|

Il respiro di Federico Valli usciva in nuvolette ritmiche, bianche e dense nell'aria fresca e pungente di fine maggio. Erano le sei e venti del mattino, un'ora che a Milano apparteneva ancora a una dimensione diversa, quasi magica. L'ora dei fornai e dei netturbini, dei sognatori insonni e dei corridori mattutini come lui; un momento sospeso tra il silenzio della notte e il ruggito imminente della metropoli che si scrollava di dosso il sonno.
Correre al Parco Sempione era il suo rito, un appuntamento irrinunciabile con se stesso prima di indossare l'armatura del consulente informatico e gettarsi nella mischia.
L'erba dei prati, tagliata di fresco, era un tappeto umido di rugiada che luccicava sotto i primi, timidi raggi di un sole ancora pallido. L'aria sapeva di terra bagnata, di clorofilla e del profumo dolce e quasi inebriante dei fiori degli ippocastani. Era un odore pulito, primordiale, che gli faceva dimenticare lo smog e il cemento.
Nelle sue cuffiette wireless, la batteria martellante di una vecchia canzone rock – i Led Zeppelin, forse, o i Deep Purple, non ci faceva più caso – scandiva il passo delle sue Asics sull'asfalto ancora deserto del viale principale. Il suo corpo si muoveva con la precisione di un metronomo, ogni muscolo riscaldato al punto giusto, ogni falcata un'eco di quella precedente.
Quarantacinque minuti, questo era il suo obiettivo.
Un mantra, più che un traguardo. Un giro completo, spingendosi fino all'Arco della Pace per poi tornare indietro lungo il perimetro, seguito da dieci minuti di stretching defaticante vicino all'Arena Civica. Poi a casa, una doccia bollente per lavare via la fatica e un caffè nero, forte, per accendere i motori della giornata. Una routine consolidata negli anni, una sequenza di azioni precise che formava un'invalicabile isola di tranquillità e controllo nel caos imprevedibile della sua vita e di quella della città. Un piccolo teorema di prevedibilità in un universo dominato dal caso.
Fu proprio mentre completava il lungo rettilineo che costeggiava il laghetto, con il cuore che gli pompava a un ritmo costante e piacevole, che la notò. Una figura seduta su una delle panchine di legno verniciato di verde, una di quelle un po' appartate, protette dall'ombra discreta di un grande platano secolare. Nulla di strano, in sé. Non era insolito vedere qualcuno lì a quell'ora. A volte era un senzatetto che aveva trovato un rifugio di fortuna per la notte, avvolto in coperte logore; altre volte un nottambulo che smaltiva i fumi dell'alcol, la testa pesante e i pensieri confusi, in attesa che il primo tram lo riportasse a una realtà meno festosa.
Ma questa figura era diversa. C'era qualcosa nella sua immobilità che stonava. Un'inerzia innaturale. La testa era completamente reclinata in avanti, il mento quasi appoggiato al petto, in una posa di abbandono assoluto. Sembrava una marionetta a cui avessero tagliato i fili, un corpo svuotato di ogni tensione. Profondamente addormentata, forse.
O svenuta.
Federico rallentò istintivamente il ritmo, la musica rock che ora gli sembrava quasi irrispettosa, un'intrusa in quella scena silenziosa. Si sfilò una cuffietta dall'orecchio destro, lasciandola penzolare sulla spalla. Il silenzio del parco lo avvolse, rotto solo dal suo respiro affannoso e dal cinguettio insistente di un merlo. Un leggero, strisciante disagio si fece strada sotto la fatica della corsa. Quella postura non sembrava giusta. C'era un'assenza di vita, un abbandono che andava oltre il sonno più profondo. Era come se la forza di gravità si stesse accanendo su quel corpo in un modo innaturale.
Rallentò ancora, fino a fermarsi a una decina di metri dalla panchina, mise le mani sui fianchi, con il fiato che usciva a fatica. L'istinto, affinato da anni di vita a Milano, gli urlava di farsi gli affari propri. Di riprendere a correre, di dimenticare, di lasciare che qualcun altro si occupasse del problema.
“Non sono affari tuoi” era la regola non scritta incisa nel DNA di ogni abitante della metropoli.
Ma se quella persona stesse male davvero? Se avesse avuto un infarto, un malore improvviso? Avrebbe potuto convivere con il rimorso di non aver fatto nulla?
«Tutto bene?» chiamò. Ma la sua stessa voce che lo sorprendeva. Suonava incerta, più acuta del normale, alterata dallo sforzo fisico.
Nessuna risposta.
Nemmeno il più piccolo movimento. Solo il merlo continuava il suo canto indifferente. Federico esitò un altro lungo istante, il cuore che batteva forte non solo per la corsa. Poi, prese una decisione. Fece qualche passo cauto, avvicinandosi di lato, per non arrivare di fronte all'uomo in modo troppo diretto.
«Signore? Scusi il disturbo... ha bisogno di aiuto?».
Era quasi arrivato alla panchina. Ora poteva vedere i dettagli dell'abbigliamento dell'uomo: un completo scuro, di buona fattura, anche se spiegazzato. Una camicia chiara. Scarpe di marca, lucide, anche se impolverate. Decisamente non era un senzatetto. Forse un uomo d'affari che aveva esagerato la sera prima.
Un malore, sì, l'ipotesi sembrava la più plausibile.
Allungò una mano, ancora esitante, verso la spalla dell'uomo, la voce ora più bassa, quasi un sussurro.
«Signore, mi sente? Si sente bene?».
Fu allora, a meno di un metro di distanza, che i suoi occhi misero a fuoco i dettagli che la sua mente si era rifiutata di elaborare fino a quel momento. La testa era piegata così innaturalmente in avanti non per il sonno, ma perché il collo sembrava stranamente, orribilmente lasso.
E poi vide il volto. O meglio, ciò che ne restava.
Le orbite erano due cavità scure, umide, vuote, che fissavano il nulla con un'intensità terrificante. Un rivolo di sangue scuro e rappreso scendeva da quella sinistra, tracciando un sentiero grottesco sulla guancia e macchiando il colletto inamidato della camicia bianca.
E la mano destra... la mano destra, semplicemente, non c'era.
Al suo posto, un moncone avvolto in modo rozzo in quello che sembrava un fazzoletto di stoffa, già completamente intriso di un sangue quasi nero, appoggiato con una cura quasi teatrale sulla gamba dei pantaloni.
Federico soffocò un urlo, un suono strozzato, gutturale, che gli morì in gola prima ancora di nascere. Inciampò all'indietro, i piedi gli si ingarbugliarono, mentre le gambe persero ogni consistenza.
Il cuore gli esplose nel petto con un ritmo impazzito, una batteria tribale che sovrastò di colpo il rock che ancora pulsava debolmente dalla cuffietta penzolante. Il sangue gli defluì dal viso con una rapidità spaventosa, lasciando al suo posto un freddo glaciale. La vista si restrinse, i contorni del parco, degli alberi, del cielo che si faceva sempre più chiaro, si fecero sfocati, come in un sogno febbrile.
Si appoggiò con la schiena a un albero, la corteccia ruvida che gli premeva contro la maglietta sudata, ansimando, cercando un'aria che sembrava essersi fatta improvvisamente rarefatta, velenosa.
Non riusciva a staccare gli occhi dall'orrore.
Quella figura, seduta così compostamente sulla panchina, le mani abbandonate in grembo – una intatta, l'altra un fagotto di sangue – la testa reclinata in un gesto di finta modestia. Sembrava un macabro spettatore in attesa di uno spettacolo che solo lui, con quelle orbite vuote, poteva vedere. L'immagine si impresse a fuoco nella sua mente, un'istantanea infernale che sapeva lo avrebbe perseguitato per il resto dei suoi giorni.
Il cellulare. Doveva chiamare aiuto.
Con dita tremanti, quasi incapaci di obbedire ai comandi del suo cervello in tilt, tirò fuori dalla tasca dei pantaloncini il suo smartphone. Il display, solitamente così familiare, gli sembrò un oggetto alieno, la sua luce lontanissima, i numeri sull'icona della tastiera che si fondevano in una macchia incomprensibile.
Compose il 112, sbagliando due volte, le dita gli scivolavano sullo schermo liscio. Al terzo tentativo, la chiamat a partì.
La sua voce, quando l'operatore rispose con un calmo e professionale “Centrale Unica di Emergenza, mi dica” fu un sussurro strozzato, irriconoscibile.
«Parco Sempione...» riuscì a balbettare, la gola secca come carta vetrata. «Una panchina... vicino al laghetto... c'è un uomo... oh Dio, dovete venire subito...».
«Signore, cerchi di calmarsi. Qual è il problema? L'uomo è ferito?».
«Ferito? È... non lo so... è... gli occhi...». Le parole gli si bloccarono, soffocate da un conato di vomito. Si piegò in due, ma il suo stomaco era vuoto, e ne uscì solo un fiotto di bile amara che gli bruciò la gola.
Si rialzò, appoggiandosi di nuovo all'albero, il corpo scosso da tremiti incontrollabili.
«Signore? È ancora lì? Mi dia la sua posizione esatta».
Federico lesse a fatica il nome del viale su un cartello vicino, cercando di dare indicazioni il più precise possibile, la sua mente da informatico che lottava per imporre un ordine al caos del suo terrore. Poi riagganciò, senza nemmeno aspettare la conferma dell'operatore.
L'idea di parlare ancora, di descrivere, era insopportabile.
Si lasciò scivolare lungo il tronco, fino a sedersi sull'erba umida, le ginocchia strette al petto, senza mai distogliere lo sguardo da quella panchina maledetta, quasi temesse che l'uomo potesse alzarsi e venire verso di lui.
Quando arrivò la prima volante dei carabinieri, meno di cinque minuti dopo, Federico Valli era ancora lì, nella stessa posizione, pallido come uno straccio, scosso da brividi che non avevano nulla a che fare con il freddo dell'alba. Le luci blu del lampeggiante tingevano la scena di lampi intermittenti, spettrali, violando la quiete del parco.
Due militari scesero rapidi dall'auto, un appuntato scelto sulla quarantina e un carabiniere più giovane, forse neanche trentenne, con lo sguardo vigile e teso.
L'appuntato, il più anziano, si avvicinò a Federico con cautela, con quel misto di autorità e rassicurazione che è proprio di chi ha visto troppe volte il lato peggiore dell'umanità.
«Buongiorno. È lei che ha chiamato?».
Federico annuì appena, incapace di parlare, indicando con un dito tremante la panchina.
«Stia tranquillo, ora ci pensiamo noi». Poi si rivolse al collega più giovane. «Bianchi, va' a dare un'occhiata. Con cautela».
Il giovane carabiniere si diresse a passo svelto verso la panchina. Lo videro fermarsi di scatto a un paio di metri, il corpo che si irrigidiva. Un'imprecazione soffocata, un
“Cristo santo” mormorato a denti stretti, arrivò fino a loro, portata dalla brezza mattutina.
«Appuntato, venga a vedere... è un macello».
L'appuntato scelto lasciò Federico, che ancora tremava, e raggiunse il collega. Bastò una singola, rapida occhiata per capire che non si trattava di un malore, né di un suicidio, per quanto strano.
Quello era un omicidio.
E uno dei più brutti, più freddi e deliberati che aves se mai visto nei suoi quindici anni di servizio tra le strad e di Milano.
La calma innaturale della vittima, seduta come se stesse aspettando l'autobus, e le mutilazioni, così precise, così terrificanti, non lasciavano spazio a dubbi.
«Okay» disse, la sua voce che si era fatta improvvisamente dura, professionale, scacciando l'orrore personale per far posto alla procedura. «Nessuno tocchi assolutamente niente. Chiama la centrale, Bianchi. Immediatamente».
Mentre il giovane carabiniere parlava concitato alla radio, l'appuntato estrasse dalla tasca il suo telefono di servizio. Scattò un paio di foto panoramiche della scena da diverse angolazioni, documentando la posizione della panchina, del testimone, dell'albero vicino. Poi si concentrò sulla vittima, zoomando con cautela sui dettagli più macabri, un dovere nauseante ma necessario per i rapporti preliminari. Era una procedura standard, ma sentiva nelle ossa che di standard, in quel caso, non ci sarebbe stato assolutamente nulla.
«Di' che abbiamo un omicidio con la O maiuscola» continuò a ordinare al collega, lo sguardo che scrutava il terreno attorno alla panchina, cercando tracce, impronte, qualsiasi cosa fuori posto. «Probabili mutilazioni. Codice Rosso. Servono subito la scientifica e il comandante di stazione. E isola quest'area, subito. Da quell'albero a quel cespuglio di rose. Nastro bianco e rosso. Da adesso, nessuno passa. Nessuno».
Il giovane annuì, già srotolando il nastro dalla dotazione dell'auto. Il perimetro dell'orrore iniziava a prendere forma, una ferita di plastica bianca e rossa nel cuore verde e pulsante del parco che si stava, ignaro, risvegliando.
CAPITOLO 2
Il maresciallo capo Marco Messina arrivò sulla scena che il sole era ormai alto, un disco bianco e quasi ostile che si faceva largo tra le fronde del Parco Sempione, promettendo un'altra giornata afosa.
L'aria, che un'ora prima era fresca e odorosa di terra, si stava già impregnando del tepore umido e del ronzio lontano del traffico che si risvegliava sui viali circostanti.
Per lui, però, l'unico odore percepibile era quello familiare e sgradevole che annunciava i guai: un misto di procedure, scartoffie e morte.
La sua vecchia Lancia si fermò con uno sbuffo stanco dietro le auto di servizio, i cui lampeggianti blu tingevano ancora l'atmosfera di lampi intermittenti e nervosi. Scese dall'auto con la lentezza di chi ha già visto troppe albe come quella. Cinquantacinque anni portati con la ruvidezza di chi ha passato più tempo sulla strada che in ufficio, il volto una mappa di notti in bianco, caffè cattivi e sigarette fumate con rabbia. I capelli brizzolati erano corti, quasi militari, gli occhi grigi, acuti e perennemente stanchi, avevano già iniziato a scannerizzare l'area prima ancora che i suoi piedi toccassero l'asfalto.
Un appuntato scelto, lo stesso che aveva accolto la prima pattuglia, gli andò incontro, scattando sull'attenti non appena lo vide. Messina lo liquidò con un cenno secco della mano.
«A riposo, Guidi. Rapporto» ringhiò, la voce roca, un impasto di sonno arretrato e nicotina. Non era un uomo da convenevoli, specialmente con un cadavere a meno di cinquanta metri.
«Maresciallo» iniziò Guidi, il tono teso ma professionale.
«La chiamata è arrivata alle sei e trentasette. Un runner, tale Federico Valli, consulente informatico. Lo abbiamo trovato sotto shock, è là» indicò con un cenno del capo un punto oltre il nastro bianco e rosso, dove un uomo pallido era seduto sul retro di un'ambulanza, avvolto in una coperta termica. «Dice di aver trovato la vittima seduta sulla panchina, così come la vede. Non ha toccato nulla. Abbiamo isolato l'area come da protocollo e richiesto l'intervento della scientifica che è già al lavoro».
Messina annuì appena, gli occhi grigi che già scrutavano oltre le spalle dell'appuntato, verso il centro della scena. L'area intorno alla panchina maledetta brulicava di un'attività controllata, quasi silenziosa.
Il nastro delimitava un perimetro ampio. All'interno, gli uomini della scientifica nelle loro tute bianche simili a scafandri si muovevano con la metodicità di sacerdoti di un rito macabro, chini sulla vittima e nell'area circostante, piazzando cartellini numerati, scattando foto, cercando l'indizio che avrebbe potuto dare un senso a quell'orrore.
«Un brutto affare, maresciallo» aggiunse Guidi a voce più bassa, quasi una confidenza. «Mai visto niente del genere».
Messina non rispose. Si infilò un paio di guanti in lattice con un gesto automatico e si avvicinò al nastro, senza oltrepassarlo.
Il suo sguardo si posò sulla figura seduta sulla panchina.
L'abito buono, da dirigente. La posa innaturale, quasi composta. E poi, i dettagli che la distanza non riusciva a nascondere del tutto. Le orbite vuote, due macchie nere sul volto pallido. Il moncone fasciato alla buona dove avrebbe dovuto esserci una mano. Scosse impercettibilmente la testa, un sibilo basso che passò tra i denti serrati.
«Con tutti i cazzo di problemi che sta avendo Milano ultimamente» mormorò, più a se stesso che all'appuntato,
«pure l'omicidio rituale con mutilazione. Mio Dio». La sua mascella si contrasse. Lo conosceva bene, quell'odore di guai. E quello aveva la G maiuscola. Un caso che avrebbe fatto la gioia dei giornali, che avrebbe scatenato il panico e che avrebbe portato una pressione insopportabile dall'alto. Era tutto ciò che odiava del suo lavoro.
Un uomo sulla quarantina, agile nei movimenti nonostante la tuta ingombrante della scientifica, si staccò dal gruppo vicino alla vittima e gli si avvicinò. Era il dottor Orlando, il capo della sezione sopralluoghi, un uomo con cui Messina aveva scambiato più parole su scene del crimine che in qualsiasi bar. La sua voce era bassa, quasi un sussurro tecnico, come se temesse di disturbare i morti.
«Maresciallo».
«Orlando. Dimmi che hai buone notizie, anche se so già che non è così».
Lui abbozzò un sorriso tirato che non raggiunse gli occhi.
«Buone notizie? Direi di no. A meno che non ti piacciano i rompicapi senza soluzione apparente». Si tolse la maschera protettiva, rivelando un volto sudato e teso. «È un lavoro pulito, per quanto possa esserlo una cosa del genere. E questo è il primo problema».
«Pulito in che senso?».
«Nel senso che qui non è successo niente» spiegò, indicando con un gesto ampio l'area attorno alla panchina.
«Nessuna traccia di lotta, nessuna impronta di scarpa significativa a parte quelle del runner e le nostre. L'erba non è calpestata. Sembra che sia stato portato qui e posizionato con cura dopo la morte. O che sia stato ucciso qui da qualcuno di molto, molto abile e attento a non lasciare tracce».
Messina lo ascoltava, con lo sguardo sempre fisso sulla vittima. La teoria del corpo spostato era la più probabile. Rendeva il tutto ancora più premeditato, più freddo.
«Le mutilazioni?».
«Post-mortem, direi con una buona percentuale di certezza. Aspetteremo il responso del medico legale, ovviamente, ma i tagli sono netti, precisi, specialmente quelli attorno alle orbite. C'è stata poca emorragia, segno che il cuore si era già fermato. Chiunque sia stato ha usato uno strumento molto affilato, forse un bisturi o un coltello da scuoio. Ha agito con una certa... perizia chirurgica».
La parola “perizia” applicata a un atto del genere suonava oscena. «Stiamo cercando l'arma, ma dubito fortemente la troveremo qui. Questo non è un killer che lascia in giro le sue cose».
Messina si passò una mano sul volto segnato, sentendo la barba di un giorno che gli grattava il palmo.
«Identificato?».
«Non ancora, maresciallo. Niente documenti addosso. Portafoglio, chiavi, tutto sparito».
«Il cellulare?».
«Nemmeno. Non c'era. Le tasche erano vuote, a parte un pacchetto di fazzoletti puliti».
Strinse le labbra fino a farle diventare una linea sottile.
Occhi, mano destra, documenti, cellulare. Dettagli troppo specifici, troppo strani per essere una semplice rapina finita male. Quello era un messaggio. Ma cosa significava? E a chi era rivolto? E chi, a Milano, poteva arrivare a tanto? La scena era pulita, fin troppo. Chiunque fosse, aveva pianificato ogni singolo dettaglio con una cura maniacale. Non era un drogato, non era un balordo. Era qualcun altro. Qualcuno di più intelligente. E, quindi, di molto più pericoloso.
Si staccò dalla linea del nastro, sentendo un sapore amaro in bocca che non era solo quello del caffè bevuto di fretta un'ora prima. Era il sapore della frustrazione. Un omicidio senza un'identità, un movente apparente, e una scena del crimine leggibile. Il peggior modo possibile di iniziare una giornata e un'indagine. Era come trovarsi di fronte a una pagina bianca su cui un pazzo aveva gettato una singola, incomprensibile macchia di sangue.
Si rivolse di nuovo all'appuntato Guidi, che lo attendeva a qualche metro di distanza.
«Okay, Guidi. Ascoltami bene» disse con un tono che non ammetteva repliche. «Mentre aspettiamo che questi signori in bianco finiscano il loro balletto, noi ci muoviamo. Primo: il runner. Valli. Voglio che lo portiate in caserma, con calma. Offritegli un caffè, un bicchiere d'acqua, quello che vuole. Fatelo tranquillizzare. È il nostro unico testimone oculare, anche se ha visto solo il dopo. Voglio un verbale d' informazioni dettagliato, preciso come un orologio svizzero. Ogni singolo dettaglio: a che ora è uscito, il percorso esatto, se ha notato qualcosa o qualcuno di strano prima di arrivare qui. Qualsiasi cosa, anche la più insignificante. Chiaro?».
«Chiarissimo, maresciallo».
«Secondo: telecamere». Il suo sguardo si spostò, scrutando i dintorni del parco. «Questo posto è un groviglio di occhi elettronici. Ingressi, uscite, i viali principali, i baracchini dei gelati, persino le facciate dei palazzi che danno sul parco. Voglio le registrazioni di tutto. Ingressi del parco, ovviamente, ma anche tutte le strade perimetrali. Iniziate a mandare due uomini a fare il giro, a chiedere ai portinai, ai negozi. Dalle dieci di ieri sera fino alle sette di stamattina. È un lavoro immane, lo so, ma da qualche parte una traccia deve esserci. Un'auto sospetta, una persona che trascina un peso morto... non lo so. Siate creativi».
«Subito» confermò Guidi, prendendo già appunti sul suo taccuino.
«Terzo: avvisate la procura. Ufficialmente». Messina fece una smorfia. Era la parte che meno gli piaceva, il momento in cui l'indagine di strada si trasformava in un affare di carte bollate e di pressioni gerarchiche. «Ditegli che abbiamo un bel casino qui a Parco Sempione. Omicidio con mutilazioni su un non identificato. Il PM di turno vorrà venire a fare la sua passerella. Tenetemi informato su chi mandano».
Si interruppe, lo sguardo che tornava a spaziare sul parco che si stava lentamente, inesorabilmente riempiendo. Oltre il cordone di sicurezza, un piccolo capannello di curiosi si era già formato: anziani a spasso col cane, qualche impiegato mattiniero, tutti attratti da quel macabro teatro all'aperto.
E sapeva che era solo l'inizio.
Di lì a poco sarebbero arrivati i giornalisti, gli avvoltoi con le loro macchine fotografiche e i loro microfoni, pronti a trasformare quella tragedia in un titolo da prima pagina. Sentiva già l'odore della carta stampata, delle nottate passate in ufficio a scrivere informative, dei telefoni che squillavano a vuoto. E, soprattutto, sentiva l'odore dei guai.
Grossi guai.
Si allontanò di qualche passo, accendendosi una sigaretta con un gesto secco, nervoso. Il fumo gli riempì i polmoni come un piccolo, tossico sollievo. Guardava i suoi uomini muoversi, la scientifica continuare i suoi rilievi meticolosi. Erano bravi, erano professionisti. Ma lui sapeva, con la certezza che gli veniva da trent'anni passati a frugare nella spazzatura dell'animo umano, che quel caso non si sarebbe risolto con un'impronta o una fibra. Quello era un caso diverso.
C'era una freddezza, una premeditazione quasi artistica in quella messinscena, che gli faceva accapponare la pelle. Non era la rabbia cieca di un regolamento di conti tra bande, non era la disperazione di una rapina finita male.
Era qualcos'altro.
Era un atto simbolico, un messaggio scritto con il sangue e le orbite vuote di uno sconosciuto. Un messaggio che, al momento, nessuno era in grado di decifrare.
Chi poteva odiare un uomo al punto da non limitarsi a ucciderlo, ma da cancellargli lo sguardo e la mano? La mano con cui si firma, con cui si stringono i patti, con cui si accarezza.
E gli occhi. Lo specchio dell'anima, si diceva.
Qualcuno aveva voluto non solo spegnere una vita, ma annientare un'identità, profanare un'anima.
Il fumo della sigaretta si confuse con la nebbiolina mattutina che ancora indugiava tra gli alberi.
Si sentiva vecchio, stanco. Stanco di vedere fino a che punto poteva spingersi l'odio umano. E sapeva che quello era solo l'inizio. Quel corpo sulla panchina non era la fine di una storia, ma il prologo di un incubo. Un incubo che era appena atterrato nel cuore di Milano, e che ora toccava a lui, e a qualche giovane e rampante magistrato, cercare di fermare. Sempre che non fosse già troppo tardi.
L'appuntato Guidi gli si riavvicinò, esitante.
«Maresciallo, dalla centrale. Hanno avvisato la procura. Il PM di turno ha appena lasciato casa sua. Sta venendo qui».
Messina gettò a terra il mozzicone della sigaretta, schiacciandolo con la punta della scarpa.
«Bene» disse, senza la minima trac cia di en tu sias mo.
«Nome?».
«Abate, maresciallo. Dottor Lorenzo Abate».
Messina sospirò, un suono quasi impercettibile. Abate. Ne aveva sentito parlare. Giovane, brillante, appena trasferito da Napoli. Ambizioso. Preciso fino alla pignoleria. Tutto quello che lui non era.
«Che lo spettacolo abbia inizio» mormorò, mentre in lontananza, il suono di un'altra sirena iniziava a farsi strada nel traffico del mattino.
CAPITOLO 3
L'odore acre di caffè ristretto, residuo della notte quasi insonne appena trascorsa, e quello dolce e impalpabile di borotalco erano le note olfattive dominanti nell'appartamento sui Navigli. Erano odori che, fino a poche settimane prima, non avrebbero mai convissuto nel mondo ordinato e quasi monastico di Lorenzo Abate, ma che ora definivano i confini della sua nuova esistenza.
Un'esistenza scandita non più solo dai ritmi del Codice di Procedura Penale, ma da quelli ben più imperscrutabili e perentori, di un piccolo essere umano di quattro chili che dormiva nella culla accanto al loro letto.
Era riuscito, dopo una battaglia notturna combattuta a colpi di sussurri, dondolii e cambi di pannolino al buio, a far riaddormentare il piccolo Tommaso. Poche settimane di vita che avevano già stravolto ogni sua certezza e ogni parvenza di routine, trasformando il Sostituto Procuratore della Repubblica, noto negli ambienti del Tribunale per la sua fredda lucidità e la sua impazienza quasi patologica, in un padre goffo e perennemente in debito di sonno.
Sua moglie Elena, architetta dal sonno tradizionalmente leggero e ora cronicamente esaurito, si era appisolata sul divano del soggiorno, un libro di architettura brutalista lasciato aperto sul grembo, testimone di un tentativo di normalità fallito di fronte all'esaurimento.
Lorenzo la osservò per un istante, in piedi sulla soglia della stanza, mentre la luce del primo mattino filtrava dalle ampie finestre che davano sulla Ripa di Porta Ticinese, disegnando lunghe strisce dorate sul parquet. La stanchezza le segnava il volto, rendendo più evidenti le occhiaie e le piccole rughe d'espressione, ma ai suoi occhi era, se possibile, ancora più bella. C'era una vulnerabilità, una forza esausta in lei che lo commuoveva nel profondo.
Si sentì un naufrago aggrappato a quell'isola di normalità, a quel piccolo mondo ovattato fatto di odore di latte, di respiri leggeri e di un amore che non aveva bisogno di parole. Un mondo così radicalmente, meravigliosamente diverso dalle fredde logiche dei codici, dalle stanze degli interrogatori che puzzavano di ansia e, soprattutto, dalla violenza che troppo spesso incrociava nel suo lavoro. Una violenza che cercava di lasciare ogni sera sulla soglia di casa, come un soprabito sporco, ma di cui sentiva sempre, sottopelle, il gelo persistente.
Fu proprio mentre assaporava quell'attimo di pace precaria, contemplando in silenzio i due pilastri della sua nuova vita, che il cellulare di servizio, lasciato a caricare sul tavolo della cucina, vibrò due volte e poi squillò.
Un suono stridente, aggressivo, un allarme che non apparteneva a quel mondo.
Lo squillo fece sussultare Elena, che si svegliò di soprassalto, il libro gli cadde a terra con un tonfo sordo. Dalla culla, arrivò un mugugno infastidito, il preambolo di un possibile risveglio.
Lorenzo si mosse rapido, quasi correndo, per afferrare il telefono prima che potesse fare altri danni. Riconobbe il numero della centrale operativa dei carabinieri del comando provinciale. Sentì un nodo stringersi allo stomaco, quella sgradevole, familiare sensazione di freddo che precedeva sempre le cattive notizie, la fine della quiete.
«Abate». La sua voce era già cambiata. Era tornata a essere quella del magistrato, secca, controllata.
La voce dall'altro capo era giovane, formale, ma tradiva una certa tensione, l'eccitazione quasi macabra di chi sta comunicando qualcosa di grosso.
«Dottor Abate, buongiorno. Sono della Centrale Carabinieri. La chiamo su disposizione del maresciallo capo Messina della stazione competente per territorio. Abbiamo rinvenuto un cadavere a Parco Sempione. Omicidio».
La parola cadde nel silenzio dell'appartamento come una pietra in uno stagno, le sue onde che si propagavano a cancellare la pace di pochi istanti prima.
«Vittima maschile, al momento non identificata, ritrovata su una panchina» continuò la voce, quasi leggendo da un rapporto. «Presenta... dottore, presenta mutilazioni».
Mutilazioni. A Parco Sempione.
Il cervello di Lorenzo scattò immediatamente in modalità PM, accantonando la stanchezza, la tenerezza, tutto. Il professionista freddo e analitico prese il sopravvento, un meccanismo che si era allenato per anni a far scattare a comando.
«Che tipo di mutilazioni?» chiese, imponendosi un tono neutro, anche se sentiva il polso accelerare sotto il polsino della camicia.
«Asportazione dei bulbi oculari... e della mano destra, dottore. Così riferisce la pattuglia intervenuta. Il maresciallo Messina è già sul posto con la scientifica».
Orbite vuote. Mano destra.
L'immagine si conficcò nella sua mente, nitida, brutale, priva di contesto ma carica di una violenza quasi simbolica.
Sentì un'ondata di rabbia impotente, un fremito di quella sua ben nota impazienza che non era solo un tratto del carattere, ma il motore della sua determinazione. L'impazienza di capire, di agire, di trovare il responsabile e di ristabilire un ordine, per quanto fragile, nel caos.
Chi poteva fare una cosa simile? E perché?
«Mandatemi la posizione esatta. Sto arrivando» disse secco, quasi troncando la comunicazione.
Elena si era alzata dal divano e lo fissava con occhi grandi e allarmati, stringendosi addosso lo scialle. «Lorenzo? Che succede?».
«Devo andare. Un omicidio. Sembra uno dei peggiori». Si avvicinò a lei, evitando di entrare nei dettagli più crudi. Non era necessario. Elena, dopo anni passati al suo fianco, capiva lo stesso dalla durezza improvvisa che gli era calata sul volto, dalla luce fredda nei suoi occhi.
Prese la giacca di sartoria dall'attaccapanni, un abito grigio antracite impeccabile. La lisciò su una piega inesistente, un gesto automatico, un piccolo rito per riaffermare il controllo sull'unica cosa che poteva controllare in quel momento: il suo aspetto. Era la sua armatura. Un modo per creare una barriera tra l'uomo che era lì, in quella casa, e il magistrato che doveva affrontare l'orrore là fuori.
«Stai attento» mormorò Elena, la voce sottile.
Lui le si avvicinò, dandole un bacio rapido ma intenso sulle labbra.
«Torno appena posso. Cerca di riposare».
Lanciò un ultimo, fugace sguardo alla culla dove Tommaso dormiva di nuovo, ignaro, un piccolo miracolo di vita in un mondo che stava per mostrare di nuovo al suo papà il suo volto peggiore.
Poi uscì, chiudendosi la porta alle spalle e con essa il profumo di borotalco e di caffè; scese le scale per immergersi nell'odore acre e antico del Male.
Il traffico di Milano era già intenso nonostante l'ora non fosse ancora quella di punta. Lorenzo guidò la sua Giulietta blu scuro con una concentrazione quasi feroce, fendendo le strade con scatti rapidi e precisi, come se potesse, con la sola forza di volontà, piegare i semafori al suo volere e arrivare prima sulla scena del crimine. Ma non era solo fretta: era un modo per tenere a bada i pensieri, per non lasciare che l'immagine evocata da quella telefonata – orbite vuote, una mano mozzata – prendesse il sopravvento prima del necessario. Doveva arrivare lì lucido, freddo, chirurgico. Il tempo per l'orrore sarebbe venuto dopo.
Attorno a lui, la città viveva la sua ignara normalità. Persone alle fermate del tram, chioschi di giornali che aprivano, bar che servivano i primi cappuccini della giornata. Una normalità che gli appariva quasi oscena, stonata, di fronte alla consapevolezza che portava dentro di sé.
Esistevano due Milano, pensò. Quella della gente comune, fatta di scadenze, amori e bollette da pagare. E la sua. Una Milano notturna, violenta, che emergeva come una creatura degli abissi per depositare i suoi resti terrificanti alla luce del sole, per poi ritirarsi, lasciando a uomini come lui il compito di dare un nome e un senso a quell'orrore.
Parco Sempione, quando arrivò, era già un formicaio. Le auto dei carabinieri e della polizia locale con i lampeggianti ancora attivi creavano un'atmosfera surreale, quasi festosa se non fosse stato per il contesto. Un furgone bianco della scientifica era parcheggiato goffamente sul viale, il suo portellone aperto come una bocca pronta a inghiottire prove. E, tenuto a rispettosa distanza da un cordone di nastro bianco e rosso che sembrava fin troppo fragile, si era già formato il primo capannello di giornalisti e curiosi. Gli avvoltoi, li chiamava mentalmente Messina. Abate, più asetticamente, li considerava solo un'altra, fastidiosa variabile dell'equazione.
Parcheggiò bruscamente in seconda fila, incurante delle possibili multe, attivò le quattro frecce e scese dall'auto. Si sistemò il nodo della cravatta, un altro gesto inconscio, un ultimo click mentale per passare definitivamente in modalità operativa. Attraversò la strada, il taglio perfetto del suo abito sembrava appartenere a un altro mondo rispetto alle divise e all'atmosfera caotica che lo circondava.
Mostrò il tesserino al giovane carabiniere di piantone, un ragazzo teso che lo scrutò con un misto di rispetto per il ruolo e di malcelata sorpresa per l'aspetto. Quel PM sembrava uscito da una rivista di moda, non diretto verso un cadavere mutilato.
Lo avrebbe chiamato “Il dottorino”, lo sapeva.
Un soprannome che univa deferenza e un pizzico di scherno per la sua giovane età e per quell'aspetto impeccabile che a Milano, come a Napoli, veniva spesso scambiato per superficialità.
Superato il cordone esterno, entrò nell'area interdetta. L'aria, lì dentro, sembrava più pesante, più densa, carica dell'odore vagamente metallico del sangue, del profumo della morte che nemmeno la brezza mattutina riusciva a disperdere del tutto.
Vide subito la panchina sotto il grande platano, e la figura seduta. Anche da quella distanza, l'innaturalezza della posa era un pugno nello stomaco.
Un uomo sui cinquantacinque anni, robusto senza essere grasso, capelli brizzolati e un volto che sembrava scolpito da anni di vento e notti in bianco, si staccò da un piccolo gruppo vicino alla panchina e gli venne incontro. Non indossava la divisa d'ordinanza, ma una polo pratica e pantaloni scuri. Nonostante l'abbigliamento casual, emanava un'autorità ruvida, terrosa, quella del sottufficiale che ha imparato il mestiere sulla strada, non sui manuali.
Doveva essere lui. Messina.
«Dottor Abate?» chiese il maresciallo. I suoi occhi grigi, acuti e stanchi, gli fecero una radiografia completa in meno di due secondi, senza nascondere un velo di scetticismo. Era il piglio di chi ha visto decine di giovani magistrati arrivare pieni di teorie e di entusiasmo, per poi vederli schiantarsi contro la dura, sporca realtà.
Il PM sostenne lo sguardo, senza battere ciglio.
«Sono io. Maresciallo Messina, presumo». Si presentò con una formalità glaciale, tendendo una mano che l'altro strinse con una presa forte, quasi una prova di forza.
«Ai suoi ordini, dottore» rispose. Il saluto era formalmente impeccabile, ma il tono leggermente ironico, quasi canzonatorio, non sfuggì alle orecchie allenate di Abate. Fece un cenno con il capo verso la panchina. «Ecco qua il nostro... benvenuto a Milano». Era un modo rozzo ma efficace di metterlo alla prova, di marcare il territorio, di dirgli:
“vediamo di che pasta sei fatto, ragazzino”.
Abate lo ignorò, la sua attenzione già completamente assorbita dalla scena. Si avvicinò con lui al limite del perimetro di lavoro della scientifica. Il corpo era composto, quasi sereno nella sua posa, se non fosse stato per l'orro re delle orbite vuote e per quel moncone fasciato alla bell'e meglio.
L'abito costoso era in ordine, a parte qualche sgualcitura che suggeriva un trasporto. La fede nuziale brillava alla mano sinistra. Un uomo sposato. Una famiglia da qualche parte stava per essere distrutta.
«Mi riassuma, maresciallo» disse, la sua voce però non tradiva l'ondata di freddo che gli era salita lungo la schiena alla vista di quei dettagli.
Messina espose i fatti con la sua tipica, brusca concisione, come se leggesse la lista della spesa.
«Maschio, cinquant'anni circa. Abbigliamento da dirigente. Trovato da un runner verso le sei e trenta. Seduto così come lo vede. Mutilazioni: bulbi oculari e mano destra asportati. Probabilmente post-mortem, dice la scientifica». Indicò il dottor Orlando, che supervisionava i rilievi. «Conferma che è stato portato qui. Nessun segno di lotta nel raggio di venti metri. Ora del decesso stimata tra le due e le quattro di stanotte. Niente arma del delitto, ovviamente. E niente documenti o cellulare. Pulito».
Abate rimase in silenzio per un lungo momento, assimilando i dati. Il suo cervello analitico lavorava febbrilmente, cercando schemi, connessioni. Ma l'istinto, quella parte di sé che non sapeva spiegare ma di cui aveva imparato a fidarsi, gli urlava che c'era qualcosa di profondamente sbagliato, di rituale, in quella scena. Sentì montare la sua solita, feroce impazienza di capire, di agire, di squarciare il velo di quel mistero.
«Il runner?» chiese.
«Sentito dai miei uomini. È là» Messina indicò di nuovo l'ambulanza. «Scioccato ma lucido. Non ha visto niente di utile prima della scoperta».
«Lo sentirò io di nuovo più tardi» decise Abate. Non si fidava mai completamente del lavoro degli altri. Poi gli si rivolse di nuovo con uno sguardo improvvisamente tagliente, l'autorità che emergeva senza più filtri. «Telecamere. Parco Sempione è pieno di telecamere. Ingressi, viali, uscite. Voglio le registrazioni dalle dieci di ieri sera alle sei di stamattina. Tutte. Ora. È la priorità assoluta insieme all'identificazione della vittima. Mobiliti chi di dovere, maresciallo».
L'ordine era secco, inequivocabile. Non era una richiesta, ma una direttiva. Messina lo fissò per un istante, forse sorpreso, forse irritato da quel tono perentorio. Per un attimo, Abate pensò che avrebbe discusso, che avrebbe rivendicato la sua esperienza. Invece, vide solo un impercettibile irrigidimento delle spalle del maresciallo, un cenno d'assenso quasi militare.
«Già fatto ma rinnovo l'ordine subito, dottore».
Forse, pensò Abate osservandolo allontanarsi per dare disposizioni ai suoi uomini, la strada per guadagnarsi il rispetto di quell'uomo sarebbe stata lunga e in salita. Ma non aveva tempo per le schermaglie di potere. Aveva un assassino da trovare. E sentiva, con una certezza gelida e irrazionale, che quello era solo l'inizio.
CAPITOLO 4
Erano passate quasi ventiquattr'ore. Ventiquattro ore fatte di telefonate concitate, rapporti preliminari scritti con un linguaggio burocratico che sembrava voler sterilizzare l'orrore, e un ronzio di fondo, quello dei media, che si stava trasformando da un sussurro curioso in un urlo famelico. Il sole del giorno dopo, un sole caldo e indifferente, filtrava dalle ampie finestre dell'ufficio che Lorenzo Abate occupava da pochi mesi al quarto piano del Palazzo di Giustizia di Milano.
Era un ufficio impersonale, troppo grande per lui, uno di quelli assegnati ai nuovi arrivati in attesa di una sistemazione definitiva. Odorava ancora di vernice fresca e di scartoffie nuove, un odore pulito, quasi sterile, che contrastava violentemente con il tanfo di morte e di segreti che sentiva ancora aleggiare intorno a sé.
La sua scrivania era già un campo di battaglia ordinato: i rapporti preliminari della scientifica, i verbali delle sommarie informazioni rese dal testimone Federico Valli – ancora visibilmente scosso –, le planimetrie del parco su cui aveva già tracciato cerchi rossi e punti interrogativi, e le fotografie della scena del crimine appoggiate su un lato, a faccia in giù. Ma Abate non aveva bisogno di guardarle. Le immagini erano stampate a fuoco dietro le sue palpebre: le orbite vuote, il moncone insanguinato, la posa composta.
Si costringeva a richiamarle alla mente a intervalli regolari, cercando un dettaglio, un'illuminazione, qualcosa che il suo occhio potesse aver trascurato nell'impatto iniziale. Era un esercizio di autocontrollo e di tortura, un modo per non permettere all'umanità del ribrezzo di offuscare la lucidità del magistrato.
La stanchezza della notte quasi insonne si faceva sentire, acuita dal ronzio monotono dell'aria condizionata e dal peso di quelle immagini. Aveva dormito un paio d'ore su una brandina in ufficio, dopo essere rientrato a casa solo per rassicurare Elena e dare un bacio a Tommaso che dormiva.
Ma il sonno non era stato riposo, solo un susseguirsi di sogni angoscianti, frammenti del suo nuovo incubo professionale. Aveva passato le ore a coordinare, a leggere, a pensare, cercando di mettere ordine nel caos di un'indagine partita nel peggiore dei modi: un corpo senza nome.
Il maresciallo Messina entrò senza bussare, un'abitudine che Abate aveva già capito di dover tollerare come parte del pacchetto. Depositò un paio di fascicoli sulla sua scrivania con un tonfo secco che lo fece trasalire. Il suo volto sembrava ancora più segnato del giorno prima, le occhiaie più scure, ma i suoi occhi grigi erano vigili, quasi elettrici. Era un segugio che aveva fiutato una pista, per quanto debole.
«Novità, dottore» esordì, rimanendo in piedi, le mani intrecciate dietro la schiena in una posa quasi militare, come se l'ufficio di un PM fosse un'estensione della caserma.
Abate alzò lo sguardo dalle carte, indicandogli la sedia di fronte alla scrivania con un cenno del capo. Mes sina la ignorò.
«Abbiamo un nome?» chiese, andando dritto al punto. Era l'unica domanda che contava in quel momento.
«Alberto Landriani. Cinquantadue anni». Aprì il primo fascicolo che aveva in mano, facendolo scivolare sulla scrivania verso di lui. «Identificato un'ora fa grazie alle impronte digitali. Aveva un precedente irrilevante per guida in stato di ebbrezza, risalente a più di dieci anni fa. Le impronte nel database corrispondevano».
Abate aprì il fascicolo. La foto segnaletica dell'epoca mostrava un uomo diverso da quello sulla panchina, più giovane, sorridente, gli occhi vivi e sicuri di sé. Lo sguardo di un uomo che aveva il mondo in mano. Ora quegli occhi non c'erano più.
«Dirigente area marketing di una grossa azienda farmaceutica, la StarPharma Italia» continuò Messina, il suo tono era un elenco di fatti, privo di emozione. «Residente in via Tiziano, zona Fiera. Roba di lusso. Sposato con tale Giulia Bruni, due figli adolescenti, sedici e diciotto anni. Vita apparentemente specchiata. Conto in banca solido, almeno a un primo sguardo. Nessun legame noto con la criminalità. Un borghese di successo, dottore. Il ritratto della Milano Bene».
EmmƎ
|