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“Quando eravamo piccoli, si.ˮ
La storia di una promessa tradita: ci sono tradimenti che segnano una vita intera. I tradimenti peggiori non arrivano dagli estranei. Arrivano da chi hai chiamato fratello. — Don Nicola..., non so da dove cominciare. Se oggi sono qui, è perché non riesco più a darmi una spiegazione. E allora cerco qualcuno che sappia ascoltare. Non per avere ragione... ma per capire. Io ho sempre pensato di aver fatto le cose giuste. Ci sono storie che si raccontano partendo dall'inizio... La mia è una di quelle che ti restano addosso per anni, in silenzio, finché non ti accorgi che non puoi più tenerla dentro. Io ho sempre pensato di aver fatto le cose giuste. Per anni ho pensato che il tempo avrebbe sistemato tutto. Che alla fine le cose si sarebbero chiarite; che ognuno avrebbe riconosciuto le proprie responsabilità. Mi sbagliavo. Ho costruito la mia vita credendo nella famiglia, nel lavoro, nella parola “data”. Ho dato fiducia senza chiedere garanzie, ho aiutato senza pretendere nulla in cambio. E forse è stato proprio questo il mio errore. Eppure oggi mi ritrovo qui, a chiedermi dove ho sbagliato. Perché quando a tradirti non è un estraneo, ma qualcuno che porta il tuo stesso sangue, non perdi solo qualcosa. Perdi una parte di te. Questo libro racconta la storia di un uomo che ha dato fiducia, cuore e lavoro a persone a lui vicine, trovandosi, invece, tradito, derubato e isolato. Francesco Studiante, il protagonista, attraversa il dolore della disillusione familiare e professionale, confrontandosi con fratelli avidi e soci opportunisti, e con una società sempre più superficiale, egoista e votata all'apparire. In ogni pagina si respira la tensione tra lealtà e ingratitudine, tra sacrificio e tradimento, ma anche la forza di un animo che non si piega: Francesco non si lascia vincere dall'odio né dal rancore, perché il suo sguardo rimane saldo sull'amore autentico e sul rispetto della propria dignità. La figura di Olimpia, moglie devota e comprensiva, e il dialogo con don Nicola, guida spirituale e confidente, offrono al lettore la dimensione della fede, della ragione e della pazienza: valori che diventano strumenti per ritrovare la serenità e comprendere le ingiustizie subite senza esserne schiacciati. Il libro è anche una riflessione sulla natura umana, sulle relazioni famigliari e sociali, sui meccanismi sottili della manipolazione e della vendetta, e su quanto spesso il cuore venga tradito da chi meno te lo aspetti. Ciò nondimeno è, soprattutto, la storia di chi ha saputo resistere, mantenere la propria onestà e costruire una vita basata su ciò che conta davvero: la lealtà, l'amore e la pace interiore. Alla fine, ciò che emerge è una verità semplice e potente: non sempre chi ci fa del male lo esegue per odio, e non sempre chi ci tradisce è senza cuore; talvolta siamo noi stessi, con le nostre scelte generose, a esporci al dolore. Tuttavia la serenità, il perdono e la capacità di lasciar andare sono ciò che permette di vivere con dignità e pienezza, nonostante tutto. Questa, è una storia totalmente ideata: e vuol mettere in risalto ciò che può accadere, a ognuno di noi, quando si ha a che fare con degli spergiuri. Chi, come alcuni dei personaggi, presta giuramento sulla bara di una persona molto cara, impegna la propria coscienza e il proprio onore; e facendolo, promette di adempiere gli obblighi assunti e di mantenere determinati comportamenti di solidarietà tra fratelli, legati alla memoria, sino alla fine. Francesco Studiante ha vissuto una vita scandita da lavoro, sacrifici e legami di sangue, sempre sorretto tra la dedizione agli altri e il peso delle ingiustizie subite. Dagli anni dell'infanzia alle sfide dell'età adulta, tra fratelli che tradiscono promesse e amici che scompaiono, Francesco ha imparato che la lealtà e la bontà spesso si pagano a caro prezzo. Così come la propria libertà. Dalla frenesia dei primi affari e dei sogni d'innovazione, ai debiti che stritolano il presente e i tradimenti silenziosi di chi avrebbe dovuto essere vicino, il lettore è accompagnato nei corridoi della vita di un uomo che ha conosciuto l'inganno, il dolore e la solitudine. Ma anche la forza discreta della giustizia interiore, la dolcezza di chi resta fedele, e l'amore costante di chi sa dare sostegno senza chiedere nulla in cambio. Tra la malinconia dei ricordi, le ombre delle perdite familiari e la luce di piccoli gesti di generosità, il Giuramento “Quando eravamo piccoli, sì.ˮ è un romanzo che racconta la complessità dei rapporti umani, il prezzo della sincerità, e la dolcezza struggente di chi, nonostante tutto, ha saputo rimanere se stesso. La vita di Francesco ci mostra che il vero valore non sta nei beni o nel potere, ma nella capacità di amare, perdonare e affrontare la solitudine con dignità. È una storia di emozioni forti, di rimpianti e riscatti interiori, dove il cuore del lettore si ritrova a battere insieme con quello di un uomo che ha lottato e sofferto, ma che alla fine può finalmente dire: “Sono stato me stesso”. il Giuramento “Quando eravamo piccoli, sì.ˮ II parte “Da bambini ci si promette tutto. Da grandi si scopre quanto vale davvero una promessa.” Diversi giorni dopo l'ultimo colloquio avuto con don Nicola, Olimpia mi disse: – Francè..., don Nicola mi ha chiesto perché non sei più ritornato da lui; gli avevi promesso che saresti tornato per raccontargli il resto! Io, non sapendo che dire, gli ho raccontato di un tuo impegno con dei professionisti per alcune vecchie questioni fiscali. Nel frattempo sono già passati più di venti giorni, e tu non ci sei ancora andato... perché? – prese a rimproverarmi Olimpia, appena rientrata a casa dalla messa, mentre posava sul tavolo della cucina i sacchetti della spesa fatta poco prima. – Olì..., non lo so perché non ci sono più andato: forse ho bisogno di capire meglio quale utilità possa avere, per me, confidare tutta la nostra storia... sia pure a un prete! – Di quale utilità parli, Francè! Noi, e specialmente tu, abbiamo bisogno di rasserenare il nostro animo, e don Nicola ci sta dando una mano. Lo capisci, sì o no, che siamo ormai anziani, e che abbiamo il dovere, anche nei riguardi dei nostri figli, di riuscire a vivere serenamente quel tanto di tempo che ci rimane! Francè, non ti fare problemi; torna da don Nicola, che già un aiuto te l'ha dato. Forse tu non te ne sei accorto, ma io sì! – affermò risoluta Olimpia, cominciando a sistemare ciò che aveva portato, per poi preparare qualcosa per la cena. «Le diedi una mano, e poi andai a sedermi in salotto: l'ora del telegiornale si avvicinava. Mentre stavo lì seduto, nell'attesa, ripensando a quanto Olimpia mi aveva detto, dovetti ammettere che non aveva tutti i torti. Dai primi colloqui avuti con il sacerdote, avevo effettivamente avvertito il mio animo leggermente più sereno; ma le storie rimanenti, conseguenze dirette di quelle già narrate, che mi avevano profondamente segnato, continuavano ad avere ancora un peso notevole sul mio spirito. Quando partì la sigla del telegiornale, Olimpia venne a sedersi al mio fianco. Aveva preso quell'abitudine diversi anni addietro. Quella prima volta venne a sedersi attratta dalle notizie riguardanti una spaventosa crisi economica, e proprio mentre il giornalista comunicava la notizia dell'ennesimo imprenditore, suicidatosi, trovato impiccato nel capannone della sua azienda.» “Madonna mia, quanti...!ˮ, disse profondamente scossa, e: “Questa benedetta crisi non accenna a finire! Sono più di due anni, ormai!ˮ, esclamò addolorata. “Olì, questa crisi ha colpito soprattutto quegli imprenditori che, per un motivo o per un altro, da quando è scoppiata, hanno visto il fatturato della loro azienda diminuire fortemente.ˮ Le spiegai che alcuni di quegli uomini, si erano trovati finanziariamente indeboliti proprio all'inizio di quella maledetta crisi, e quindi in una condizione tale da non poter più far fronte agli impegni assunti: principalmente verso i dipendenti, i fornitori e anche verso i clienti; e soprattutto verso il fisco, che è un ente che non ragiona... specialmente quando deve incassare. Lei non capì subito, e provai a dirle che, tutto ciò che accadde, fu generato da una lunga serie di preoccupazioni nell'animo di quegli imprenditori, i quali, disperati e incapaci di intravedere una possibilità di salvare le proprie aziende dall'abisso, erano arrivati, alcuni di loro, a togliersi la vita. “Poverette le mogli e le famiglie: distrutte da gesti così estremi!ˮ, lamentò lei. “Poverette sì!ˮ, aggiunsi. «Pensando che lei stessa avrebbe potuto essere una di quelle mogli, se non fosse stato per il coraggio che mi aveva sempre inculcato e per il fatto di averla al mio fianco da moltissimi anni. Olimpia, però, al contrario di me, non riusciva a immaginare che a spingere questi poveretti a un gesto così estremo – almeno per alcuni di loro – potessero essere stati anche i dissapori familiari, insorti con forza a causa della nuova e inaspettata situazione economica, tali da turbare l'equilibrio domestico e la serenità coniugale. Dissapori che, io credo, nascono soprattutto quando la moglie, non vedendo più le floride prospettive di un tempo e venendo meno il denaro necessario a garantire una certa agiatezza, finisce per abbandonare il marito al proprio destino, accusandolo d'incompetenza e ritenendolo responsabile del dissesto. In alcune donne, calcolatrici del benessere – e non sono poche – sorge immediatamente la certezza di perdere, in tempi brevi, la stabilità economica dalla quale esse stesse avevano tratto lussi e comodità. Allora emergono, repentinamente, l'egoismo e una certa durezza d'animo che solo il denaro, e non l'amore verso il proprio compagno di vita, aveva fino allora tenuto nascosti. Olimpia sa che nel genere umano esistono anche le vipere, ma in casi come questi preferisce non ammetterlo: è più forte di lei. Durante la cena, gustando con piacere ciò che Olimpia aveva preparato, mi convinsi definitivamente che sì: un altro colloquio con don Nicola era necessario.» – D'accordo, Olì: non appena tornerai in chiesa, chiedi a don Nicola quando sarà disponibile a ricevermi... e digli che anche questa volta sarà un lungo colloquio! Lei, sorridendomi, fece un cenno di approvazione, appoggiando dolcemente la sua mano sulla mia. «Dopo cena, sparecchiammo e lavammo le stoviglie; poi Olimpia andò a sedersi sul divano e prese, com'è sua abitudine, a leggere il suo libretto delle preghiere, mentre io uscii sul balcone a fumare. In questa casa, dove abitiamo adesso in affitto, non è come in passato alla masseria, dove la sigaretta la fumavo sì all'aperto, ma in compagnia dei miei cani, passando tra i vari box ad accarezzare la testa di ognuno dei miei cavalli; mentre Olimpia si sedeva davanti al camino acceso, d'inverno, oppure sotto la veranda, con un gatto accucciato sulle gambe, nelle sere d'estate. E così, come le altre volte, due giorni dopo entrai in chiesa all'orario concordato: le ore sedici. La chiesa era vuota; a differenza della volta scorsa non c'era nessuno. Passai davanti al tabernacolo, feci un devoto inchino e mi affacciai alla porta della sagrestia, che era aperta.» – Buon pomeriggio, don Nicola; posso...? – Carissimo Francesco: sempre puntuale! Accomodati pure! – Chiudo la porta, don Nicò? – No, Francè, lasciala pure aperta: dove non ci sono orecchie che sentono, non ci sarà bisogno di trovare parole per spiegare! Ah ah ah! In ogni caso, sino alle diciannove non verrà nessuno. Intanto siediti nella tua solita poltrona: metto a posto queste carte e sono subito da te. «Il sorriso di don Nicola è rassicurante: infonde subito quella tranquillità che neppure una doppia camomilla riuscirebbe a dare; e poco dopo, sistemate le carte, come mi aveva detto, venne a sedersi di fronte a me. Temporeggiò per qualche istante e non mi chiese nulla sul perché avessi lasciato passare tanto tempo prima di ritornare da lui, – cosa che mi sarei aspettato – forse perché attendeva che fossi io a parlarne. Si rese però immediatamente conto che doveva essere lui a invitarmi a farlo.» – Allora, Francè, come stai? Hai trovato quella serenità che cercavi? Guardandoti negli occhi, credo di sì. Quando sei venuto da me la prima volta mi sono subito accorto della tua angoscia, della quale, peraltro, come sai, mi aveva già accennato Olimpia; ma adesso noto il tuo volto meno teso: più sereno, insomma! – Sì, don Nicò, ma dopo la prima volta, le giuro, raccontarle e rivivere la mia storia, nei fatti più tristi sino a quelli che le ho già narrato, mi è costato molta sofferenza; il mio malessere è persino aumentato. E ho pensato, sbagliando, che non venire più da lei e quindi non rivivere altri momenti dolorosi, forse ancora più infelici dei precedenti, mi avrebbe liberato la mente. Non è stato così, e Olimpia se n'è accorta subito; perché lei... è sempre al mio fianco, soprattutto nei giorni più tristi. – Francè... ascoltami. Suppongo che quello che andrai a raccontarmi non sarà piacevole e potrà procurarti dolore nell'animo; ma sono sicuro che, facendolo, te ne libererai, e il tuo spirito tornerà più sereno e fiducioso. – Don Nicò, io sono un uomo al quale, dopo la estromissione subita dalla società con Pasquale, è andato tutto male dal punto di vista lavorativo; e oggi mi sento un uomo finito, che non ha più nulla da offrire né a se stesso né alla propria famiglia. Ho quasi ottant'anni, sono vecchio, e non ho più nulla da aspettarmi dalla vita; perciò, l'unica cosa che posso dire a mio vantaggio è che non morirò giovane! – Ah ah ah! (don Nicola) Don Nicola sorride, ma senza ironia, con quella sua bonaria comprensione che non ferisce. – Francè, seguimi bene... Agli occhi del mondo contano i numeri che un uomo può vantare; ma agli occhi di Dio questo non conta: uno vale tutto. Perciò, come prima, sono disposto ad ascoltarti; e tieni presente che, se c'è anche una sola persona disposta ad ascoltare davvero la tua storia, allora vuol dire che non sei affatto un uomo finito. – Grazie, don Nicola, per le parole che mi ha detto; ma l'importanza di ciò che sto per raccontarle richiede, da parte sua, molta comprensione. – Francesco, uno dei compiti dell'essere umano è proprio quello di comprendere e interpretare ciò che gli viene raccontato. Andiamo avanti, ti ascolto. «Dopo la cacciata dall'altra società – così qualifico la mia estromissione da parte dei miei soci, l'amministratore e la sorella Linda – mi ritrovai nelle medesime condizioni di quanto era già avvenuto con Pasquale. La differenza, però, era che questa volta non avevo una lira; avevo otto anni in più e l'azienda agricola, con l'allevamento dei purosangue, da mandare avanti. Possedevo, sì, delle proprietà, ma di denaro neanche l'ombra. E, per di più, mi ritrovai con circa quaranta milioni di lire di debito – residuo dei cinquanta milioni concessimi per il matrimonio dell'amministratore – verso la banca del dottor Santino, che nel frattempo era stato trasferito. “Che cosa fare, dopo?ˮ, mi chiesi. Ancora una volta mi si ripresentò il problema, aggravato dalla circostanza che, oltre a non avere più uno stipendio, i miei figli erano cresciuti. I miei fratelli, tutti e tre, nelle loro azioni contro di me non si erano mai preoccupati dell'avvenire dei miei ragazzi. Le prime vittime dei loro soprusi furono proprio loro, e il loro futuro! Alessio era quasi al termine della leva militare e, avendo già deciso di non andare all'università, sarebbe presto dovuto entrare nel mondo del lavoro; mentre Giovanni, il più piccolo, aveva ancora qualche anno di studi da compiere. E allora, dopo qualche tempo, avendo il mio capannone vuoto – e non so ancora oggi con quale coraggio – decisi di avviare un'azienda: questa volta solo mia. Approfittando delle vacanze estive acquistai prima una macchina per scrivere e misi il mio piccolino all'opera, facendogli redigere, sotto la mia direzione, listini e cataloghi dei prodotti che sarebbero stati frutto della nuova attività. E quello fu il primo passo. Il lavoro che inizialmente avevo in mente di svolgere, e del quale, ovviamente, ero esperto, era sempre quello ideato da mio padre. Sapevo però benissimo che, così facendo, sarei entrato in concorrenza con loro tre, e le rispettive aziende, e volevo evitarlo. Dopo alcune notti insonni, e lunghe riflessioni sulle conseguenze alle quali sarei andato incontro, decisi, proprio per scongiurare ciò, d'iniziare la produzione con prodotti dello stesso genere ma affini, rivolgendomi a un altro settore di utilizzo e, quindi, a un diverso tipo di clientela: una clientela alla quale non ci eravamo mai proposti. Quando i cataloghi e i listini furono pronti, nel frattempo avevo anche scelto il nome della futura azienda e creato un marchio, portai i miei due ragazzi al capannone, che necessitava di una profonda pulizia. Lì, a causa di alcuni vetri rotti delle finestre – e non mi fu difficile immaginarne la causa, giacché i frammenti erano sparsi all'interno – gli uccelli, e in particolare i colombi, avevano nidificato, sporcando intelaiature e pavimento. Il lavoro ci impegnò considerevolmente, ma dopo alcuni giorni il capannone era pulito e pronto per accogliere impianti, macchinari e attrezzature. Restava, però, il problema dei capitali necessari; giacché, per le varie forniture, conoscevo già le aziende produttrici e gli artigiani di cui avevo bisogno. Forte del buon nome che ancora mi rimaneva, incominciai subito a sondare alcune banche. Senza incontrare ostacoli particolari, nel giro di un mese ottenni il capitale necessario, affidatomi da ben cinque istituti di credito, per dare avvio alla mia nuova impresa.» – Don Nicò: riuscii a mettere insieme un totale di duecentocinquanta milioni di lire, affidati in conto corrente, più trecento milioni di anticipo sulle fatture di vendita. E tutto questo... solamente con la garanzia del mio nome! – Francè, mi avevi già detto che a quel tempo non c'erano ancora grandi difficoltà per ottenere credito dalle banche. – Sì, don Nicò, ma mi riferivo a fatti avvenuti parecchi anni prima. Dopo, quando non fui più amministratore, scoprii invece che le strategie bancarie erano già cambiate. I vecchi direttori non c'erano più ed erano stati sostituiti da semplici funzionari. C'erano però ancora, in ogni banca, alcuni vecchi impiegati che mi conoscevano bene e, con quello che restava del mio buon nome, riuscii a superare le nuove procedure di valutazione e ottenni gli affidamenti. Se le banche avessero approfondito davvero la mia situazione, non avrei ottenuto nulla... e forse sarebbe stato meglio: avrei trovato altre soluzioni, o mi sarei rassegnato a cercare un lavoro da dipendente. – Già..., e sarebbe stato meglio? – Probabilmente sì, don Nicò: aspetti quello che le racconterò più avanti. «Comunque, con i capitali a disposizione, presi contatto con le aziende produttrici dei macchinari, con i vari rivenditori di attrezzature – tra i quali anche quell'Alfredo che aveva fornito i primi macchinari in nome dell'amministratore, e pagati da me – e con gli artigiani per gli impianti. Nel giro di tre mesi l'azienda fu allestita e pronta per produrre, ma il capitale affidatomi era quasi del tutto esaurito. Assunsi anche un paio di operai, che formai brevemente, e un rappresentante: un giovane diplomato, fratello di uno degli operai, dalle buone capacità colloquiali, che si dimostrò subito all'altezza. Poi Alessio terminò la ferma ed entrò anche lui a far parte della compagnia. La produzione, anche a causa della scarsa esperienza degli operai, procedeva con tempi più lunghi, ma era, per il momento, soddisfacente; e gli ordini cominciarono ad arrivare. La nuova clientela verso cui avevo deciso di operare rispose oltre ogni rosea attesa. In poco più di due anni riuscii a migliorare e a velocizzare la produzione; tuttavia il fatturato, specie dopo la seconda metà del terzo anno, smise di crescere secondo le mie aspettative. Non riuscivo a capirne il motivo, finché non avvenne un episodio particolare. Un giorno un cliente telefonò in azienda, annunciandomi il suo arrivo, ma dopo due ore non si era ancora visto. Lo richiamai, e mi rispose che era già venuto in azienda mentre io non c'ero, si era rifornito di ciò che gli serviva e aveva già fatto rientro al suo paese. Alla mia richiesta di chiarimenti mi raccontò, alquanto meravigliato, com'era andata la faccenda.» – Don Nicò, quel cliente era entrato nell'azienda di Pasquale! – Ah... – Sì, don Nicò. Aveva semplicemente sbagliato ingresso: la strada era la stessa, ma l'entrata del mio capannone era quella successiva. E lui, continuando nel racconto, mi spiegò tutto per filo e per segno: “L'indirizzo era quello... sono entrato nel piazzale del capannone, ho parcheggiato e sono entrato negli uffici. Ho detto all'impiegata chi ero, da dove venivo e cosa mi serviva, e ho chiesto di te; lei mi ha risposto che eri dovuto andare in paese per alcune urgenze e che le avevi raccomandato di mettersi a mia disposizione. Poi, mentre stavo per uscire, ho chiesto come mai l'insegna riportasse un altro marchio, e mi ha detto che era quella vecchia e che a breve sarebbe stata sostituita con una nuova; e io, non avendo motivo di dubitare, non ho chiesto altro e me ne sono andato.” – Beh... Francè: da come me lo racconti, sembra proprio che Pasquale avesse istruito bene il suo personale. – dice don Nicola, scuotendo leggermente il capo. – Certo che sì, don Nicò: i marpioni hanno sempre un piano, e prevedono tutto. E quel fatto..., sono convinto che non sia stato né il primo, e né tantomeno l'unico. – È probabile, e capisco anche quanto questo, più che il danno economico, ti abbia ferito dentro. – Esatto, don Nicola. «Comunque, sia da quell'episodio sia da altri analoghi accaduti in seguito, col tempo compresi che il fratellone, insieme agli altri miei ex soci, aveva appurato ogni cosa: avevano scoperto il settore in cui operavo e la potenziale clientela, iniziando così a sottrarmi fatturato. Mi vidi allora costretto a tornare a produrre anche i manufatti di vecchia data e, di conseguenza, a rivolgermi nuovamente ai clienti storici. Ma, come avevo già accennato la volta scorsa, presso alcuni di loro ritrovai, a causa della mia lunga assenza, una totale indifferenza nei miei confronti. Notai ancora una volta, e cioè così come mi era già capitato quando tornai da loro come rappresentante della società che avevo fatto con l'amministratore e la sorella Linda, una certa omertà nei miei confronti. E questa volta, per parecchio tempo, feci di tutto per capirne i motivi, finché, grazie a uno di loro, che si dimostrò sincero, venni a conoscenza di alcune delle ragioni. I miei fratelli, prima uno e poi gli altri due insieme, mi avevano già ingannato con la frode, che è tra le violenze più odiose che si possano commettere contro un uomo, e ancor più contro un fratello. E adesso mi stavano combattendo con le calunnie, costruite con tale abilità che, agli occhi della gente, clienti compresi, alla fine finivano loro per apparire onesti. Avevo scoperto anche questo: che ero stato estromesso dalle società perché, a loro dire, “rubavo sugli incassi, mi divertivo con i cavalli e... mi drogavo”. Accuse false, ovviamente, ma architettate in modo ingegnoso, affinché risultassero profondamente convincenti, e purtroppo su alcuni ottennero l'effetto voluto. Nonostante faticassi molto a esporre sinceramente le mie ragioni, vere, molti clienti non mi diedero sufficiente credito e li persi. I miei fratelli, proprio loro, le persone che più mi avevano ferito, diffondevano una versione diversa dei fatti e si presentavano come vittime. Allora mi tornò alla mente quella frase pronunciata all'uscita dallo studio del notaio, quando costituii la società con loro, dall'amministratore contro Pasquale: “Lo faremo chiudere... Deve chiudere!”. Erano passati molti anni, ma certe parole, dette con tanta cattiveria, non si dimenticano. Ahimè, la calunnia, usata come mezzo per raggiungere lo scopo, non l'avevo presa in considerazione; e, non essendoci riusciti contro di lui, la usarono contro di me. Contro Pasquale non poterono usare lo stesso metodo, perché il suo marchio era presente sul mercato da molti anni ed era ormai consolidato, con piena fiducia da parte della clientela. Riuscirono invece contro di me, poiché, in confronto, la mia azienda era nuova e non godeva ancora di sufficiente attendibilità. Questo è!» – Don Nicò..., la calunnia, per gli effetti malefici che produce su chi la subisce, è un'arma molto potente. Avrei potuto, per questo, portarli in tribunale, ma, come le ho già detto altre volte, lì spesso vince chi sa raccontare la storia migliore; e, mi creda, io non avevo neppure la possibilità di pagarmi un avvocato. – La sincerità richiede coraggio, Francè; e l'opinione degli altri non conta quando si è puliti dentro. La verità la racconta il tempo: ci mette un po', ma la racconta. – Verissimo, don Nicò. Per un'azienda appena nata, però, è tutto diverso. Dimostrare serietà e qualità richiede tempo, e, come si suol dire, il tempo è denaro: elemento vitale per un'impresa. Io, all'epoca, persi molti clienti, nel senso che tanti non lo diventarono mai, proprio a causa delle voci calunniose diffuse a mio danno. E, per quanto mi riguarda come uomo, quel tempo sta impiegando ancora molto a raccontare la verità... – Già... «Portai comunque in tribunale i miei ex soci che, nonostante le mie rimostranze, dopo il mio allontanamento dalla società, non mi avevano mai informato delle assemblee annuali degli anni successivi e, soprattutto, non mi avevano corrisposto la mia quota di utili, già autorizzata nell'ultima assemblea alla quale avevo partecipato: limitandomi unicamente a firmarne il verbale. Nel frattempo avevo conosciuto un avvocato, – lo stesso che mi aveva chiarito la questione della clausola compromissoria, inserita illegittimamente da Pasquale nell'atto di recesso – e citai la società in giudizio affinché si decidessero a elargirmi quegli utili. La causa la vinsi, ma loro continuarono a non pagare. Passò altro tempo inutilmente. Avevo bisogno del denaro, che era mio, e mi trovai costretto a prendere una decisione importante: avviare nuovi atti legali per il recupero delle somme e dei dividendi successivi, oppure, su consiglio dell'avvocato, trovare un accordo che consentisse, in blocco, la riscossione degli utili in sospeso e la cessione delle mie quote societarie. Scelsi quest'ultima soluzione, perché desideravo liberarmi definitivamente da loro, e conferii nuovamente l'incarico allo stesso legale per affrontare la trattativa. Stranamente, affiancai a lui anche il medesimo commercialista già coinvolto nella vicenda con Pasquale. La mia può sembrare una scelta singolare, ma avevo fatto i miei calcoli: se l'accordo fosse andato a buon fine, avrei avuto la conferma che, a suo tempo, il mio fratellone lo aveva in qualche modo influenzato a suo vantaggio. Le trattative richiesero tempo, durante il quale il bisogno di liquidità per la mia azienda si fece sempre più pressante. Alla fine, rinunciando a molte mie prerogative e spettanze, favorii il raggiungimento di un accordo. Dopo, tutto si risolse in brevissimo tempo. Incassai una somma pari a centonovanta milioni di lire: neppure un terzo di quanto mi sarebbe spettato con un calcolo corretto, poiché non furono considerate né quantificate voci fondamentali in una cessione di azienda, quali il valore economico complessivo e il relativo avviamento, poste di bilancio che, in assenza di debiti, incidono notevolmente, specie per una società che, peraltro, era autorizzata a non pagare l'imposta sul reddito.» – Don Nicò, ricavai molto meno del dovuto, ma finalmente mi ero liberato da loro e avevo ridotto la mia esposizione verso le banche. Pagai l'avvocato, mentre il commercialista non volle alcun compenso. – Pertanto, Francè, per quanto riguarda il commercialista, avesti la prova che ti aveva gabbato a favore di Pasquale, e cercò, in qualche modo, di farsi perdonare. Come il notaio... – Esattamente, don Nicò: lo avevo previsto, ed è anche per questo che lo incaricai nuovamente. In tal modo mi fece risparmiare circa venti milioni di lire di onorario, che invece corrisposi all'avvocato. – Uhm... – Adesso però mi lasci passare a raccontarle della masseria. L'angoscia che sento tornare nell'animo, al solo pensarci, non mi permetterebbe di proseguire oltre. «Anche lì, tuttavia, non mancarono sviluppi poco piacevoli. Dopo Monstrum, anche i due puledri che vendetti dopo si fecero onore sulle piste; vinsero diverse corse e ottennero numerosi piazzamenti, sebbene molto meno rispetto a lui. Degli altri due che stavo ancora allevando, proprio nel periodo in cui avevo costituito la mia nuova azienda – che mi assorbiva ogni ora della giornata – la femmina mi creò un problema serio. Poco dopo aver compiuto un anno, ebbe un repentino sviluppo osseo che la fece crescere in modo sproporzionato, soprattutto in altezza. I tendini degli arti anteriori, molto forti, non riuscirono per questo ad adattarsi con la stessa rapidità. Gli zoccoli si sollevarono fino a toccare il suolo soltanto con la punta. L'inclinazione naturale s'invertì e i nodelli iniziarono a sporgere in avanti, alterando l'appiombo degli arti. In breve, la puledra divenne zoppa. Non poter seguire costantemente la sua crescita, e adeguarne tempestivamente l'alimentazione, fu determinante. Ai primi segnali sarebbe bastato modificare la dieta, ridurla a solo fieno per un certo periodo, e il problema si sarebbe risolto. Ma io ero assorbito dalla nuova attività. Luigi, l'operaio, non colse il sorgere dell'inconveniente: non so se per inesperienza, superficialità o semplice indolenza. Se solo mi avesse avvisato ai primi sintomi...» – Don Nicò, quella era la puledra nata dall'incrocio della mia fattrice con lo stallone famoso... quello per il quale fui così fortunato da vincere l'unica monta messa in palio. – Santo cielo, Francè... quel momento propizio si trasformò in sventura? – Letale, don Nicò. Un purosangue che zoppica, specie se da puledro, non correrà mai. La fortuna dovrebbe persistere, e per alcuni lo fa. Io, invece, ne fui abbandonato quasi subito. E non solo per questo. – Uhm... «Angosciato, tentai con ostinazione di rimediare, con l'aiuto di un veterinario molto competente. Applicammo fasce resinose che, dopo essere state immerse in acqua, e dallo stesso modellate sull'arto anestetizzato, furono avvolte dallo stinco fino al nodello. Indurendosi, crearono una sorta d'ingessatura. Su quella struttura installai un meccanismo in acciaio che progettai e realizzai personalmente: un sistema di agganci e leve collegato al ferro preparato appositamente dal maniscalco e fissato allo zoccolo. Regolando gradualmente l'inclinazione corretta, riuscimmo, in poco più di venti giorni, a recuperare completamente un arto. Ripetemmo poi la procedura sull'altro; ma, pur adottando la stessa tecnica e la medesima cura, non ottenemmo alcun risultato. La cavalla rimase definitivamente zoppa all'arto destro. La delusione per l'insuccesso fu grande, e ne rimasi molto amareggiato. E quest'accadimento si aggiunse al resto!» – Don Nicò, quella puledra era bellissima e morfologicamente perfetta; aveva il fisico giusto per diventare una campionessa. In lei avevo riposto molte speranze, e mi attendevo grandi risultati; ma, sfortunatamente, il mio sogno di allevatore di cavalli da corsa finì con lei. E questo è uno!... – Francè..., le difficoltà capitano sempre a chi ha le spalle forti per sopportarle!... – Uhm!... – Eh..., qual è il resto?... – Ascolti! «Il geometra cui Pasquale aveva conferito l'incarico di verificare l'esattezza dei confini, finì il suo lavoro con il risultato che mi aspettavo. Erano conformi a quanto indicato negli atti di proprietà, e pertanto mi fu chiaro..., che Pasquale avesse altri intenti. Non lo pagai, perché "Io non ti ho conferito nessun incarico! Fatti pagare da Pasquale!" gli dissi. Lui accettò a malincuore la mia decisione, e quella questione si chiuse. Purtroppo per me, il mio fratellone Pasquale non era soddisfatto. Continuò con le sue prevaricazioni. E un sabato mattina, di prima ora, era una giornata primaverile, soleggiata, e mi aspettavo tranquilla, arrivò alla masseria un camion carico di grossi massi. Era scortato da Pasquale e da quell'amico: quello al quale mi rifiutai di cambiare l'assegno bancario del suo amico. Ricorda? Olimpia ed io ce ne accorgemmo quando il camion si era già piazzato per lo scarico, - dove aveva già scaricato in precedenza - e il ribaltabile stava cominciando già a sollevarsi. Accorremmo subito per impedire che ciò avvenisse, e intimai all'autista di non farlo, mentre Olimpia si fermò sul retro: proprio dove si sarebbe aperta la sponda per lo scarico del cassone. Nonostante le mie ripetute imprecazioni all'autista, e l'avvertimento, ripetuto più volte, che mia moglie si trovasse sul retro del camion, questi, dando più credito a Pasquale, che, intanto, al mio fianco, supportato anche dall'amico, continuava a spronarlo affinché scaricasse, si fermò un attimo e “Queste sono vostre beghe, risolvetele tra di voi!... io sto qua per guadagnarmi la giornata!ˮ disse, e sollevò il ribaltabile scaricando tutto il suo carico, e andò via. Olimpia, per fortuna, comprese il pericolo e riuscì a scansarsi appena in tempo: il primo masso cadde con violenza proprio dove lei si trovava un attimo prima. Se fosse rimasta lì, l'avrebbe travolta. Dopo di che, i due, con il fratellone che continuava a sogghignare, mostrando tutta la sua cattiveria e, cercando dall'amico, che gli dava ragione, la compiacenza per l'atto compiuto, lanciandomi ancora qualche invettiva, se ne andarono. I massi, enormi – il più piccolo pesava almeno una tonnellata – dopo più di venti anni sono ancora lì. Con quell'azione il fratellone aveva lavato l'onta della volta precedente, quando i massi furono più piccoli e Luigi ed io riuscimmo a spostarli. E l'amico si era vendicato, per quell'assegno che non gli cambiai.» – Con quell'azione, Francè, il carattere di tuo fratello è riemerso con prepotenza. – Sì, don Nicò, e non sarà l'ultima!... – Uhm...! – E dell'amico che mi dici? Perché era lì con lui? – Don Nicò, quell'uomo ci conosceva da tempo. Fu lui a indicarmi chi fosse il proprietario dei terreni confinanti con la masseria, quello con cui presi accordi per l'acquisto. Poi ci fu l'episodio dell'assegno; e per ripicca mise di nascosto quel proprietario in contatto con Pasquale, che cambiò repentinamente idea, e concluse l'affare al posto mio.
Franco Arbore
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