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Perché chi decide non paga mai il conto, e chi lavora lo paga sempre.
Più di metà di voi che state leggendo questa pagina ragiona come un bambino di quarant'anni. E non ve ne siete accorti.
Non lo dico per insultarvi. Lo dico perché è la cosa più onesta che possa scrivervi in apertura di un libro che vi chiederà, pagina dopo pagina, di guardare in faccia qualcosa di scomodo: non solo quello che vi hanno tolto, ma anche quello che avete accettato di non chiedere più. Se siete arrivati fin qui è perché una parte di voi già lo sa. L'altra parte lo scoprirà tra un capitolo e l'altro, e probabilmente si arrabbierà. Va bene così. Un libro che non fa arrabbiare nessuno, di solito, non serve a niente.
Cosa non troverete in queste pagine
Partiamo da quello che questo libro non è, perché in Italia, appena si tocca il tema "sinistra", scatta un riflesso automatico: si presume che stiate per leggere l'ennesimo pamphlet identitario, la solita invettiva da bar contro "i comunisti", il libro che urla senza argomentare. Non è questo.
Questo libro non processa le persone. Non dice che chi vota a sinistra è cattivo, ignorante, o in malafede. Anzi: parte dal presupposto opposto, quello più scomodo per la stessa sinistra da smontare — che gran parte di chi oggi si riconosce in quell'area politica lo fa in perfetta buona fede, convinto di stare dalla parte giusta della storia. Il problema che questo libro vuole sezionare non è la buona fede delle persone. È la deriva di una cultura politica: quella che, in una generazione, ha smesso di rappresentare chi lavora con le mani per rappresentare chi lavora con il portatile, e che oggi scambia sistematicamente le battaglie simboliche per battaglie di sostanza, mentre il conto di quello scambio lo paga sempre qualcun altro.
Non troverete opinioni gridate senza numeri. Ogni tesi di questo libro è ancorata a un dato verificabile — una direttiva europea, una relazione tecnica di un ministero, uno studio di Confartigianato o della CGIA di Mestre, una data precisa di un decreto. Non perché i numeri sostituiscano il giudizio politico, ma perché un libro che vuole essere preso sul serio deve poter essere controllato, non solo condiviso.
Cosa troverete: un'autopsia, non una tifoseria
Questo libro si muove su due binari che si intrecciano capitolo dopo capitolo.
Il primo binario è quello che potete toccare con mano: il portafoglio, la busta paga, il mutuo, la saracinesca che si alza ogni mattina alle sette. È la storia di come le politiche nate nei convegni e nei festival — la transizione ecologica calata dall'alto, la burocrazia scritta da chi non la deve mai applicare, un fisco che tratta chi rischia in proprio come un sospettato — si trasformino, arrivate sul territorio, in un conto che paga sempre la stessa persona: l'artigiano, il piccolo imprenditore, l'agricoltore, il ceto medio produttivo che non ha né la villa né il sussidio, e che semplicemente non si riconosce più in chi dice di rappresentarlo.
Il secondo binario è quello culturale: il modo in cui il linguaggio, il moralismo e le battaglie identitarie sono diventati lo strumento con cui una parte della classe dirigente urbana e progressista esercita un controllo silenzioso su chi lavora nel mondo reale, senza dover mai argomentare apertamente la propria presunta superiorità.
I due binari si tengono insieme grazie a un unico principio, che troverete ripetuto — non per pigrizia stilistica, ma perché è la chiave che apre ogni singolo capitolo: chi decide non paga mai il conto. Vale per il funzionario che scrive la norma dal salotto di casa. Vale per chi sanziona moralmente un'idea senza mai doverne subire le conseguenze pratiche. E vale, come vedrete verso la fine del libro, anche per ciascuno di noi ogni volta che scegliamo di restare bambini invece di diventare adulti — perché anche il bambino, in fondo, sta solo chiedendo a qualcun altro di pagare il conto della propria vita al posto suo.
Un'ultima cosa, prima di cominciare
Se in queste pagine troverete anche il vostro nome — se vi riconoscerete, in un momento o nell'altro, più nel Bambino che nell'Adulto — non chiudete il libro. È esattamente per questo che è stato scritto. Non per confermarvi quello che già pensate, ma per restituirvi una domanda sola, che vale per chi vota a sinistra e per chi vota a destra, per chi ha la partita IVA e per chi ha lo stipendio fisso: chi sta pagando davvero il conto di quello che avete scelto di non cambiare?
Voltate pagina. Il dossier comincia da qui.
Il Partito che Cambiò Padrone
La saracinesca e il calice
C'è una strada, in ogni città media d'Italia, che chiunque abbia più di quarant'anni riconoscerebbe a occhi chiusi. Ha un nome che profuma di storia operaia — Via dei Mille, Via Marx, Via della Repubblica — e per decenni ha ospitato, all'angolo tra il forno e il bar dei pensionati, una sezione di partito. Tessere pagate in contanti, il ciclostile che puzzava d'inchiostro, le sedie di plastica sistemate in cerchio per l'assemblea del giovedì. Lì dentro si parlava di salario, di straordinari non pagati, di quanto costasse il gasolio per arrivare in fabbrica. Oggi quella saracinesca è abbassata da anni. Al suo posto, spesso, c'è un centro estetico, un minimarket, oppure — nella variante più simbolica di tutte — niente: solo l'insegna scolorita, archeologia politica di un mondo che non risponde più al telefono.
A pochi chilometri di distanza, nel centro storico della stessa città o in una metropoli poco più in là, la scena è opposta e speculare. Un festival della lettura riempie le piazze restaurate. Si beve vino naturale a otto euro il calice, si discute di sostenibilità, di linguaggio inclusivo, del prossimo saggio sulla decrescita. Il pubblico è colto, benestante, spesso con doppia laurea e reddito da libera professione o da funzione pubblica di alto livello. E vota, in stragrande maggioranza, a sinistra.
Ecco il paradosso che questo libro vuole sezionare senza pietà, ma con tutti i documenti in regola: il partito nato per rappresentare chi lavora con le mani è diventato il partito di chi lavora con il portatile.
La mappa che si è capovolta
Non è un'impressione, non è nostalgia da bar. È geografia elettorale, ed è misurabile.
Per gran parte del Novecento la mappa del voto era semplice e leggibile: i quartieri operai, le periferie industriali, le cinture rosse delle grandi fabbriche votavano a sinistra; i quartieri alti, i salotti buoni, la borghesia dei professionisti e degli industriali votavano a destra o al centro moderato. Era una mappa di classe, coerente con l'idea stessa di sinistra: chi ha meno si organizza contro chi ha di più.
Oggi, se si sovrappone una mappa del reddito medio a una mappa del voto nelle grandi città occidentali — da Milano a Parigi, da Londra a New York — si scopre un fenomeno che gli stessi studiosi progressisti non riescono più a nascondere sotto il tappeto: sono proprio i quartieri più ricchi, più istruiti e più centrali a votare compatti a sinistra, mentre le periferie, i piccoli centri, le zone artigianali e agricole si spostano sempre più a destra o nell'astensione.
Il politologo francese Thomas Piketty l'ha chiamata, con una formula che ha fatto scuola, la trasformazione della sinistra nel "partito bramino": non più il partito del proletariato, ma quello dell'élite culturale, la casta di chi possiede diplomi anche senza possedere capitale, e che si contrappone — con un moralismo spesso involontario ma non per questo meno reale — al "partito dei mercanti", cioè alla destra tradizionale del grande capitale. Nel mezzo, schiacciato tra le due élite, resta chi non ha né la laurea né la villa: l'operaio, l'artigiano, il piccolo commerciante, l'agricoltore. Quello che il sociologo inglese David Goodhart ha definito il mondo dei "Somewheres", di chi appartiene a un luogo preciso e ne dipende per vivere, contro gli "Anywheres", i cittadini del mondo che possono permettersi di cambiare città, lavoro e persino Paese senza perdere nulla del proprio status.
Non sono diventati cattivi. Sono stati abbandonati.
Qui arriva il primo bersaglio polemico di questo libro, ed è bene piantarlo subito, senza giri di parole: quando l'operaio, l'artigiano o il piccolo imprenditore smette di votare a sinistra, la narrazione dominante nei salotti ha una sola spiegazione pronta all'uso — si sono incattiviti, sono stati sedotti dalla propaganda, sono ignoranti, sono razzisti.
È una spiegazione comoda. Ed è quasi sempre falsa.
Italo Fantechi
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