|

Il buio nella camera di Elia non era mai un'assenza di luce, ma un'interferenza solida. In quel perimetro di pochi metri quadri, l'aria pesava come se fosse satura di particelle di metallo, un miscuglio di polvere domestica e l'odore elettrico, quasi bruciato, che emanava dal case del PC acceso da troppe ore. Elia sedeva immobile, la schiena perfettamente dritta contro lo schienale rigido della sedia, le mani appoggiate piatte sul tavolo di formica. Non guardava lo schermo. Ascoltava. Dalla stanza accanto, separata solo da una parete sottile e scrostata dall'umidità di Cuma, arrivava il rumore del respiro della nonna. Era un suono viscido, un rantolo che si trascinava con una fatica meccanica, simile a una testina di lettura danneggiata che tenta disperatamente di accedere a un settore corrotto di un disco fisso. Per Elia, quel respiro non era una funzione vitale; era un errore di sistema, un rumore bianco che sporcava la purezza del suo silenzio. Ogni inspirazione era un calo di tensione, ogni espirazione un'inutile dispersione di energia cinetica. Sentì il freddo del tavolo trasmettersi ai suoi palmi. La superficie era gelida, una sensazione che scatenò una scomposizione sensoriale immediata. Elia chiuse gli occhi e iniziò a mappare quel contatto: la temperatura della formica era di circa 16 gradi, la rugosità del materiale interagiva con le sue impronte digitali creando un attrito minimo, calcolabile. Il suo sistema nervoso iniziò a vibrare a una frequenza altissima, un overclock interno che gli permetteva di isolare i singoli battiti del suo cuore, percependoli come impulsi elettrici discreti, bit di informazione che scorrevano lungo i suoi nervi. Proprio in quel momento, ebbe un dump di memoria. Ottobre 1985. Ricordò la prima volta che aveva visto un computer spento. Era rimasto a fissare lo schermo nero per ore, affascinato dal fatto che, in quello stato di inerzia assoluta, la macchina contenesse potenzialmente tutto l'universo, ma senza il disordine della vita. Ricordò l'odore di polvere di quella stanza e il modo in cui suo padre cercava di spiegargli che i computer erano "strumenti". Elia, a dieci anni, aveva già capito che non erano strumenti: erano rifugi. Erano gli unici posti dove la carne — quella materia traditrice, soggetta al marciume e alla puzza della malattia — poteva essere depurata e trasformata in logica pura. Ricordò di aver toccato il case metallico e di aver desiderato, con una fitta di dolore intercostale, di poter scaricare se stesso dentro quel guscio protettivo, lontano dal respiro pesante dei vivi. Tornò al 1994. Il monitor emise un ronzio sottile, una nota a 15 kilohertz che gli risuonava nel cranio come una preghiera. Aprì gli occhi e fissò il cursore. C:> lampeggiava con una regolarità che lo rassicurava più di qualunque contatto umano. Era il battito cardiaco di un Dio che non poteva morire, perché non era mai nato. Iniziò a digitare. Il computer rispose con un gracidio del drive A:, un suono che Elia percepì come un assenso. Stava aprendo il primo settore del Diario dell'Averno. Non c'erano ancora nomi, solo indirizzi di memoria vuoti che attendevano di essere popolati. Un brivido elettrico gli percorse la spina dorsale, partendo dalla sesta vertebra e ramificandosi lungo i fianchi. Non era un'emozione — le emozioni erano errori di sintassi che Elia aveva imparato a isolare in partizioni inaccessibili — ma una reazione bioelettrica alla consapevolezza della sua onnipotenza. Sentiva il calore del trasformatore che saliva dal pavimento, riscaldandogli i piedi nudi, un'energia artificiale che sembrava nutrirsi della stessa umidità che stava consumando la casa di Cuma. Fuori, il bradisismo inviò una vibrazione sorda. Il pavimento tremò per una frazione di secondo, facendo oscillare appena la lampadina spenta che pendeva dal soffitto. Elia non si mosse. La terra era un hardware difettoso, instabile, un supporto magnetico che stava perdendo la sua integrità. Pozzuoli, l'Averno, Cuma: era tutto un grande file corrotto che solo lui poteva tentare di recuperare prima della cancellazione definitiva. Si sporse verso la tastiera. Il rumore dei tasti meccanici che venivano premuti a fondo fu come una scarica di adrenalina sintetica. Ogni clic era un'unghia che incideva il silenzio. «Installazione sistema operativo: Averno 1.0. Stato della memoria: vergine.» Le lettere apparvero sullo schermo con una nitidezza che gli fece bruciare le pupille. Descrisse l'odore dello zolfo che entrava dalle fessure della persiana, traducendolo in un parametro di saturazione ambientale. Descrisse il respiro della nonna, definendolo «processo zombie in attesa di terminazione». Mentre scriveva, l'angoscia che solitamente gli premeva sullo sterno come una lastra di piombo iniziò a dissolversi, trasformandosi in una calma gelida, un'assenza di segnale. La stanza non era più una camera da letto; era un terminale di accesso alla struttura stessa del reale. Silvia, Agnese, Clara: non erano ancora persone nella sua mente, ma cluster di dati che vagavano nel disordine esterno, in attesa di essere catturati e normalizzati. Si fermò, lasciando il cursore a lampeggiare dopo l'ultima parola: PARCHE. Il silenzio nella stanza accanto si fece improvvisamente più profondo, come se la nonna avesse smesso di lottare per un istante. Elia restò in ascolto, le dita sospese sopra la tastiera, il cuore che batteva in sincrono con il clock del processore. «Il tempo della carne è finito», sussurrò, e la sua voce non fu che un rumore metallico nel buio. Premette Invio. Il drive del floppy rispose con un ronzio stridulo, archiviando il prologo di quella notte nel ventre magnetico del computer. Il 1994 stava per essere riscritto. E lui era l'unico utente con i privilegi di amministratore.
Capitolo 1 – Il Ronzio di Cuma
Il ronzio del monitor è l'unico battito cardiaco che conti in questa stanza. Non è un silenzio reale, quello che avvolge la casa di Cuma nelle ore che precedono l'alba. È una stratificazione di rumori bianchi, una frequenza di fondo che la gente normale ha imparato a ignorare per non impazzire, ma che per Elia costituisce la trama stessa dell'esistenza. Se chiude gli occhi, può isolare ogni singolo strato. C'è il fischio del vento di maestrale che scende dal promontorio, infilandosi tra le fessure degli infissi in legno marcito; porta con sé l'odore pungente del mare mosso, la salsedine che corrode il ferro e quel sentore di tufo millenario, umido e stantio, che risale dalle fondamenta della casa. C'è il respiro della nonna nella stanza accanto, un suono che Elia monitora come un tecnico di centrale: un ritmo sincopato, interrotto da apnee improvvise che durano troppi secondi, seguite da un rantolo che sa di farmaci, mucose secche e tempo che scade. E poi c'è lui. Il centro di gravità. L'Intel 486 DX2 a 66 MHz. Elia resta seduto sulla sedia in finta pelle grigia. L'imbottitura ha ceduto anni fa sotto il peso della sua attesa, lasciando che la struttura in plastica rigida e metallo gli prema contro le scapole, proprio all'altezza della colonna vertebrale. Non cambia posizione. Quel dolore sordo è un ancoraggio necessario alla realtà fisica, un promemoria costante della sua presenza biologica in un mondo che preferirebbe vederlo svanire. Davanti a lui, il monitor a tubo catodico da 14 pollici emette un bagliore azzurrino, freddo come una lama, che gli scava il volto. La luce evidenzia le occhiaie profonde, i lineamenti affilati e la pelle color cenere, tipica di chi non vede il sole da troppo tempo. Elia sente il calore elettrostatico che emana lo schermo; è un'energia invisibile che gli fa rizzare i peli sulle braccia ogni volta che si sporge in avanti per correggere una virgola o fissare un dettaglio. Se avvicina l'orecchio al guscio di plastica beige, può sentire il lamento ad alta frequenza dei trasformatori, un fischio a 15 kHz che solo lui sembra udire, una nota costante che gli tiene compagnia mentre il resto di Pozzuoli dorme il sonno degli ignari. I suoi occhi sono fissi sul cursore. Quel piccolo quadratino bianco lampeggia con una regolarità spietata contro lo sfondo blu scuro dell'editor di testo. On. Off. On. Off. È un comando binario. È la macchina che gli pone una domanda muta: Cosa hai salvato oggi? Quale frammento di caos hai ridotto a informazione? Sotto il pesante tavolo di legno compensato, il case del computer vibra. Elia sa cosa succede là dentro. Immagina il flusso di elettroni che attraversa i bus della scheda madre, i dati che corrono lungo i cavi flat grigi come impulsi nervosi in una guaina di plastica. La ventola dell'alimentatore gira vorticosamente, cercando di espellere l'aria calda e viziata che puzza di ozono e bachelite. Ogni tanto, l'hard disk — un mostro da 200 megabyte della Western Digital — emette una sequenza di scatti metallici. Grrr-clack. Grrr-clack. È il rumore delle testine che cercano un settore libero sui piatti magnetici in rotazione. È la memoria che si fa solco, traccia, cicatrice. Le sue dita sfiorano i tasti. La tastiera è una IBM Model M, un reperto bellico della videoscrittura recuperato in un mercatino dell'usato ad Agnano. È pesante, con una piastra d'acciaio interna che la rende immobile sulla scrivania. I tasti hanno una molla a scatto che oppone una resistenza precisa: non puoi limitarti a sfiorarli, devi volerli premere. Devi impegnarti per dare vita a una parola. Clack. Clack-clack. “Martedì. Ore 03:15. La pressione atmosferica è in calo. Ho controllato le crepe sul muro esterno della cucina: si sono allargate di un altro millimetro verso ovest. La terra si muove, ma non ha ancora deciso dove andare. Io resto qui.” Si ferma. Rilegge la riga. Il cursore torna a lampeggiare sopra la parola “qui”. Vivere a Cuma nel 1994 è come abitare in una zona d'ombra temporale. La casa è una costruzione abusiva, un cubo di cemento armato tirato su in fretta dopo il terremoto dell'80, quando la paura aveva spinto la gente lontano dal porto. Ora il mare sta reclamando il suo tributo: la salsedine ha mangiato il ferro dei pilastri, facendo scoppiare il calcestruzzo. Le pareti della camera di Elia sono una mappa di umidità e muffa nera, un paesaggio geografico che lui ha imparato a conoscere a memoria. La carta da parati si scolla a grandi strisce verticali, rivelando il grigio sottostante, un colore che Elia preferisce di gran lunga ai disegni floreali sbiaditi che piacevano alla nonna. Sposta lo sguardo dal monitor alla finestra. Le persiane in legno sono chiuse, ma tra le fessure filtra la luce arancione di un lampione della via Domiziana. È una luce malata, che taglia la stanza in fette sottili. Fuori, quella strada è una vena aperta che collega la provincia alla metropoli. Di notte, appartiene ai fantasmi: camionisti con gli occhi arrossati dalla stanchezza, macchine scure che accostano sul ciglio della strada per trattare con le ragazze che accendono fuochi nei bidoni dell'immondizia. Elia sente tutto. Sente il rumore degli pneumatici sull'asfalto bagnato, un sibilo che somiglia a un respiro affannoso. Sente le voci distorte, le risate artificiali, il rumore metallico delle portiere che si chiudono con uno scatto secco.
Giovanni Fiero
|