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Autore: Massimo Tiberio Rufo
Il cupo
Romanzo Rinascita
Lettori 3
Il cupo

Quando la vita ti travolge.

Erano i primi giorni di settembre del 1995. Il clima mite di quelle ore concedeva finalmente a Firenze una tregua dal caldo torrido di agosto, ma l'incanto di una giornata splendida era stato spezzato nel tardo pomeriggio da un temporale improvviso. La pioggia arrivata da nord adesso batteva violenta sui tetti, riversandosi con furia sulle strade del centro.
Paolo e Francesca erano riusciti a rifugiarsi in un piccolo ristorante di San Frediano appena in tempo per non infradiciarsi. Seduti a quel tavolo, tra le mura care a Pratolini e ai suoi indimenticabili romanzi, si sentivano protetti, avvolti dal calore del locale mentre fuori il mondo diventava sfocato dietro i vetri rigati.
Il cameriere si avvicinò con garbo, stappò una bottiglia di champagne, su richiesta di Paolo, e servì il vino nei calici con gesti precisi.
«A noi, Paolo. Ai nostri progetti insieme.» «Alla tua felicità, Francesca», aggiunse lui, sollevando il bicchiere. «Alla nostra», rispose lei. Il suo sorriso era radioso, lo sguardo stracolmo di una gioia che pareva non poter contenere, alimentata dal segreto della nuova vita che portava dentro di sé, pose istintivamente una mano sul grembo.
Brindavano per sancire la loro unione, in quel quartiere che sentivano così loro. Pur essendo poco inclini a mangiare carne, quella sera avevano scelto quel ristorantino per la sua celebre bistecca fiorentina; la ordinarono al sangue, quasi a voler officiare, senza saperlo, un rito pagano e propiziatorio per celebrare il futuro.
La loro storia era iniziata nella primavera inoltrata di quell'anno. Erano felici, immersi nei loro sogni e nell'ebbrezza di quel vino dorato, del tutto ignari che la notte li stesse già osservando e che, fuori da quella bolla di luce, la pioggia stesse già lavando via le strade, come a voler preparare il silenzio che sarebbe venuto dopo

Maggio, al circolo del tennis, Fausto era appena uscito dalla doccia e stava asciugandosi i capelli, quando nello spogliatoio entrò Paolo.
«Ciao Paolo, con chi giochi oggi?»
«Con Giuseppe. Vuole la rivincita... è convinto di potermi battere.»
Paolo sorrise, infilando la racchetta nella custodia.
«E perché non lo lasci vincere ogni tanto?» disse Fausto. «Un set glielo regali, poi dici che eri stanco... notte brava, cose così.»
«Mah...magari.» Paolo scosse la testa. «Ma non oggi.»
«Come mai?»
Esitò appena, poi sorrise in un modo diverso, più pieno.
«Sono troppo felice per perdere.»
Fausto lo guardò e scoppiò a ridere.
«Ah, allora con Francesca...»
«Sì.»
Paolo abbassò un attimo lo sguardo, come se quella felicità avesse bisogno di essere tenuta con cura.
«Va davvero bene.»
«Fantastico. Allora dopo si brinda.»
In quel momento Giuseppe entrò nello spogliatoio, ancora un po' trafelato.
«Scusami, sono in ritardo.»
«Tranquillo» disse Paolo. «Oggi non ho fretta.»
«Meglio così. Magari ti faccio cappotto.»
«Puoi sempre provarci.»
Sorrisero entrambi. Era il loro modo di stare insieme, fatto di piccole sfide e battute leggere che non ferivano mai.
Paolo giocava sempre verso le due, subito dopo aver mangiato qualcosa. Avrebbe potuto farlo anche in altri momenti della giornata, ma quelle poche volte in cui ci aveva provato gli restava addosso una sensazione sgradevole, come se sottraesse tempo al lavoro, allo studio che condivideva con il fratello Alberto.
Paolo, architetto. Alberto, geometra. Una sinergia che funzionava bene, molto bene, anche se era Paolo il vero motore dell'attività: in pochi anni era riuscito a costruirsi una clientela di un certo livello. Nel '95 aveva trentadue anni ed era stato uno studente brillante, laureato a pieni voti con lode. Per un breve periodo aveva accettato un incarico come assistente in facoltà, ma dopo appena un anno aveva già aperto il suo studio e lasciato l'università. Più tardi aveva chiamato con sé Alberto, che allora lavorava come dipendente in uno studio di ingegneria civile.
Cinque anni più giovane, Alberto non aveva mai avuto grande inclinazione per lo studio: si era fermato al diploma, ottenuto con due anni di ritardo, ma compensava con una natura pratica e volenterosa. Preferiva fare, piuttosto che studiare; lavorare con le mani o dedicarsi ai suoi hobby.
Fisicamente si somigliavano solo in parte. Paolo era alto, sportivo da sempre, in perfetta forma; colpiva per la folta chioma castana, con riflessi biondi, e per gli occhi chiari, cangianti. Alberto aveva anche lui occhi chiari, ma di un azzurro più pallido; i capelli quasi ricci, lo sguardo incerto, poco fermo, soprattutto quando parlava con qualcuno: un'insicurezza che traspariva senza bisogno di parole.
Le capacità di Paolo come designer architettonico lo avevano portato a incontrare il favore di un ingegnere fiorentino che da circa un anno divideva la sua vita tra Firenze e Dubai. Ma non era stata solo la bravura: contavano anche la sua umanità, la naturale simpatia. Insieme avevano sviluppato il progetto di un centro commerciale, rivelatosi poi un grande successo.
Fu allora che Paolo si trovò, quasi costretto, a circondarsi di giovani architetti. Lo studio era, semplicemente, decollato e richiedeva personale qualificato. Alberto, invece, restava più legato alla gestione pratica, alle “scartoffie”, come le chiamava lui.
L'incontro tra Paolo e Francesca fu del tutto casuale.
Francesca era appena tornata da Parigi, dove aveva trascorso sei mesi grazie a una borsa di studio vinta all'ultimo anno di Lettere e Filosofia. Si era laureata con centodieci e lode e, dopo tanto studio, si era promessa di concedersi un po' di tempo per sé. Aveva anche ottenuto un incarico temporaneo come assistente universitaria, ma sentiva il bisogno di respirare, di guardarsi attorno.
Di Parigi si era dichiarata innamorata: della città, certo, ma anche delle amicizie nate lì, di quella leggerezza nuova che le era rimasta addosso.
Rientrata in Italia, si era fermata per un paio di mesi a Milano, ospite dell'amica Luisa. Era stata proprio lei a spingerla a curare di più il proprio aspetto. Nel giro di una settimana il suo look, fino ad allora piuttosto anonimo, cambiò radicalmente. E insieme al look cambiò anche il modo in cui gli altri la guardavano.
Se ne accorse subito.
Non poteva camminare per strada senza attirare sguardi: maschili, certo, ma anche femminili. All'inizio ne fu sorpresa, poi iniziò a trovarci un piacere sottile, nuovo, che non ebbe nessuna intenzione di respingere.
Tornata a Firenze, si iscrisse a un corso di tennis nello stesso circolo frequentato da Paolo, che ancora non conosceva. Dall'università, nel pieno centro, raggiungeva il circolo in bicicletta, percorrendo un tragitto breve ma sufficiente a sentirsi viva, in movimento.
Aveva più l'aspetto di una modella che quello di una futura professoressa: fisico slanciato, magro, capelli biondi — non naturali — occhi verdi intensi, naso dritto, ben disegnato, e una bocca piena, armoniosa. Il colorito del viso e la luce dello sguardo erano tali che le bastava un filo di mascara per risaltare ancora di più quegli occhi che, come si dice in gergo fotografico, “bucavano”. Non era facile sostenerli.
Ormai indipendente, figlia unica, aveva affittato un minuscolo appartamento in Santo Spirito. La finestra della cucina si affacciava direttamente sulla piazza, proprio di fronte alla chiesa, a non più di cento metri. Santo Spirito era da sempre un luogo di ritrovo, soprattutto la sera, quando i turisti iniziavano a diradarsi e la piazza tornava ai fiorentini.
Francesca era nata a Sant'Ambrogio, di qua d'Arno, a due passi da Santa Croce. I suoi genitori avevano un banco al mercato, e da bambina anche lei dava una mano, soprattutto d'estate.
«O come l'è bellina la tu' figliola.»
Le clienti lo dicevano ogni volta, lanciando occhiate complici verso Rodolfo.
Anno dopo anno.
Finché, ormai all'università, Francesca non ebbe più tempo per il banco. Anzi, era stata proprio la madre, Anna, a pregarla di non andarci più. Il padre invece l'avrebbe voluta sempre “tra i piedi”, come diceva scherzando.
«Ma di chi l'avrà presa questa bella figliola... ell'è un mistero.»
Le battute non mancavano mai.
«Stai calmina, cara, che di stoffa bona qui ce n'è da vendere.» rispondeva Anna, sorridendo.
Rodolfo si schermiva, un po' imbarazzato tra quelle donne che si scambiavano allusioni e risate.
«Oh babbo!» protestava Francesca, quando fu abbastanza grande da coglierne il senso. «Ma te un tu dici nulla a queste comari?»
«Icché tu voi che dica... meglio farsi una risata.» E le stampava un bacio sulla testa, sempre un po' spettinata.
Paolo, invece, era nato a Coverciano, dalle parti di Campo di Marte, alle pendici di Settignano. La sua famiglia viveva in una bella casa colonica, non grande ma piena di respiro, ereditata dal padre Mauro. Era una delle poche rimaste intatte, circondata da quella terra che ancora resisteva alle lottizzazioni.
Mauro gestiva uno dei pochi negozi di alimentari della zona, con prodotti genuini, spesso provenienti dal Chianti. Aveva una clientela fedele e, ogni mattina, almeno un'ora prima di aprire, lavorava nell'orto.
Paolo, da ragazzo, non aveva mai avuto una vera passione per la terra. Ogni tanto seguiva il padre, più per curiosità che per altro, tra ortaggi, ulivi e alberi da frutto. Eppure quell'infanzia, immersa nella campagna e nei sapori autentici, gli era rimasta dentro.
Forse anche per questo, più tardi, aveva sviluppato un gusto raffinato per la tavola.
E, senza quasi accorgersene, aveva iniziato anche a cucinare.

Paolo e Francesca si conobbero per puro caso, nel maggio del '95. In realtà, tutto sembrava giocare contro quell'incontro: Paolo, come già detto, giocava verso le due del pomeriggio, mentre Francesca iniziava il suo corso alle cinque. Difficile, se non impossibile, anche solo incrociarsi. E poi Paolo, finita la doccia, correva subito in studio.
Durante il corso, un giorno, Francesca, finita la lezione, si recò al bar del circolo. Aveva sete e ordinò una bibita al limone, fresca. Si sedette poi nella sala del circolo per rilassarsi un momento.
Una ragazza carina, che doveva avere più o meno diciotto anni, con i capelli raccolti in una coda alta, notò Francesca e la salutò.
«Ciao, sono Simona... ma tu sei nuova, vero? Non ti ho mai visto qui.»
Francesca, presa un po' di sorpresa, si voltò verso di lei con un sorriso.
«Ciao Simona, mi chiamo Francesca. Sì, sono del tutto nuova... ma non solo qui: in realtà non ho mai fatto attività sportiva, a parte un po' di bici. Quasi me ne vergogno.»
«Ma no, figurati!» rispose Simona ridendo. «Non sei certo la sola. Mia madre, per esempio: le piace fare la casalinga e al massimo va a camminare... e quelle poche volte si lamenta pure per la fatica. E pensa che ha quarant'anni ed è in forma perfetta.»
Francesca sorrise, più a suo agio.
«Sto facendo il mio primo corso di tennis... ma credo di non essere troppo portata.»
«Non ti scoraggiare. Ci vuole un po' di tempo. Se ti impegni, in due o tre mesi inizierai a fare qualche scambio... e vedrai che poi non potrai più smettere.»
«Tu sei giovanissima... quando hai iniziato?» chiese Francesca.
«Ormai una decina d'anni fa. L'anno scorso ho vinto il mio primo regionale... e quest'anno andrò ai nazionali, a settembre, a Roma.»
«Che bello, davvero. Complimenti.»
«Grazie. Senti, devo andare ad allenarmi... che ne dici se pranziamo insieme qui, uno di questi giorni? Così parliamo con calma.»
«Certo, mi farebbe molto piacere. Avvisami almeno il giorno prima, così mi organizzo.»
«Di cosa ti occupi?» chiese Simona.
«Per ora sono assistente all'università... poi vedremo.»
«Mi dai il tuo numero di telefono?»
Francesca frugò nella borsa.
«Guarda, ti do il mio biglietto da visita... ecco.» glielo porse. «Ci sono tutti i riferimenti. Sai... li ho fatti per darmi un po' di importanza.» aggiunse sorridendo.
«Okkkay!» esclamò Simona, ricambiando il sorriso. «Ti avverto, prof: io sono una frana a scuola...»
Fece una pausa, poi rise.
«No dai, non è vero... vado abbastanza bene. Ciao Francesca, è stato un piacere. Ti chiamo.»
Allungò la mano. Francesca la strinse volentieri.
«Ciao Simona, buon allenamento.»
«Grazie!»

Massimo Tiberio Rufo

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