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I taccuini inediti del dottor Watson.
Il morto sotto i portici.
30 maggio 1898, all'alba – Via Po, Torino.
La pioggia della notte non aveva nettato la città; ne aveva soltanto fatto risaltare le venature più cupe. Sotto i portici di via Po l'acqua colava ancora dalle grondaie con una regolarità da orologio stanco, e il lastricato, nero e lucido, restituiva a tratti il pallore delle prime luci. Fu in quell'ora, sospesa fra il sonno e il traffico, che Holmes ed io giungemmo nel luogo dove il nostro corriere, scomparso poche ore prima, era stato infine ritrovato. Un gruppo di guardie municipali si era disposto con quella compostezza impacciata che accompagna i casi improvvisi e incomprensibili. Un lampione ancora acceso gettava sopra l'assembramento una luce giallastra, e sotto quella luce vidi, steso accanto a una colonna, il corpo di un uomo giovane, forse non ancora quarantenne, con le gambe piegate in modo innaturale e la testa reclinata sulla spalla come se il sonno lo avesse colto in piedi per poi lasciarlo cadere. «Troppo presto,» mormorò Holmes. Non compresi se alludesse all'ora, alla morte o a qualcosa d'altro. Mi bastò il tono per capire che era giunto a una prima conclusione prima ancora di chinarsi sul cadavere. Un brigadiere dai baffi rigidi ci venne incontro con malcelata diffidenza. Aveva già visto Holmes all'opera nel Duomo e, come spesso accadeva agli uomini pratici dinanzi al mio amico, oscillava fra il rispetto e il risentimento. «Siete stati voi a chiedere di essere avvertiti nel caso si trovasse l'uomo della borsa,» disse. «Lo abbiamo rinvenuto un quarto d'ora fa. Nessun documento addosso. Nessun testimone affidabile. Pare una rapina finita male.» Holmes non gli rispose subito. Si era già inginocchiato accanto al morto, con quel raccoglimento vigile che lo faceva somigliare, in certi momenti, a un sacerdote di una religione interamente consacrata ai fatti. Toccò il polso, osservò il bavero del cappotto, passò due dita sul polsino destro e poi si fermò a guardare il suolo. «Una rapina è l'ultima cosa che appare quando la si desidera troppo,» disse infine. «Il denaro manca?» «Pochi spiccioli,» rispose il brigadiere. «Ma la borsa è stata aperta.» A un passo dal corpo giaceva infatti una borsa da corriere, rovesciata, con la cinghia spezzata. La pelle, scurita dall'acqua, recava un'impronta di fango e una lacerazione recente presso la fibbia. Holmes non la sollevò subito. Guardò prima le mani dell'uomo. La sinistra era aperta e vuota; la destra, invece, sembrava aver custodito fino all'ultimo qualcosa con una disperazione muta. «Watson, la mia lente.» Gliela porsi. Holmes separò delicatamente il pollice e l'indice del morto. Fra le dita, compressa con una tenacia che nessun malore improvviso avrebbe giustificato, brillò una piccola chiave metallica, sottile, di fattura semplice ma accurata. Il metallo aveva sul dorso una minuscola intaccatura triangolare. «Ecco l'oggetto che valeva più del denaro,» disse Holmes. Il brigadiere si avvicinò. «Una chiave? Di che cosa?» «Di qualcosa che non si porta per abitudine in tasca quando si fa il corriere sotto la pioggia,» rispose Holmes. «Osservi come è stata trattenuta. L'uomo sapeva di essere in pericolo e ha preferito morire stringendola piuttosto che farsela prendere.» Confesso che un brivido mi attraversò. Il volto del disgraziato non recava i segni di una lunga agonia; vi era piuttosto una contrazione breve, violenta, come di chi abbia visto spuntare la morte da un punto troppo vicino. Mi chinai a mia volta e, con il permesso delle guardie, esaminai il collo e il torace. Trovai, sotto l'orecchio sinistro, una minuta ecchimosi e sul panciotto una piega alterata, quasi qualcuno vi avesse affondato la mano con brutalità. «È stato colpito?» domandai. «Forse prima stordito, poi soffocato,» dissi a bassa voce, dopo un esame rapido. «O costretto con forza contro la colonna. Ma non vedo la rozzezza di un'aggressione da strada.» Holmes, che già frugava con infinita prudenza nella fodera interna del soprabito, annuì appena. «Appunto. Il suo assassino non voleva soltanto fermarlo. Voleva cercare. Questo è il gesto essenziale.» Il brigadiere si mostrò contrariato. «Cercare che cosa, se non aveva nulla?» Holmes gli rivolse uno sguardo tagliente ma non offensivo. «È qui che sbagliate quasi tutti, mio caro. Scambiate ciò che resta per ciò che c'era.» Mentre parlava, sollevò il bordo inzuppato della manica destra del morto. Vidi allora, aderente al tessuto come una scaglia chiara, un frammento sottilissimo, quasi trasparente. Holmes lo staccò con la punta del coltellino e lo depose sul palmo della mano. Non era carta comune. Anche alla scarsa luce dell'alba, il pezzetto rivelava una superficie liscia e sensibile, diversa da ogni materiale cartaceo ordinario. «Che cos'è?» domandai. Holmes non rispose subito. Si alzò, portò il frammento verso il lampione e lo inclinò fra pollice e indice. Il suo volto, che pochi istanti prima era rimasto immobile, si irrigidì di colpo. «Non è un semplice ritaglio,» disse. «È un frammento di carta fotosensibile. O, più precisamente, di supporto trattato per ricevere un'impressione chimica.» Il brigadiere sbuffò con una certa incredulità. «State dicendo che quel poveraccio andava in giro con pezzi di fotografia nelle maniche?» «Sto dicendo,» replicò Holmes con calma, «che il vostro poveraccio è morto custodendo due cose: una chiave e una traccia materiale che il suo assassino non è riuscito a sottrargli. Il che rende il delitto meno oscuro e molto più grave.» In quel momento il traffico lontano cominciava a ridestarsi oltre piazza Castello, ma sotto i portici pareva persistere una specie di silenzio chiuso, come se le colonne trattenessero l'eco della violenza. Mi accorsi che Holmes osservava non soltanto il morto, ma l'architettura intera del luogo: gli ingressi laterali, le vetrine ancora buie, la distanza fra una colonna e l'altra, l'ombra di un androne, il percorso che un uomo in fuga avrebbe potuto compiere senza essere visto. «Lo attendevano qui?» domandai. «Non esattamente qui,» disse lui. «Qui lo hanno concluso. Il primo contatto deve essere avvenuto poco più indietro, al riparo dall'acqua. Vede quella striscia più opaca sul pavimento? Un ginocchio, forse due. E là, presso la base del pilastro, c'è una seconda impronta di suola che non appartiene alle guardie. Il nostro uomo ha tentato di resistere, ma a breve distanza, non con fuga prolungata. Conosceva chi l'ha fermato, o almeno non ne ha temuto subito l'avvicinarsi.» Il brigadiere ordinò a un agente di impedire il passaggio ai curiosi che cominciavano a radunarsi. Intanto Holmes prese finalmente in esame la borsa. Dentro non trovammo che una pezzuola grezza, un taccuino senza scritte, un mozzicone di matita e una tasca interna lacerata con violenza. Quel piccolo strappo colpì Holmes più di ogni altra cosa. «Ecco dove si trovava il vero contenuto,» disse. «Una lettera?» azzardai. «Forse. O qualcosa di più facile a piegarsi e più difficile da riconoscere. In ogni caso, non un oggetto voluminoso. Il trasporto di questo caso avviene per passaggi minuti, Watson. Chiavi, frammenti, buste, supporti sensibili. Nessuno dei nostri avversari si fida abbastanza da affidare l'intera materia del rischio a una sola mano.» Fu allora che compresi, almeno in parte, la portata della sua inquietudine. Fino a quel momento avevo pensato a una serie di uomini terrorizzati da una rivelazione; ma Holmes vedeva già qualcosa di più freddo e più stabile: una macchina, direi quasi, fatta di consegne, intermediari e soppressioni precise. «Non proteggono un segreto solo,» mormorai. «Proteggono il modo in cui il segreto passa.» Holmes si volse verso di me con uno di quei rari cenni d'approvazione che valevano più di un elogio. «Esatto. Vialardi aveva trovato le parole giuste nella sua agonia. Non l'immagine; il passaggio.» Le guardie sollevarono il corpo su una barella. Quando lo fecero, qualcosa tintinnò lievemente contro il selciato. Mi chinai istintivamente, ma Holmes fu più rapido. Raccolse un secondo oggetto: non un'altra chiave, come avevo creduto dal suono, bensì un piccolo anello metallico staccato da una catena più lunga. Lo confrontò subito con la chiave e sorrise senza gioia. «Un sistema a doppia custodia,» disse. «La chiave era appesa. È stata strappata via in fretta.» «Dal suo aggressore?» «O dal morto stesso, nel tentativo di salvarla. In entrambi i casi, l'effetto è identico.» Il brigadiere, a quel punto, aveva rinunciato a nascondere la propria agitazione. «Che volete che si faccia?» Holmes rimise la chiave nel mio palmo affinché la custodissi e indicò il punto in cui il frammento di carta sensibile aveva aderito alla manica. «Primo: nessuno tocchi più nulla in questo luogo senza guanti puliti. Secondo: voglio sapere chi, fra i fotografi, i chimici, i sagrestani e gli ufficiali di servizio, dispone di accesso a materiali sensibili e a cassette con serrature minute. Terzo: cercate nelle vicinanze un deposito, un armadietto, una cassetta da corriere, una nicchia privata o un vano di scambio che richieda una chiave di questo tipo.» Il brigadiere annuì e si allontanò impartendo ordini. Per alcuni istanti restammo soli sotto il portico, accanto alla colonna e alla borsa vuota. L'alba avanzava lentamente sul fondo di via Po, dove gli archi si susseguivano in prospettiva fino a farsi quasi irreali. Holmes teneva il frammento tra le dita con la cura che si dedica a un veleno e a una reliquia insieme. «Pensate che il corriere trasportasse una fotografia?» chiesi. «No,» rispose. «Penso che trasportasse una parte di fotografia, o una parte del processo che la rende pericolosa.» «Non vedo la differenza.» «La vedrete presto.» Aveva già assunto quel tono asciutto che annunciava una deduzione in formazione. Io sapevo, per esperienza, che in tali momenti conveniva non interromperlo. Egli osservò ancora una volta il frammento controluce. La superficie pallida sembrava inerte, ma Holmes vi leggeva con evidenza qualcosa che a me sfuggiva. «Non appartiene a una stampa finita,» disse infine. «Troppo sottile nel taglio, troppo netto sul margine. È stato strappato da un supporto più grande nel momento del trasporto o della sottrazione. E soprattutto...» Si interruppe. Aveva rivolto gli occhi verso di me, ma vedeva oltre la strada, oltre il corpo appena portato via, oltre perfino la sequenza confusa dei nostri ultimi giorni. «E soprattutto?» domandai. Holmes chiuse lentamente la mano sul frammento. «E soprattutto questo bordo coincide con una mancanza che avevo notato senza ancora poterla nominare.» «Una mancanza dove?» Il suo sguardo, più che rispondermi, inchiodò il problema al centro del caso. «Nella serie delle lastre di Pia, Watson. Una lastra manca davvero, e il nostro morto ne portava addosso la prova.»
Il passaggio
Ore otto e mezzo del mattino – Biblioteca riservata del capitolo ecclesiastico, presso il Duomo di Torino
La cartella era legata con due nastri rossi, scoloriti agli angoli come se molte dita esitanti li avessero stretti e sciolti nel corso degli anni. Holmes la posò sul grande tavolo di noce con quella delicatezza vigilante che gli vedevo soltanto dinanzi agli oggetti in cui la fragilità si univa al pericolo. Intorno a noi la biblioteca taceva con una gravità quasi monastica. L'aria sapeva di pelle antica, colla, polvere fredda e umidità di pietra, poiché la pioggia della notte aveva lasciato nei muri una lenta traspirazione. Da una finestra alta, velata da vetri opachi, filtrava una luce ancora pallida, che non illuminava tanto le cose quanto i loro contorni. Io ero stanco, come accade a un uomo che abbia visto un morto all'alba e non abbia avuto il tempo di separare l'orrore dal lavoro. Eppure, accanto a Holmes, il pensiero trovava sempre un ordine, anche quando il cuore vi si ribellava. Egli aveva già disposto sul tavolo, con metodo impeccabile, la piccola chiave metallica rinvenuta sul corriere, il frammento di carta fotosensibile protetto da una busta pulita, alcune note ricopiate da lui medesimo e un foglio con i turni di sicurezza che il capitano Ferrero gli aveva lasciato consultare con quella sua cortesia misurata e impeccabile. Holmes sciolse i legacci. «Vialardi non temeva l'immagine,» disse, senza guardarmi. «Temeva ciò che l'immagine avrebbe costretto gli uomini ad ammettere di avere fatto.» «Lei torna sempre a quella frase.» «Perché la frase torna sempre a noi.» Estrasse i primi fogli: inventari, registri di stoffe, vecchie ricevute di restauro, appunti concernenti fodere, veli, cassette, chiavi. A una prima occhiata, nulla che potesse destare l'interesse di un assassino. E tuttavia ricordavo bene quanto Holmes mi avesse insegnato a diffidare delle superfici ordinate. Il disordine si annida volentieri sotto le cose diligentemente classificate. «Suor Angelica aveva ragione,» riprese. «Il vero archivio di questa faccenda non è composto soltanto da carte. È fatto di abitudini. Chi entra. Chi porta. Chi riceve. Chi firma. Chi tace.» Sedetti di fronte a lui e presi a sfogliare una seconda mazzetta di fogli, più minuta e più recente. Le annotazioni recavano una grafia ecclesiastica, sottile e un poco inclinata, che non era quella di Vialardi. Vi erano richieste di consultazione, autorizzazioni marginali, sigle, numeri di cassettiera, indicazioni d'orario. Più d'una recava cancellature eseguite in fretta, come se la mano che le aveva tracciate si fosse pentita un istante dopo. «Se il centro del caso fosse stato la reliquia in sé,» osservai, «non avremmo avuto un morto nel Duomo e un altro sotto i portici, ma qualche gesto aperto, teatrale, forse fanatico. Un furto. Un oltraggio.» Holmes alzò appena il capo, e vidi che le mie parole non lo avevano sorpreso. «Benissimo, Watson. Vede che il sangue comincia a servirle più della teoria astratta. La reliquia è il teatro. Il delitto appartiene ai passaggi dietro le quinte.» «E quel che Vialardi ha scritto...» Holmes posò il dito sul foglietto incompleto che teneva accanto a sé, come se la semplice pressione del polpastrello bastasse a restituirgli la voce del morto. «“Non è l'immagine... è il passaggio.” Un uomo che stia per morire e abbia ancora la lucidità di scegliere parole simili non parla per metafore. Egli isola il nodo. Il passaggio non è la strada; non è nemmeno soltanto il trasferimento materiale. È il transito di una prova da una mano all'altra, di una responsabilità da un'autorità all'altra, di una colpa da un nome rispettabile a un intermediario sacrificabile.» Le sue parole trovarono nella mia mente una dolorosa chiarezza. Rivedevo Vialardi riverso in quel piccolo locale di servizio, la chiave all'interno, il silenzio della serratura, l'apparente semplicità di un malore o d'un gesto volontario che Holmes aveva respinto quasi al primo sguardo. Rivedevo il corriere disteso sotto i portici, gli abiti ancora umidi, il volto già svuotato di ogni possibilità di confessione. Non si uccidevano uomini per una controversia devota. Li si uccideva perché un tragitto restasse invisibile. Continuammo per qualche tempo in silenzio. Io leggevo ad alta voce le intestazioni; Holmes, con il mento leggermente reclinato, selezionava, separava, accostava. Ogni tanto chiedeva un foglio, lo esaminava controluce, ne tastava lo spessore, annusava perfino la carta, come aveva fatto più volte dinanzi a polveri e ceneri. Una volta mi chiese di passargli il frammento fotosensibile rinvenuto sul corriere. Lo accostò a una ricevuta piegata in quattro. «Osservi i margini, Watson.» Mi chinai. Il frammento recava un taglio irregolare su un lato e due bordi invece netti, di manifattura. La ricevuta, benché di carta comune, portava tracce di contatto con sostanze chimiche; un angolo mostrava una lieve iridescenza argentea. «Non appartengono allo stesso foglio,» dissi. «No. Ma appartengono alla medesima storia. Levi ha confermato l'uso di sostanze capaci di alterare tempi e percezioni nello sviluppo. Ciò significa che qualcuno voleva guadagnare un intervallo. Non per distruggere subito, ma per intercettare. Per prendere visione. Per scegliere che cosa dovesse arrivare e che cosa no.»
Francesco Potì
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