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Londra, autunno 1897. Una giovane donna viene ritrovata senza vita nei pressi di Highgate Cemetery. Il corpo è pallido come cera, il sangue sembra svanito, e sul collo compaiono due piccoli segni. I giornali gridano subito al vampiro. Scotland Yard, invece, preferisce parlare di suggestione, isteria collettiva, forse di un assassino che imita le superstizioni dell'Europa orientale.
Ma il dottor Watson nota ciò che gli altri trascurano: quel corpo è stato spostato. Quelle ferite sono troppo precise. E dietro l'orrore apparente potrebbe nascondersi una mano umana, fredda, metodica, chirurgica.
Quando al 221B di Baker Street si presenta il professor Abraham Van Helsing, Sherlock Holmes si trova davanti al caso più inquietante della sua carriera. Van Helsing non gli chiede di credere ai vampiri. Gli chiede soltanto di osservare le prove.
Il nome che emerge dai documenti, dai referti e dai telegrammi è quello del conte Dracula, da poco giunto in Inghilterra e proprietario della sinistra Carfax Abbey. Ma Holmes comprende presto che la verità è più complessa: qualcuno sta usando il terrore del vampiro come maschera per crimini molto più terreni. Una società segreta londinese, l'Ordine dell'Alba Pallida, sembra voler trasformare il sangue, la paura e la leggenda in uno strumento di potere.
Tra cimiteri avvolti dalla nebbia, manicomi, salotti aristocratici, archivi notarili, moli sul Tamigi e stanze dove la scienza confina con l'incubo, Holmes, Watson e Van Helsing dovranno distinguere l'impossibile dalla frode, il mostro dall'uomo, la superstizione dalla prova.
Ma Dracula non è soltanto una leggenda. E per la prima volta, la ragione di Sherlock Holmes dovrà inseguire un nemico che non teme la notte, non rispetta la morte e conosce il potere delle ombre.
Prologo Whitby, costa dello Yorkshire — notte d'agosto del 1897 Vi sono fatti che, considerati alla luce serena degli anni, conservano tuttavia un margine d'ombra che nessuna abitudine alla ragione riesce interamente a dissipare. Ho veduto uomini morire in guerra, ho assistito al declino di corpi devastati da mali oscuri, ho seguito Sherlock Holmes attraverso vicende nelle quali il crimine sembrava essersi servito di tutte le maschere concepite dall'ingegno umano; eppure pochi ricordi, fra quelli che mi furono poi affidati da testimonianze, registri e confessioni parziali, mi hanno lasciato l'impressione di freddo che ancora oggi accompagna in me il nome della Demeter. La goletta entrò nel porto di Whitby poco dopo il tramonto, quando il cielo aveva assunto quel colore livido che precede le tempeste più violente e il mare, agitato da raffiche improvvise, si levava contro le scogliere come se una forza sotterranea lo spingesse dal fondo. Per l'intera giornata i pescatori avevano osservato, a largo, una vela nera comparire e sparire fra gli strappi della nebbia. Nessuno riusciva a comprenderne la rotta. La nave non governava secondo arte marinaresca. Ora puntava verso il promontorio, ora pareva abbandonarsi al vento, ora si raddrizzava di colpo, come se una mano invisibile correggesse il timone all'ultimo istante. Quando infine superò l'imboccatura del porto, non vi fu grido di comando, né richiamo di vedetta, né passo d'uomo sul ponte. La Demeter avanzò in un silenzio tale che il rumore del cordame sbattuto dalla pioggia parve, a chi l'udì dalla banchina, il lamento di una creatura ferita. Un cane randagio, che fino a quel momento aveva rovistato presso alcune cassette di pesce, arretrò con il pelo ritto, mostrando i denti verso la prua. Poi fuggì ululando lungo il selciato bagnato. «Per l'amor di Dio, non c'è nessuno al timone?» gridò un facchino. La risposta venne dal lampo che in quell'istante squarciò il cielo. Al timone vi era un uomo. Era il capitano. Lo trovarono legato alla ruota con corde talmente serrate da aver inciso la stoffa della giacca e la carne dei polsi. Il volto, rivolto verso il mare, aveva l'espressione ostinata di chi, anche dopo la morte, rifiutasse di abbandonare il proprio dovere. Una piccola croce gli pendeva dal collo. Le dita della mano destra erano irrigidite attorno a un rosario, mentre l'altra, stretta in un pugno livido, conservava frammenti di carta ormai fradicia. Non vi era sangue sul ponte. Non vi erano segni di sommossa. Non vi erano uomini. Il primo ufficiale del porto, un certo Harbottle, uomo pratico e poco incline alle fantasie, fece salire a bordo due marinai e un agente. Essi discesero nella stiva con una lanterna schermata dal vento. Ne risalirono dopo pochi minuti con il volto pallido e gli occhi di chi abbia visto non tanto l'orrore, quanto l'assenza di ogni spiegazione. «Ebbene?» domandò Harbottle. Il più anziano dei marinai si tolse il berretto. «Casse, signore.» «Casse?» «Casse di legno. Terra dentro. Terra nera, umida. Come da cimitero.» Harbottle imprecò a bassa voce, più per scacciare l'impressione che per collera. Ordinò che nessuno si avvicinasse al carico prima dell'arrivo del funzionario doganale e del medico. Ma la notizia, in una cittadina di mare, corse più rapida di qualunque disposizione. Nel giro di mezz'ora la banchina si era riempita di curiosi, pescatori, donne con scialli tirati sul capo, ragazzi scalzi, scaricatori di carbone, impiegati usciti dalle taverne e vecchi marinai che osservavano la nave senza parlare. Una nave senza vivi non è soltanto una disgrazia. È una domanda gettata in faccia al mondo. Il medico locale, chiamato a esaminare il capitano, constatò ciò che anche un profano avrebbe compreso: la morte non era recente di pochi minuti, e tuttavia il corpo conservava una rigidità singolare, quasi che l'uomo avesse resistito fino all'ultimo contro il cedimento della carne. Non furono rinvenute ferite mortali. Vi erano segni di privazione, sfinimento, terrore prolungato. Sotto le unghie, tuttavia, il medico notò un particolare che segnò nel suo taccuino con una scrittura incerta: piccole tracce di terra scura, non compatibile con il ponte lavato dalla tempesta. «Un uomo può morire di paura?» chiese l'agente. Il medico lo guardò con severità. «Un uomo muore per cause che il corpo consente. La paura può affrettarle, non sostituirle.» «E l'equipaggio?» A quella domanda nessuno seppe rispondere. I registri di bordo, quando furono recuperati, risultarono in parte danneggiati dall'acqua. Le ultime annotazioni parlavano di uomini scomparsi uno alla volta, di rumori nella stiva, di un'ombra vista fra le casse, di superstizioni cresciute con la fame e la tempesta. Quelle righe vennero poi considerate il prodotto di una mente logorata dall'isolamento. Le autorità, com'è frequente quando l'inspiegabile minaccia l'ordine pubblico, preferirono la spiegazione più comoda: follia collettiva, cattivo tempo, incidente marittimo, qualche caduta in mare, forse un contagio morale alimentato dalla paura. Io stesso, se mi fossi trovato allora davanti a quei documenti senza conoscere ciò che in seguito conobbi, avrei forse inclinato verso una diagnosi non dissimile. La ragione, quando non possiede tutti i fatti, tende a difendersi scegliendo l'ipotesi meno scandalosa. Ma vi fu un particolare che non entrò nei resoconti pubblici. Il carico della Demeter comprendeva cinquanta casse, registrate alla partenza e confermate nei documenti di bordo. Cinquanta casse di legno grezzo, provenienti dall'Europa orientale, destinate a un indirizzo londinese che allora nessuno a Whitby si prese la briga di considerare con particolare attenzione. Durante lo scarico, tuttavia, un impiegato giovane e scrupoloso, addetto alla corrispondenza fra manifesto navale e consegna doganale, segnò a matita una discrepanza: quarantanove casse furono affidate ai trasportatori incaricati; una, benché presente nel primo conteggio della stiva, non comparve più nel registro finale. L'impiegato, temendo una sanzione per negligenza, riferì la cosa al suo superiore. «Avrete contato male, Briggs.» «No, signore. L'ho vista. Era più chiara delle altre. Il legno sembrava nuovo.» «Dopo una notte simile, anche il diavolo vi sembrerebbe un contabile.» «C'era un'etichetta diversa.» «Diversa come?» Il giovane esitò. «Non saprei dirlo. Era stata raschiata.» Quella frase, che più tardi avrebbe assunto per noi un valore ben diverso, venne accolta con un'alzata di spalle. Il registro fu corretto. La matita scomparve sotto una linea d'inchiostro. La tempesta aveva già fornito abbastanza disordine perché un errore amministrativo potesse nascondersi senza fatica fra i danni del mare. Eppure la cassa non era svanita per caso. Mentre gli uomini del porto si affannavano attorno al carico, una carrozza scura sostava al limite della strada che saliva verso la città. Non recava stemmi, né segni di servizio pubblico. Il cocchiere teneva il bavero rialzato e non parlava con nessuno. Accanto a lui, immobile sotto la pioggia, stava un uomo alto, vestito con sobrietà impeccabile, il cappello calato sugli occhi e guanti chiari che parevano troppo eleganti per quella banchina lordata di fango, sale e carbone. Non mise mai piede sulla nave. Non impartì ordini ad alta voce. Non si avvicinò ai funzionari. Si limitò a osservare. Quando una cassa fu calata sul selciato, due uomini in abiti cittadini, non marinai e non facchini, si fecero avanti con una sicurezza che nessuno pensò di contestare. Esibirono un foglio piegato, parlarono a bassa voce con uno scaricatore, fecero scorrere alcune monete in una mano nera di pece e sollevarono il carico su un piccolo carro coperto. L'etichetta della cassa era stata raschiata. Sotto i graffi, appena visibile, restava una traccia di ceralacca pallida. Briggs, il giovane impiegato, li vide. «Quella va a Londra con le altre?» domandò. Uno dei due uomini si voltò. Aveva un volto comune, baffi curati e occhi privi di qualunque espressione. «Tutto va dove deve andare.» La frase, in sé, non aveva nulla di minaccioso. Ma Briggs raccontò in seguito che il tono con cui era stata pronunciata gli diede l'impressione di un ordine già eseguito prima ancora di essere compreso. La cassa fu portata via. Poco dopo, l'uomo elegante presso la carrozza sollevò appena il capo, come per assicurarsi che nessun altro avesse seguito il movimento del carro. Un lampione gli illuminò per un istante il profilo. Non era giovane, ma neppure vecchio. La sua compostezza non apparteneva alla quiete degli uomini onesti; pareva piuttosto la disciplina di chi ha fatto della discrezione una forma di potere. Quando un marinaio gli passò vicino urtandolo senza volerlo, l'uomo non reagì. Si limitò a guardarlo. Il marinaio, che pure era robusto e mezzo ubriaco, indietreggiò mormorando una scusa. Intanto la folla continuava a fissare la Demeter. Qualcuno parlava di maledizione. Qualcuno di peste. Qualcuno giurava di aver visto un grande cane nero saltare dalla nave appena essa aveva toccato il molo e correre verso le alture. Un reverendo, sopraggiunto per portare conforto, tentò di ricondurre quelle voci entro i confini della pietà cristiana, ma anche lui, passando accanto alle casse di terra, abbassò gli occhi e strinse con forza il libro che teneva in mano. La modernità vittoriana possedeva treni, telegrafi, navi a vapore, uffici doganali, registri in triplice copia e medici pronti a trasformare il terrore in sintomo. Ma quella notte, a Whitby, tutti quegli strumenti parvero fragili davanti a un carico di terra umida e a una nave giunta senza equipaggio. Verso mezzanotte, quando la pioggia cessò e il porto rimase avvolto in una nebbia bassa, la carrozza scura si mosse. Briggs, che non riusciva a liberarsi dall'idea della cassa mancante, la seguì con lo sguardo. Vide il cocchiere frustare appena il cavallo. Vide l'uomo elegante salire all'interno. O almeno credette di vederlo, poiché lo sportello si aprì e si richiuse con rapidità. Le tende erano tirate. La vettura passò davanti a un cane accucciato presso una rimessa. L'animale sollevò il muso, annusò l'aria e cominciò a tremare. Poi, quando la carrozza gli fu accanto, arretrò fino a battere contro la porta chiusa della rimessa e lanciò un ululato così lungo, così disperato, che per un momento anche gli uomini del porto smisero di parlare. «Che gli prende?» disse qualcuno. Nessuno rispose. La carrozza proseguì lungo la strada vuota, senza che dalle tende filtrasse il minimo movimento. Pareva trasportare soltanto buio. Eppure il cane continuò a ululare finché il rumore delle ruote non svanì nella nebbia.
Capitolo I Il corpo di Highgate Londra, autunno 1897 — Highgate Cemetery e Baker Street
Non sempre un'indagine comincia con il passo rapido di un cliente sulle scale di Baker Street o con un telegraa gettato sul tavolo della colazione. Talvolta essa nasce in modo più sommesso, dal tremito della mano di un medico che ha veduto qualcosa nel corpo di un morto e non osa ancora darle un nome. Fu così che entrai nella vicenda di Clara Whitcombe. La mattina era grigia e bassa, con quella nebbia londinese che non cade dal cielo, ma sembra levarsi dalle pietre, dai fossi, dagli abiti umidi dei passanti. Avevo appena terminato una visita quando la domestica mi consegnò un biglietto, recato a mano da un ragazzo ansante. Riconobbi subito la calligrafia del dottor Henry Stamford, un vecchio collega dei miei anni ospedalieri. Lessi poche righe, vergate in fretta. Vi prego di raggiungermi senza indugio presso Highgate Cemetery. Una giovane donna è stata ritrovata morta in circostanze che mi riescono poco chiare. La polizia è già presente. Vi chiedo non un parere ufficiale, ma l'occhio di un medico che non abbia timore di contraddire una conclusione troppo comoda. Non vi era enfasi in quelle parole. Proprio per questo mi colpirono. Presi il cappello, infilai il soprabito e, dopo aver lasciato disposizioni affinché i miei pazienti fossero avvertiti del ritardo, chiamai una vettura. Durante il tragitto verso nord, Londra mi parve posseduta da una strana agitazione. I venditori di giornali gridavano titoli più adatti a un romanzo d'appendice che alla cronaca di una città civile. Una parola ricorreva sulle loro labbra con oscena soddisfazione. «Il vampiro di Highgate! Ultime notizie sul vampiro di Highgate! Giovane donna trovata senza sangue!» Ricordo ancora il fastidio che provai. Sono medico, e nessuna professione più della nostra insegna quanto il linguaggio possa ferire i morti una seconda volta. Una giovane donna, di cui ancora ignoravo il nome, era già stata trasformata in favola da quattro righe d'inchiostro cattivo. La vettura mi lasciò non lontano dall'ingresso del cimitero. Highgate, anche in pieno giorno, possiede una gravità particolare. Le sue vie interne, le statue velate dall'umidità, gli angeli anneriti dal fumo della città, le cappelle chiuse e il fitto intreccio degli alberi sembrano comporre non un luogo di riposo, ma un quartiere appartato della morte. Quella mattina la nebbia giaceva fra le tombe come garza bagnata. Due agenti trattenevano un piccolo gruppo di curiosi presso il cancello. Più in là, un uomo con il taccuino in mano cercava di sporgersi oltre una cancellata, protestando con un sergente. Dal cappello troppo lucido e dall'insistenza della voce lo riconobbi per ciò che era: uno di quei giornalisti che considerano il dolore altrui una materia prima. «Dottor Watson?» Mi voltai. Stamford veniva verso di me con il volto tirato. Era invecchiato più di quanto ricordassi, o forse era la luce di quel luogo a renderlo tale. Mi strinse la mano con forza eccessiva. «Vi sono grato d'essere venuto.» «Che cosa è accaduto?» «Una giovane donna. Clara Whitcombe, ventitré anni. Domestica, a quanto pare, o già governante presso una famiglia di una certa posizione. È stata trovata all'alba da un custode, presso il sentiero laterale che conduce alla parte vecchia del cimitero.» «Mortale aggressione?» Stamford esitò. «Questo è il punto. Se fosse stata una semplice aggressione, non vi avrei chiamato.» Lo seguii lungo un vialetto fangoso. A mano a mano che ci inoltravamo, il brusio dei curiosi si smorzò fino a diventare una vibrazione indistinta. Un corvo gracchiò sopra una tomba spezzata. L'aria aveva odore di foglie marcite, pietra umida e fumo lontano. La giovane giaceva in una piccola radura fra due sepolcri di famiglia, protetta alla vista da un telo già disposto dagli agenti. Un ispettore che conoscevo fin troppo bene stava parlando con un uomo della polizia locale. Il suo cappotto era abbottonato fino al mento, i baffi rigidi, l'espressione più irritata che addolorata. «Lestrade,» dissi. Egli si voltò con uno scatto. «Ah, dottor Watson. Dovevo immaginarlo. Se compare un cadavere in circostanze fastidiose, prima o poi qualcuno ritiene necessario convocare Baker Street.» «Per il momento è stato convocato solo un medico.» «E tuttavia non dubito che il vostro illustre amico non tarderà a comparire, se appena fiuterà odore di singolarità.» «Non gli ho ancora scritto.» Lestrade mi guardò con un misto di sollievo e delusione. «Allora guardate pure, purché non facciate nascere altri fantasmi. La stampa ne ha già inventati abbastanza.» Mi inginocchiai accanto al corpo. Clara Whitcombe era una giovane donna dai lineamenti delicati, con capelli castani raccolti in modo semplice e un abito scuro di buona stoffa, non elegante, ma tenuto con cura. La prima impressione fu il pallore. Non il pallore comune della morte, che ogni medico conosce, ma una bianchezza quasi cerosa, accentuata dal freddo della mattina e dalla nebbia che le aveva imperlato la fronte. Le labbra erano appena dischiuse. Le mani, sottili, giacevano lungo i fianchi in una compostezza che mi parve subito innaturale. «È stata trovata così?» domandai. Il custode, un uomo massiccio con una sciarpa di lana al collo, fece un passo avanti. «Così, signore. Come una statua. Io non l'ho toccata. Ho chiamato subito.» «A che ora?» «Poco dopo le sei. Faceva ancora scuro.» Osservai il terreno. Il fango era umido ma non profondo. Vi erano impronte confuse di agenti, del custode e forse di altri curiosi accorsi prima che la polizia chiudesse il passaggio. Tuttavia, attorno al corpo, notai una singolare scarsità di segni compatibili con un'agonia. Nessuna traccia di lotta. Nessun solco prodotto dai talloni. Nessuna mano affondata nella terra. Sollevai con cautela il lembo del telo e mi chinai sul collo. Le due lesioni erano lì. Piccole. Ravvicinate. Regolari. Troppo regolari. Non erano lacerazioni da denti. Non vi era il margine frastagliato, né la distribuzione irregolare che un morso reale produce sulla pelle. Le ferite apparivano come due punture nette, quasi simmetriche, circondate da un lieve alone livido. Non sanguinavano. Ma quel particolare, di per sé, significava poco: dopo la morte, il comportamento del sangue può ingannare un osservatore inesperto. «Ebbene?» chiese Lestrade, con tono più brusco di quanto fosse necessario. «Ebbene, non mi affretterei a consegnare questa povera giovane ai venditori di giornali.» «Non è una risposta medica.» «È una premessa medica.» Stamford si chinò accanto a me. «Avete notato anche voi?» «La regolarità? Sì.» «Io ho pensato a uno strumento.» «Anch'io.» Lestrade emise un suono secco. «Uno strumento? Intendete dire un'arma?» «Forse. O qualcosa di più sottile.» «Dottor Watson, vi prego di parlare chiaro.» Mi rialzai, togliendomi i guanti. «I denti umani non producono due segni così netti senza lasciare altre tracce. I denti animali ancor meno. Qui non vi è strappo, non vi è schiacciamento sufficiente, non vi sono abrasioni secondarie. Queste lesioni non mi paiono il risultato naturale di un morso.» Stamford annuì piano. «È ciò che temevo.» «Temevate?» domandai. Egli abbassò la voce. «Temevo che qualcuno volesse farlo sembrare un morso.» Lestrade guardò verso il cancello, dove il mormorio della folla cresceva. «Qualunque cosa sia, fuori di qui è già diventata un morso. Fra un'ora sarà un vampiro. Entro sera avremo mezza Londra convinta che i morti escano dalle tombe per dissanguare le ragazze.» «E voi che cosa credete?» «Io credo che una giovane donna sia morta, che i giornali siano una pestilenza e che i miei superiori desiderino una spiegazione semplice prima del tramonto.» «La semplicità non è sempre una virtù,» dissi. «No, ma aiuta a impedire che la città impazzisca.» Non replicai. Tornai invece al corpo e mi dedicai a ciò che il corpo poteva dire. La rigidità cadaverica era già avviata, ma non nel modo che mi sarei aspettato se la morte fosse avvenuta nel breve intervallo suggerito dal ritrovamento. Le articolazioni della mandibola e degli arti superiori opponevano una resistenza maggiore rispetto a quella degli arti inferiori. La temperatura della pelle, per quanto resa incerta dall'esposizione all'aria fredda, suggeriva un decesso anteriore all'alba di diverse ore. Eppure un custode giurava di aver attraversato quel medesimo sentiero verso le undici della sera precedente senza vedere nulla. «Chi ha chiuso il cimitero ieri notte?» chiesi. Il custode sollevò una mano. «Io, signore.» «A che ora?» «Alle dieci precise. Poi ho fatto il giro. Non c'era nessuno.» «Avete percorso questo sentiero?» «Sì.» «Con una lanterna?» «Naturalmente.» «E siete certo che il corpo non fosse qui?» Il pover'uomo divenne rosso. «Se ci fosse stato, l'avrei visto.» Lestrade intervenne. «Il custode è uomo affidabile. Lavora qui da diciassette anni.» «Non lo metto in dubbio. Ma se dice il vero, e non ho ragione di pensare altrimenti, allora la signorina Whitcombe è stata portata qui dopo la chiusura.» «Scavalcando il muro?» Guardai verso la cancellata più vicina, poi verso il terreno. «Non da sola.» Mi chinai di nuovo. Sotto l'orlo dell'abito, vicino alla cucitura, vi era una sottile striscia più chiara. La sfiorai con un dito. Non era fango del cimitero. Era una polvere asciutta, biancastra, appena aderente alla stoffa.
Francesco Potì
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