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La voce.
La sveglia al mattino ce la danno i galli. Non ne abbiamo uno solo, ne abbiamo quattro, e non si mettono d'accordo mai. Il primo canta che è ancora buio, l'ultimo quando il cielo sopra il bosco è già azzurro e a quel punto io sono in piedi da un pezzo. Mi chiamo Addolorata Cecere, ma qui dentro il mio cognome non lo conosce nessuno; l'Apostolo dice che i cognomi appartengono al mondo, e il mondo deve restare fuori dal cancello. Mi vesto e mi svesto al buio. Sempre gli stessi vestiti: gonna lunga, camicia chiusa al collo, grembiule. Il grembiule lo annodo dietro la schiena senza guardare, le dita sanno da sole dove andare. Poi mi sfrego le mani sul davanti, sulla tela ruvida, piano, come per scaldarle. Lo faccio ogni mattina. Non so perché. Esco dalla cella. Le chiamiamo così, celle, perché questo posto prima era un convento e i frati ci dormivano. L'Apostolo dice che siamo come i frati: abbiamo rinunciato al mondo per trovare noi stessi, per trovare Dio. Io non ricordo più com'era il mondo, quindi forse ha ragione. Il corridoio è di pietra. D'inverno il freddo sale dai piedi e arriva alla gola. Le porte delle celle sono aperte, tutte, sempre. L'Apostolo dice che le porte chiuse sono per chi ha qualcosa da nascondere, e noi non abbiamo niente da nascondere. Passo davanti alle stanze e sento i respiri. Qualcuno russa. Qualcuno non riesce a dormire. Io non mi fermo a guardare. Scendo nel chiostro. Il chiostro è bello, anche adesso, anche con l'erba che mangia le pietre e il pozzo al centro che non si usa più. C'è un fico selvatico che è cresciuto dentro il muro, tra le pietre, e ha spaccato tutto. L'Apostolo dice che quel fico è come noi: cresciamo dove non dovremmo, eppure cresciamo. Io guardo il fico e penso che quel muro prima o poi cadrà. Alle sei apro il portone della cucina e accendo il fuoco. Il latte, il pane, il caffè d'orzo. Per quaranta persone. Lo faccio da così tanto tempo che le mani vanno da sole, come quando annodo il grembiule. Quaranta scodelle. Quaranta cucchiai. Conto ogni mattina, anche se il numero non cambia. E se cambia, non è perché qualcuno ha deciso di abbandonare la comunità. Non se ne va nessuno da qui per scelta. L'Apostolo arriva alle sei e mezza. Non fa rumore. Appare. È nel chiostro e un momento prima non c'era. Porta la camicia bianca, sempre, anche d'inverno. Cammina tra gli ospiti che sono seduti sulle panche a fare colazione. Si ferma dietro ciascuno. Appoggia la mano sulla spalla. Non dice niente. Aspetta qualche secondo. Poi passa al successivo. Quando ha finito il giro, va nella cappella a pregare per la nostra salvezza e redenzione. Dopo colazione si va ai campi: gli ulivi, l'orto, le capre. C'è chi raccoglie, chi zappa, chi porta i secchi. Non parliamo mentre lavoriamo. L'Apostolo dice che il silenzio è il primo gradino della guarigione. Io i gradini li ho saliti tutti. Sono arrivata in cima. Ma in cima non c'era niente. A mezzogiorno mangiamo. Mangiamo quello che coltiviamo, quello che l'Apostolo decide. La carne quasi mai. Il vino mai. Mangiamo in silenzio, nel refettorio, sotto l'affresco che non si vede più per colpa dell'umidità. Il pomeriggio facciamo le confessioni. Una per una, nella stanza dell'Apostolo. Ci sediamo davanti a lui e parliamo. Lui ascolta, ci assolve e ci benedice. Ma qualche volta usa un bastone. L'Apostolo dice che per pentirsi bisogna sentire il dolore del peccato. C'è un'ala del convento dove non si va. Le finestre sono oscurate. L'Apostolo dice che è pericolante, che il restauro non è finito. Il restauro non è finito da quando sono arrivata, e io sono arrivata che avevo vent'anni. Ora ne ho trentotto. Nell'ala proibita posso andare solo io. Faccio i letti. Porto l'acqua. Porto i panni puliti. Non ne parlo con nessuno, perché non c'è niente di cui parlare. Ci sono delle ragazze, lì. Ragazze che, dice l'Apostolo, devono stare tranquille. Ragazze che hanno bisogno di riposo. A volte una di loro mi prende la mano. Io la lascio fare un momento, poi mi sfilo. Non è cattiveria. È che se tieni la mano troppo a lungo poi non la lasci più, e non puoi permetterti di non lasciarla, perché allora dovresti pensare a quello che succede dopo, e quello che succede dopo non lo decido io. A volte metto la mano sulla spalla di una di loro. Come fa l'Apostolo con noi la mattina. La stessa cosa. Solo che io la stringo un po', un po' di più di quanto dovrei. Non so se è per tenerle ferme o per dirle qualcosa che non so dire. Di notte, alle volte, sento piangere. Non sono le ragazze. È un pianto più piccolo. Un pianto di quelli che non sanno ancora parlare. L'Apostolo dice che sentire voci è segno che la guarigione è vicina. Io faccio finta di credergli perché sono qui da tanto e non sono mai guarita. Il gallo canta. E tutto ricomincia uguale.
Teresa
Teresa Granito aveva cinquantadue anni e portava il lutto come portava tutto il resto: senza mostrarlo troppo. Donato era morto sei anni prima e da allora Teresa aveva imparato a vivere senza pensare a nulla: lavoro, casa, silenzio. Non si fermava mai, perché fermarsi significava lasciare entrare il dolore. Viveva per una cosa sola: Grazia. Grazia, da bambina, rideva sempre, rideva con tutto il corpo. Rideva al mare anche quando era ghiacciata, rideva così forte che Donato abbassava il giornale e le diceva «Fai piano, Grazia, che spaventi i pesci.» Poi Donato era morto e qualcosa in lei si era ritirato, ma senza farsi notare subito. Per anni Teresa aveva pensato che fosse solo malinconia. Un carattere delicato. Poi era arrivata «la stagione storta.» Il fidanzato l'aveva lasciata. Era sparito senza nessuna spiegazione, nessun litigio. E dopo quel giorno, Grazia aveva cominciato a mangiare meno, sempre meno, fino a quasi niente. Si alzava dal letto a mezzogiorno, attraversava la cucina in pigiama, si sedeva al tavolo e guardava nel vuoto. Teresa le metteva davanti il piatto. Grazia diceva «dopo». Ma dopo non arrivava mai. Il medico di famiglia aveva parlato di depressione, le aveva prescritto gocce, pastiglie, e dispensato parole prudenti. Ma non era cambiato niente. E quando non era cambiato niente aveva detto che forse serviva una struttura, un luogo tranquillo, aria buona, disciplina, assistenza continua per ridarle la serenità che aveva perso. Le disse che c'era un posto sul Gargano, nella Foresta Umbra, che poteva essere adatto per lei. Una comunità seria, cattolica. Gente preparata. La comunità Rinascita Spirituale. Teresa aveva chiesto: «Lì possono guarirla?» Il medico non aveva detto sì. Aveva detto: «Questo non lo possiamo sapere. Di sicuro l'aiutano a stare meglio.» Grazia aveva accettato di buon grado quel cambiamento. A febbraio Teresa accompagnò Grazia al cancello della Comunità con una valigia piccola e un golf di lana piegato sopra le spalle. L'uomo che le aveva accolte era stato gentile. Grazia, prima di entrare, si era voltata e le aveva detto: «Tranquilla mamma, due mesi e torno.» Teresa aveva annuito perché era l'unica cosa che poteva fare senza crollare. Aveva aspettato che il cancello si richiudesse, poi era rimasta lì ancora un poco, con la borsa stretta sotto il braccio, davanti all'ingresso, come se da un momento all'altro Grazia potesse richiamarla per dirle che aveva cambiato idea. I due mesi divennero otto.
La denuncia
Teresa Granito entrò nella stazione dei Carabinieri di Manfredonia alle nove di mattina di un martedì di ottobre, col vestito buono e la borsetta nera stretta sotto il braccio. Non aveva preso appuntamento; non sapeva neppure che si potesse o dovesse fare. Sapeva solo che sua figlia non rispondeva più, e che quando una figlia smette di rispondere una madre va dai carabinieri. L'appuntato, da dietro il vetro, le chiese di cosa avesse bisogno. Teresa disse che doveva fare una denuncia. L'appuntato domandò per cosa. Teresa rispose che era per sua figlia. Non riusciva a contattarla. L'appuntato si informò se per caso la ragazza fosse minorenne. Teresa disse di no, la figlia non era minorenne, ormai aveva ventiquattro anni. L'appuntato fece una faccia di circostanza: «Ventiquattro anni? Signora sua figlia ormai è maggiorenne, se non vuole parlare con lei non possiamo farci niente, non può obbligarla.» «Mia figlia è prigioniera, plagiata, la prego mi faccia parlare con qualcuno che può fare qualcosa.» L'appuntato la condusse in un ufficio pieno di scaffali e faldoni. Dietro la scrivania, un uomo attempato ma ancora determinato a far bene il proprio lavoro. «Maresciallo Totaro, questa signora vuole fare una denuncia.» «Prego, signora, si accomodi» disse indicandole una sedia di fronte alla sua scrivania. «Di cosa si tratta?» «Mia figlia si chiama Grazia Granito, ha ventiquattro anni, è residente a Manfredonia ed è attualmente ricoverata presso la Cooperativa Sociale Rinascita Spirituale, nella Foresta Umbra, da febbraio del 1997.» «Continui.» «Mia figlia era entrata in depressione. Si era lasciata andare, non mangiava, non aveva interessi. Nessuna cura sembrava efficace così il nostro medico ci consigliò questa struttura sul Gargano.» «L'ascolto.» «Per i primi mesi ci siamo sentite telefonicamente, poi le telefonate si sono diradate fino a scomparire del tutto. Io ho scritto, provato a chiamare, ci sono andata di persona con la corriera, ma non me l'hanno mai fatta vedere. Dicevano che Grazia stava facendo un percorso di recupero, che aveva bisogno di tranquillità, di non ritornare con la mente al passato. Dicevano che appena sarebbe stato possibile mi avrebbero contattato loro. Non l'hanno mai fatto. Da cinque mesi non ho nessuna notizia di mia figlia. Non so neppure se è viva o morta.» Il maresciallo scrisse qualcosa su un foglio. Chiese se sua figlia, oltre alla depressione e una possibile anoressia, avesse avuto anche problemi psichiatrici, insomma, se per caso la figlia fosse stata ricoverata con un TSO. Teresa non sapeva cos'era un TSO. Il maresciallo glielo spiegò pazientemente. Teresa disse di no, Grazia c'era andata da sola, volontariamente. Il maresciallo ripeté quello che aveva già detto l'appuntato all'ingresso: «Signora, se c'è andata volontariamente e non vuole uscire, non possiamo obbligarla. È maggiorenne.» Teresa guardò il maresciallo. Lo guardò con le lacrime agli occhi e la voce rotta. Poi disse: «Mia figlia non sa più che vuole. È per questo che sono qui io. L'hanno plagiata.» Il maresciallo annuì e si chinò sulla scrivania per avvicinarsi a Teresa, come per confidarle un segreto. «Queste comunità le conosciamo bene, purtroppo, Signora cara. Ce ne sono almeno tre nella zona, e funzionano tutte così: non fanno entrare, non fanno telefonare, tagliano i ponti con le famiglie dicendo che è per il bene degli ospiti. La legge lo consente. Non so che cosa potrebbe fare la Procura.» «Può entrare nella comunità,» disse Teresa «Una ispezione, un controllo. Se c'è qualcosa che non va potrebbe emergere.» Il maresciallo Totaro annuì. «Ha ragione. La magistratura potrebbe ordinare un accesso ispettivo. Ha la mia parola che farò tutto quello che è necessario.» Uscita dalla caserma, Teresa si fermò a guardare verso il Gargano. Da qualche parte, dietro quel profilo scuro, c'era sua figlia. Poi tornò al conservificio: il dolore poteva aspettare, il lavoro no.
L'archivio
Il vicequestore Rasi fece chiamare l'ispettore Catapano nel suo ufficio e gli mise davanti la denuncia di Teresa Granito. Una madre preoccupata per la figlia, a leggerla in superficie. Ma Rasi era andato oltre, aveva fatto delle ricerche in archivio. L'archivio della Squadra Mobile di Foggia stava al piano interrato, in una stanza con l'odore delle cose dimenticate. Rasi ci aveva passato la mattina. Ne era uscito con tre faldoni e la faccia di chi ha trovato qualcosa che avrebbe preferito non trovare. «Rinascita Spirituale,» disse, aprendo il primo faldone. «Nata nel 1975 come realtà assistenziale di ispirazione religiosa, regolarizzata negli anni come cooperativa e poi convenzionata con la ASL di Foggia. Sede operativa sul Gargano, nella Foresta Umbra. Fondatore e presidente: Mansueto Chiaromonte.» Fece scorrere il dito sulla pagina. Rasi aveva trovato due precedenti. Nel 1984 un parroco aveva segnalato di non riuscire ad avere più notizie di un suo parrocchiano ricoverato in quella comunità. Non poteva andare a trovarlo e tantomeno telefonargli. Gli dicevano che era per il bene del paziente, che aveva bisogno di non subire emozioni forti, che aveva bisogno di tranquillità. Nel 1987 un'assistente sociale aveva denunciato che non riusciva più a contattare quattro ragazze che il giudice aveva affidato alla Cooperativa Rinascita Spirituale. Avevano dichiarato che erano scappate. Svanite nel nulla. In entrambi i casi, era finito tutto con un'archiviazione. Poi arrivò il terzo foglio. Quello che cambiava tutto. Rasi passò il foglio a Catapano. Carta a righe, di quelle dei quaderni di scuola. Grafia minuta, femminile, inclinata a destra. L'inchiostro era blu, sbiadito dal tempo. Catapano lesse. «Nella comunità Rinascita Spirituale sul Gargano nascono bambini di cui non c'è traccia. Le madri non li tengono. Non vanno all'ospedale. Non vengono registrati. I bambini spariscono. Controllate i registri dell'anagrafe.» Nessuna firma. Nessuna data, a parte il timbro di protocollo della Questura: 14 marzo 1989. Sotto, a matita, una nota a mano di chi lo aveva ricevuto: «Esposto anonimo. Accertamenti?» E poi un'altra nota, diversa calligrafia: «Archivio.» «Otto anni,» disse Catapano. «Otto anni e nessuno ha mosso un dito,» disse Rasi. Si appoggiò allo schienale. «Quando tre persone, in anni diversi, ti raccontano la stessa cosa, non hai tre pazzi. Hai un sistema.» Catapano tornò al piano interrato da solo. La cooperativa aveva una sede, e la sede stava da qualche parte, e da qualche parte c'era un pezzo di carta che diceva come ce l'avevano messa. Trovò il fascicolo nella sezione Enti e associazioni, terzo scaffale, dietro sei anni di pratiche per le licenze dei bar. Un fascicolo magro, copertina di cartone verde, la scritta a pennarello:
Gioacchino Rosa Rosa
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