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L'ultimo filo.
Il silenzio della grotta non era un'assenza di suono, ma una presenza solida, una massa di buio che premeva contro i timpani con la forza idrostatica di un oceano sotterraneo. Elia sentiva il proprio respiro riverberare contro le pareti di tufo umido, un ritmo irregolare, asmatico, che pareva l'unico meccanismo ancora in funzione in un mondo rimasto senza ingranaggi. Lì, nel ventre della terra flegrea, il tempo si era cristallizzato in una forma minerale. Ogni goccia d'acqua che percepiva non era un evento meteorologico, ma un rintocco di un orologio eterno, una tortura cinese che misurava l'immobilità di ciò che restava delle sorelle. Le Parche erano lì. O meglio, quello che ne restava dopo che il destino — o la sua mano, che del destino si era fatta strumento — aveva smesso di tessere. Clara, Agnese, Silvia. La trama spezzata di via Roma. L'aria sapeva di salnitro, di muschio antico e di quel sentore metallico, dolciastro, che appartiene solo alla decomposizione che avviene lontano dalla luce del sole, dove il freddo rallenta la corruzione ma non la ferma, rendendola una trasformazione infinita. Elia fissava il varco che aveva murato, le sue dita erano ancora sporche di polvere e malta fresca, i polpastrelli consumati dallo sforzo di sigillare il segreto. La malta, ancora umida in alcuni interstizi, sembrava trasudare il sudore stesso della sua fatica. In quel momento, la tensione non era un'emozione, era una vibrazione fisica che gli attraversava le vertebre, simile al ronzio di un cavo dell'alta tensione prima di spezzarsi. Aveva finito. Il diario era completo. La sensazione di onnipotenza che lo aveva guidato per settimane, quella scarica elettrica che gli incendiava i neuroni ogni volta che il cursore mangiava spazio sullo schermo, stava evaporando, lasciando al suo posto un freddo siderale, un vuoto pneumatico che risucchiava ogni senso di scopo. Senza la scrittura, Elia era solo un corpo in una tomba di tufo. Poi, la realtà irruppe. Non fu un grido, né un crollo. Fu il rumore di una mosca che sbatteva contro il vetro sporco di una finestra, lontana dall'Averno, nella casa di Cuma. Fu il richiamo della carne che marcisce in superficie. Il pensiero della nonna, rimasta immobile nella stanza accanto alla sua per giorni, divenne improvvisamente un chiodo piantato nel lobo frontale. Il lavoro era finito, e con esso il tempo della sospensione. Il funerale della nonna fu un evento incolore, una macchia di grigio su uno sfondo di fango e indifferenza. Non c'era stata una cerimonia solenne, solo il frettoloso ufficio di un prete che sembrava avere fretta di tornare al caldo della canonica, l'odore di incenso a buon mercato che lottava contro il puzzo di terra bagnata del vecchio cimitero nella periferia di Pozzuoli. Elia stava in piedi, rigido nel suo cappotto troppo leggero per quel gennaio del 1995 che pareva non voler finire mai, un inverno che non portava neve ma solo un'umidità che penetrava nelle ossa come un parassita. Non guardava la cassa; guardava le scarpe del becchino, sporche di un giallastro che gli ricordava il colore del tufo della sua grotta, una coincidenza cromatica che lo faceva tremare di un disgusto sottile. Era rimasta in casa morta per diversi giorni. Giorni in cui Elia aveva continuato a scrivere, a catalogare, a respirare lo stesso ossigeno stagnante che lei non consumava più. La vecchia era rimasta distesa sul letto, gli occhi vitrei puntati verso un soffitto scrostato dove la muffa disegnava mappe di continenti inesistenti, mentre lui, nella stanza accanto, perfezionava l'architettura del dolore delle sorelle di via Roma. Il silenzio della morte si era fuso con il ticchettio meccanico della tastiera, creando una sinfonia malata che solo lui poteva intendere. Ogni ritorno a capo del carrello virtuale era un omaggio a quella rigidità cadaverica che occupava l'altra metà dell'appartamento. Quando infine erano venuti a prenderla, con quel fracasso di stivali e barelle che aveva violato la sua clausura, la casa era parsa svuotarsi di colpo, non di una persona, ma di una funzione. La nonna non era stata un affetto, era stata una costante biologica, una presenza che giustificava il suo isolamento e che, con la sua pensione misera ma regolare, fungeva da scudo tra lui e la necessità brutale di esistere nel mondo degli altri. Ora, il silenzio era diverso. Non era più il silenzio complice della coabitazione con il cadavere, ma un guscio vuoto e ostile che amplificava ogni minimo scricchiolio delle travi. Ogni rumore — lo scatto del frigorifero, il vento che fischiava sotto la porta, il gocciolio di un rubinetto — sembrava un'accusa. Tornato dal cimitero, Elia non si tolse nemmeno il cappotto. La casa di Cuma lo accolse con un gelo che trasudava dai muri, un'atmosfera saturata di polvere e di un'umidità antica che sapeva di stantio. Ogni mobile, ogni centrino ingiallito dal fumo e dal tempo sulla credenza, ogni sedia spagliata era un monumento alla mediocrità di una vita che si era spenta senza lasciare solchi. Elia camminò nel corridoio, evitando di guardare verso la camera della nonna, dove l'impronta del suo corpo sul materasso sembrava ancora emettere un calore residuo e malsano. Lui cercava l'unica cosa che lo rendeva vivo, l'unico ponte verso la realtà che contava davvero. Entrò nella sua stanza. L'aria era viziata, satura di polvere e dell'odore acre di decine di sigarette fumate fino al filtro, accumulate in un posacenere che pareva un tumulo di cenere. Sul tavolo, il computer lo aspettava come un idolo muto, una divinità di plastica beige e metallo che custodiva il suo intero universo. Era una macchina ingombrante, carica di cavi aggrovigliati che sembravano vene scoperte. Elia si sedette, sentendo il cuore battere contro le costole come un animale in gabbia. Le sue mani tremavano. Allungò il dito verso l'interruttore, quel piccolo pezzo di plastica che separava il nulla dall'essere. Premette. Il suono che ne seguì non fu il ronzio familiare della ventola, quel rassicurante rumore di fondo che per mesi aveva cullato i suoi deliri. Fu un sibilo acuto, un lamento elettrico straziante che parve uscire dalle viscere stesse del silicio, come se la macchina stesse urlando di dolore. Un istante dopo, un odore di ozono, bachelite bruciata e plastica fusa riempì la stanza, denso e soffocante. Una scintilla azzurrina balenò maligna dietro la griglia dell'alimentatore, illuminando per un microsecondo le pareti spoglie, e poi... il nulla. Un silenzio ancora più profondo del precedente. Un blackout totale. Elia premette di nuovo l'interruttore. E poi ancora. Con una frenesia crescente, ritmica, violenta, quasi volesse rianimare un cuore fermo a colpi di pollice. Click. Click. Click. Ma lo schermo restava una lastra di vetro nero, uno specchio oscuro che gli restituiva l'immagine del proprio volto scavato dalla privazione di sonno, gli occhi sgranati e febbricitanti, la bocca aperta in un'espressione di puro terrore primordiale. «No. No.....», sussurrò, e la sua voce gli sembrò un rantolo secco. Il guasto non era un semplice incidente tecnico; era un atto di sabotaggio cosmico. Quel computer non era solo un oggetto: conteneva il Diario dell'Averno, la sua opera prima, la cristallizzazione di ogni suo sforzo e segreto. Vedere quel monitor spento era come guardare il proprio cervello subire una lobotomia. Senza quel cursore che pulsava come un cuore elettronico, Elia sentiva di non avere più un posto dove stare. La fine della macchina simboleggiava la chiusura definitiva del portale. Il ponte tra lui e l'Averno era stato abbattuto, lasciandolo prigioniero nella realtà di una Cuma che non sapeva come abitare. Si alzò bruscamente, la sedia strisciò sul pavimento con un rumore di unghie sulla lavagna. Iniziò a vagare per la camera, le mani artigliate tra i capelli grassi, sentendo le pareti restringersi centimetro dopo centimetro. L'angoscia era una massa informe e nera che gli premeva sullo sterno, una mano invisibile che gli schiacciava i polmoni. Cercò un cacciavite, un coltello, qualsiasi cosa per aprire quel case, per guardare dentro il ventre della macchina morta. Lo aprì con frenesia, tagliandosi la pelle contro il metallo affilato dei componenti interni. Il suo sangue gocciolò sui circuiti anneriti, mescolandosi al puzzo di bruciato. Ma non c'era nulla da fare. La scheda madre era un paesaggio devastato da un fulmine interno, un deserto di silicio fuso che non avrebbe mai più ospitato un bit di informazione. Uscì dalla stanza, incapace di restare un secondo di più davanti a quel cadavere tecnologico. La casa era buia. La luce del pomeriggio stava morendo dietro le colline, lasciando spazio a un crepuscolo livido. Senza la pensione della nonna, senza un lavoro, senza il diario... era un guscio vuoto in un mondo di gusci vuoti. Il 1995 lo stava inghiottendo, e l'unica cosa che riusciva a pensare, mentre l'oscurità si prendeva ogni angolo della cucina, era che le sorelle, nella grotta, stavano ridendo di lui. Non erano più le ragazze che ricordava, le sorelle di via Roma, ma proiezioni distorte che abitavano gli anfratti della sua mente come le Parche nel ventre dell'Averno. Le vedeva chiaramente dietro le palpebre serrate: Silvia, la maggiore, che reggeva un filo di rame lucido come se fosse il destino di un intero sistema operativo; Agnese che lo tendeva con dita gelide e precise; e Clara, la più piccola, che impugnava un tronchesino d'acciaio pronto a recidere la sua connessione con la realtà. Le loro risate non erano umane, ma un ronzio bianco che saturava lo spazio tra i suoi pensieri. Ridevano della sua illusione di controllo, della sua pretesa di riparare il mondo con un saldatore e un po' di stagno. Per loro, Elia era solo un pezzo di hardware difettoso, un circuito stampato male che cercava disperatamente di chiudere un loop interrotto. Ridevano perché sapevano che, nonostante i suoi sforzi per sincronizzare il tempo, lui sarebbe rimasto per sempre bloccato nel 1995 mentre loro, sovrane del suo abisso personale, continuavano a tessere la trama di un'oscurità dalla quale non c'era via d'uscita. Il ronzio di quella risata spettrale vibrò nelle ossa di Elia finché non divenne indistinguibile dal ronzio elettrico del frigorifero in cucina. Lentamente, le figure di Clara, Agnese e Silvia sbiadirono, lasciando dietro di sé solo scie verdastre simili a pixel bruciati su un vecchio monitor. La grotta dell'Averno, con le sue ombre mitologiche e i suoi fili recisi, si restrinse fino a scomparire, lasciando il posto alle pareti scrostate e all'odore di chiuso delle stanze che lo circondavano. L'estasi del terrore lasciò spazio a una stanchezza plumbea, la consapevolezza di essere l'unico abitante di un guscio vuoto che non riusciva più a chiamare casa. Il silenzio della casa di Cuma era diventato il suo nuovo padrone, e il futuro non era che una distesa di giorni identici, privi di voce e di luce.
Giovanni Fierro
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