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Cella 214. Mi chiamo Gabriele Ferraris. Ho cinquantadue anni. Ho ucciso un uomo. Scrivo su un quaderno a righe che mi ha dato Don Marco. Copertina nera, granulosa sotto i polpastrelli, come pelle d'inverno. Gli angoli sono già piegati, stanchi. Penna Bic, blu, tappo morsicato fino a farlo diventare un pettine. Se premi troppo, l'inchiostro sa di plastica scaldata al sole. Sono nella cella 214 del reparto sorvegliati speciali. Non so perché mi tengono qui. Dalla finestra entra un rettangolo di cielo che non basta mai. Tre dita di tangenziale, se stringo le sbarre e mi tiro su con le mani fino a sentire dolore. Perché hanno messo la finestra così in alto, per me è un mistero. Fortunatamente non dista troppo dalla mia branda, quattro passi e mezzo e ci arrivo. La vernice delle sbarre si sbriciola, sa di ferro e ruggine dolciastra. Lo so perché a volte sono costretto a leccarmi le escoriazioni “da panorama”, così le chiamo, per cercare di lenire il dolore. Ma ne vale la pena, soprattutto se è sereno. Col sereno, oltre il guardrail, la collina di Superga galleggia sui tetti come un'isola. Lontana, ma abbastanza chiara per qualche mio piacevole ricordo. A novembre, Torino ha il colore della carta da pacchi lasciata sotto la pioggia. Anche l'aria ha quel colore: grigio bagnato, con un fondo di diesel e tiglio marcio. Ma è sempre bella. Sono stato condannato a dodici anni, hanno considerato tutte le attenuanti generiche e circostanziali. Sono dentro da due anni, undici mesi e ventuno giorni. Mi mancano nove anni e nove giorni. Forse meno, se faccio il bravo. Faccio il bravo. Divido la cella con Carmine. Sembra un mio coetaneo, non lo so con certezza, a Carmine non piace parlare di sé e della sua storia. Ha occhi da cane bastonato. Resta seduto per ore sulla brandina senza muovere una cellula del suo corpo. Lo sguardo perso verso il pavimento. La sua brandina è sempre rifatta, le lenzuola tirate. Non l'ho mai visto disfarla per dormire. È in attesa di giudizio. Voci dicono che ha ucciso sua moglie con una siringa di liquido letale. Io non ci credo, sembra un brav'uomo. Non mangia mai col vassoio. Quando passa il carrello, lui fissa il muro. Ma dove ero rimasto? Ah già: faccio il bravo. Restauro gli sgabelli della mensa, riparo le sedie rotte degli uffici, altri mobili imbottiti con gommapiuma. Gommapiuma gialla che esce dalle ferite delle sedute e dalle ante dei mobiletti come interiori di un animale sventrato. Viti spanate che girano a vuoto e non mordono più. Finta pelle che si spacca in piccole crepe, come le mie labbra d'inverno. Le mie mani sanno ancora lavorare il legno. Lo leggono. Distinguono il faggio dal noce anche al buio, dal suono che fa sotto la pialla: il faggio canta chiaro, il noce tossisce basso. La testa mi funziona un po' meno bene. Certi nomi mi cadono in qualche tasca della mente e non li ritrovo. Ho rinunciato a pensieri complessi, troppo dolore. Certi giorni mi scivolano via come non vissuti, sbagliati. Non mi lamento, forse è meglio così. La cella odora di varechina, minestra annacquata e sonno di altri. Un odore che si attacca ai vestiti, ai capelli, ai pensieri. Per terra, piastrelle grigie scheggiate sulla diagonale, come se qualcuno avesse provato a scappare grattando. Branda singola, quella sotto del letto a castello. Lenzuola di cotone ruvido che graffiano i fianchi. Le lavano con acqua troppo calda e rabbia: escono dure, stirate male, con l'odore del detersivo industriale che copre tutto senza pulire niente. Sopra il lavandino, uno specchio grande come una cartolina di quelle che magari hai scelto con cura, ma non mandi. Mi ci guardo solo per radermi. La barba ricresce sempre più bianca, come brina. Brina che raffredda tutto. Anche le mie speranze residue. È un freddo arrivato tutto in un colpo, dopo quella notte. Prima no, avevo sempre caldo. Sul comodino di ferro, incastonato al muro perché qui nulla deve cambiare di posto, tengo tre cose. Il quaderno. Una foto di mia figlia Viola al Valentino, otto anni, gelato alla stracciatella che le cola sul polso e lei che ride senza denti davanti. E un pezzo di noce che sto trasformando in un uccellino. Ci lavoro con un chiodo limato, ho un coltello ma non lo trovo mai. Non so ancora che uccello è. Forse un merlo. Forse niente. Lo decido alla fine, come facevo in bottega: il legno ti dice cosa vuole diventare se lo ascolti. Il truciolo riccio cade sul pavimento e per mezz'ora la cella profuma di bosco. Poi torna la varechina. La mia bottega era in via Borgo Dora 31, sotto i portici bassi, dove l'inverno arriva prima. “Ferraris Restauri” sull'insegna, vernice verde Savoia scrostata fino al legno vivo. L'ho ricevuta in eredità da mio padre insieme alla casetta a fianco, sul retro c'è un cortiletto che unisce le due costruzioni tramite le uscite posteriori. Mio padre amava il legno, soprattutto il leccio. A volte rimaneva a dormire in bottega. Io non ho mai dormito in bottega ma d'inverno mi fermavo fino a notte fonda, accendevo la grande stufa, naturalmente a legna, così al mattino Anna trovava il soppalco già caldo. Nella bottega c'era sempre odore di cera d'api sciolta a bagnomaria, di gommalacca bionda, di caffè stretto del bar accanto che entrava ogni volta che si apriva la porta. E polvere. Polvere vecchia, nobile, quella che esce dai cassetti dei mobili che hanno visto tre guerre. Adesso c'è un negozio di lampade di design. Luce fredda, led, alluminio. Ci sono passato con il furgone quando mi hanno trasferito dalla caserma di via Catania a qui. Uno sguardo in un lampo, ho tenuto gli occhi sul furgone. La memoria è un muscolo: se non la usi, fa meno male. La PM che viene a parlarmi si chiama Elena Rosati. Trent'anni scarsi, cappotto cammello che profuma di pulito, di casa calda. Scarpe con la punta che non hanno mai pestato le foglie marce dei Murazzi a novembre. Tacco che batte sul linoleum come un punto alla fine di ogni frase. Con ritmo cadenzato. Il ritmo del giovedì, dolce per me, più della fetta di torta di mele del pranzo della domenica. È empatica. Ma vuole che parliamo di “quella notte”. Dice che ci sono punti che non tornano, che il mio racconto ha dei buchi, che le mie scarpe, quella notte, erano asciutte. Così risulta dal verbale di fermo, nero su bianco. Viene ogni settimana, di giovedì. Sempre le stesse domande. Credo voglia inoltrare istanza di revisione del processo. Capisco chiaramente che ha dubbi sulla mia colpevolezza, insinua qualcosa sulla “mia verità riguardante Viola”, così dice. Ma lei non è sua figlia, quindi decido io. Io sono colpevole. Le ho detto di lasciar perdere. Glielo dico ad ogni incontro, da quando ha quest'idea. Lei appoggia la cartellina e il blocco degli appunti sul tavolo. Fa sempre un rumore morbido. Non le ho detto che scrivo. Se lo sapesse, vorrebbe leggere. E io non sono pronto. La calligrafia è ancora quella di prima, tonda, da artigiano. Ogni lettera è un incastro a coda di rondine. Solo che adesso le “s” tremano. Sibilano sulla pagina. La verità è che non so perché ho iniziato. Forse perché le notti qui sono lunghe e il silenzio pesa più delle sbarre. Dalle ventidue in poi senti solo i radiatori che gorgogliano come uno stomaco vuoto e qualcuno che parla nel sonno in albanese, in arabo, in dialetti stretti che non capisco. E poi Carmine che racconta, cose strane, parole biascicate per l'impasto delle pillole che gli danno per tenerlo calmo. Dice che sanno di ferro dolciastro. Forse scrivo perché Viola non è mai venuta al colloquio parenti. L'ultimo biglietto di prenotazione colloquio, da me compilato e mai sottoscritto da Viola, è infilato in una vecchia guida telefonica del 2021. Me l'ha data Don Marco, gli avevo chiesto qualcosa di pesante da usare come pressa per stirare le pagine del quaderno. L'inchiostro della data è sbiadito, viola su viola. Forse scrivo perché se non metto in fila le cose, mi sembra che non siano successe. Che sia un brutto sogno e mi sveglio in bottega con le mani nere di mordente e Anna che mi grida dal soppalco di spegnere la radio, se no non riesce a far quadrare i conti. Viola aveva poco più di sedici anni quando è morta Anna. Adesso ne ha quasi venticinque. Portava i capelli corti, a caschetto storto perché li tagliava da sola, con la rabbia e per la rabbia. Dietro l'orecchio destro ha una voglia a forma di virgola, come una pausa nel discorso. Da piccola la chiamavo sempre “la mia parentesi amorosa” ma poi, col passare del tempo, ho quasi smesso. Studia Ingegneria Gestionale al Politecnico. Forse ha smesso, forse si è laureata. Non lo so, una delle mie speranze è che venga al prossimo colloquio o a quello dopo e mi parli di lei. So che l'ultima volta che l'ho vista aveva gli occhi di chi non dorme da settimane. Cerchi scuri, viola come i lividi, pelle trasparente sulle tempie dove si vedono le vene azzurre pensare troppo. Uguali ai miei quando mi guardo nello specchio grande come una cartolina. L'uomo che ho ucciso si chiamava Matteo Rinaldi. Trentadue anni. Un metro e ottantacinque di muscoli tirati a lucido. Peso da pugile mancato, naso già rotto una volta. Faceva il personal trainer in una palestra a San Salvario, in via Ormea. Vetrina con poster di addominali e promesse. Corpo asciutto, denti bianchi come le piastrelle della cella, sorrisi facili che non salivano mai agli occhi. Gli occhi restavano freddi, due biglie di vetro. Postava video dove sollevava ragazze come fossero manubri rosa. Era il fidanzato di Viola. L'ho ammazzato sul Lungo Dora Firenze, all'altezza del ponte Carpanini, la sera del 17 novembre di tre anni fa. Pioveva. A Torino piove sempre quando succedono le cose che non vuoi ricordare. Non il temporale che lava. La pioggerella fine, acida, quella che non fa rumore ma ti entra nelle ossa e ci resta. Che rende i sampietrini neri e lucidi come insetti morti. Il fiume era grosso, marrone, gonfio di rabbia. Si portava via i sacchetti, le foglie gialle del Valentino, un pallone sgonfio, di tutto. L'odore era di terra bagnata, pipì di cane e ferro. Il fiume Dora quando è così ha un suono: mastica. Un colpo solo, con un coltello da intaglio. Il mio. Lama da 20 centimetri, manico in ulivo che avevo fatto io, liscio per anni di mani callose e intarsi fatti. Lo tenevo affilato perché un coltello che non taglia è più pericoloso di uno che taglia troppo. Me l'aveva insegnato mio padre: “La lama deve decidere subito, o sei tu che ti fai male”. Al processo ho confessato subito e non ho ascoltato più nulla. Aula 7 del Tribunale, legno finto massello che fingeva di essere autorevole e neon che ronzava come una mosca moribonda. L'aria sapeva di carta bollata e ansia. Non ho chiesto attenuanti, me li hanno dati d'ufficio. Credo per maltrattamenti perpetui di Matteo a Viola. Non ho pianto. L'avvocato d'ufficio, il suo nome è tra quelli che non ricordo, era giovane, cravatta blu, nodo allentato. Mi disse piano: “Pensi alla figlia”. Pensai alla figlia. Dissi: “Sono stato io”. Punto. Senza fiato. I giornali hanno scritto “padre-padrone accoltella il fidanzato della figlia”. Cronaca di Torino, pagina 5, taglio basso, tra le farmacie di turno e un incidente in tangenziale. Il giudice mi ha dato sedici anni. Ricordo solo che l'avvocato disse: “È per Viola”. Con le attenuanti sono diventati dodici. Dodici anni per una vita. Mi sembra un prezzo da saldo di fine stagione. Come i mobili dell'Ikea che riparavo senza passione, solo per arrotondare. Quelli che si montano con la brugola e dopo due traslochi si afflosciano, perché non hanno memoria. La gente li butta e non si sente in colpa. Don Marco mi dice sempre: “Dio perdona”. Ha le mani da contadino delle Langhe, nocche grosse, unghie pulite. L'accento di Cuneo gli addolcisce le “r”. Mi porta un bicchierino d'acqua sporca che ricorda il caffè. Qui il caffè è vietato ai detenuti. E quaderni. E penne Bic blu. “Scrivi, Gabriele. Metti fuori. Che dentro fermenta e fa aceto!”. Io non ho chiesto perdono a Dio. Non l'ho chiesto nemmeno a Matteo. A che serve chiederlo a un morto. I morti non firmano le ricevute di ritorno. Non dicono “va bene”. L'ho chiesto a Viola, senza parole, il giorno che mi hanno messo le manette. Avevano il metallo freddo, più freddo della pioggia. Lei era in aula, seconda fila. Non mi ha mai guardato. Fissava le sue mani, intrecciate sulla borsa come a tenersi insieme. Le nocche bianche, esangui. Tremavano. Avevo la paura costante che si alzasse e dicesse: “No! La colpa è la mia!”. La mia parentesi amorosa mi voleva bene, lo so. Da allora tremano anche le mie, certe notti. Non per il freddo. Trema l'anulare sinistro, dove per trent'anni ho avuto la fede. Un cerchio d'oro, liscio, consumato dentro. L'ho tolta quando è morta Anna. L'8 marzo 2018. Sono già passati otto anni, mi sembra ieri. Tumore al seno. Inoperabile, dicevano che la chemio le avrebbe dato qualche speranza, la morfina qualche giorno sopportabile. Dal dolore alla fine, quattro mesi. Viola ne aveva sedici compiuti da poco. Da allora siamo rimasti io e lei, due superstiti dello stesso naufragio. Mentre io riparavo sedie, lei faceva i compiti sul banco da lavoro. Poi è arrivato Matteo con i suoi denti bianchi. Poi la pioggia. Poi il coltello. Fuori continua a piovere. La tangenziale è un nastro di luci rosse che si muove lento, stop e riparti, un rosario laico. Sembrano le vene di un animale stanco, intasate di colesterolo cattivo e di rimpianti. Torino non dorme mai davvero. Respira piano, ma non dorme. Nemmeno io. Alle tre e dodici sento il treno merci che passa verso Porta Susa. Fischia due volte, sempre. Un lamento corto, uno lungo. Come se provasse a chiamare più forte qualcuno che non risponde. Non me, io gli rispondo subito e felice al suono corto, sono già le tre e dodici, nemmeno altre tre ore di insonnia. A volte, al fischio lungo, si sveglia anche Carmine. “Parli nel sonno, fai nomi”, dice. Poi si riaddormenta. Domani Elena Rosati torna alle nove. Vuole sapere “la mia verità”. Ha detto che vuole i dettagli, “anche quelli che mi sembrano stupidi”. Il colore delle scarpe. Che tempo faceva. Se ho esitato. La mia verità sta tutta in una frase: l'ho ucciso io. Il resto sono dettagli. E i dettagli, se li guardi troppo, tagliano come il truciolo di faggio quando ti entra sotto l'unghia e va su, fino al cuore del dito. Però stasera scrivo. Perché se non scrivo, penso. E se penso, torno lì. Sul Lungo Dora, con la pioggia che lava via tutto tranne la colpa. Lava il sangue dal sampietrino, lo porta nel tombino, lo restituisce al fiume. Lava le impronte, lava le scuse, lava le buone intenzioni. Quella, la colpa, resta. Sempre. Come l'odore di varechina sulle mani, che non va via neanche se strofini con la pietra pomice fino al sangue. Come il nome di mia figlia, con la sua parentesi amorosa, che mi batte nelle tempie. Viola. Viola. Viola. Chiudo il quaderno. La copertina fa un rumore di porta che chiude piano una stanza segreta. Domani è un altro giorno da bravo. Dopo l'incontro con la PM, c'è uno sgabello che aspetta la gommapiuma nuova. E dopodomani, forse, scriverò di Borgo Dora. Di quando Viola aveva otto anni e si addormentava sotto il banco, tra i riccioli di legno che sapevano di resina. Io passavo la gommalacca a tampone, cerchi lenti, a ritmo di lei che respirava piano. La sua parentesi appoggiata al mio piede. Prima che arrivasse novembre. Prima che novembre diventasse un verbo. Un verbo che coniugo tutti i giorni: io novembro, tu novembri, lei novembra... E noi, adesso, noi che cosa facciamo? Chiedo così, per compagnia, scherzo così, per non perdere completamente il mio senso dell'umorismo. Ora dormo un po'. Spero senza incubi. Ultimamente faccio sogni strani, sgradevoli.
Giovanni Di Lella
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