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Autore: Giuseppe Pensieroso
Avevo un motorino arancione
Autobiografia
Lettori 8
Avevo un motorino arancione

Se avete vissuto a Roma, al quartiere Nuovo Salario, a cavallo tra gli anni '80 e gli anni '90, di sicuro avrete notato, anche se non lo potete ricordare, un ragazzino con un grosso casco rosso integrale Nava e uno zaino Invicta giallo, a cavallo di un improbabile motorino amorfo, dalle lillipuziane dimensioni e di colore arancione, fornito di un cestello bianco che svicolava in mezzo al traffico del quartiere.
Volevo mettere la foto di quel motorino Beta sulla copertina, ma se lo avessi fatto nessuno avrebbe osato prendere in mano questo libro e sfogliarlo, sarebbe da subito stata una cattiva pubblicità. Se avete curiosità di vedere com'era fatto, scrivetemi una mail e vi manderò la foto.
Tornando a noi, quell'adolescente brufoloso con i denti storti e un cognome “ingombrante” tanto che tutti, ogni volta, gli chiedevano se era Pensieroso di nome e di fatto, era diretto al Liceo Classico Giulio Cesare dove i suoi incubi più terribili si chiamavano latino e greco.
Un minuscolo insetto saettante tra autobus e macchine, un teenager insicuro che schivava con zelo le insidie di buche e gelo, un ragazzetto poco più che bambino, nato il 16 maggio del 1972 a Villa Salaria, proprio in quel quartiere da dove, ogni mattina, saliva (si fa per dire) sulla sua scassata motoretta.
A rivederlo con gli occhi di oggi quel ragazzino mi fa tenerezza. Non conosceva il mondo e, a dirla tutta, il mondo allora era una brutta bestia per lui che ancora doveva trovare dentro di sé il coraggio di vivere di cui parla Battisti.
Quel ragazzino, oggi cinquantenne, si chiama Giuseppe, come i suoi due nonni (soprannominati Peppino e Pippo). È un “megatoro” come ama dire un amico mio appassionato di astrologia, è caparbio, ostinato, leale, sincero, onesto, responsabile, non tollera le ingiustizie e il bullismo, è amante della buona tavola, dei libri, della natura, dello sport e degli animali. È dotato di senso dell'umorismo (dicono) e di autoironia (dico io).
E questa è la sua storia.

Io vagabondo (1972-1980)

Terremoto

Vento. Vento forte che fa vibrare i vetri. Un cupo ululato, poi il boato e la luce si spegne. Buio ovunque.
Sono in camera a giocare con il mio fratellino mentre in bagno l'acqua che scorre sta riempendo la vasca e, improvvisamente, entro nel minuto e mezzo più terrificante della mia vita e passo dall'innocenza all'orrore, così, senza preavviso, senza preparazione, avviene e basta.
La casa inizia a ondeggiare, le dispense si aprono rovesciando a terra pile di piatti. Il fracasso delle stoviglie che si rompono acuisce il terrore di un bambino di otto anni che ancora non ha capito cosa stia succedendo e, nella mano destra, regge stretta la sua macchinina.
Venti secondi e la scossa non si placa ma aumenta la sua intensità. Quaranta secondi e i miei genitori si aspettano di essere inghiottiti, da un momento all'altro, dal buio antro del palazzo che collassa su se stesso. Niente può reggere un urto di tali proporzioni. Un minuto. L'energia è esplosa e ha distrutto e ora sembra rallentare. Mi alzo. I piedi nudi si bagnano, penso che Simone se la sia fatta nelle mutande e grido: «Mamma, pipì!» ma lei fraintende e mi dice: «Fattela sotto.»
In realtà è l'acqua della vasca, sbalzata fuori dal suo letto da quel pugno misterioso, che ha scosso la terra.
Mio padre mi afferra e si precipita lungo le scale saltando i gradini a quattro a quattro e superando una marea di gente impazzita che urla al buio. Usciamo a tutta velocità slittando sui calcinacci, finalmente all'aperto. Piango in faccia a mio padre la disperazione di un bambino che vuole scappare e lo prego di portarmi via, in un'altra città, lontano da qui.
Il primo piano della casa è scoppiato, non ci sono più le pareti. Si vedono i mobili, gli appartamenti sono nudi, spaccati, aperti verso l'esterno in un affaccio che non è più quello di balconi e finestre ma di crepe e fratture.
I garage sono crollati, seppellendo le macchine sotto cumuli di macerie.
Finalmente esce anche mia mamma, tenendo in braccio il piccolo Simone. Ha due anni e non ricorderà nulla.
In genere catastrofi simili le vediamo al telegiornale, o sbattute in prima pagina ma oggi no, oggi noi “siamo” la notizia.
23 novembre 1980, ore 19:34; terremoto dell'Irpinia, magnitudo 6,9 (decimo grado della scala Mercalli), 2.914 morti.
E tu che ci facevi in Irpinia, direte voi? Bene, facciamo un passo indietro e riavvolgiamo il nastro.

In quegli anni io ero un nomade, un apolide, un vagabondo.
Famiglia tipicamente anni '70, la domenica le pastarelle e la schedina del Totocalcio, le gite fuori porta con il pranzo al sacco e le diapositive, i filmini muti, girati con la cinepresa Super 8, visti sul telo bianco di casa con le serrande del salone abbassate per fare buio.
Per automobile un A112 che di lì a qualche anno diventerà un'indimenticabile Alfasud grigia, sostituita poi da una Renault 4 Gtl blu e da una Citroen Bx rossa.
Papà Antonio, un passato nei Carabinieri, come suo papà, lavora in banca e il suo periodo di “addestramento” prevede continui trasferimenti da un'agenzia all'altra del paese.
Mamma Fulvia, insegnante di danza classica, per seguire papà decide di abbandonare la sua passione artistica, evidentemente ereditata da mio nonno, direttore d'orchestra.
Dal loro amore nasco io, un frugoletto di quasi tre chili e di cinquanta centimetri. Un amore sbocciato sui banchi di scuola e non poteva essere altrimenti dal momento che, lui perennemente in anticipo, lei sempre in ritardo, se si fossero dati un appuntamento fuori, non si sarebbero mai incontrati.
Mentre i Pink Floyd pubblicano The dark side of the moon e i Queen sfornano il loro primo album, inizia il “giro-viaggiare” per le piazze italiane della famiglia Pensieroso.
In ordine cronologico andiamo ad abitare a Bergamo, Verona, Livorno, Mantova, Venezia, Voghera e Cava dei Tirreni.
Nemmeno il tempo di abituarsi agli amichetti dell'asilo che è già tempo di cambiare. Un frullato di traslochi, una centrifuga di spostamenti in pochissimi anni, un'infanzia a zonzo, un'infanzia di posti nuovi senza reali punti di riferimento, di ricordi diversi, di azioni che non riescono mai a diventare abitudini, di routine che non si cementificano, sgretolate ogni cinque o sei mesi da quest'obbligo di spostarsi, di cambiare casa, letto, amicizie, maestre, supermercati.
Un via vai di volti, immagini confuse, di una funicolare a Bergamo, di due bimbe con le quali gioco al dottore a Verona, di una mareggiata sul porto di Livorno, del cartellone con il menù a forma di cuoco fuori dall'asilo di Mantova, che quando c'è il pollo mi devo mangiare pure la pelle che a me non piace, di un pallone che finisce in acqua nei canali di Venezia.
Ricordi d'inverni a Borca di Cadore, con il bob rosso, in discesa su piste infinite, di orecchioni e congiuntivite, di una varicella appena accennata, di un barboncino di nome Lucky, anche lui sballottato, a metà tra la nostra famiglia e quella di zio Fabrizio, zia Patrizia e dei cugini Luca e Barbara.
Ricordi di un incidente in autostrada causato dalla nebbia, una carambola impazzita di una marea di autoveicoli, un lago di benzina per terra che io scambio per sangue e un unico taglio sul volto di mio padre, solitaria cicatrice, testimonianza di una mano amica che da lassù ci ha salvato.
Ricordi di un visone, che quasi mi stacca un dito, imprudentemente messo dentro la sua gabbia, quasi fosse un tenero micio invece che un famelico predatore.
Ricordi che diventano sogni e non sei più sicuro se è una realtà vissuta o sognata quella che ti attraversa la mente e ti chiedi come mai di quegli anni lontani ti è rimasta proprio una certa immagine invece di un'altra, perché quell'evento apparentemente anonimo ha scavato solchi nella tua corteccia, mentre altri sono scivolati, come sapone portato via dall'acqua. Sono immagini falsate dall'usura del tempo quelle che rivivo o è proprio così che sono andate le cose? I miei figli, che hanno sette e quattro anni, tra mezzo secolo cosa ricorderanno di questi loro giorni spensierati?
Mi perdo nel flusso di queste riflessioni, incapace di districare il mistero che lega il nostro andare avanti (fisicamente) nel futuro, al nostro restare aggrappati (mentalmente) al passato. Tempo e memoria si uniscono e ci regalano altri ricordi...

Giuseppe Pensieroso

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