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Autore: Maurizio Dolce
Il ragazzo che ascoltava il vento
Letteratura per ragazzi
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Il ragazzo che ascoltava il vento

Il cane del vento.

Kai si svegliò prima che suonasse la sveglia.
Rimase un momento sotto le coperte, con gli occhi aperti, ascoltando la casa. Dal corridoio arrivava il ticchettio dell'orologio. In cucina il bollitore borbottava piano. Sua madre si muoveva senza fare rumore, come se non volesse disturbare il mattino.
Poi Kai sentì il vento.
Non era forte. Non sbatteva le finestre. Era leggero, come se passasse tra gli alberi e poi entrasse dentro casa, portando con sé un odore freddo e pulito.
A Kai piaceva quel vento. Gli dava una sensazione calma, come un saluto silenzioso.
Si alzò.
Sul letto c'era già pronta la divisa della scuola media: giacca scura con bottoni, camicia bianca, pantaloni ordinati. Kai si vestì in fretta, infilò lo zaino e andò in cucina.
Sua madre gli versò il tè.
“Kai, fai colazione e poi preparati a uscire.”
Lui bevve e mangiò senza parlare troppo. Non aveva il bento: a scuola avrebbero pranzato tutti insieme in classe, come sempre.
Quando fu pronto, sua madre gli sistemò il colletto con un gesto breve e preciso.
“Ricordati le scarpe da scuola.”
“Me le metto subito,” rispose Kai.
Uscì di casa e scese verso i canali di Furukawa.
L'acqua scorreva lenta e chiara. Sotto la superficie, le carpe koi si muovevano con calma, arancioni e dorate come piccole luci. Kai percorreva quella strada ogni giorno, eppure non si annoiava mai: gli sembrava che l'acqua avesse sempre qualcosa di diverso da mostrargli.
Arrivò al ponte più stretto, quello con le assi un po' consumate.
Lì il vento sembrava più vivo.
Kai rallentò quasi senza accorgersene.
Sull'altra sponda c'era un cane.
Un Akita chiaro, seduto immobile.
Aveva la coda arrotolata e lo sguardo serio. Non abbaiava, non si muoveva. Sembrava una statua messa lì apposta, sul bordo dell'acqua.
A Hida lo conoscevano tutti.
Lo chiamavano “il cane del santuario”.
Qualcuno diceva che fosse randagio. Altri dicevano che non appartenesse a nessuno. Gli anziani, quando lo vedevano, abbassavano la voce e sussurravano che quel cane fosse lì da prima che esistesse Hida.
Kai fece un passo sul ponte.
Il cane inclinò appena il muso.
E in quel momento accadde qualcosa di strano.
Non si sentì alcun suono.
Non si vide nulla.
Ma dentro la testa di Kai arrivò una voce.
Calma. Profonda. Gentile.
“Sei puntuale.”
Kai si fermò di colpo.
Si voltò, convinto che qualcuno gli avesse parlato da dietro. Ma non c'era nessuno: solo l'acqua, i ponti e le case silenziose.
Guardò di nuovo l'Akita.
Il cane non aveva aperto la bocca.
Eppure la voce era stata chiara, come se gli fosse scivolata dentro.
“Hai... parlato?” mormorò Kai, quasi senza fiato.
Il cane lo fissò.
“Ho parlato.”
Il cuore di Kai accelerò. Per un attimo avrebbe voluto scappare. Ma la curiosità era più forte della paura.
“Come ti chiami?” chiese, piano.
La risposta non arrivò come un suono.
Arrivò come un nome che si formava direttamente nella mente.
“Kaze.”
Kai deglutì.
Kaze.
Vento.
“Allora tu sei il vento?” domandò.
Il cane voltò il muso verso il canale. L'acqua si increspò appena, come se avesse ricevuto un soffio invisibile.
“Io ascolto il vento. Tu lo senti. Non è la stessa cosa.”
Da lontano una voce chiamò:
“Kai! Ti muovi o vuoi arrivare in ritardo?”
Era Sōta, già a metà del sentiero, con lo zaino sulle spalle.
Kai si girò verso l'amico. “Arrivo!”
Quando tornò a guardare verso l'altra sponda, l'Akita non c'era più.
Solo il vento passava tra i ponti e faceva tremare le foglie dei ciliegi.
Kai attraversò di corsa e raggiunse Sōta.
“Perché ti sei fermato?” chiese l'amico, senza cattiveria.
Kai esitò. Pensò di raccontare tutto: il cane, la voce, quel nome che gli era rimasto addosso.
Poi guardò di nuovo verso il punto in cui l'aveva visto.
Vuoto.
“Niente,” disse infine. “Stavo guardando l'acqua.”
Sōta fece una smorfia, come se non capisse, ma non insistette.
Arrivarono davanti alla scuola media di Hida.
All'ingresso tolsero le scarpe da strada e le riposero negli armadietti. Poi indossarono le scarpe da scuola, bianche e leggere. Il corridoio era pulito e silenzioso.
In classe l'insegnante li salutò con un cenno.
Prima di iniziare, ogni gruppo sistemò i banchi. Tutto doveva essere in ordine.
A mezzogiorno, quando arrivò il pranzo, alcuni studenti indossarono grembiuli e cappellini: erano di turno. Kai aiutò a distribuire i piatti: riso, zuppa e verdure. Mangiarono tutti insieme nella stessa aula, con un rumore basso di bacchette e voci trattenute.
Dopo pranzo, come sempre, arrivò il momento delle pulizie. Scope, panni, secchi. Ognuno aveva un compito.
Kai e Sōta lavorarono fianco a fianco.
Mentre passava il panno sul pavimento, Kai pensò al ponte.
Pensò al vento.
Pensò a quel cane immobile e allo sguardo serio.
E in mezzo al rumore delle scope ebbe la sensazione che qualcosa lo stesse ancora osservando.
Non dal ponte.
Non dal santuario.
Ma da un luogo più vecchio di Hida stessa.

Le scarpe bianche

La campanella suonò con un tintinnio breve, come un uccellino metallico.
Kai alzò la testa dal quaderno. Le righe che aveva scritto tremolarono un attimo davanti ai suoi occhi, poi tornarono ferme. Per un istante gli sembrò di sentire di nuovo il vento del mattino, quello del ponte.
Sōta gli diede una leggera spinta con il gomito.
"Stai dormendo?" bisbigliò, cercando di non farsi sentire dall'insegnante.
Kai scosse la testa.
"No... pensavo."
L'insegnante batté le mani una volta.
"Prepariamoci per il cambio delle scarpe."
I banchi scricchiolarono mentre gli studenti si alzavano. La classe si riempì di piccoli passi, fruscii di stoffa e lo stridio lieve delle sedie che venivano spinte sotto i tavoli.
Kai infilò la mano nello zaino e tirò fuori il sacchetto con le scarpe da ginnastica. Erano bianche, semplici, con il nome scritto in piccolo all'interno: HASHIMOTO KAI.
Lui e Sōta uscirono nel corridoio insieme agli altri.
All'ingresso, gli armadietti erano tutti allineati come caselle ordinate. Alcuni studenti chiacchieravano piano, altri si muovevano in silenzio, abituati a quel gesto quotidiano.
Kai si chinò, sciolse i lacci delle scarpe da scuola e le ripose con cura nel suo scomparto. Poi infilò quelle da ginnastica.
Le suole fecero un suono leggero sul pavimento lucido.
Per un attimo, Kai guardò verso la porta.
Fuori, il cielo era limpido. Le montagne lontane sembravano immobili, come guardiani silenziosi della città.
"Ti sembra strano?" chiese Sōta, notando il suo sguardo.
Kai esitò.
Pensò al cane sul ponte. Al modo in cui lo aveva guardato. Alla voce dentro la sua testa.
"No" rispose infine. "Solo... diverso."
Sōta lo studiò un attimo, poi scrollò le spalle.
"Andiamo. Abbiamo educazione fisica."
In palestra, il pavimento di legno profumava di cera. Le finestre erano aperte e lasciavano entrare un vento fresco che faceva ondeggiare le tende bianche.
Il professore li fece schierare in fila.
"Inchino."
Tutti si piegarono insieme.
Poi iniziarono gli esercizi: corsa leggera, allungamenti, piccoli salti. Kai correva senza pensarci troppo, sentendo il ritmo del proprio respiro.
A un certo punto, mentre faceva il giro della palestra, gli parve di sentire qualcosa.
Non un suono. Non una voce.
Piuttosto una presenza.
Come se il vento lo stesse osservando.
Si voltò di scatto, ma vide solo i compagni che correvano.
Sōta lo raggiunse ansimando.
"Sei veloce oggi" disse con un mezzo sorriso.
Kai annuì, ma dentro di sé sentiva un'agitazione nuova.
Dopo la lezione, tornarono in classe. Prima di sedersi, gli studenti riposero in ordine i materiali e sistemarono le sedie.
L'insegnante scrisse qualcosa alla lavagna. Il gesso scivolava con un suono secco e regolare.
Kai aprì il quaderno.
Sulla prima pagina, accanto alla data, disegnò senza pensarci: un ponte, un canale, e un cane seduto sull'altra sponda.
Quando alzò lo sguardo, il vento passò di nuovo tra le finestre.
E per un istante, Kai ebbe l'impressione che qualcuno — o qualcosa — avesse appena risposto al suo disegno.
In silenzio.
Come al mattino.

Il sussurro tra i ciliegi

La campanella suonò con un tintinnio breve e acuto.
Le lezioni erano finite.
Nel corridoio si alzò un brusio improvviso: sedie che strisciavano, zaini chiusi, passi veloci sul pavimento lucido. Qualcuno rideva, qualcun altro si lamentava per i compiti.
Kai infilò i libri nello zaino con gesti tranquilli. Cercò di fare come sempre, ma la sua mente continuava a tornare al ponte, al vento e a Kaze.
Sōta lo aspettava vicino agli armadietti.
“Allora? Torni a casa con me o fai un'altra strada?” chiese.
Kai esitò per un istante.
Aveva l'impulso di tornare verso i canali. Voleva vedere se l'Akita fosse di nuovo lì. Voleva capire se quella voce era stata reale o solo un sogno ad occhi aperti.
“Ti raggiungo dopo” disse infine. “Devo passare dal santuario.”
Sōta lo guardò con curiosità.
“Dal santuario? Non ci vai quasi mai dopo scuola.”
Kai scrollò le spalle, cercando di sembrare indifferente.
“Mi va di fare un giro.”
Sōta non insistette. Lo salutò con un cenno e uscì dall'edificio, infilandosi le scarpe da strada.
Kai fece lo stesso.
L'aria del pomeriggio era più tiepida rispetto al mattino. Il cielo aveva un colore chiaro, leggermente velato, come se una sottile nebbia si fosse posata sulle montagne lontane.
Scese lentamente verso i canali di Furukawa.
L'acqua scorreva con la stessa calma di sempre. Le carpe koi si muovevano tra i riflessi tremolanti del cielo. Le case di legno si specchiavano sulla superficie, leggermente distorte.
Quando arrivò al ponte stretto, rallentò il passo.
Il vento passò tra i ciliegi lungo il canale. Le foglie frusciarono piano, come un sussurro.
Kai si fermò al centro del ponte.
Guardò verso l'altra sponda.
Il posto era vuoto.
Nessun Akita.
Nessuna figura immobile.
Solo il bordo del canale e l'erba che ondeggiava lieve.
Kai sentì una stretta allo stomaco, ma anche una strana calma.
“Sei qui?” mormorò, senza davvero aspettarsi una risposta.
Il vento si fece un po' più forte.
Per un attimo, Kai ebbe la sensazione di non essere solo.
Poi, all'improvviso, qualcosa si mosse tra i ciliegi vicino al piccolo sentiero che portava al santuario.
Un ramo tremò.
Una foglia cadde.
E Kaze apparve.
Non arrivò correndo.
Non sbucò all'improvviso.
Semplicemente, era lì.
Seduto, immobile, con la stessa postura regale del mattino.
Kai trattenne il respiro.
Il cane lo fissò.
Ancora una volta, la voce non arrivò alle orecchie, ma direttamente alla sua mente.
"Sei tornato."
Il cuore di Kai accelerò, ma questa volta non ebbe paura.
“Volevo capire se... se eri reale” disse piano.
L'Akita inclinò appena il muso.
"Il vento è reale. Eppure non lo vedi sempre."
Kai sentì un brivido lungo la schiena.
“Perché proprio io?” chiese, quasi senza pensarci.
Il cane rimase in silenzio per un momento. Il vento passò tra i rami, facendo cadere altri petali di ciliegio.
Poi la voce tornò.
"Perché tu ascolti."
Kai non capì del tutto cosa volesse dire, ma quelle parole gli rimasero addosso come un'eco.
All'improvviso, dei passi risuonarono alle sue spalle.
“Kai!”
Era Sōta, che stava risalendo il sentiero.
“Pensavo fossi già al santuario. Che fai, parli da solo?”
Kai si voltò di scatto.
Quando tornò a guardare verso i ciliegi, Kaze non c'era più.
Solo i petali continuavano a cadere lentamente sull'acqua.
“C'era... c'era il cane” disse Kai, senza riuscire a trattenersi.
Sōta guardò intorno, perplesso.
“Quale cane? Non vedo niente.”
Kai esitò. Avrebbe voluto spiegare tutto, ma le parole gli sembrarono improvvisamente fragili.
“Lascia stare” disse infine.
Insieme salirono verso il piccolo santuario.
I torii rossi si stagliavano tra gli alberi, e il vento faceva tintinnare piano le corde e le campanelle appese all'ingresso.
Kai si fermò un attimo davanti alla scalinata di pietra.
Sentiva che qualcosa era cambiato.
Non sapeva ancora cosa.
Non sapeva ancora perché.
Ma aveva la netta sensazione che Kaze non fosse apparso per caso.
E che, presto, il vento gli avrebbe portato qualcosa di nuovo.Qualcosache avrebbe trasformato la sua vita per sempre.

Maurizio Dolce

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