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Autore: Franco Arbore
il Giuramento
Romanzo
Lettori 4
il Giuramento

Ricordati... che con un No ti spicci, e con un no di spicci.

“Che c'è..., non ti fidi di noi?”
«La domanda arrivò leggera.
Quasi sorridendo.
Ma dentro... pesava come una sentenza.
Rimasi in silenzio.
I tradimenti peggiori non arrivano dagli estranei.
Arrivano da chi hai chiamato fratello.
Ma davanti a me non c'erano più solo dei fratelli.
C'erano uomini che avevano già scelto da che parte stare.
E quella parte... non ero io.»
– Don Nicola..., non so da dove cominciare.
Se oggi sono qui, è perché non riesco più a darmi una spiegazione.
E allora cerco qualcuno che sappia ascoltare.
Non per avere ragione... ma per capire.
«Ci sono storie che si raccontano partendo dall'inizio...
La mia è una di quelle che ti restano addosso per anni, in silenzio, finché non ti accorgi che non puoi più tenerla dentro.
Io ho sempre pensato di aver fatto le cose giuste.
Per anni ho pensato che il tempo avrebbe sistemato tutto.
Che alla fine le cose si sarebbero chiarite; che ognuno avrebbe riconosciuto le proprie responsabilità.
Mi sbagliavo.
Ho costruito la mia vita credendo nella famiglia, nel lavoro, nella parola “data”.
Ho dato fiducia senza chiedere garanzie, ho aiutato senza pretendere nulla in cambio.
E forse è stato proprio questo il mio errore.
Eppure oggi mi ritrovo qui, a chiedermi dove ho sbagliato.
Perché quando a tradirti non è un estraneo, ma qualcuno che porta il tuo stesso sangue, non perdi solo qualcosa.
Perdi una parte di te.
Perché io, a differenza loro, avevo imparato a mantenere i giuramenti.
Anche quando fanno male.
Anche quando ti costano tutto.
Ci sono storie che si raccontano per essere ricordate.
E ce ne sono altre che si raccontano per essere capite.
Questo libro racconta la storia di un uomo che ha dato fiducia, cuore e lavoro a persone a lui vicine, trovandosi, invece, tradito, derubato e isolato.
Questa è una storia che chiede giustizia, ma non nei tribunali degli uomini.
La cerca dentro la coscienza, dove nessuna sentenza può essere comprata, né evitata.
È la storia di un giuramento.
Non scritto su carta, ma inciso nella carne viva dei legami familiari.
Un giuramento che avrebbe dovuto unire, proteggere, dare forza.
E che invece, nel tempo, è diventato una lama sottile, capace di ferire senza fare rumore.
Perché il tradimento più doloroso non è quello che arriva da un nemico.
È quello che nasce dentro casa.
Tra le stesse mani che hai stretto da bambino.
Tra le stesse voci che hai imparato a chiamare “famiglia”.
Queste pagine, sebbene dettate dalla fantasia dell'autore, non raccontano solo fatti.
Raccontano un modo di essere uomini.
Un modo di dare senza calcolare, senza pretendere, senza difendersi.
E raccontano cosa succede quando quel dare viene scambiato per debolezza.
Quando la fiducia diventa occasione.
Quando l'amore viene sfruttato.
Francesco Studiante, il protagonista, attraversa il dolore della disillusione familiare e professionale, confrontandosi con fratelli avidi e soci opportunisti, e con una società sempre più superficiale, egoista e votata all'apparire.
Francesco Studiante non è un eroe.
Non combatte guerre epiche, non salva il mondo.
Fa qualcosa di molto più raro: rimane fedele a sé stesso mentre tutto intorno a lui cambia volto.
Dà, quando gli altri prendono.
Tace, quando gli altri costruiscono accuse.
Resiste, quando sarebbe più facile diventare come loro.
E proprio per questo paga il prezzo più alto.
In ogni pagina si respira la tensione tra lealtà e ingratitudine, tra sacrificio e tradimento, ma anche la forza di un animo che non si piega: Francesco non si lascia vincere dall'odio né dal rancore, perché il suo sguardo rimane saldo sull'amore autentico e sul rispetto della propria dignità.
La figura di Olimpia, moglie devota e comprensiva, e il dialogo con don Nicola, guida spirituale e confidente, offrono al lettore la dimensione della fede, della ragione e della pazienza: valori che diventano strumenti per ritrovare la serenità e comprendere le ingiustizie subite senza esserne schiacciati.
Il libro è anche una riflessione sulla natura umana, sulle relazioni famigliari e sociali, sui meccanismi sottili della manipolazione e della vendetta, e su quanto spesso il cuore venga tradito da chi meno te lo aspetti.
Questo libro non offre risposte immediate.
Non consola con frasi facili.
Non distribuisce assoluzioni.
Tuttavia pone una domanda che resta, ostinata, fino all'ultima pagina: Perché chi riceve amore, a volte, restituisce odio?
Forse la risposta non è nei fatti.
Forse è nella natura dell'uomo.
O forse, come qualcuno dirà alla fine di questo racconto, la risposta è nascosta in un tempo lontano... quando eravamo bambini, sì.
Questa, è una storia totalmente ideata: e vuol mettere in risalto ciò che può accadere, a ognuno di noi, quando si ha a che fare con degli spergiuri.
Chi, come alcuni dei personaggi, presta giuramento sulla bara di una persona molto cara, impegna la propria coscienza e il proprio onore; e facendolo, promette di adempiere gli obblighi assunti e di mantenere determinati comportamenti di solidarietà tra fratelli, legati alla memoria, sino alla fine.
Questa storia non chiede di essere giudicata.
Chiede di essere ascoltata, e, se possibile, compresa.
il Giuramento
Romanzo completo
“Ricordati... che con un no ti spicci,
e con un sì t'impicci!”
è un romanzo che racconta la complessità dei rapporti umani, il prezzo della sincerità, e la dolcezza struggente di chi, nonostante tutto, ha saputo rimanere se stesso.
La vita di Francesco Studiante ci mostra che il vero valore non sta nei beni o nel potere, ma nella capacità di amare, perdonare e affrontare la solitudine con dignità.
Dagli anni dell'infanzia alle sfide dell'età adulta, tra fratelli che tradiscono promesse e amici che scompaiono, Francesco ha imparato che la lealtà e la bontà spesso si pagano a caro prezzo.
Così come la propria libertà.
La vita di Francesco ci mostra che il vero valore non sta nei beni o nel potere, ma nella capacità di amare, perdonare e affrontare la solitudine con dignità.
È una storia di emozioni forti, di rimpianti e riscatti interiori, dove il cuore del lettore si ritrova a battere insieme con quello di un uomo che ha lottato e sofferto, ma che alla fine potrà dire: “Sono stato me stesso”.
il Giuramento
“Ricordati... che con un No ti spicci,
e con un Sì t'impicci!”
La storia di una promessa tradita: ci sono
tradimenti che segnano una vita intera.
******
Ho parlato poco fa con don Nicola, e mi ha detto che ti aspetta per domani pomeriggio, alle quattro in punto! – mi dice mia moglie Olimpia, non appena tornata dalla Messa.
Eh..., mah..., è proprio necessario che io vada a parlare con un prete?
Cosa gli racconto? – le rispondo indeciso.
Tu vacci..., e raccontagli tutto; scarica a lui tutto ciò che hai dentro e vedrai che ne uscirai più sereno, e il tuo rancore avrà fine.
Le sue parole sapranno rincuorarti e rasserenarti soprattutto, com'è successo a me, dopo che gli ho raccontato la nostra attuale condizione.
È un sant'uomo, lo sai, e con lui è come parlare con Gesù nostro Signore.
Vedrai che, alla fine, con le sue parole e i suoi fraterni consigli, ti saprà alleggerire l'animo; ed è quello di cui abbiamo bisogno entrambi per tornare a vivere serenamente, ora che siamo anziani.
Vacci, mi raccomando! – finisce lei.
Va bene, come vuoi..., domani mi recherò! – le rispondo, non convinto, ma più per tenerla contenta che per altro.
«L'indomani..., entro in chiesa qualche minuto prima dell'orario concordato.
La chiesa è piccola, è di periferia ed è dedicata alla Madonna del Carmelo; piuttosto lontana dal centro abitato del mio paese, Saviliano, ma alquanto vicina alla masseria che fu di mia proprietà, sull'altipiano di Serralonga, dove io e la mia famiglia abbiamo vissuto per molti anni.
Prendendo a frequentare questa parrocchia, più per comodità di tragitto che per altro, Olimpia aveva avuto modo di conoscerne il parroco, don Nicola Tombini, restandone affascinata dalla semplicità dei suoi modi e dal trasporto spirituale che induceva con le sue omelie, e presi a frequentarla anch'io.
La chiesa è vuota, se non per una signora che prega, stando seduta al primo banco, e un'altra che, vedendomi, mi viene incontro e mi domanda: “Voi vi dovete confessare?”.
“No..., ma ho appuntamento alle ore quattro con don Nicola!ˮ le rispondo prontamente.
“Don Nicola sta confessando..., nel frattempo si accomodi qui!” mi dice lei, indicandomi una sedia posta fuori dall'ingresso della sagrestia.
Prima che la donna si allontani, le dico: “Se ha la possibilità, lo avverta che c'è Francesco Studiante, grazieˮ.
“Adesso non posso, ma non appena esce la persona che si sta confessando, glielo dico!” mi rassicura lei, andandosi a sedere poi al fianco della signora che sta pregando e prendendo a parlare con essa.
Diversi minuti dopo, la porta della sagrestia si apre e ne esce un signore.
L'uomo mi sorride.
“Devi essere stato assolto dai tuoi peccati!”, penso, rispondendo al suo sorriso.
Subito dopo la signora entra, e ne esce quasi immediatamente, andando direttamente a parlare con l'altra, che pur avendo ripreso a pregare ha un gesto di stizza nel sentire quanto le è riferito, e torna da me.
“Si può accomodare!” mi dice, chiudendomi poi la porta alle spalle.
La sagrestia..., non ci sono mai entrato, in una, in vita mia, ha tutte le sembianze di uno studio professionale: la scrivania è posta al centro della stanza, con una poltrona direzionale in pelle nera da un lato e due per gli ospiti dall'altro.
Un crocifisso e la foto del pontefice regnante appesi sul muro, alle spalle; il computer acceso, messo in stand–by.
Un armadio a quattro ante, due delle quali con vetri fumé, un salottino di pelle marrone sull'altro lato della camera, e un attaccapanni a lato della porta d'ingresso: un ufficio..., come li ho avuti io negli anni delle mie attività.
Don Nicola è un uomo di piccola statura, con barba e capelli, entrambi corti e bianchi; ha indosso la casula e la stola ed è seduto alla scrivania, e sta leggendo quello che, di primo acchito, mi sembra il suo breviario.
Sentendomi entrare e chiudersi la porta, lui alza lo sguardo e mi sorride; un sorriso rassicurante appare sul suo viso, e lo vedo anche nei suoi occhi.
Negli anni ho imparato a capire immediatamente cosa trasmettono, guardandoti, questi fantastici organi.»
– Buonasera don Nicola! – dico entrando.
– Buonasera Francesco! – mi risponde benevolmente lui, e poi: È da un bel po' che non ci si vede!
Se non sbaglio..., saranno almeno quattro domeniche che non ti vedo a messa; cos'è, non vai più d'accordo con Gesù? – mi dice avvicinandosi e stringendomi caldamente la mano.
– Ho l'impressione, don Nicola, che Gesù si sia dimenticato di me, e non da poco tempo! – gli ribatto, pentendomi subito di una tale affermazione.
– Lui non dimentica nessuno, Francè; ti aspettava, e oggi ti sta venendo incontro.
Forse non lo hai capito, ma è Lui che ti vuole ascoltare, tramite questo povero prete che ti sta di fronte, s'intende.
Ed è per questo..., che tu sei qui!
Questo incontro è stato Lui ad averlo voluto, e per il tramite di tua moglie Olimpia, che è parte del Suo disegno! – mi dice, invitandomi a sedergli di fronte, sul salottino.
– Olimpia..., senza di lei non so come avrei fatto don Nicò!
Accomodatomi
Con il suo aiuto..., sono riuscito a superare momenti per me molto difficili: periodi dolorosi, tempestati da fatti ai confini della sopportabilità umana!
Senza di lei, donna sensibile e corretta, ideologicamente onesta, e la sua fede – un libro aperto, l'aveva definita una sua sincera amica – forse avrei commesso gesti inconsulti!
Don Nicola ha ancora indosso la stola, e mi chiede:
– Vuoi che la tua..., sia una confessione?
– No..., don Nicò!
Io ho bisogno di parlare..., e con qualcuno che non abbia remore ad ascoltarmi, necessariamente anche per delle ore.
La mia storia è lunga, don Nicò, e il risultato è la misera condizione nella quale Olimpia ed io ci troviamo oggi.
Non tanto quella di carattere economico, mitigata in parte dall'appena sufficiente pensione, ma da quella di essere rimasti, nonostante tutto, e nostro malgrado, senza più i contatti e gli affetti di quella parte che rimane della mia famiglia originaria: i miei fratelli.
– Lo so, sono informato; Olimpia mi ha accennato di questa vostra pena, tua specialmente, e sono qui ad ascoltarti.
Per il tempo..., quello che ci vorrà.
E difatti, prevedendolo, poco fa ho fatto portare le mie scuse alla signora che avrebbe dovuto confessarsi, pregandola di rimandare a domani.
– Devo necessariamente iniziare da lontano, don Nicò, perché tutto è concatenato; se paragonassi la mia storia a una lunga catena, e a questa togliessimo un anello dal centro, le catene diventerebbero due, più corte, e tutto il racconto perderebbe l'intera drammatica importanza.
Molte situazioni tristi siamo stati costretti a vivere per lungo tempo, don Nicola, e a sopportare.
Lui annuisce positivamente, e, togliendosi la stola, m'invita a raccontare.
******
«Dovevo essermi nuovamente addormentato: era tutta la notte che stavo viaggiando, quando, ancora una volta, un forte stridio metallico mi svegliò.
Il treno stava rallentando: me ne accorsi anche da quel caratteristico rumore, quel Thun... Thun... che si sentiva quando le ruote del carrello della carrozza, in direzione del quale indirettamente ero seduto, passavano sul vuoto che c'era tra una rotaia e la successiva.
La velocità del convoglio stava diminuendo d'intensità, e il tempo intercorso per il passaggio sopra il successivo vuoto aumentava gradualmente.
Si stava attraversando una galleria, che apparentemente mi sembrò piuttosto lunga, ma che poté apparire tale anche in virtù della fase di rallentamento del convoglio.
La carrozza aveva le luci accese, e nel mio scompartimento non c'era nessun altro viaggiatore.
Mi alzai, mi guardai intorno, controllai che la mia piccola valigia fosse dove l'avevo poggiata, e mi affacciai nel corridoio.
Altri due viaggiatori, forse anch'essi svegliati come me dallo stesso rumore, erano usciti dal proprio scompartimento e sostavano nel corridoio.
Erano due giovani uomini, forse emigrati al nord, che ritornavano a casa per le ferie.
Due ritardatari, supposi, visto che eravamo agli inizi del mese di Agosto e le ferie erano cominciate già da diversi giorni: per l'appunto, da quando le grandi aziende del nord avevano chiuso.
Il periodo feriale in Italia, come lei saprà, è condizionato dalle grandi aziende; chiudono tutte dal primo giorno del mese, e in tutta la nazione, per tutti, le ferie iniziano da quel giorno: ancora oggi.
«Su di un treno in corsa non è facile restare in piedi se non ci si poggia alla parete dello scompartimento o non si poggiano le mani al finestrino.
Ed io a quello mi ero poggiato.
Eravamo ancora in galleria, e la velocità del treno diminuì ulteriormente.
Non sapevo a quale punto del viaggio fossimo, e non sapevo neanche se il treno stesse rallentando per motivi tecnici, o perché prossimo a una fermata.
Mi accesi una sigaretta: le mie preferite di allora, le Super senza filtro.
Dopo una prima boccata, e prima di metterlo nuovamente in tasca, verificai meglio il funzionamento del mio accendino, un Ronson, che non si era acceso al primo colpo.
Il corridoio della mia carrozza, di seconda classe, era sul lato destro rispetto al senso di marcia, per cui pensai che, se il treno stesse percorrendo la tratta Jonica, appena usciti dalla galleria, avrei visto le colline; e se invece fosse stato sulla tratta tirrenica, il mare.
Ed era quello che volevo vedere.
Finalmente cominciò a vedersi un riflesso e, poco dopo, terminata la galleria, vidi il mare.
Gioii nel vederlo calmo e immenso, di un blu cupo, più scuro del mio Adriatico.
Ai due viaggiatori già nel corridoio si aggiunsero cinque o sei altri viaggiatori; uno dei quali, postosi al mio fianco, mi anticipò che in breve tempo si sarebbe vista la Sicilia.
Guardai l'orologio: erano le sei e il sole era già alto; appena venti minuti ancora, stando all'orario di marcia, il treno sarebbe arrivato alla stazione di Villa San Giovanni, per poi essere traghettato a Messina. »
– Ecco, don Nicò: quella città era la mia meta.
Andavo a trovare mio fratello Pasquale, ufficiale dell'esercito.
Mio fratello è più grande di me: io sono il secondo, di una nidiata di sei.
– Uhm...
«Fu nostro padre a propormi la cosa: il mese precedente avevo conseguito la maturità e, così, lui, come premio, mi propose quel viaggio.
“Poiché tuo fratello Pasquale si congeda fra quattro giorni, perché non vai lì..., così che poi tornate insieme?” mi aveva detto.
Non me lo feci ripetere due volte; accettai subito e, di corsa, in agenzia viaggi comprai il biglietto ferroviario per Messina.»
– In seconda classe, don Nicò: i soldi erano pochini.
Non era la prima volta che andavo a trovare mio fratello; ero già andato per due volte, e sempre su iniziativa di mio padre.
Don Nicò..., io non ho mai chiesto niente; non l'ho mai fatto!
«La prima volta, ci andai quando era militare di truppa a Palmanova, nel Friuli, e la seconda quasi un anno dopo, ad Ascoli Piceno, dove stava frequentando il Corso Allievi Ufficiali di Complemento.
Avevo, già da ragazzino, scoperto che mi piaceva viaggiare, specie se da solo.
Viaggiare da solo mi permette ancora oggi di osservare e memorizzare meglio tutto ciò che il mio sguardo abbia modo di notare: dal panorama alle coltivazioni e agli agglomerati del territorio che si attraversa, fino alle persone che viaggiano con me o che incontro nei luoghi che visito.
Delle persone m'interessano soprattutto i loro comportamenti, segnali per me di una loro cultura più emancipata della mia, o meno.
Viaggiare con gli occhi aperti, come diceva mio padre, significa questo per me: emancipare la propria cultura; e dovrebbe valere per tutti.
Così come allora, guardavo il mare senza trascurare di osservare gli altri viaggiatori.
Ancora oggi non m'interessano le persone come tali, giacché presto le dimentico, ma le loro storie, i loro comportamenti e la loro educazione: quelle mi rimangono in mente, e ne faccio tesoro.
«Della prima volta ricordo che, alla stazione di Bologna, quando la mia carrozza fu agganciata al treno per Venezia, nel mio scompartimento entrarono e si sedettero tre donne: una sulla cinquantina e le altre due giovani ragazze.
Ripreso il viaggio, dopo i soliti convenevoli sulla destinazione e sul tempo atmosferico e sulla durata del medesimo sino a destinazione, la mia stessa, io presi a fumare, guardando scorrere la campagna, piatta come il Tavoliere di Capitanata, e loro si misero a parlare di lavoro.
A un certo punto la donna, col suo racconto, attirò la mia attenzione; in uno scompartimento di una carrozza ferroviaria, nonostante tutta la buona volontà, non è possibile non ascoltare: stava raccontando alle due ragazze, ed io credetti anche a me, del duro lavoro che aveva fatto quando era ragazza lei, a metà degli anni cinquanta.
Aveva lavorato nelle risaie del Vercellese come mondina, insieme a decine di giovani donne, per la semina, per la monda e infine per la raccolta, e continuava a farlo ancora.
Difatti diceva che stava ritornando a casa dopo la stagione del raccolto.
“È un lavoro duro, specie la monda, perché devi stare nell'acqua fino al polpaccio, e curvata per estirpare le erbacce; la schiena ne risente, anche se sei giovane”, disse.
Infine, con un'ultima battuta: “E poi c'erano sempre alcuni uomini maleducati, che, su quella posizione, facevano apprezzamenti poco garbati. Fortuna che adesso, con l'introduzione dei diserbanti, la monda è sorpassata; e a noi rimane solo l'appellativo di mondina!” finì il suo discorso, e un lieve sorriso si stampò sul suo volto.
Io ripresi a guardare la campagna, che scorreva veloce; il panorama m'interessava, così come ancora oggi, per valutare appieno tutto ciò che madre natura ha creato e ci ha messo a disposizione.
«A Palmanova, con mio fratello ci si vedeva solo la sera, durante la sua libera uscita, insieme con altri due ragazzi nostri compaesani, militari anch'essi.
Quella volta dormii in una locanda gestita da profughi dalmati; la stanza era fredda, senza riscaldamento, e le lenzuola ghiacciate.
Ricordo ancora oggi quanto fossero fredde.
Passavo le giornate – tre – visitando i luoghi, fino ad arrivare anche al Sacrario di Redipuglia.
Nel sacrario, enorme e maestoso, sono seppelliti centomila soldati italiani della Terza Armata, morti nella Prima Guerra Mondiale, assieme al loro comandante: Emanuele Filiberto di Savoia, Duca d'Aosta.»
– Sessantamila di quegli eroici soldati sono ignoti, don Nicò!
– Lo so Francè.
«Salendo lentamente ognuno degli enormi gradoni che costituiscono il sacrario, ebbi modo di leggere moltissimi nomi, così mi sembrò, di origine meridionale.
Quella parte d'Italia che, se non ci fosse stata l'unità, non avrebbe partecipato alla carneficina, e i suoi giovani figli non sarebbero rimasti vittime innocenti di un nemico che la maggior parte di loro neanche conosceva.
Mi mossi con il massimo rispetto, come il luogo richiedeva, pensando a quanti di quei ragazzi della mia età avessero sacrificato la loro giovane esistenza, e che lì giacevano in eterno.
Su, in cima al sacrario, c'è un piccolo museo nel quale sono conservati numerosi cimeli che, in quel tragico periodo, erano di uso comune a quegli sfortunati ragazzi: armi di vario genere, baionette, cucchiai, gavette, maschere antigas e altro.
Uno, in particolare, mi colpì: una bicicletta, in uso ai bersaglieri ciclisti.
Quel mezzo serviva loro per spostarsi rapidamente sulle strade, per raggiungere il fronte o altri luoghi di scontro.
Finite le strade o i sentieri percorribili, la bicicletta veniva piegata e caricata sulle spalle.
Anche un elmetto attirò la mia attenzione: era squarciato nella parte frontale.
Non mi fu difficile immaginare gli effetti e le conseguenze sulla testa del soldato che avrebbe dovuto proteggere.
Un berretto, con visiera nera e copricapo rosso, con i gradi in argento da generale di brigata, avvertiva il visitatore – almeno così mi parve – che anche qualcuno di loro fosse rimasto sul campo.
Andando via, e pensando al dolore delle madri di quegli sfortunati uomini, mi proposi di non dimenticarli.
Non bisogna dimenticarli.
La seconda volta, ad Ascoli Piceno.
Il tempo era ancora estivo e lì ci rimasi solamente poco più di mezza giornata.
Arrivai il mattino presto e la sera ero già ripartito.
In quella caserma l'andazzo era molto diverso da quello di Palmanova: lì i soldati erano tutti allievi ufficiali.
Alla porta, l'ufficiale di picchetto al quale mi ero presentato gentilmente mi fece accomodare in sala d'attesa e, immediatamente, mandò un soldato della guardia a chiamare mio fratello.
Pasquale arrivò quasi subito, scambiò qualche battuta amichevole con l'ufficiale e, col permesso già in tasca, uscimmo.
“Perché non hai fatto il saluto al sottotenente?” gli chiesi meravigliato.
“È un ufficiale di complemento, ed è un amico; è un raccomandato, figlio di un pezzo grosso di Roma; e poi, fra tre mesi, anch'io sarò sottotenente, come lui!” rispose.
“Qui tutti raccomandati sono, come pure tu!” osservai io, col solo spirito della verità.
Ci facemmo una risata e chiudemmo l'argomento.
Nel frattempo pensai: “Chissà se, quando toccherà a me, avrò anch'io una raccomandazione che mi permetterà l'identica cosa!”.
La divisa che indossava Pasquale era in uso ai soldati di fanteria: camicia a maniche lunghe e pantaloni color cachi, cravatta e basco con il fregio specifico.
Che fosse un allievo ufficiale era indicato dalla sigla A.U.C., in metallo dorato, applicata su entrambe le spalline della camicia.
Dalla cabina telefonica del vialone di accesso chiamammo un taxi e andammo in centro città.
«Nella Piazza del Popolo, mentre sorseggiavamo un caffè seduti al tavolo di un bar molto alla moda, Pasquale mi raccontò che proprio lì, una prima volta a luglio e una seconda ad agosto, ogni anno si svolgeva il Torneo della Quintana.
Lui aveva già assistito a entrambe le manifestazioni.
Palesando il mio interesse a sapere, continuò: “Il torneo è una rievocazione storica, di origine medievale: una sfilata di vari personaggi in costume d'epoca, con tanto di sbandieratori, tamburi e suoni di tromba, alla quale fa seguito un torneo cavalleresco; una sorta di giostra equestre!”.
Sollecitato, non prima di aver acceso una sigaretta, riprese: “È una gara tra cavalieri che, a cavallo e con lancia in resta, devono colpire a turno un bersaglio posto sul braccio sinistro del Moro!”.
Tirò una boccata e continuò: “La statua, girevole, è la raffigurazione di un saraceno; il cavaliere dovrà centrare il bersaglio e, soprattutto, essere veloce... Il saraceno, in virtù del colpo ricevuto, ruota su se stesso e, se il cavaliere non è abbastanza veloce da passare oltre, può essere colpito dal flagello!”.
Poi: “Beh... è mezzogiorno... adesso ce ne andiamo a mangiare; saliamo su al Monte Piselli... andiamo in montagna!”, decise alzandosi.
A me non rimase che seguirlo.
«Il taxi ci portò fin su a Colle San Marco e poi, lì, prendemmo una funivia per salire.
La funivia avanzava lentamente: non era una seggiovia vera e propria e i passeggeri restavano in piedi in un cestello dalle pareti in rete metallica, alte poco oltre la cintura dei pantaloni.
Man mano che salivamo si cominciò a intravedere un magnifico paesaggio montuoso e l'aria si fece sempre più fresca.
La funivia non arrivava in cima, ma nelle vicinanze di un rifugio: per raggiungerla mancavano un centinaio di metri.
A 1800 metri – tanto era l'altitudine raggiunta – il panorama si aprì a 360 gradi.
Da un lato l'Adriatico e, verso sud, un'altra montagna un po' più bassa e, più in lontananza, la catena del Gran Sasso: la montagna più alta dell'Appennino italiano, che con il Corno Grande raggiunge i 2912 metri.
Attirando la mia attenzione verso nord–ovest, Pasquale m'indicò un'altra catena montuosa, dove la cima più alta era il Monte Vettore, che con i suoi 2476 metri sovrastava le altre.
“Quella è la catena dei Monti Sibillini; ed è lì, sui pianori del Monte Vettore, che noi allievi facciamo le nostre esercitazioni!”, concluse, mostrando un pizzico di orgoglio.
Subito dopo entrammo nel rifugio, perché fuori l'aria era piuttosto fresca, quasi fredda.
Entrando, mi colpì subito il camino acceso.
“Qui, ai primi di settembre, a 1800 metri di altitudine, è come se in pianura fosse fine ottobre!”, precisò lui.
«Appoggiati al bancone, c'erano due avventori che avevano in mano un bicchiere di vino, che sorseggiavano mentre parlavano allegramente.
Forse sono amici del gestore, pensai.
Nella sala alcuni tavoli erano già apparecchiati: ne scegliemmo uno e ci sedemmo.
Il gestore, un uomo di mezza età piuttosto robusto, aveva l'aspetto di un montanaro: grossi baffi, gilè nero di pelle, pantaloni di velluto a coste color marrone scuro, camicia di flanella a quadri, intonata ai calzoni, con le maniche arrotolate al gomito, e scarponi da montagna.
Dopo aver scambiato quattro chiacchiere sul tempo e, con mio fratello, sulla vita militare, prese la comanda e si allontanò.
Noi due, nell'attesa, ci accendemmo una sigaretta.
“Io ho la qualifica di assaltatore e la mia arma è la MG 49–52: una mitragliatrice leggera da 1200 colpi al minuto; è così rapida che, quando sparo, il nastro da cinquanta colpi finisce in breve tempo; non è come sparare col fucile, dove senti ogni singolo colpo; quell'arma, quando spara, è come se cantasse!”, mi disse Pasquale, orgoglioso del suo compito.
“È più facile quando spari da terra, con l'arma poggiata sul cavalletto; ma quando spari in piedi, in una simulazione di attacco, devi piazzarti bene sulle gambe e tenere il calcio ben poggiato al fianco, per avere una direzione di tiro stabile!”, concluse, vedendo arrivare i primi piatti: pappardelle al ragù di lepre.
«Fu la prima volta che mangiai le pappardelle e devo dire che furono veramente ottime; mentre il ragù di lepre l'avevo già mangiato da ragazzino, ma con le orecchiette pugliesi.
Mentre aspettavamo il secondo piatto, Pasquale riprese a raccontare: “Giù in caserma mi hanno detto che, con la fine del corso e la nomina a sergente A.U.C., la mia destinazione sarà ancora Palmanova; tornerò nuovamente lì, ma da sergente questa volta!”.
“Rimarrai là anche da sottotenente?” gli domandai, ansioso di sapere.
“No! Quando sarò nominato ufficiale avrò una breve licenza e verrò a casa, perché dovrò anche prepararmi la divisa: “la diagonaleˮ, così si chiama; e lì mi comunicheranno la nuova destinazione!”, rispose.
Il colloquio fu interrotto dall'arrivo del secondo piatto, fumante anch'esso: arrosto misto, con contorno di piselli, patate e carote lesse.
Non prendemmo frutta né dolce, ma passammo direttamente al caffè.
Intanto, dalle finestre vedemmo che il tempo stava cambiando, e questo ci preoccupò non poco: si era formata la nebbia e il sole era sparito.
Mentre ci accendevamo un'altra sigaretta, l'ultima in quel posto, informai Pasquale del mio programma: “Questa sera prendo il treno a San Benedetto e vado a Milano; domani, a Monza, c'è il Gran Premio d'Italia di automobilismo; domani sera, poi, riprenderò il treno e tornerò a casa... fine della vacanza!”, terminai divertito.
Uscimmo dal rifugio e ci ritrovammo avvolti nella nebbia: l'aria era già piuttosto fredda.
Un brivido mi attraversò mentre correvamo verso la funivia, che era in movimento, e con un balzo montammo sul cestello in discesa.
Fu un vero peccato non poter raggiungere la cima della montagna: date le condizioni del tempo, non fu più possibile andarci.
L'aria si era fatta pungente e noi indossavamo solo una camicia a maniche corte, anche se quella di Pasquale era più pesante: fummo costretti a strofinarci le braccia per riscaldarci almeno un po'.
Per fortuna, man mano che si scendeva, la temperatura aumentava e la nebbia si diradò fino a scomparire del tutto.
Il panorama, almeno quello verso il basso, riapparve.
In città ritrovammo il caldo che avevamo lasciato nella mattinata e passeggiammo per un po' in centro.
Ascoli, oltre che bella, è anche una città antica di origine romana, ed è attraversata dalla via Salaria, una delle sette strade consolari dell'antica Roma.
Dopo un altro caffè e tre o quattro sigarette fumate, Pasquale mi accompagnò alla fermata degli autobus: dovevo raggiungere la costa per prendere il treno.
“Allora ciao, ci vediamo ai primi di gennaio!”, mi disse.
Poi aggiunse: “Non credo avrò una nuova licenza prima di allora!”, e mi salutò stringendomi la mano.
Lui andò via subito: doveva ritornare in caserma; l'orario del permesso stava scadendo.»
– Volevo bene a mio fratello, don Nicò, ma non ci era stato insegnato che ci si potesse salutare anche con un abbraccio; per cui, istintivamente, anch'io porsi la mano e gliela strinsi forte, rispondendo al suo ciao.
– Abbracciarsi tra fratelli è naturale, Francè.
– Lo so don Nicò; ma a noi non ci è mai venuto di farlo.
– Uhm...
«In stazione aspettai parecchio, e, un po' sotto la tettoia, oppure all'esterno, vidi arrivare e partire, oltre che transitare velocemente, numerosi treni.
Tanta gente che arrivava o che partiva.
Ebbi modo di vedere persone allegre, per lo più ragazzi, diversi adulti e anche qualche anziano.
Sembrava che tutti avessero qualcosa da fare per raggiungere la loro meta, ma nessuno, tra baci, abbracci e convenevoli vari con i loro accompagnatori, mi sembrò avere fretta... e non l'avevo neanche io.
Lasciai passare almeno due treni con destinazione Milano, ma non ci salii, perché sarebbero arrivati a destinazione in piena notte.
“Che ci faccio nella stazione di Milano, di notte?”, mi chiesi, e non li presi.
Presi quello prima della mezzanotte, e alla stazione di Bologna comprai un panino, la mia cena, da un venditore ambulante – credo autorizzato – che sostava nel corridoio tra i binari, proprio quando la mia carrozza si fermò davanti a lui.
Non avevo fame, ma, a vederli, i panini mi venne voglia, e presi anche un caffè.»
– Dei prezzi..., don Nicò, è inutile parlarne.
– E già..., anche allora...
«Arrivai a Milano che era già l'alba.
Fatta colazione con cornetto e cappuccino, e siccome era ancora presto per Monza, decisi di fare una passeggiata in città.
A piedi, chiedendo informazioni, arrivai al Duomo.
C'ero già stato davanti al Duomo, quando ero bambino, con mio padre.
Autotrasportatore a quei tempi, mi aveva portato con sé in un viaggio che aveva come destinazione proprio Milano.
Era la metà degli anni cinquanta, ed era estate.
L'autotreno – ricordo – arrivò in piazza Duomo; mio padre lo parcheggiò sul lato destro, guardando la cattedrale.
La maestosità del Duomo la notai subito e, mentre mio padre e l'autista sorseggiavano un caffè in un bar, vidi anche una bancarella che vendeva angurie, anche a fette.
Papà, senza che glielo chiedessi, me ne comprò una abbastanza grossa, dandomi il tempo necessario per mangiarla.
Quando la finii... buttai per terra la scorza.»
– Un manrovescio, don Nicò, mi raggiunse, seguito da un rimprovero: “Perché l'hai buttata a terra? Non hai visto il bidone?... Raccoglila e buttala lì dentro!”, disse mio padre.
– E questo è il mio ricordo della prima volta al Duomo di Milano.
Don Nicola..., non ho mai più buttato per terra scorze di qualsiasi genere.
Ancora oggi, se in campagna mi capita di mangiare dei fichi sotto l'albero, piuttosto che buttare le bucce per terra, li mangio interi, così come colti.
– Eh... caro Francesco: a quel tempo la maniera di educare i bambini era più diretta e più efficace, e ne so qualcosa anch'io..., ahahah!
– Ahahah... allora siamo in due.
«Quando ci ritornai, il venditore di angurie non c'era più e gli autotreni non potevano più circolare in centro città.
Ero un giovanotto e potei ammirare interamente, e capire, la bellezza e la maestosità della famosa cattedrale.
Non potei entrarci perché era già orario di chiusura e, soprattutto, perché erano già le due del pomeriggio: il Gran Premio sarebbe iniziato alle tre.
Non c'era neanche il tempo di cercare un autobus e allora decisi di prendere un taxi, che trovai subito.

Franco Arbore

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Scrittori si nasce Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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