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Napoli, 1794 Un delitto nella dispensa.
Peppino Lunedì 19 maggio 1794 — Casa Coppola Peppino rimase solo davanti alla porta chiusa della dispensa. Dall'altra parte c'era qualcuno che non avrebbe mai più risposto ad alcuna domanda. E questa era la cosa più sbagliata di tutta la mattina, lo capiva con la chiarezza fredda di chi non ha ancora avuto il tempo di avere paura. Esitò un attimo. Poi riaprì la porta ed entrò. La dispensa era silenziosa. Le alte scaffalature di legno erano come sempre cariche di fiaschi, orci di terracotta, ceste di frutta secca e forme di formaggio avvolte nella tela. Qui e là pendevano salumi e trecce d'aglio, mentre tra i ripiani si mescolavano odori di spezie, vino e conserve. La luce filtrava dall'unica finestrella in alto, obliqua, e cercava qualcosa sul pavimento di cotto. Il corpo era ancora lì, nella stessa posa in cui l'avevano trovato, le gambe piegate in modo strano. Attorno, quella strana costellazione di fagioli secchi, bianchi, sparsi per terra. E sangue rappreso, scuro come mosto vecchio, che aveva raggiunto i fagioli più vicini. Accanto, tutto intorno, i pezzi di un grande vaso di coccio in frantumi. Alzò gli occhi verso lo scaffale più alto. Il vaso doveva stare lì, da sempre, insieme agli altri ancora allineati sulla mensola. Pesante, immobile. Come tutto in quella dispensa. Non per terra in mille pezzi. Si chinò sul cadavere e osservò con più attenzione la ferita alla nuca. Scostò con cautela i capelli impiastricciati, attento a non sporcarsi di sangue. Vide due bozze scure, una accanto all'altra. La pelle era spaccata e da lì il sangue era colato fino a terra. Aggrottò la fronte. I bordi della ferita erano regolari, tondeggianti, ma come se non fosse stato un colpo solo, ma almeno due, quasi nello stesso punto. Sotto la pelle, l'osso aveva ceduto come un guscio d'uovo schiacciato. «Don Peppì.» La voce di Ciccuzza gli arrivò da dietro, bassa, quasi un soffio. Si era infilata dentro senza che lui la sentisse arrivare. Peppino si rialzò. Lei stava sulla soglia, le mani strette nel grembiule, gli occhi che si muovevano veloci tra lui e il corpo per terra. «Dovresti uscire» disse Peppino. «Pure voi» rispose lei. Non si mosse. Stettero così un momento, tutt'e due a guardare quello che c'era sul pavimento, e quello che non c'era: nessun segno di caduta, nessun mobile urtato, nessuna cosa fuori posto a parte il disastro dei fagioli e del vaso. «La stanza è in ordine» disse Peppino. «Ho visto.» Ciccuzza abbassò ancora la voce. «Uno che cade porta giù qualcosa. Si aggrappa. Fa rumore.» «Donna Patrizia ha sentito delle voci ieri sera tardi.» «Lo so.» «E poi un rumore secco.» Ciccuzza annuì, ma non disse altro. Non ce n'era bisogno. Peppino si passò una mano sul viso. Era arrivato a casa del conte Coppola come giovane cuoco pieno di speranze. Per mettere a frutto quel mestiere che aveva ereditato da suo padre. Per imparare e realizzare nuove ricette. Come quella del babbà del giorno prima. Un dolce, una ricetta, niente di più. E adesso si trovava in una dispensa con un morto per terra e la certezza, netta, che in quella casa qualcuno aveva commesso qualcosa di irreparabile. «Alfonso è andato a chiamare la Vicaria?» «Sì, è pure tornato. Ha detto che mo' arrivano.» Ciccuzza esitò. «Don Peppì. Ieri pomeriggio l'ho visto che andava avanti e indietro.» «Chi?» Ciccuzza indicò il corpo con un leggero cenno della testa. «Fino al portone. Avanti e indietro, almeno tre volte.» Peppino la guardò. «Sì. L'ho notato anche io. Con un'aria strana, le spalle curve, lo sguardo in cerca di qualcosa. Come se aspettasse qualcuno.» «Ho avuto la stessa impressione anche io.» Gli occhi di Ciccuzza erano fermi, più di quanto Peppino si potesse aspettare da una ragazza della sua età. «E qualcuno dev'essere venuto davvero, però. Solo più tardi.» Peppino la guardò negli occhi. Non c'era bisogno di dire altro. Dal cortile arrivava il rumore della città. Un carretto, voci lontane, la solita ammuina nei vicoli. Ma quella mattina percepì qualcos'altro nell'aria. Una tensione diversa. Napoli tratteneva il respiro, forse lo faceva da giorni, settimane. Ma per ragioni che non avevano niente a che fare con la dispensa del conte Coppola. Il mondo fuori da quelle mura aspettava anch'esso qualcosa cui non sapeva ancora dare un nome. Poi sentì i passi nel corridoio. Più d'uno. Il rumore di stivali sul marmo. Uscirono e richiusero la porta. Nell'ingresso c'erano due gendarmi in uniforme e un funzionario della Vicaria. Era un uomo sulla trentina, capelli scuri, occhi che si muovevano rapidi tutto intorno. Peppino e Ciccuzza si scambiarono uno sguardo. C'era qualcosa di familiare in quel volto. Ma certo, uno degli invitati al matrimonio di Maria Carmela... Per questo forse il suo volto era così teso. L'uomo si guardò intorno e si diresse dritto alla dispensa. Si fermò davanti a Peppino. «Sono Salvatore Spina, Polizia Criminale.» La voce era piatta, senza inflessione. «Ci siamo visti ieri al matrimonio, vero?» «Esatto.» «Purtroppo oggi vengo come funzionario.» Spina lo guardò un momento, poi indicò la porta della dispensa. «Posso vedere il cadavere?» Peppino avrebbe voluto dirgli di no. Ma si fece di lato e gli aprì la porta. «È tutto vostro.» Spina entrò senza voltarsi. Peppino scosse la testa. Non era stato un incidente. Di questo era certo. Di tutto il resto, per ora, non lo era affatto. Al di là di qualsiasi indagine della polizia, doveva capire cosa era successo, e perché. Per proteggere se stesso e chi viveva in quella casa. Io. Un semplice cuoco. ***** Cap. 1 - Imbarazzo e disperazione Sette giorni prima Peppino - Lunedì 12 maggio 1794 - Cucina di casa Coppola
«Ciccuzza! Porta una dozzina di uova fresche, per favore!» Peppino Maresca si aggiustò sulla testa il toque blanche che cominciava, come al solito, a metterglisi di traverso. Ogni mattina lo stesso rito: spingere a destra, poi a sinistra, poi rassegnarsi. Nella sua giacca nera a doppio petto, col bavero rialzato e i bottoni di osso lucidati ogni mattina, era certo di sembrare davvero uno di quei monzù francesi che spadroneggiavano ancora nelle cucine dei palazzi nobiliari di Napoli. Almeno finché quel cappello maledetto non decideva di ricordargli chi era davvero. Il conte aveva insistito fin dal primo giorno a che vestisse come i migliori cuochi della città. E lui sì, che ne frequentava di case di signori! «E aprite le finestre che qui comincia a fare caldo» disse all'indirizzo di Alfonso e 'Ntoniuccio, i due giovani inservienti tuttofare che aiutavano in cucina. Le due porte finestre che davano sul cortile interno si spalancarono lasciando entrare un refolo d'aria tiepida insieme al cinguettio dei passeri che nidificavano sotto le gronde. Era una bella mattina di maggio, una di quelle che a Napoli promettono giornate lunghe e luminose. Ma lui non aveva tempo per godersi il tepore della primavera. Guardò la fontana di farina che donna Patrizia aveva già distribuito sul grande tavolo di marmo al centro della cucina. Da un lato, in due terrine di creta smaltata, una decina di once di zucchero facevano compagnia ad altrettante di butirro e a un bricco di latte fresco. Accanto, il lievito di birra riposava in una ciotola coperta da un panno umido. Quel buon donnone, dall'altro lato del tavolo, lo guardava con le mani sui fianchi. «Allora? C'amma fa? Ricominciamo pure oggi?» Scosse leggermente la testa. Nella sua camiciona immacolata che le conteneva a stento il poderoso seno, la cuffia in bilico sui capelli raccolti a cipolla ormai quasi grigi, lo guardava in quel modo interlocutorio che gli incuteva ancora una certa soggezione. Prese dal tavolo un mestolo, lo rigirò tra le mani senza ragione, lo ripose. Non che gli avesse mai rimproverato qualcosa, anzi: dopo che il vecchio Tommaso aveva reso l'anima a Dio, sei mesi prima, lo aveva preso subito sotto la sua protezione. Eppure era una donna silenziosa e al posto della lingua usava gli occhi per esprimersi. Più di una volta il suo sguardo aveva rampognato Alfonso, Ciccuzza e gli altri due servitori che aiutavano in quella cucina e in casa. Perfino don Raffaele, il vecchio scalco, quando aveva osato qualche risatina su di lui, ancora un po' impacciato in quel nuovo ambiente, ne era stato trafitto. Adesso la sua espressione era tra l'impaziente ed il rassegnato. «Lo so, donna Patrizia, non vi ci mettete pure voi! È la sesta volta che ci proviamo, ma finché non ho chiara la ricetta, posso solo andare a tentativi.» «Sì, intanto lo sposalizio della signorina Maria Carmela si avvicina.» Tozziolò con la testa. Già, era al sesto tentativo. Mancavano solo sei giorni al matrimonio e lui ancora non era riuscito a preparare un babbà degno di questo nome. Il conte ci teneva particolarmente: voleva stupire i suoi ospiti con quel dolce che andava tanto di moda nelle case più prestigiose di Napoli. E lui, che si era vantato di saper fare qualunque cosa, non ne veniva a capo. Ciccuzza arrivò di corsa dalla dispensa, il grembiule che svolazzava, le uova raccolte con cura in un paniere di vimini. «Don Fornacella, eccole qua! Fresche fresche, le ha portate stamattina dal Vomero 'o figlio ‘e Nunziatina.» «Posale lì.» Peppino indicò il tavolo e guardò il viso impertinente della ragazza. Lo esplorava con attenzione con i suoi occhioni neri e con il suo incantato, candido interesse che aveva mostrato per lui fin dal primo giorno che l'aveva visto. Alfonso gli aveva confidato che aveva sentito quella svergognata compiacersi soddisfatta nel vedere finalmente la faccia ‘e nu bello uaglione al posto di quella vecchia, arcigna e incartapecorita del povero Tommaso. «Ciccuzza! Scustumata! Porta rispetto a don Peppino!» Donna Patrizia rivolse un sguardo torvo alla ragazza. «Non vi preoccupate, non mi offendo mica.» Guardò sorridendo la giovane serva. «Anzi, ne sono fiero! Quel soprannome me lo sono conquistato ai fornelli del marchese de Stazio. Con arrosti, minestre e stufati posso sfidare il palato di chiunque in tutta Napoli.» Ciccuzza rivolse una smorfia di soddisfazione a Patrizia, posò il cestino sul tavolo e si rivolse di nuovo a lui. «Se non vi serve altro, don Peppino, con il vostro permesso vado a pulire le mulignane.» Fece un inchino, con il bel visino illuminato da un sorriso compiaciuto. Le fece un cenno di assenso e la guardò divertito allontanarsi ancheggiando verso l'altro tavolo della cucina, con una mano alzata come un gran dama al ballo di corte. «Il problema piuttosto sono i dolci!» Ritornò a donna Patrizia, che assisteva severa alla scena. «Da quando sua maestà Maria Carolina ha cominciato a far venire i suoi monzù da Parigi, qua a Napoli non s'è capito più niente. Tutti vogliono la cucina francese, ma il marchese non ne ha mai voluto sapere dei francesi e mò io con questo babbà non so da dove cominciare!» «Intanto la signorina Maria Carmela s'è incaponita e pure ‘o pate vuole un menù che faccia sbalordire amici e parenti.» Patrizia continuava a guardare di sbieco la ragazza che attraversava la cucina. «Ma quello, il babbà, non è francese, è polacco!» Scandì Ciccuzza mentre con una mano afferrava una melanzana e con l'altra brandiva un piccolo coltello. «Tu che ne sai? Sei pure cuoca, adesso?» Patrizia la guardò severa, le mani sui fianchi. «Sguattera, aiuto di cucina, cameriera e pure dama di compagnia quando serve alla signorina,» Ciccuzza posò la melanzana e contò con le dita, «ma cuoca no! Non ancora almeno.» E si girò verso di lui, con uno sguardo strano. «Però me n'ha cuntato mia cugina, Angelina, che sta a servizio a casa del marchese di San Severino. Loro ce l'hanno il monzù francese. Ma dice che il babbà è polacco!» Asserì con decisione. «Beh, francese o polacco, io devo vedere come farlo diventare napoletano! Ricominciamo ad impastare.» (...)
Giovanni Nocella
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