terzo piano di un palazzo popolare anni Sessanta con l'intonaco scrostato e l'ascensore rotto da prima che Tommaso nascesse. Tre stanze, un bagno, la cucina col balcone che dava sul viale. I vasi di basilico che sua madre teneva vivi per orgoglio. Sua madre si chiamava Santina e il nome le calzava come un vestito cucito su misura. Cinquant'anni portati come settanta, le mani rosse di chi lava i pavimenti degli altri. Faceva le pulizie in tre case del centro — un avvocato, un dentista, un professore del liceo — e tornava la sera con le ginocchia gonfie, senza lamentarsi. Suo padre. Antonio Bello, detto Tonino, detto niente. Sessant'anni, magro, giallo in faccia, con le mani che tremavano già dalle dieci se non trovava il primo bicchiere. Beveva il vino nero del Tavoliere. Non era cattivo. Non era niente. Era un uomo che la vita aveva svuotato come si svuota una bottiglia. Aveva due fratelli maggiori: Michele, ventotto, anni che lavorava in nero nei cantieri a giornata. Salvatore, ventisei anni, che nessuno sapeva cosa facesse di preciso ma che aveva sempre soldi per le mani. A Candelaro quelli come lui li chiamavano “guappi a mezzo servizio”: non abbastanza dentro la malavita, non abbastanza fuori. Tommaso li guardava tutti e non voleva quel futuro per sé. Non lo voleva con una determinazione silenziosa e feroce. L'idea era nata guardando i palazzi. Li vedeva crescere da ragazzino. Le gru che giravano contro il cielo, i camion della sabbia che passavano per viale Candelaro alle cinque del mattino. Qualcuno diventava ricco. E quel qualcuno non era lui. Aveva cominciato a fare domande in giro. Chi costruisce a Foggia? Scalera, Calce, e gli altri. Gente che trent'anni prima era come lui e che adesso abitava in case lussuose. Fu una frase sentita al bar: «Scalera? Quello ha una figlia storpia, poverina. Zoppica che fa pena. Bella di faccia, ma le gambe... Quello è disperato, il marito alla figlia lo dovrà comprare, se vuole che quella si sposi.» Tommaso aveva sentito. La frase gli era rimasta impressa come un chiodo in un muro. L'idea crebbe lentamente. Ci pensava la mattina appena sveglio nella stanza che divideva con Michele. Ci pensava al bar. Ci pensava la sera, steso sul letto, con le mani dietro la testa: La ragazza storpia figlia del costruttore ricco. Il piano era semplice come sono semplici le cose che nascono dalla fame: corteggiarla, farla innamorare, sposarla, entrare nella famiglia. Non era un piano da criminale. Era una cosa antica come il mondo: un uomo povero che sposa una donna ricca. Ne parlò con Colino una sera di settembre, seduti sul muretto davanti al bar Sport. Nicola Grillo, detto Colino. Ventitré anni, piccolo, nervoso, con un sorriso largo che gli tagliava la faccia in due. L'amico di sempre, quello del muretto e delle sigarette e delle ore vuote. Colino spacciava poco, rubava poco. Era un grillo: piccolo, rumoroso, innocuo. «Colì, ti devo dire una cosa.» «Conosci Scalera? Il palazzinaro?» «E chi non lo conosce.» «Ha una figlia. Storpia, sì. Ma ha la faccia bella. E non ha il fidanzato.» Colino capì. Il sorriso si allargò. «Tommà... non mi dire che...» «La corteggio, me la sposo, e divento ricco.» Colino scoppiò a ridere. «Colì, io da Candelaro me ne vado. Da qui non ci esco facendo il muratore o il palo. Da qui ci esco solo in un modo: sposando i soldi. E i soldi di Scalera sono lì, destinati a una faccia bella e una gamba storta che nessuno li vuole. La voglio io.» L'aveva seguita per due settimane. Ogni pomeriggio dopo la scuola, Margherita Scalera usciva dal Liceo Lanza, attraversava piazzale Italia, saliva sulla Vespa celeste e andava nel centro storico che adorava. Tommaso la seguiva col suo vecchio Sì Piaggio nero, a distanza, e la guardava. Aveva imparato i suoi orari: quasi sempre andava in un certo forno per comprare un pezzo di casereccia, i taralli o i biscotti da latte, faceva un giro per il centro sulla vespa, e poi tornava a casa con calma. Non c'era nessuno, tranne Assunta, ad aspettarla. Margherita Scalera era sola. Non sola come sono sole le ragazze brutte. Sola come sono sole le ragazze con un difetto che le separa dal mondo. Il giorno che lei lo notò, Tommaso era pronto. Appoggiato al muro di fronte al forno. Il giubbotto di pelle aperto, la maglietta bianca pulita — l'unica pulita, lavata e stirata dalla madre che non aveva chiesto perché. La vide arrivare in Vespa. La treccia nera nel vento. Il corpo dritto. Poi la vide scendere. Il piede sinistro a terra, il corpo che si raddrizza, e poi il destro che segue in ritardo. La zoppia. Quella cosa che separava Margherita dal mondo e che per Tommaso era un ponte. La guardò. Negli occhi. Sorrise. Il sorriso largo, studiato. Lei tremò. Le mani sul sacchetto dei taralli, il passo che accelerava verso la Vespa. Se ne andò senza girarsi. Sarebbe tornata. Le ragazze sole tornano sempre nel posto dove qualcuno le ha guardate. Tornò a Candelaro. Passò davanti al padre sulla panchina col bicchiere di vino e la faccia gialla. Non lo salutò. Salì in casa. Si sedette al tavolo di formica. Guardò le pareti, la macchia di umidità, il calendario fermo a giugno. E poi, per un istante — un istante solo, che scacciò come una mosca — pensò al modo in cui lei lo aveva guardato. Quel lampo negli occhi scuri. Quello stupore ferito di chi riceve un regalo e non ci crede. Per un istante pensò che quella ragazza fosse vera. Che la sua solitudine fosse autentica, insopportabile. Poi guardò le pareti spoglie della cucina, e il pensiero volò via. Andò al bar. Colino lo aspettava sul muretto. «Allora?” “Domani torna al forno, sicuro.» «Come lo sai?» «Me lo sento. Ho fatto colpo.» Ma c'era una cosa che non sapeva. Margherita lo aveva capito. Dal primo istante, dal primo sorriso troppo largo e troppo bello per essere vero. Lo aveva capito e aveva scelto di non scappare. Ma questo Tommaso non lo avrebbe saputo per molto tempo. E quando lo avrebbe saputo, sarebbe stato troppo tardi.
Gioacchino Rosa Rosa
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