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Autore: Massimo Benenato
Toto e l'eredità di Amos
Fantasy
Lettori 10
Toto e l'eredità di Amos

mos spalancò gli occhi di colpo e si tirò su disorientato, come se lo
avessero svegliato all'improvviso scrollandolo per le spalle. Gli girava la
testa e non si spiegava l'insolita debolezza che lo aveva pervaso. La sera
precedente era andato a dormire in perfetta forma, sentendosi il leone
spavaldo e vigoroso di sempre ma, al momento, visto lo stato fisico in cui
versava, si sentiva più un gattino stanco e spaurito. Per quanto fosse logico
pensarlo, escluse la possibilità di essersi ammalato. Aveva piuttosto il
sospetto che qualcuno si fosse intrufolato nelle sue stanze e gli avesse
rubato energia vitale dal corpo. Si alzò preoccupato e, nonostante la
precaria stabilità, si affrettò verso la cassapanca ai piedi del letto.
«Aprire!» pronunciò terrorizzato di scoprirla vuota.
Nel vedere che Eldrin, l'amato bastone magico, si trovava ancora al suo
interno, sospirò sollevato.
Lo tirò fuori, avvertendo la forte energia che emanava. Il semplice
contatto bastò a fargli riacquistare nuovo vigore, ad attenuare parte
dell'ansia che lo stava opprimendo. Lo poggiò a terra per sostenersi e si
recò nello studio per controllare che anche gli altri oggetti fatati si
trovassero al loro posto. Alla fine, sebbene il suo sesto senso continuasse a
dirgli che qualcosa non andava, dovette arrendersi all'evidenza che non
mancava niente.
Si versò in un calice una pozione rinvigorente e la bevve tutta d'un fiato,
lasciando che lo sguardo vagasse fuori dalla finestra. Era notte fonda e la
maggior parte delle case di Lumia erano avvolte nel silenzio. Dal suo
maniero, eretto sulla sommità di una rigogliosa collina, riusciva ad
ammirare gran parte della città, una vista che aveva sempre avuto il potere
di rasserenarlo, ma non in quella circostanza.
Man mano che la pozione produceva il suo effetto, la lucidità mentale
divenne sempre più acuta, fino a diradare del tutto la nebbia che l'aveva
offuscata. Anche la forza muscolare riprese l'abituale gagliardia e così, nel
giro di pochi secondi, Amos tornò a essere il potente mago che gli amici
ammiravano e i nemici temevano. L'unica cosa che rimase inalterata era la
sensazione di essere stato derubato, un fastidioso tarlo nel cervello che
continuava a turbarlo.
Osservò irrequieto le bandiere oro e porpora che sventolavano vivaci
sulle torri del Castello reale. Poi, gli occhi si posarono sull'ala dove si
trovavano le Sacre Rune e un pensiero orribile lo fece trasalire.
«Non può essere!» esclamò, sperando con tutto il cuore di sbagliarsi.
Preso da un'incontrollabile frenesia si infilò in fretta dei vestiti, si
precipitò giù nelle stalle, sellò il suo fedele destriero e partì al galoppo. Si

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diresse verso la fortezza, augurandosi che l'insensata ipotesi balenatagli
nella mente fosse solo frutto della sua innata diffidenza. Pochi minuti dopo
era già al varco est, in preda a una crescente agitazione.
«Niente da segnalare?» chiese alle due sentinelle che piantonavano
l'ingresso.
«Nulla Eccellenza!» risposero all'unisono, irrigidendosi non appena lo
riconobbero.
Smontò da cavallo e le superò di slancio, per nulla confortato dalle loro
rassicurazioni. Salì di corsa la scala che conduceva al secondo piano,
imboccando il lungo corridoio che terminava davanti alla Sala delle Rune.
Di fianco alla porta ci sarebbe dovuta essere un'altra guardia, ma quando
Amos svoltò l'ultimo angolo non la vide. Allarmato dall'anomalia, serrò il
bastone e rallentò l'andatura, aguzzando al massimo la vista: c'erano
alcune nicchie buie nel muro che potevano nascondere un pericolo e
doveva stare molto attento se non voleva incappare in spiacevoli sorprese.
Avanzò guardingo, scrutando nei punti ombrosi come un predatore a
caccia. Ormai prossimo alla soglia, notò un luccichio metallico provenire
da sotto un drappo appeso al soffitto. Si fermò.
«VENTUS!» ordinò, puntando Eldrin.
Un'improvvisa raffica di vento spinse il pesante tessuto verso l'alto,
concretizzando in un attimo tutti i suoi timori: qualcuno era penetrato nella
sala dopo aver reso inoffensiva la guardia. Senza indugiare oltre, si scagliò
contro la massiccia porta, spalancandola con una potente spallata. Era
pronto ad affrontare chiunque avesse avuto l'ardire di profanare quello
spazio inviolabile, anche se in cuor suo sapeva già di essere arrivato tardi.
Dentro, infatti, non trovò proprio nessuno, se non il contenitore delle
magiche pietre lasciato vuoto sull'altare, in barba al potente incantesimo
che lo proteggeva. Ruggì come un leone ferito: le Sacre Rune erano state
rubate. Bisognava dare l'allarme. Stava per tornare sui suoi passi, quando
calpestò un oggetto metallico sul pavimento. Si chinò a raccoglierlo e,
nell'attimo in cui si rese conto che quella nella mano era una pistola
umana, il suo volto espresse incredulità e confusione.

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Uno

Tommaso Torre, detto Toto, era un sedicenne di mente acuta e spirito
intrepido. Quando si metteva in testa qualcosa, niente e nessuno erano in
grado di fermarlo e, ogni volta che traduceva in pratica una delle sue
genialate, finiva inevitabilmente per incasinarsi l'esistenza.
Viveva a Gonfalone, antica cittadina carica di tradizioni e antiche
leggende, dove le gesta dei cavalieri e le storie di creature fatate, venivano
tramandate inalterate da secoli. Sorgeva in un vasto territorio collinare ai
piedi dei monti Barbosi e sebbene si fosse sviluppata fino a raggiungere
dimensioni ragguardevoli, il centro storico, completamente circondato da
una imponente cinta muraria, era rimasto immutato. Il Duomo di San
Teodoro, la Piazza delle Spade, il Pozzo di Angel, la Torre del Gigante, le
strade acciottolate e le case in pietra, non avevano subito modifiche
sostanziali da oltre settecento anni, dando l'impressione ai tanti turisti che
la visitavano, di compiere un suggestivo salto nel passato.
Il casale di Toto si trovava nella periferia a nord, in una zona residenziale
e tranquilla ai margini del Bosco delle Sette Querce, una riserva naturale
famosa in tutta la Forsizia per la grande varietà di flora e fauna e per la
presenza del lago di Ruga, uno specchio d'acqua sinistro e profondo, che
tutti credevano originato dalla mitica tana di un drago.
La costruzione era indipendente, in pietra locale, su due piani, con il tetto
ricoperto di tegole rossastre. Da un lato spiccava una torre di forma
quadrata che s'innalzava sul resto dell'edificio di altri due piani, dando
all'insieme l'aspetto di una piccola fortezza. Tutt'intorno si estendeva il
giardino, delimitato da un muretto basso dalla funzione più estetica che
protettiva. Nel quartiere era conosciuta come la casa della doppia torre, per
via del cognome di famiglia.
Da circa un anno, dopo la prematura scomparsa del padre, Toto si era
trasferito nella stanza più in alto, ottenendo dalla madre il consenso di
arredarla secondo i suoi gusti. Ogni sera, quando era sicuro che lei
dormisse, apriva di nascosto la porta che conduceva sulla terrazza e
contravvenendo al suo divieto, saliva le scale per andarsi a sedere tra le
merlature. Adorava starsene lassù a riflettere e non aveva nessuna
intenzione di rinunciarci, nonostante corresse il pericolo di sorbirsi
un'energica strigliata qualora fosse stato scoperto. Era consapevole che
cadere da quell'altezza significava rimetterci più di un osso, ma il senso di
benessere che ne riceveva valeva più dei rischi che correva e poi... la vista
sul bosco era incantevole, il calmante migliore per lenire l'inquietudine che
lo tormentava.

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Quella notte era particolarmente malinconico e l'atmosfera di quiete che
lo circondava sembrava comprendere il suo stato d'animo. Erano quasi le
due e le case vicine erano immerse nel silenzio. Un leggero vento
primaverile soffiava tiepido tra le strade deserte, portando con sé le
fragranze del bosco e il profumo dei primi fiori appena sbocciati. Dall'altra
parte della strada, un grosso cane abbandonato aveva infilato il muso in un
bidone della spazzatura e stava cercando avanzi da mangiare. Toto lo
guardò dispiaciuto: doveva essere difficile per lui sbrigarsela da solo. Non
avere nessuno su cui contare era una condizione che gli suscitava tristezza
e si augurò che quel randagio trovasse lì dentro qualcosa di sostanzioso con
cui sfamarsi.
Come in altre occasioni, aveva portato con sé il fedele diario, un
quaderno dalla copertina consunta al quale confidava ormai da alcuni mesi
i segreti più intimi del suo cuore. Lo teneva al sicuro nel doppiofondo di un
cassetto della scrivania e lo prendeva quando sentiva il bisogno di
memorizzare avvenimenti degni di nota. Era concentrato sulla scrittura,
aiutato dalla luce della luna piena che lo sovrastava. Ogni volta che faceva
una pausa alzava la testa e la fissava con i grandi occhi blu. Stava
riportando un sogno che aveva fatto la notte precedente, dal quale si era
svegliato piuttosto turbato. Scriveva di getto, con passione,
interrompendosi soltanto per controllare se avesse dimenticato di inserire
particolari importanti.
Il giorno prima, affaticato da un pomeriggio trascorso a studiare, si era
recato a letto prima del solito, addormentandosi quasi subito. Dopo una
prima fase di sonno profondo, era passato a uno stato di dormiveglia
durante il quale era iniziata la singolare avventura onirica, un'esperienza
talmente vivida e tangibile da mettere in discussione il suo concetto di
realtà.
Tutto era cominciato al centro di una grande stanza vuota, davanti a tre
porte chiuse. Non c'era soffitto, ma il cielo in movimento che passava
rapidamente dal giorno alla notte, accentuando il senso dello scorrere del
tempo. Le pareti sembravano fatte di puntini luminosi e vibravano di
energia. Toto aveva l'impressione di trovarsi in un ambiente familiare e
percepiva l'eccezionalità dell'avvenimento che stava vivendo.
Per qualche motivo sconosciuto, sapeva che poteva aprire soltanto una
delle porte e che, se avesse perso quella opportunità, non ne avrebbe avute
altre: una scelta difficile, visto che erano identiche. Perplesso, decise di
osservarle da più vicino, iniziando da quella di sinistra.
Come le altre due non aveva serratura e quindi sarebbe bastato abbassare
la maniglia per aprirla. Si avvicinò con il naso e inspirò un paio di volte per
sentire se dall'altra parte giungesse qualche odore familiare, ma l'anta era
talmente serrata da non far filtrare nemmeno un filo d'aria. Provò allora a
tendere l'orecchio per udire qualche suono riconoscibile, ma non percepì
nient'altro che il suo respiro. Sembrava proprio che si trovasse davanti a

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una normalissima porta di legno, ma non appena allungò la mano per
tastarne la superficie, un improvviso bagliore lo fece ritrarre. Con grande
stupore la vide tramutarsi in oro massiccio e un raggio di luce lo colpì al
centro del torace. Si sentì pervadere d'intensa gioia, un benessere interiore
mai provato che lo obbligò a esercitare uno sforzo enorme sulla volontà,
per non cadere nella tentazione di entrare. Per quanto piacevole, non poteva
cedere alle sue lusinghe prima di scoprire quali sorprese gli riservassero le
altre porte così, con riluttanza, passò a quella centrale.
Non fece in tempo a toccarla che il grande occhio di un animale peloso si
materializzò dal nulla sul pannello frontale, scrutandolo con espressione
severa. Doveva appartenere a un orso gigantesco e metteva decisamente in
soggezione. Di un azzurro intenso, emanava una tale forza ipnotizzante che
Toto rimase a fissarlo a lungo senza riuscire a distogliere lo sguardo. Aveva
la sensazione che stesse cercando di comunicargli un messaggio
importante, ma non aveva la più pallida idea di quale potesse essere.
Fu allora che cominciò a sentire una strana pressione tra il naso e la
fronte, come se qualcuno gli avesse posto un dito tra le sopracciglia e stesse
premendo con forza. L'aria nello spazio vuoto tra lui e l'animale iniziò a
roteare sempre più rapidamente, fino a formare una piccola spirale che, nel
giro di pochi secondi, si trasformò in un vortice in miniatura. Lampi di luce
accecante si sprigionarono dal suo interno e Toto indietreggiò
istintivamente di qualche passo: stava assistendo a qualcosa che andava
oltre le sue capacità cognitive e la cosa lo intimoriva. L'unico modo per
trovare una spiegazione era varcare quella soglia, ma mancava l'ultima
porta e sapeva che, se non vi si fosse accostato, avrebbe passato il resto
della vita a chiedersi quali segreti celasse. Ci si mise davanti carico di
aspettative, pronto ad assistere a nuove magie.
Fu presto accontentato: al posto della porta, infatti, fece la sua
apparizione una lastra di vetro trasparente, alle cui spalle si addensò una
fitta nebbia grigia e impenetrabile. Sicuro che toccandola avrebbe assistito
a un'altra trasformazione, picchiettò con le nocchie sul vetro, senza però
ottenere alcun risultato. Aggrottò la fronte deluso: quella porta non gli
piaceva per niente. Stava pensando di ignorarla, quando la comparsa di una
debole luce nella foschia lo fece esitare. La nebbia si diradò gradualmente e
una piramide apparve al suo posto, sovrastata da una freccia luminosa di
colore viola che lampeggiava a intermittenza, come quelle delle automobili.
Era chiaro che lo invitasse a scoprire cosa contenesse. Poi tutto si oscurò.
Guardò le tre porte riprendere in successione l'aspetto iniziale,
lasciandolo nell'indecisione più assoluta: era evidente che ognuna di loro
meritasse di essere aperta. Cercò di calmarsi, l'eccitazione gli impediva di
ragionare con lucidità. Seduto sul pavimento, gambe e braccia incrociate,
tentò di analizzare a fondo gli avvenimenti. Nella vicenda c'era qualcosa
che gli sfuggiva, un particolare che sentiva di trascurare e che doveva
mettere a fuoco se voleva arrivare a una scelta. Malgrado si sforzasse di

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capire in che modo avesse raggiunto quel luogo, non ci riusciva, come se i
ricordi antecedenti alla stanza gli fossero stati cancellati. Si chiese se quel
posto fosse reale e, a poco a poco, un'ipotesi dotata di logica lo aiutò a
trovare una risposta: si trovava in un'altra dimensione. Il fatto stesso di
pensarlo mutò di colpo le sue percezioni.
Per quanto apparisse assurdo, si rese conto di essersi sdoppiato, che il
suo corpo materiale stava giacendo ancora nel letto, mentre una copia
perfetta di se stesso stava sperimentando un mondo parallelo. Si guardò le
mani, poi le gambe e i piedi, toccandoli ripetutamente. Tutto era al proprio
posto, tutto funzionava alla perfezione. Mille domande gli si riversarono
nella testa, un'ondata di interrogativi a cui non era in grado di rispondere.
L'unica cosa chiara era l'eccezionalità dell'evento e la netta sensazione di
doverlo portare a termine. Così si alzò di scatto e, senza pensarci oltre,
puntò dritto la porta che l'aveva incuriosito di più. Afferrò la maniglia di
quella centrale e tirò con foga verso di sé, pronto a scoprire dove
conducesse. La sorpresa fu grande quando si trovò di fronte il buio
imperscrutabile. Nemmeno la luce della stanza riusciva a illuminarlo.
Ci volle qualche attimo perché Toto si riprendesse dalla delusione.
Contava di svelare l'intrigante enigma dell'occhio e invece si era ritrovato
a fronteggiare un ambiente misterioso che, oltretutto, gli incuteva paura. Si
mosse con diffidenza, allungando una gamba per accertarsi che dall'altra
parte non lo aspettasse una voragine pronta a inghiottirlo. L'arto sparì
all'istante, troncato di netto dalle tenebre. L'effetto visivo fu così
sconcertante che, non appena toccò il suolo, ritrasse la gamba per
assicurarsi che fosse ancora al suo posto.
Si chiese se non sarebbe stato meglio scegliere un'altra porta e
automaticamente si voltò in direzione della prima, rammentando l'intensa
gioia che aveva provato. Quando realizzò che non c'era più, restò a bocca
aperta. Stesso scenario dall'altro lato: anche il terzo accesso era scomparso.
Ormai era palese che non poteva più tornare indietro.
Fissò dubbioso l'oscurità: era necessario tanto coraggio per infilarsi là
dentro e lui non era certo di averne abbastanza. Da una parte era eccitato
dall'idea di esplorare una dimensione nuova, dall'altra aveva paura di
dover affrontare dei pericoli insormontabili. Tuttavia, l'idea di rinunciare lo
infastidiva, e sebbene la ragione suggerisse prudenza, l'istinto lo esortava a
proseguire. Indugiò ancora qualche secondo, poi avanzò di slancio,
convincendosi che non sarebbe accaduto nulla di trascendentale.
Varcata la soglia, però, la porta scomparve di colpo e Toto, cieco e in
preda al panico, perse l'orientamento. Cercò di fare qualche passo indietro
nel tentativo di riagguantare la maniglia, ma non fece altro che annaspare in
aria. L'orribile prospettiva di rimanere intrappolato in quell'incubo nero
alimentò il fuoco della disperazione e si sentì perduto. Urlò di rabbia, un
grido prolungato e dirompente che lo scosse dalla frustrazione che lo stava
divorando. Si sforzò di riprendere a respirare normalmente, riflettendo su

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come poterne uscire velocemente. Decise di seguire una traiettoria a caso,
finché non si fosse imbattuto in qualcosa di concreto, magari un'altra porta.
Forse non era una strategia geniale, ma almeno serviva a distrarlo dalle sue
paure.
Aveva percorso pochi metri quando avvertì uno strano calore al centro
del capo che lo fece fermare. Non era doloroso ma aumentava d'intensità,
muovendosi verso la fronte come un fiume di lava sotterraneo in cerca di
una via di sfogo. Quando raggiunse il centro delle sopracciglia, iniziò a
spingere con forza tra gli occhi serrati, finché una saetta luminosa squarciò
lo schermo nero della sua mente, dandogli l'impressione che una barriera
illusoria s'infrangesse per sempre. Il calore andò scemando fino a
scomparire, lasciando il posto a una piacevole sensazione di freschezza, di
libertà sconfinata, come se di colpo lo avessero tirato fuori da una cella
angusta e trasportato in un enorme spazio all'aperto. Anche il suo corpo
vibrava di nuova energia e i suoi sensi sembravano divenuti più sensibili.
Non aveva idea di cosa fosse avvenuto e del perché, ma era evidente che
qualcosa in lui era cambiato radicalmente.
Una luce improvvisa gli rischiarò le palpebre, invitandolo ad aprire gli
occhi. Si ritrovò a fissare un tunnel interminabile contornato da miriadi di
stelle. Lo seguì con lo sguardo fin dove fu possibile, dandogli l'idea di
trovarsi al cospetto di un gigantesco serpente luminoso. Era una visione
affascinante che gli suscitò meraviglia. Fece qualche passo, avvicinandosi
al suo ingresso con prudenza, intimorito dal pensiero di incorrere in
qualche altra situazione sgradevole. Quando fu a circa un metro
dall'imbocco, si sentì attrarre da una poderosa forza magnetica e si fermò
per non venirne risucchiato. Avanzare equivaleva a compiere un altro salto
nel buio e non era sicuro di volerlo fare. Pensò alla tranquillità della sua
casa e un istante dopo sentì pronunciare il suo nome da una voce dapprima
ovattata, poi sempre più insistente e distinta: «Tommaso, Tommaso ci sei?
È ora di affrontare un nuovo giorno! Tommaso, cosa fai lì imbambolato?
Muoviti o farai tardi!»
«Dov'è il tunnel?» aveva chiesto confuso.
«Ma quale tunnel: ci vogliamo alzare o devo gettarti in faccia un secchio
d'acqua gelata?» aveva minacciato la madre.
Ripensando alla figura da tonto che aveva fatto, Toto non poté fare a
meno di mettersi a ridere, chiudendo imbarazzato il diario. Era stato troppo
lento a capire di essere stato svegliato da sua madre e che quella fosse la
sua stanza. Essendo all'oscuro delle sue fughe notturne sulla terrazza, era
logico che lei lo considerasse un pigrone e perdesse le staffe. Però gli
sarebbe piaciuto dormire ancora un po', in modo da scoprire dove lo
avrebbe condotto il tunnel. Sospirò, sapendo che ormai non poteva farci più
niente.
Alzò lo sguardo verso la luna in cerca di ispirazione: per quante
supposizioni avesse fatto, non era riuscito a trovare una chiave di lettura in

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grado di spiegare quella strana avventura. Era convinto che ci fosse un
significato importante, anche se non riusciva a capire quale. Le sensazioni
che aveva provato erano state così vere da non poter essere solo frutto della
sua fantasia e il fatto stesso di riuscire a percepire contemporaneamente le
due dimensioni, confermava che non si trattava di un sogno.
Sbadigliò più volte: si era fatto tardi ed era giunto il momento di
andarsene a dormire. Scese la scala con attenzione, puntellando bene i piedi
per evitare di scivolare sui gradini umidi. Aprì la porta e, dopo aver dato
un'ultima occhiata al bosco, se la chiuse alle spalle, ignaro che qualcuno lo
stesse spiando.

Massimo Benenato

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Scrittori si nasce Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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