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Autore: Andrea Villa
I Racconti di Enthalassia
Fantasy umoristico
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I Racconti di Enthalassia

La Grande Migrazione.

Un giorno come tanti.
«Tharax lo Stratega, la tua ora è giunta!»
Tharax lo Stratega, il re degli orchi, emise uno sbuffo seccato. Era la quinta volta, oggi, che qualcuno veniva a sfidarlo.
A malincuore, posò il libro che stava leggendo, scese dalla seggiola e si diresse con passo lento verso l'uscita della tenda. Qui lo attendevano i suoi servitori umani, Boz e Raphil, che gli porsero rispettivamente la sua spada e il cimiero. Da diversi anni, i due vivevano con lui e, anche se Tharax aveva il diritto assoluto sulle loro vite, li aveva sempre trattati con gentilezza e rispetto, mai facendoli frustare o maltrattandoli, come sovente altri orchi facevano con i loro schiavi.
In verità, il giovane re non aveva mai sentito la necessità di possedere schiavi: prendersi cura di sé stesso e occuparsi delle proprie faccende, senza dover dipendere dall'aiuto altrui, era motivo di grande soddisfazione, anche se doveva ammettere che era felice di averli con sé.
«Vieni a combattere chi ti sfida, bestia!» rincarò la voce da fuori.
Tharax inspirò a fondo, afferrò il cimiero e se lo calcò sulla testa, dopodiché prese la propria spada e improvvisò alcuni fendenti per saggiarne il bilanciamento, prima di annuire soddisfatto. «Chi abbiamo di fronte stavolta?»
Boz e Raphil si guardarono l'un l'altro senza proferir verbo: non si erano segnati il nome. Sbuffando, Tharax fece loro segno di scostarsi per lasciarlo uscire.
Una volta fuori, Tharax non ci mise molto a individuare la figura che attendeva, armi in pugno, all'ingresso dell'accampamento. In altre circostanze ciò sarebbe stato motivo di allarme, ma da molto tempo ormai gli orchi avevano perso interesse per gli sfidanti che si facevano vivi, giorno dopo giorno, per sfidare il loro capo. Solo da quando si erano stabiliti in quel territorio, ben ventitré principi, tre sedicenti compagnie di eroi e nove cavalieri si erano presentanti, tutti determinati a sfidarlo.
“Promemoria per la prossima volta: scegliere un luogo più nascosto e difficile da raggiungere”, pensò Tharax mentre osservava il giovanotto in armatura, fermo di fronte a lui.
A giudicare dal suo aspetto, non doveva avere più di diciotto anni; probabilmente era l'allievo di qualche accademia per principi, convinto ormai di aver appreso abbastanza per potersi cimentare in un'impresa tutta sua. Tuttavia, il suo stesso equipaggiamento ne tradiva l'inesperienza: la sua armatura era lucente, piena di fronzoli e ornamenti, a indicare come non fosse mai stata usata in combattimento. La sua spada era molto decorata, ma la lama era smussata e poco temprata. Infine, il destriero del giovane era un semplice purosangue dal manto bianco e dall'aria gracile che, con ogni probabilità, alla prima corsa sarebbe scivolato, facendo cadere il proprio cavaliere e rompendogli l'osso del collo.
L'orco scosse la testa con un'espressione delusa. Non c'era alcun dubbio: il suo nuovo ‘avversario' era solo un moccioso testardo, viziato e arrogante, che non aveva mai affrontato un vero duello prima d'ora.
«Ah, eccoti!» Il giovanotto alzò a fatica la spada, tentando di puntarla verso Tharax. «Ora potrò dimostrare a tutti la nullità che sei!»
“Non riesce neanche a sollevarla da terra come si deve!” pensò l'orco, “Come può pretendere di combatterci?”
«Avanti, bestia, fatti sotto! Non ho tempo da perdere, devo vedermi con Lady Edwina e voglio offrirle la tua corona in regalo!»
«Dì un po', quanti anni hai, figliolo?» L'orco trattenne a stento una risata. «E qual è il tuo nome?»
«La mia età non ha alcuna importanza, ma puoi chiamarmi Justin Ammazzabestie! Sono qui per vendicare l'attacco al castello di mio padre, Re Almericus di Corlach!»
«Tecnicamente, ragazzo, l'attacco a Corlach è stato perpetrato dalla tribù della Torre Nera. Quindi, se vuoi vendetta, devi rivolgerti a Mogdur il Mal-»
«Non intendo perdere tempo con queste sottigliezze, pelle verde! Ciò che m'interessa è darti ciò che meriti!»
«Senti, fanciullo, non sai neanche di che cosa stai parlando, quindi voglio proporti un patto: tu vai a dare fastidio a qualcun altro e io ti lascio l'onore e tutto il resto intatti!»
«Cerchi di salvare la tua pellaccia, sfruttando la mia pietà? Questi vili trucchetti non funzionano con me!»
Tharax scosse la testa: era evidente che Justin era proprio deciso a fare una brutta figura.
«Va bene, ho capito.» L'orco si mise in posizione difensiva. «Facciamo questa tiritera!»
Subito, il giovane paladino si lanciò avanti, la spada issata per sferrare fendenti. Tharax attese fermo che il suo avversario fosse quasi su di lui per poi, con un rapido movimento lama, parare il colpo dell'avversario.
Il contraccolpo fu così violento che Justin perse l'equilibrio, barcollando all'indietro e rischiando di cadere a gambe all'aria.
«Yaah!» urlò l'umano a pieni polmoni, mentre si lanciava ancora all'attacco.
Lo slanciò fu però eccessivo e il ragazzino (perché poi di questo si trattava) dimenticò di difendere il fianco, una delle regole base del combattimento. Così Tharax, già annoiato, non ebbe alcuna difficoltà a colpirlo e disarmarlo. La spada del principe cadde a terra con un tonfo, dopodiché Tharax si abbassò con calma, la raccolse e iniziò a piegarla sotto lo sguardo inorridito di Justin.
CRANK!
«No!» piagnucolò Justin. «La mia spada! Era un regalo di mio padre, gli era costata ben cinquanta monete d'oro. Dannato mostro, come osi?»
Incurante delle sue proteste, Tharax gettò i resti della lama dietro di sé, dopodiché ghermì la propria e la conficcò nel terreno a pochi passi da dove Justin lo guardava con occhi pieni di rabbia.
«Ora che sei disarmato, non hai più alcuna speranza di vincere» disse l'orco con aria stanca, desiderando solo chiudere la faccenda in fretta. «Sicuro di non volerti fermare? Ti prometto che, se te ne vai adesso, testimonierò che ti sei battuto con valore.»
«Tornerò vittorioso con la tua spada stretta nella mia mano!» rispose Justin con una smorfia. «Tutti parleranno di Justin il Valoroso, ci saranno racconti in cui narreranno come io...»
Tharax lo colpì al naso con quello che, in teoria, avrebbe dovuto essere un leggero buffetto, ma che invece, ebbe l'effetto di rompere il naso del ragazzo e farlo cadere a terra, mugolando di dolore.
Justin però, rifiutò di darsi per vinto e ancora una volta cercò di rialzarsi e caricare l'orco, ma senza successo. D'altro canto, Tharax aveva l'agilità e l'esperienza dalla sua, riusciva con successo a tenere a bada l'avversario con pochi colpi ben assestati, senza usare appieno la sua forza: il suo scopo non era infatti uccidere Justin, bensì metterlo in condizioni tali che non potesse più combattere.
Dopo due minuti, apparve chiaro chi fosse il vincitore: Justin giaceva al suolo, esausto, con il naso e le mani sanguinanti, sopraffatto dal dolore, incapace perfino di parlare o lamentarsi; Tharax si ergeva su di lui, indenne, sul volto un'unica espressione di rabbia.
«Ok, pivellino, hai avuto il tuo duello e posso sperare che tu abbia appreso un'importante lezione oggi» proferì l'orco in tono irritato. «Adesso, ti ordino di andartene e di tornare subito da dove sei venuto. Hai la mia parola che ti lascerò andare, ma se tu dovessi ripresentarti ad affrontarmi, con te e la tua famiglia ci faccio il grog, mi sono spiegato?!» Poi detto questo, Tharax si voltò e si diresse verso la propria tenda.
«N-non finisce qui!» gridò Justin cercando di rialzarsi, il suo volto pieno di lividi. «Ritornerò... ritornerò con una compagnia di eroi impavidi e coraggiosi, ecco!»
«Per quanto mi riguarda» rispose Tharax senza nemmeno voltarsi, desideroso solo di rincasare a leggere, «puoi tornare anche con tutto l'esercito di tuo padre, ma se non impari a distinguere tra coraggio e pazzia, non diventerai mai un paladino, neanche se per miracolo riuscissi a unirti all'ultima compagnia di eroi sulla piazza!»
«Orco, ti ordino di batterti!» Justin ribatté con voce stizzita, preparandosi di nuovo a caricare.
Lo guardo gelido di Tharax e l'improvviso materializzarsi di diversi guerrieri orchi, fecero però desistere il giovane principe, il quale, raccolte le sue cose, scelse di risalire sul proprio destriero e allontanarsi in fretta, seppur continuando a lanciare minacce su terribili vendette da parte di suo padre e di tutti i più arditi eroi del mondo conosciuto.
Tharax rimase a guardarlo in silenzio, finché non scomparve alla vista, poi rincasò a passo deciso nella sua capanna. Si tolse l'elmo e la spada, li passò ai suoi servi affinché glieli pulissero, si servì un goccetto di grog e si richiuse nel suo “studio”, libero di potersi dedicare alla lettura... solo per accorgersi, con sua somma frustrazione, di aver perso il segno: adesso gli toccava cercarlo.
Purtroppo, il tempo che l'orco poteva dedicare alla lettura era davvero poco. Sin da quando suo padre era morto, ucciso da una freccia dell'elfo ElephenBilana della Compagnia Fantastica della Spada dell'Arcobaleno, Tharax era stato scelto come suo successore e nuovo re, e aveva dovuto accollarsi tutte le relative responsabilità.
C'erano gli incontri tra i capitribù da indire, le strategie da concordare, i piani di battaglia da studiare, i luoghi dove scegliere di accamparsi e le interminabili riunioni con il Signore Oscuro di turno, dove Tharax doveva fingere sottomissione lasciandosi ricoprire d'insulti per colpe non sue, da parte di uno che avrebbe potuto strozzare con un semplice movimento delle mani.
Poi c'erano le normali faccende di cui doveva occuparsi: giudicare le varie contese che spesso sorgevano tra gli orchi, negoziare con i rappresentanti dei Goblin i prezzi delle armi per i soldati, senza dimenticare tutte le volte che doveva trattare con gli umani per conto del Signore Oscuro. Infine, c'erano i seccatori che arrivavano a tutte le ore del giorno a disturbarlo, per sfidarlo a duello o attaccare l'accampamento.
«Ah!» esclamò Tharax soddisfatto, quando riuscì a ritrovare il segno. Nonostante i libri non fossero proprio “suoi” (ma razziati un po' qua e un po' là), vi era molto affezionato: oltretutto si trattava di libri spesso dimenticati e immersi nella polvere mentre qui, sul suo tavolo, erano sempre letti e ben tenuti e lui era molto orgoglioso della sua piccola collezione.
Il suo interesse per la lettura era iniziato da circa un anno, come valvola di sfogo e fuga dalla vita priva di gioie che lui e il suo popolo erano costretti a vivere, giorno dopo giorno. Una sera, non riusciva a dormire e, mentre rovistava in un baule alla ricerca di un'erba soporifera, era saltato fuori il vecchio manuale di strategie belliche che suo padre gli aveva regalato anni addietro. La mancanza di sonno e il fascino della pergamena avevano fatto il resto e, prima che Tharax se ne rendesse conto, si era già immerso nella lettura. Da allora, ogni volta che trovava dei libri durante un assalto a qualche città o villaggio degli uomini, un volume o due s'aggiungevano alla sua collezione. Il risultato era una piccola biblioteca di cinquantotto libri che Tharax custodiva gelosamente.
Tharax passò almeno mezz'ora seduto immobile, con unico movimento quello della mano che sfogliava le pagine, quando all'improvviso, una nuova voce, stavolta quasi femminea, echeggiò da fuori.
«Tharax lo Stratega, vieni a combattere chi ti sfida!»
Con un rantolo di rassegnazione, Tharax posò il libro e si diresse verso l'ingresso della capanna.

Andrea Villa

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