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Autore: Bjorn Nielsen & Edoardo Ranieri
Incubi dipinti
Thriller Horror
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Incubi dipinti

Da qualche parte a ovest di Laredo, 9 aprile 1975
La casa è vuota quando lui arriva. I corpi vengono dopo, decine e decine, consegnati come richiesto da uomini che non fanno domande. La casa li accoglie uno alla volta, inghiottendoli nello scantinato, dove lui prepara il materiale. Le parti vengono tagliate, separate e ripensate. Quando tutto è pronto il pittore risale, si ferma al centro della stanza e ascolta: il legno scricchiola, le travi trattengono il respiro e i muri sono nudi, in attesa. Allora comincia.
Non usa pennelli. Le mani affondano nella carne con la stessa naturalezza con cui altri affondano nella creta. La pelle cede, si stacca in grandi lembi continui. Quelle più grandi vengono stese con cura contro il legno, come fondali. Procede lentamente, quasi con garbo. La fretta rovina la composizione e lui vuole che sia tutto perfetto. Le parti più piccole servono dopo, per la profondità, per dare distanza. Sa dove metterle, lo ha già fatto altre volte. Il sangue non è un problema, è solo un colore difficile da controllare. Lo raccoglie, lo lascia colare dove serve, lo spinge verso l'alto per farlo sembrare vivo. Viscere e ossa vengono incastonate nei muri e fissate come elementi strutturali, parti necessarie dell'insieme. Nulla è lasciato al caso, ogni cosa ha un peso e una funzione. Gli occhi vengono per ultimi. Li appende rivolti verso la porta perché la casa deve guardare chi entra.
Si allontana di qualche passo e inclina il capo. Non pensa ai nomi o alle storie di quei corpi, quelle cose non gli appartengono. Pensa invece allo spazio, alla luce che filtra dalle persiane chiuse, alla prospettiva. Quando finisce, sorride compiaciuto. Presto qualcuno entrerà e guarderà la sua opera abbastanza a lungo da perdere la ragione. Solo allora il quadro sarà completo. Prima di uscire prende i gatti. Sono sette, tutti neri. I corpi sono leggeri, ancora caldi. Li sistema sulla veranda, inchiodandoli alle assi come si fa con le decorazioni natalizie, le zampe tese, le bocche aperte. Devono essere visti prima di tutto il resto. Sono un avvertimento... o forse un invito.


Laredo, 10 aprile 1975
La stradina sterrata è costeggiata da alberi in fiore, l'aria è fresca e asciutta, venticinque gradi, più o meno. Due uomini camminano affiancati, senza fretta. Non c'è anima viva nel raggio di chilometri. Quello a sinistra è inquietantemente alto e ancor più inquietantemente proporzionato. Zoppica appena, un dettaglio che si nota solo a guardarlo con attenzione. Sorride, fuma una sigaretta e tiene la giacca appoggiata alla spalla con noncuranza. L'altro mordicchia un bastoncino di liquirizia. Ogni tanto si passa la mano sulla testa rasata, apprezza la sensazione della pelle contro la spazzola, il calore del sole che resta sulle dita un secondo più del necessario. Sorride anche lui. Inspira a fondo. Si gode l'esplosione di profumi della primavera nella campagna, quella miscela pulita di terra, fiori e vento che fa credere, per un attimo, che tutto sia semplice.
— «Able...» — dice quello alto.
— «Dimmi, Baker.»
— «Ripetimi perché devo chiamarti Able.»
L'altro sputa un pezzo di liquirizia.
— «Perché Sugar è un vecchio nostalgico del cazzo.»
— «Però questa cosa dei nomi in codice è carina.»
— «Fa molto agenti segreti, non uomini delle pulizie, eh.»
— «Non siamo uomini delle pulizie.»
— «Non siamo nemmeno agenti segreti.»
Camminano ancora per qualche metro, per Able è una specie di rituale, un modo per mettere ordine nei pensieri prima di agire. Il vento muove appena i rami carichi di fiori. Per un istante non dicono nulla. Poi esplodono in una risata secca, improvvisa, come se uno dei due avesse pensato la stessa cosa dell'altro.
— «Baker...»
— «Dimmi, Able.»
Fa un cenno con il mento, verso la curva più avanti.
— «Ti aggiorno: qualche ora fa il vice sceriffo Garcia, durante il suo giro di perlustrazione quotidiano, ha visto il postino accovacciato a terra, ai piedi di quell'albero.»
Baker segue la direzione dello sguardo.
— «Superata la curva si intravede quella piccola, graziosa villetta. La bicicletta è ancora appoggiata allo steccato. La vedi?» — chiede Able.
— «Sì.»
— «Bene.»
Continuano a camminare. Il vento soffia leggero alle loro spalle, il cielo è terso e il sole splende alto. Able gode dell'ombra che Baker gli offre senza volerlo, un riparo minimo ma sufficiente. Sorridono entrambi, come se stessero davvero andando a un picnic e non verso qualcosa che nessuno racconterà mai.
— «Garcia soccorre il postino, che sta delirando, piange, vomita. Il vice sceriffo intuisce che qualcosa non va per il verso giusto.» — continua Able.
— «Un fulmine di guerra.»
— «Sì. Lo carica sui sedili posteriori della macchina di servizio e si dirige verso la villetta.»
— «Ok... devo preoccuparmi?» — chiede Baker.
— «No. Mai quando sei con me. Ci sono io qui, a spiegarti come funzionano le cose. Ma dicevo... arriva alla villetta. Qui, dove siamo noi. Scende dalla macchina, apre il cancelletto e si avvia verso la veranda.»
— «Dove sono inchiodati sette gatti?»
— «Sì. Lì, immagino.»
— «E il fulmine di guerra ha intuito altro?»
— «Ecco. Seguendo le sue intuizioni, bussa, si dichiara in un affascinante spanglish. La porta si apre.»
— «Vomita lì?» — chiede Baker.
Indica la porta, senza rallentare.
— «Sì. Esattamente sull'uscio.»
— «E come finisce questa intrigante favola campestre?»
— «Garcia corre alla macchina, prende il microfono della radio e inizia a biascicare frasi sconnesse. Rosy, alla stazione, lo ascolta e contatta lo sceriffo Fernández. Il vice e il postino finiscono in un centro di recupero, una clinica specializzata in casi del genere. Lo sceriffo chiama Sugar, che a sua volta chiama qualcuno ancora più in alto e così eccoci qui. Ci hanno lasciato due taniche di benzina sul retro. Nessuno è entrato, nessuno sa ancora niente e così deve restare. È il fascino del vivere in provincia e lavorare per la Fondazione.»
Baker annuisce piano.
— «E nessuno saprà mai niente.»
Able sorride.
— «Bravo, Baker. Adesso ascoltami attentamente. Senti l'odore? Ferro, marcio, merda, acido, latte cagliato, legno, aceto. Segnatele tutte e fra cinque minuti mettiti sui baffi il balsamo alla canfora che ti ho dato. Cinque minuti ti bastano per farti un'idea di quello che sta succedendo. Stai attento alle mosche, cammina con attenzione, non calpestare niente, non muoverti a scatti e non piangere. Se devi vomitare, fallo subito. Se devi urlare, urla. In macchina, nella borsa, ho dei pantaloni di ricambio per te ma, Dio santo, addosso a te sembreranno dei calzoncini corti quindi, se puoi, trattieniti. Continua a parlare, io seguirò i tuoi passi in silenzio. Al massimo ti darò un paio di indicazioni. Io lavoro così. Quando saremo fuori parleremo di eventuali modifiche, se ne avrai voglia.»
— «Cosa devo cercare?» — chiede Baker.
— «Tutto.»
— «E poi?»
— «E poi ci sono le due taniche di benzina.»
La porta bianca è alta circa due metri e larga poco meno di uno. Quando entra, Baker la occupa quasi tutta. Able lo segue da vicino, silenzioso, come un gatto.
— «Vai, Baker. Parlami.»
— «Able... non c'è sangue sotto i gatti.»
Una nube pungente di mosche li travolge.
— «Mosconi verdi. Uova e larve, dappertutto. Mi metto il balsamo.»
— «Bravo, Baker. C'è gente che ha resistito meno. Parlami.»
— «Ok. È un grande salone. Qualcuno ha abbattuto i tramezzi e ripulito dalle macerie. I mobili sono accatastati sul lato nord. È tutto in ordine...»
— «Mi piace come stai creando il contesto.»
— «Sì, non volevo scompormi subito.»
Fa un passo avanti, poi un altro.
— «Ma... porca merda santissima, che Dio onnipotente mi potesse fulminare subito...»
Deglutisce.
— «Cosa cazzo è successo qui? Cosa cazzo è successo, Dio mio? COSA CAZZO È SUCCESSO?»
— «Ok. Respira, Baker. Respira. Va tutto bene, non siamo in pericolo. Non sei in pericolo. Descrivilo. Mi serve che tu mi parli, devi raccontarmi tutto. Dimmi cos'è successo.»
— «Ok... Dio santo, ok. Ho capito perché lo sbirro e il postino hanno sclerato: ci saranno almeno una ventina di cadaveri qui. C'è una manciata di bulbi oculari appesi al campanellino della porta. Altri ornano i quadretti dei padroni di casa. Doveva essere una bella famiglia. Belle foto. Gente allegra.» — deglutisce. — «Dio santissimo.»
— «Parlami dei cadaveri.»
— «No.»
— «Parlami dei cadaveri.»
— «Dio santo... non ho mai visto niente del genere. Sono tutti spalmati sui muri di legno. Ci sono pozze di sangue lungo i battiscopa, altro sangue filtra nelle travi del pavimento, pezzi di carne e ossa decorano le pareti. I capelli, di vari colori e fogge, sono appesi alle finestre chiuse, da cui entra abbastanza luce.»
Fa una pausa, respira a fatica.
— «I cadaveri hanno età comprese tra... scusa. Devo uscire.»
— «Ti aspetto qui.»
Il barbarico yawp di Baker risuona sulla vallata, rimbalza sui tetti del mondo e poi si spegne. Per un istante il silenzio domina tutto, più forte del suo sfogo sommesso. Quando rientra, Able gli poggia una mano sulla schiena.
— «Bene. Andiamo avanti.»
— «Sì. Ci sono dei bambini, ma anche degli adolescenti. I corpi, scuoiati, si accalcano lungo i muri. Qui, davanti a te, in un piattino, ci sono le unghie. Qualcuna è pittata.»
Inspira a fondo, poi continua.
— «Able... mi sembra quasi che qualcuno abbia creato una composizione artistica sui muri. Sembra davvero un quadro. Più lo guardo, più mi sembra che le pelli grandi siano il contesto immediato e le pelli piccole vengano usate per creare la prospettiva.»
— «Le pelli. Interessante escamotage. Bravo.»
— «È strano. Qualcuno si è preso la briga di creare uno spazio. Una scatola. Una specie di sfondo per uno stereoscopio.»
— «Baker, sai disegnare?»
— «Me la cavo.»
— «Allora disegna.»
— «Sai fotografare?»
— «Sì.»
— «Fotografa.»
L'odore inizia a farsi insopportabile. Il rumore delle mosche è forse peggio, un ronzio continuo che entra sotto la pelle.
— «Non c'è un piano superiore e nemmeno una mansarda. Questa era una casetta secondaria, probabilmente. Ci devono aver lavorato tanto per costruirla e abbellirla.»
Scuote la testa.
— «È tutto assurdo. Dove cazzo hanno trovato tutta questa gente? Come cazzo hanno fatto a fare tutto questo macello? Come cazzo...»
Si interrompe all'improvviso.
— «Able, ho pestato un'asse strana. C'è una botola. Non so se ho voglia di aprirla.»
— «Sai che dobbiamo farlo.»
Baker si china.
— «Able... alzo la porticina. Passami la torcia. Grazie.»
Una pausa. Il respiro dell'omone che cambia.
— «Grazie al cazzo, Able. So dove hanno fatto questo scempio: c'è una macelleria, qui sotto. Cristo santissimo. Però adesso basta. Adesso basta. Adesso basta. Ho detto BASTA.»
— «Baker. Usciamo.»
È pieno pomeriggio. Il sole è ancora caldo, un vento leggero accarezza la loro pelle. Sono seduti sull'erba, uno accanto all'altro, senza guardarsi. Hanno riempito lo scantinato di benzina e dato fuoco a tutto. Un assurdo odore di grigliata e di festa di paese invade l'aria. Able passa la fiaschetta a Baker.
— «Bravo.» — Able sospira. — «Sei stato bravo.»
Resta in silenzio per un momento, poi si aggiusta gli occhiali e riprende.
— «Dobbiamo andare alla clinica San Michele e occuparci dei testimoni.»
— «Able...»
— «Dimmi, Baker.»
— «Come cazzo fai?»
— «Non lo so, sono nato così: col cuore di pietra.»
La stradina sterrata è costeggiata da alberi in fiore. L'aria è fresca e asciutta. I due uomini camminano affiancati, fino alla macchina che avevano lasciato parcheggiata all'inizio del sentiero: una Chevrolet Impala azzurro pallido, capote abbassata, i sedili di pelle bianchi che scottano ancora al tatto. Baker apre la portiera ad Able e poi sale al posto di guida.
— «Able, andiamo alla clinica quindi?»
— «No, ci andremo domani mattina. Adesso andiamo a bere. Ci aspetta Charlie.»
— «Charlie? Un altro soprannome?»
— «Te l'ho detto che quel coglione di Sugar è un nostalgico dei vecchi codici, no?»
Baker sorride, ingrana la marcia e l'auto sobbalza tra buche e polvere. Solo quando incrociano la provinciale e l'asfalto prende il posto della terra può schiacciare sull'acceleratore e lasciare andare tutta la potenza del V8. Il nastro d'asfalto corre dritto davanti a loro, mentre alle spalle il fumo dell'incendio si dissolve piano.

Bjorn Nielsen & Edoardo Ranieri

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