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Autore: Maurizio Dolce
Il figlio del Nord
Saghe nordiche
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Il figlio del Nord

Il vento del Nord.

Il vento del Nord arrivò prima di lui, distendendosi come una coltre invisibile sui pendii e sulle acque del fiordo. Portava odore di sale, di alghe spezzate, di resina bruciata in focolari lontani. Strisciava tra le travi dei tetti, fischiava dentro le piccole fessure dei pali, e batteva sulle barche tirate a secco, facendo vibrare le corde come nervi. Quando la prua annerita della Skrafn tagliò la curva della scogliera e si allineò con l'imboccatura del porto, il vento piegò le vele come mani dure piegano un foglio di cuoio.
Sigvard stava a prua, immobile. Il mantello scuro gli scendeva pesante sulle spalle; la barba spruzzata d'argento gli si muoveva appena, umida di spruzzi. Guardò Helvik come si guarda un volto ricordato a memoria, eppure improvvisamente estraneo. Le case, di legno e torba, sembravano più basse; la palizzata, più scabra; il tempio, una sagoma scura con le assi sverniciate dal tempo e dalle maree, quasi una carcassa di balena spiaggiata. Eppure il fiordo aveva la stessa curva di sempre, la stessa lingua d'acqua che s'inoltrava tra le rocce come serpente freddo. I corvi—sempre i corvi—disegnavano ellissi lente sopra la spiaggia, virando controvento, come se stessero aspettando un segnale per calare.
«Siamo tornati, jarl,» mormorò Eirik, il suo timoniere, un uomo dagli occhi chiari e dal naso spezzato due volte. «Helvik non è cambiata.»
Sigvard fece un cenno che poteva essere un assenso, o soltanto una fessura nel pensiero. «Tutto cambia,» disse piano, «anche quando finge di restare.»
La Skrafn urtò con dolcezza il pontile di tronchi. Gli uomini balzarono giù; qualcuno gridò ordini, le funi furono lanciate e stese, legate in nodi rapidi. Il mare mugolò e indietreggiò, ritornando subito a lambire la ghiaia con una pazienza antica. Sigvard scese per ultimo. Sotto lo stivale sentì la compattezza delle assi, il loro scricchiolio, la memoria di legna bagnata. Una bambina lo fissava da dietro una staccionata; aveva due trecce rigide e una tunichetta troppo corta: negli occhi scuri un misto di curiosità e paura.
«È lui?» sussurrò. La madre la tirò via con un gesto secco, ma senza cattiveria. Sigvard incrociò il suo sguardo: rispetto e diffidenza. Ricambiò con un inchino quasi impercettibile.
Gli vennero incontro alcuni pescatori. Tra loro riconobbe Haldur, che un tempo salpava con lui in primavera e tornava a fine estate con le mani piene di sale e ferite. Ora camminava zoppicando, un ginocchio gonfio sotto i panni.
«Sigvard,» disse Haldur, fermandosi a un passo. Non lo chiamò jarl. Non era un'offesa, ma una constatazione: il titolo pesava nel ricordo come un ferro lasciato all'aria. «Il mare ti ha restituito. Non lo fa con tutti.»
‘«Nemmeno gli dèi,» rispose Sigvard. «Ma non chiedere al mare pietà. Non ce l'ha!.»
Haldur sorrise senza denti. «Ah, gli dèi. Qui li sentiamo meno. Forse si sono spostati a sud, dove pare ci sia un unico dio. Parlano di lui su ogni banchina, come di una balena bianca che nessuno ha visto ma tutti descrivono.»
«E tu, Haldur? La preghi, la balena?»
«Io prego il ginocchio, al mattino. Se regge, è un dio sufficientemente potente.» Si fece serio. «La tua casa è stata tenuta come hai chiesto. Inga passa a spazzare la soglia, e Brynjar ripara il tetto quando le tavole cedono. Nessuno ci mette piedi senza un tuo permesso.»
Sigvard annuì. «Dì a Inga che le devo due inverni di gratitudine.»
«Diglielo tu. È lì che fa finta di non guardarti.» Haldur fece un cenno. La vecchia Inga stava in fondo al molo, dritta come un palo di frassino, con un bastone nodoso nella mano sinistra. La sciarpa le copriva i capelli, ma non gli occhi, che brillavano vivi come braci.
«Ben tornato, figlio di Torstein,» disse, quando Sigvard le fu vicino. «Le tue ossa scricchiolano come barche vecchie, ma ancora cammini da capo e non da servo. È segno che gli spiriti non ti hanno finito.»
Sigvard cennò di sì. «Mi hanno soltanto assaggiato.»
«Non vantartene. A qualcuno piace il sapore del ferro,» fece Inga, annusando l'aria. «Qui siamo cambiati, sì. C'è chi porta croci al collo, chi le nasconde sotto la tunica. Il tempio è stato svuotato due volte e riempito tre. I corvi hanno più fede di noi. E tuo figlio...»
La parola restò appesa. Sigvard spostò lo sguardo, come se il nome potesse far male. «Leifur.»
«Ha il tuo silenzio e gli occhi della madre. Questo è bene e male insieme.» Inga si avvicinò un passo, abbassando la voce. «Non farlo crescere tra due ombre, Sigvard. Una è già abbastanza.»
Lui inspirò a fondo. L'odore della resina e del sale si mescolò a un sentore di cenere vecchia. «Astrid non ha ombre. Solo luce che non riesco a guardare.»
La vecchia lo toccò con una carezza rapida sul braccio, come un passero che si posa un attimo su un ramo. «La luce, se la tieni a distanza, diventa fulmine. Vai a casa. Le tavole avranno qualcosa da dirti.»
La casa stava dove era sempre stata, a metà del pendio, con la vista sul fiordo e sul tempio. La porta di legno cedeva un poco sui cardini, ma resse il suo peso. Dentro, il fumo aveva lasciato una patina liscia su ogni cosa: le ciotole, le pelli, la cassapanca, il tavolo con le incisioni di molti inverni. Sul ripiano più alto, accanto a un coltello da pane, giaceva un pettine di osso. Sigvard lo prese: tra i denti rimaneva un capello chiaro, quasi trasparente. Il mondo gli si strinse in un punto dello sterno.
«Astrid,» disse, senza voce. Non l'aveva mai pronunciato da solo, senza una risposta. Gli parve che la stanza si inclinasse appena, come in barca quando cambia il vento.
Posò il pettine. Uscì sul retro. Il pendio saliva ancora per una trentina di passi, fino alla pietra piatta che lui e Astrid avevano scelto come luogo dei giuramenti: lì avevano promesso sulla spada e sul pane, sotto il corvo che li guardava. Oltre, due steli. Quella di Astrid era semplice, senza rune, come lei aveva voluto: Niente parole, aveva detto, che le parole sanno mentire. Sigvard si inginocchiò. La neve si era ritirata da pochi giorni—rimanevano chiazze in ombra, come ferite che il sole non aveva ancora lambito.
«Sono tornato,» mormorò. «Tardi. Come sempre.»
Il vento portò una risata di bambini dalla spiaggia, e il cigolio delle funi. Sigvard chiuse gli occhi. Vide il sorriso di Astrid, e le mani piccole da neonato di Leifur che afferravano il suo pollice. Vide il mare scuro della notte in cui aveva deciso di partire, e le vele come schiene tese, e le stelle puntate a oriente come chiodi d'argento. Ho scelto il ferro—pensò—e il ferro ha scelto me. Ma il ferro non ricambia. Non consola. Non ricuce.
«Vorrei dirti che non potevo fare altrimenti,» sussurrò. «Ma sarebbe un'altra bugia.» Rimase a lungo, finché le ginocchia gli divennero fredde, e il cuore meno feroce. Poi si alzò, una mano sulla stele, un gesto che ripeteva da anni in sogno, senza mai riuscire a completarlo.
Quando tornò verso il paese, il sole si era abbassato dietro la cresta occidentale, tingendo l'acqua di rame e di piombo. Il tempio conteneva ancora odore di grasso bruciato. Le travi principali erano scolpite con teste di animali; occhi di betulla vi erano stati incastonati come pupille. Un'ombra si mosse tra le colonne: era Brynjar, alto come un pino, il torace ampio, i capelli raccolti in un nodo. Si voltò e sorrise, mostrando i denti bianchi nella barba scura.
«Jarl.» Inchinò il capo.
«Brynjar. Hai tenuto insieme il nostro legno mentre io lo spezzavo altrove.»
«Ho tenuto insieme quello che potevo. Il resto lo fa la salsedine.» Brynjar si avvicinò. «Dicono che a sud parlino di un dio appeso a un legno. Qui abbiamo da tempo l'abitudine dei legni e delle appese. Ma non tutti i legni sono uguali.»
Sigvard lo fissò, cogliendo il sottinteso. «E non tutte le corde tengono allo stesso modo.»
Brynjar fece un mezzo sorriso. «C'è un uomo, giù al molo, che parla in una lingua strana e in un'altra ancora che lui rende strana: la nostra. Si fa chiamare frate Olav, dice di venire da una città dove le case si toccano l'una con l'altra e la pioggia è più gentile del nostro vento. Se ne sta al fuoco e racconta storie. I bambini ascoltano, le donne un po' meno, gli uomini per misurarlo. Non è un cattivo uomo.»
«Un uomo che porta storie è sempre un pericolo e una salvezza,» disse Sigvard. «Che storie racconta?»
«Che c'è un Dio che ascolta sempre. A volte risponde piano. A volte tace.» Brynjar si strinse nelle spalle. «Fin qui, non dice cose nuove. Quel che c'è di nuovo è che lo dice senza paura.»
Sigvard guardò la soglia del tempio. «Il nostro dio preferito è quello che combatte. Quello che tace non fa festa nei banchetti.» Fece un passo dentro. L'aria era densa; un filo di luce entrava da una fenditura sul lato nord, strisciando sul pavimento come un serpente pallido. Davanti all'altare, una donna inginocchiata aveva le mani aperte, i pollici uniti: un gesto antico, più antico del tempio stesso. Non si voltò. Pregava o ascoltava, o tutt'e due.
«A volte,» disse Sigvard, quasi a se stesso, «il silenzio è l'unica risposta che meritiamo.»
«O l'unica che sappiamo sopportare,» ribatté Brynjar. «Vuoi incontrare tuo figlio?»
La domanda entrò nel petto come un dardo a punta larga. «Sì.» Il sì gli uscì secco, senza fronzoli. «Dov'è?»
«Al magazzino delle reti. Aiuta Thorleif a ripararle. Dice che le reti parlano, quando le tieni abbastanza a lungo tra le dita.»
«Le reti parlano soltanto ai pazienti.» Sigvard abbassò lo sguardo. «Io non lo sono mai stato.»
«Imparerai.»
«O lo imparerà lui, al posto mio.» Si interruppe, respirò. «Portami.»
Il magazzino delle reti era come una lunga nave capovolta, fatta di assi inchiodate e tetto di stoppie. Dentro odorava di pesce, di canapa e di fumo vecchio. La luce entrava da due finestrelle e si frantumava sulla polvere nell'aria. Al centro, seduti su panche basse, tre uomini rammendavano, infilando spaghi e formando nodi multipli che si ripetevano, una geografia di gesti tramandati.
Leifur era quello a sinistra. Sigvard lo vide e il corpo gli si irrigidì da solo, riconoscendo un modo di inclinare il capo che non vedeva da anni; un taglio di nuca uguale a quello di Astrid, una curva di scapole che diceva più di mille parole. Il ragazzo alzò gli occhi, pianissimo. Erano scuri come la notte sopra il fiordo; non fuggirono, non sfidarono: tennero. Come se guardare suo padre fosse un mestiere imparato di recente, da svolgere con cura.
«Leifur,» disse Sigvard, e il nome gli spezzò qualcosa dietro la lingua.
Il ragazzo posò la rete, si asciugò le mani sulla tunica. «Padre.»
La parola non era accusa. Non era perdono. Stava lì, fredda e onesta, come una lama ben temprata. Thorleif, facendo finta di cercare un ago caduto, si alzò e si allontanò verso la porta, trascinando con sé l'altro uomo. Nell'aria rimase un fruscio di reti e il respiro dei due.
«Sei cresciuto,» disse Sigvard, e subito si pentì della stupidità dell'ovvio.
«Sì,» rispose Leifur. «Anche tu.»
Non c'era sarcasmo, e proprio per questo la frase colpì più duro. Sigvard si passò una mano sulla barba. «Ho visto la tua mano. È ferma. I nodi ti ascoltano.»
«Le reti parlano,» disse Leifur, con la naturalezza di chi non sta cercando metafore. «Lo dice Thorleif. Se le ascolti mentre le passi, t'insegnano come vogliono essere legate. Le parole no. Le parole vogliono sempre vincere.»
Sigvard fece un mezzo sorriso che gli tremò agli angoli. «Tua madre diceva che le parole mentono più del mare.»
«Mia madre diceva che il mare non mente mai. Ma non dice mai la verità intera,» replicò Leifur, poi abbassò lo sguardo sulle dita. «Ti fermerai, adesso?»
Fu come mettere una mano dentro una brace. «Sì,» disse Sigvard. «Mi fermerò abbastanza a lungo da imparare il tuo passo. E poi partirò. Non per fuggire. Per... per pagare debiti e spezzare catene che ho messo io stesso.»
Leifur lo guardò di nuovo, e stavolta negli occhi c'era qualcosa che somigliava alla domanda, o all'attesa. «Quali catene?»
«Quelle che legano un uomo al nome che si è scelto, anche quando quel nome gli morde la carne. Quelle che passano dal padre al figlio senza chiedere permesso.» Inspirò. «Ho promesso a me stesso di spezzarle, perché tu non debba farlo al posto mio.»
Il ragazzo annuì una volta, come si annuisce quando una cosa non si capisce ma se ne sente il peso. «Inga dice che le promesse sono corde. Se le tieni bagnate troppo a lungo, marciscono.»
«Inga sa più di me, come sempre.» Sigvard fece un passo. Non allungò il braccio; non cercò un abbraccio di legno su un ragazzo di vento. «Posso vedere le tue mani?»
Leifur le mostrò: nocche delicate ma dure, i polpastrelli segnati da piccoli tagli, unghie pulite. «Rammendo. Taglio. Tiro. Rammendo ancora.»
«Buone mani,» disse Sigvard. «Non mentiranno quando terranno una spada.»
Il silenzio che seguì fu pieno di corde tese. Alla fine fu Sigvard a cedere. «Vieni stasera. Ceneremo insieme. Ho portato sale di Islanda e due coltelli affilati come lingue.»
«Astrid cucinava senza troppo sale,» disse Leifur, e il nome della madre cadde tra loro come una pietra nel fiordo, formando cerchi che si allargarono. «Verrò, padre.» Raccolse la rete, la guardò contro luce.
Quando Sigvard uscì nel crepuscolo, il molo era un bracciale di fuochi bassi. Le voci si erano fatte più fitte; da una capanna giungeva un canto sconosciuto, più lungo, su una sola nota, ma con parole piegate ad arco. Frate Olav stava raccontando la storia di un uomo tradito da amici, inchiodato a un legno e risorto tre giorni dopo. I bambini, con le ginocchia sporche, lo ascoltavano con lo stesso sguardo con cui ascoltavano chi parlava di balene bianche e orsi leggendari.
Olav alzò lo sguardo e incrociò quello di Sigvard. Non si alzò, non abbassò gli occhi; fece soltanto un breve cenno con due dita, come a dire: Siamo dello stesso mestiere, tu e io: portiamo pesi invisibili. Sigvard gli restituì un cenno ancora più breve. Non aveva voglia di parole nuove, quella sera. Aveva già troppe antiche dentro le ossa.
La luna sorse tardi, spuntando come una moneta pallida tra due nuvole scure. Sigvard sedeva sulla soglia di casa con una scodella di zuppa e un pezzo di pane duro. Il fuoco crepitava pigro; sulle travi ballavano ombre che somigliavano a presagi. Leifur arrivò quando la zuppa era ormai fredda. Bussò due volte, e poi fece scivolare la porta quel tanto che bastava per farsi vedere.
«Posso?»
«Sempre.»
Si sedettero uno di fronte all'altro, con il tavolo in mezzo come un ponte che non si era ancora deciso a essere attraversato. Sigvard prese il sale, lo mise in un piccolo piattino di legno, lo spinse verso Leifur. «È di Islanda. Ha il sapore del fuoco e del mare insieme.»
Leifur lo toccò con la punta dell'indice, lo portò alle labbra. «È forte. Come se bruciasse e poi si spegnesse.»
«Come le buone promesse,» fece Sigvard, poi scosse la testa, sorridendo di sé. «Parlo troppo.»
«Parli poco,» obiettò Leifur. «Ma quando parli, fai a pezzi le cose e le rimetti in ordine a modo tuo.»
«È il mestiere di chi comanda.»
«E anche di chi ripara reti» replicò il ragazzo, e stavolta un'ombra di sorriso gli passò sugli occhi.
Mangiarono in silenzio per un po'. Il vento bussava alle fessure con dita sottili. Un corvo gracchiò due volte, poi tacque. Sigvard guardò verso la stele, invisibile nel buio, ma presente come un respiro in altra stanza.
«Domani,» disse infine, «andrò al tempio. Farò un'offerta. Poi parlerò con Brynjar e con Haldur. Ci sono debiti che chiedono il loro nome.»
Leifur appoggiò il cucchiaio. «Debiti tuoi o nostri?»
«I debiti dei padri diventano dei figli se i padri scappano. Io non scapperò.» Le parole gli uscirono precise, friabili come pane vecchio. «Ma non voglio che il mio ferro diventi il tuo. Voglio che tu scelga le tue catene, se devi portarne.»
«Inga dice che le catene scelte pesano meno.»
«Inga ha torto,» disse Sigvard con dolcezza. «Pesano uguale. Ma ti lasciano camminare diritto.»
Leifur si alzò. Si avvicinò alla mensola dove stava il pettine d'osso. Lo prese con rispetto, come si prende un oggetto che ti guarda. «Di chi era?»
«Di tua madre.»
Il ragazzo lo rigirò tra le dita. «Allora non mente.»
«No,» sussurrò Sigvard. «Questo no.»
Leifur lo posò con cura. Tornò al tavolo. «Quando sarò uomo,» disse, «vorrei che i miei attrezzi non mentissero. Reti. Coltelli. Parole, quando proprio servono.»
«Sarai un uomo, e presto,» disse Sigvard. «E sarai più giusto di me.»
«Come lo sai?»
«Perché mi farai male senza volerlo, e io reggerò. È il segno.» Si fermò, sorpreso dal sapore delle parole. «Domani vieni con me al tempio.»
Leifur esitò appena. «Verrò. Ma dopo voglio sentire anche le storie del frate. Non per crederci. Per sapere.»
«Sapere è un modo di credere,» disse Sigvard, alzandosi. «E credere è un modo di sapere poco.» Sorrise alla propria goffaggine. «Va', è tardi. Le reti ti chiederanno la sveglia all'alba.»
Leifur si avviò verso la porta, poi si fermò. «Padre.»
«Sì.»
«Sono contento che tu sia tornato.»
Sigvard non rispose subito. Aveva paura che qualunque parola sporcasse quella frase come fango su neve nuova. Alla fine disse soltanto: «Anch'io.»
Il ragazzo uscì. Il vento del Nord gli entrò dietro, si aggirò per la stanza come un cane che riconosce la casa dopo una lunga assenza, poi si accucciò vicino al focolare, senza più fischiare.
Sigvard rimase in piedi davanti al tavolo. Posò la mano aperta sul legno, come si fa quando si giura senza testimoni. Sono tornato, pensò. E domani chiederò agli dèi di insegnarmi a tacere bene. Gli sembrò di sentire un rumore lieve, come di passi sulla ghiaia. Forse era solo il mare, che faceva il suo mestiere: entrare e uscire, senza promettere niente. O forse era il cammino di una storia che aveva deciso di ricominciare dal silenzio.
Quando spense il fuoco, i corvi si mossero tutti insieme, come se qualcuno avesse dato loro un segnale invisibile. Il cielo era pulito, punteggiato. La costellazione del carro stava bassa sull'acqua, sembrava una barca capovolta. Sigvard ne seguì i bordi con lo sguardo. Le stelle sono chiodi, pensò. E il cielo è il legno che tengono insieme.
Chiuse la porta. Il vento del Nord, fuori, continuò a soffiare come un dio che non aveva fretta.

Le case di legno e di nebbia

All'alba la nebbia scese dal costone come una mandria di pecore senza pastore. Si infilò tra le assi delle case, posò un velo umido sulle barche tirate a secco, entrò nelle narici come un'ostia fredda. Il paese intero parve retrocedere di un passo dentro se stesso: contorni sfumati, suoni ovattati, colori ridotti solo a due: legno e cenere. In quel silenzio lattiginoso, i rumori minuti acquistavano spessore: il gocciolio insistente dai beccucci dei tetti, il respiro cavallino delle onde sul greto, il lungo sbadiglio di una porta che si apriva, il colpo sordo del ceppo spaccato.
Sigvard si svegliò prima che la luce si decidesse a essere giorno. Restò disteso un istante, ascoltando il legno della casa che parlava piano: piccoli assestamenti, una vena che scricchiolava, un chiodo che si lamentava da qualche parte sopra la trave maestra. Ogni casa ha una lingua, pensò; la mia l'ho dimenticata. Si alzò, scostò la pelle appesa all'uscio e lasciò entrare la nebbia. L'aria aveva l'odore della lana bagnata e del ferro che arrugginisce. La stele di Astrid non si vedeva, ma la sua presenza era netta come un gesto dietro la tenda.
Scese verso il villaggio lungo il sentiero che tagliava obliquo il pendio. Le case apparivano e sparivano come isole: capanne basse con i tetti di zolle, legno scuro e qualche parete rinnovata con assi più chiare; qui e lì qualche decorazione antica, teste d'alce o di lupo intagliate nelle punte delle travi; su certe soglie, appesi a un chiodo, piccoli crocifissi di legno grezzo. Le due fedi convivevano come due cani costretti nella stessa catena: si ignoravano finché potevano, ringhiavano quando il cibo era poco.
Davanti alla capanna di Haldur un bambino stava ridisegnando nel fango una barca: chiglia tirata, cinque remi per lato, una vela quadrata. Guardò Sigvard salire, poi abbassò lo sguardo senza smettere di tracciare il contorno. «Signore,» mormorò, e la parola rimase lì, timida, a metà tra un saluto e una domanda. Sigvard si fermò, gettò un'occhiata al disegno. Troppo larga la prua, troppo stretto il ventre. Si chinò, intinse un dito nel fango e con un gesto rifinì la curva. Il bambino trattenne il fiato, poi sorrise con tutti i denti. «Così non si capovolge,» disse. «Così tiene.»
«Le navi tengono se sono più larghe nel punto dove non si vede,» rispose Sigvard. «Sotto il pelo dell'acqua.»
Proseguì. Tra la casa di Brynjar e il magazzino del sale si apriva lo spiazzo dove le donne stendevano reti e panni; il vecchio frassino al centro aveva perso un ramo nella tempesta dell'inverno passato. Due donne discutevano a voce bassa: una portava al collo un ciondolo a forma di martello; l'altra, una croce minuscola, quasi una spina sul petto. «Non te lo dico per farti torto,» diceva la prima. «Te lo dico perché l'ho visto: il raccolto quest'anno verrà corto.»
«E io ti dico che il raccolto è nelle mani di chi semina,» ribatteva l'altra. «Il cielo si piega a chi lo guarda diritto.»
«Il cielo non si piega a nessuno,» mormorò Sigvard passando, e non sapeva a chi dei due tempi stesse parlando: al suo o al loro.
Il tempio stava ai margini, dove la terra prendeva a salire di nuovo. Da vicino, le assi scure rivelavano il lavoro delle mani: nodi infilati per fermare crepe, tavole sostituite, chiodi nuovi accanto a chiodi battuti tanto tempo prima che avevano perso la memoria. La porta si aprì con un sospiro. Dentro, il fumo dell'olio delle lampade disegnava strisce azzurrine, e l'odore era quello di sempre: grasso, legno vecchio, sangue secco, lana bruciata. Le sculture dei pilastri—serpenti, teste cuneiformi, spirali—parevano guardarlo. Sull'altare, una pietra grigia screziata, stavano tre ruote di pane d'orzo e una coppa con una bevanda scura. Qualcuno, di notte, aveva già pregato.
Si avvicinò. Appoggiò sull'altare una striscia di carne affumicata e un pizzico del sale d'Islanda. Poi posò le mani, i palmi verso il basso, sulle venature della pietra, e aspettò. Da giovane avrebbe parlato, avrebbe chiesto, negoziato, offerto, minacciato, ricattato i cieli. Ora il bisogno di parole gli sembrava un rumore di ferri scossi nel buio. Rimase fermo. Ascoltò il proprio respiro e quello della sala. Il tempio, come la casa, aveva una lingua: si esprimeva con piccoli schiocchi del legno, con lo sfregamento lento delle fibre quando si dilatano. “Se ci sei...” pensò, ma non finì. Una parte di lui si vergognò. Che cosa voleva da dèi che aveva usato come scudo e tamburo? Che rispondessero proprio adesso, per lui?
«Ti aspettavo.»
La voce venne dal lato, bassa, rotta da un'eco antica. Una donna sedeva su uno sgabello, avvolta in uno scialle grigio; i capelli, raccolti in una treccia grossa, erano striati di bianco. Era Yrsa, ma Sigvard ancora non lo sapeva: per lui, in quell'istante, era solo una presenza che odorava di erbe d'inverno e di lana vecchia.
«Non sapevo che qualcuno...» cominciò.
«Qualcuno ascolta sempre,» lo interruppe senza asprezza. «Quando nessuno parla, ascolta il legno. Quando il legno tace, ascolta il silenzio. È il più sincero.»
«Ho portato un'offerta.»
«L'hai portata per chi? Per loro o per te?»
Sigvard strinse la mascella. «Per mio figlio.»
«Allora posala bene.» Yrsa si alzò senza rumore. «Le offerte sciocche comprano vento. Le offerte giuste comprano tempo.» Sorrise appena. «Il tempo è più caro del vento.»
Non chiese il suo nome. Non gli disse il proprio. Guardò la pietra, poi i suoi palmi appoggiati, come si guarda un arnese che conosce i mestieri di una mano. «Il mare ti ha limato,» disse. «Ma in certi punti sei ancora spigolo.»
«Gli spigoli servono per entrare nelle cose dure.»
«E per ferire chi ti vuole bene.» Yrsa inclinò il capo. «Vai. Il paese ti vede, e tu devi vedere il paese. Oggi è giorno di pesi piccoli.»
«Pesi piccoli...?»
«Quelli che t'accorgi d'avere solo quando ti piegano.» Gli passò accanto come vento di porta. «Tornerai.»
Uscì dal tempio con un'impressione secca nello sterno. Non era consolazione. Era una frase non detta che gli stava già camminando nella carne. La nebbia pareva più chiara. Dallo spiazzo centrale salivano voci, ciabattare di passi, il suono ritmico di una lama che taglia su un ceppo. Frate Olav, il forestiero, aveva acceso un fuoco basso e si scaldava le mani a palmi rivolti, come chi ha freddo più dentro che fuori. Attorno a lui tre bambini e un cane spelacchiato.
«La pace a questa casa,» disse il frate quando Sigvard passò a due braccia di distanza. Non era un saluto invadente: suonava come una constatazione che si spera.
«La pace si compra,» rispose Sigvard. «E costa cara.»
Olav annuì. «Anche la guerra.»
«Quella si paga in anticipo.»
Il frate sorrise. Aveva occhi chiari, un azzurro scolorito dal sale. «Dicono che tu sia tornato con il mare addosso.»
«Il mare non sta addosso. Ti entra e decide lui quando uscire.»
«Allora siamo colleghi,» disse Olav, e non spiegò. «Se posso, verrò a chiederti del vento quando mi mancheranno le parole.»
«Non mancano mai, le parole,» ribatté Sigvard. «È la verità che scarseggia.»
«Per questo le parole si devono mettere in fila come i remi, così almeno non si colpiscono tra loro.» Il frate fece per voltarsi ai bambini, poi si fermò. «Hai un figlio?»
«Sì.»
«Somiglia a te?»
«Somiglia a chi guarda il mare senza chiedergli nulla.»
Olav abbassò gli occhi. «Beato lui.»
Lasciò il fuoco del frate e andò verso il magazzino del sale. Lì trovò Haldur e due ragazzi a spostare sacchi. Sollevò senza parlare un capo di sacco, sentì la vecchia forza tornargli nelle braccia come un cane che riconosce il padrone. Il sale gli entrò nelle fessure delle nocche, bruciando vecchi tagli. Haldur lo guardò con un rispetto non cerimonioso. «Com'è l'inverno, Haldur?»
«È stato un inverno che ha tolto ai vecchi il superfluo e ai giovani il superbo.»
«E alle donne?»
«La pazienza. Che era già poca.» Sorrise con la bocca e non con gli occhi. «C'è stata poca legna e troppo vento.»
«Il vento non si conta nelle scorte.»
«Si conta nelle ossa.» Haldur si asciugò il sudore con l'avambraccio. «Attento alla lingua di alcuni. Da quando sono arrivati i crociati del Sud, certi nostri hanno scoperto che si può essere più santi del vicino. È una malattia.»
«La santità che pesa sugli altri è solo un'arma con un nome cambiato,» disse Sigvard. «Chi?»
Haldur esitò. «Rolf. Parla in piedi sulle casse, come un gallo. Dice che gli antichi dèi sono satolli e pigri, e che il Dio nuovo ama la povertà e l'obbedienza. Così fa obbedire gli altri e tiene per sé il resto.»
«Rolf parla perché ha paura,» tagliò corto Sigvard. «Chi teme di non contare, impara a contare ad alta voce.»
«Già. Ma la voce muove le mani degli stupidi.» Haldur abbassò la voce. «Ieri ha sputato verso il tempio. Brynjar gli ha messo la mano sulla nuca e gli ha ricordato dov'era nato. Per ora basta.»
Sigvard annuì. Passeggiò tra le case fino al bordo della spiaggia. La nebbia s'era alzata quel tanto che bastava a vedere le barche come bestie addormentate. Thorleif era curvo sulle reti; Leifur gli stava di fronte, e gli passava tra le dita una maglia per volta, come chi distingue singole voci in un coro. Si fermò a guardarlo senza farsi vedere. Il ragazzo aveva quel tipo di concentrazione che trasforma il lavoro in preghiera: non c'era niente di santo, eppure ogni gesto era sacro. Thorleif parlava piano. «Non tirare tutto insieme. Tira la maglia che chiede. Le altre verranno.»
«Come con gli uomini?»
Thorleif rise con un filo di catarro. «Con loro non funziona mai.»
Una voce tagliò la foschia, secca. «Eccolo, l'uomo delle vecchie corde.» Rolf. Salì su una cassa come profetizzato da Haldur, le mani sui fianchi, una croce larga appesa al petto come un'ancora. Attorno a lui tre ragazzi dell'età di Leifur e due uomini che annuivano troppo presto. «È tornato quando il peggio è passato, e vorrà comandare come se avesse tenuto la casa con le sue braccia. Ma noi abbiamo un Dio che non dorme. Un Dio che non accetta metà cuori.»
Sigvard non si mosse. Guardò la cassa, non l'uomo. «Le casse servono a portare pesi. Non a salirci sopra.»
«Le parole alte hanno bisogno d'altezza,» ribatté Rolf, gratificandosi del mormorio che ne seguì. «Tu parlerai del silenzio dei tuoi dèi. Io parlerò del Dio che parla. E ascolta.»
«Bene,» disse Sigvard. «Gli chiederai dove ha messo la tua prudenza.»
Rolf arrossì, poi scese dalla cassa e fece un passo, troppo vicino. «Non siamo più nel tempo dei tuoi banchetti, Sigvard. Qui si prega. Qui si fa penitenza.»
«Qui si pesca, si taglia legna e si seppelliscono i morti,» rispose Sigvard, senza alzare la voce. «Il resto sono abiti che cambiano sullo stesso corpo.»
«Bestemmia!» sputò uno dei suoi.
Sigvard spostò appena lo sguardo, come si fa con un cane che abbaia ma non morde. «Se chiami bestemmia chiamare il legno, legno, è perché ti hanno venduto un altro nome. Non te lo rimborserà nessuno.»
Brynjar apparve alle spalle, alto e quieto. «Basta,» disse. «La nebbia fa dire agli uomini cose che non pensano davvero. Quando il sole sale, arriva la vergogna.»
Rolf si tirò indietro. «Finché questo uomo starà tra noi, il nostro Dio non benedirà il villaggio.»
«Se il tuo Dio non sa fare due cose insieme,» disse Brynjar con calma, «allora è peggiore dei nostri.»
Rolf si morse la lingua e sparì nella bruma, inseguito dai suoi due zelanti. Il paese riprese il suo rumore.
Sigvard rimase a guardare Leifur. Il ragazzo non si era mosso durante la contesa. Continuava a passare la rete, a trattenerla con l'indice e il pollice, a lasciarla andare al momento giusto. Quando alzò lo sguardo e incontrò quello del padre, c'era dentro un lampo sottile—non paura, non ammirazione. Un giudizio sospeso. Mi stai mostrando come tieni le parole? pareva chiedere. Oppure come le lasci?
«Vieni,» disse Sigvard. «C'è luce sufficiente per vedere la salita. Vorrei che guardassi la casa dall'alto.»
Leifur guardò Thorleif che annuì col capo. Posò il lavoro con cura, e lo seguì.
Salirono senza parlare. La nebbia, riscaldata da poco, si stava dissolvendo in veli che il vento tirava come tende. Arrivati alla stele, Sigvard si fermò a due passi, senza avvicinarsi. «Oggi ho messo il sale sull'altare,» disse, non sapendo se stesse parlando al figlio o alla pietra. «È venuta una donna. Mi ha detto cose come lame smussate.»
«Fanno male lo stesso,» disse Leifur.
«Sì.» Restarono immobili a guardare il fiordo aprirsi piano come un occhio che riprende coscienza. Le case, da lì, sembravano una mano aperta; il tempio, un nodo; il molo, una linea. «Queste case,» mormorò Sigvard, «sono di legno e di nebbia. Il legno si ripara. La nebbia passa. Ma quando se ne va, lascia il bagnato. E il bagnato marcisce se non asciuga al sole.»
Leifur lo guardò di sbieco. «Vuoi essere tu il sole?»
«No.» Il rifiuto uscì piano, convinto. «Voglio togliere il bagnato. Quello che ho portato io.»
Leifur scese due passi verso la stele, si fermò, non la toccò. «Inga dice che parlare ai morti è utile se non ci si aspetta risposta.»
«Io mi aspetto sempre risposte,» disse Sigvard, e si vergognò subito. «È una malattia.»
«Si guarisce?»
«No. Si impara a convivere.» Fece un respiro lungo. «Domani chiederò a Brynjar di convocare gli uomini del consiglio. Dobbiamo sapere chi ci guarda da nord. Se il re Erik manda i suoi, non ci troverà con le reti in mano.»
«Le reti prendono più degli uomini armati,» disse Leifur piano.
«A volte.» Sigvard abbassò lo sguardo verso le barche. «Ma gli uomini che vengono per prendere non hanno branchie.»
Il ragazzo tacque. Poi: «Verrò al consiglio?»
«No. Ma verranno le tue parole, se mi darai le giuste.»
Leifur sorrise senza mostrarlo. «Allora te ne do due: non gridare.»
Scese un silenzio che non pesava. Dal villaggio arrivò un richiamo di Inga, acuto come un coltello sul sasso. Il sole cominciò a chiedere di esser chiamato sole. La nebbia, rassegnata, si ritirò nei fossi.
Quando rientrarono in paese, frate Olav stava raccontando agli stessi bambini un'altra storia: di un profeta nel ventre d'un pesce, che aveva capito troppo tardi la direzione del suo dovere. «E quando uscì,» diceva, «odorava ancora di mare.» Al vedere Sigvard, tacque un istante, come se quell'odore fosse improvvisamente presente.
«Oggi non parlerò,» disse Sigvard.
«È già parlare,» rispose Olav con un mezzo inchino.
Brynjar li raggiunse con passo lungo. «Questa sera, al tramonto, gli uomini al tempio. Rolf non verrà, ma manderà le sue orecchie.»
«Porterò il coltello,» fece Haldur alle loro spalle, scherzando più per rito che per intenzione.
Leifur si congedò, tornando alle reti. Prima di sparire nel magazzino si voltò e lanciò al padre un'occhiata breve, precisa come un nodo ben tirato. «Padre.»
«Figlio.»
La parola, stavolta, fece meno male. Sapeva di sale. Sapeva di nebbia che se ne va.
Nel pomeriggio Sigvard si sedette sulla soglia della casa e affilò la lama con movimenti regolari, come chi prega con le mani. Il ferro cantava piano; ogni passata portava via un'ombra, aggiungeva una chiarezza. Guardava la valle delle dita, il modo in cui la pelle si era fatta più spessa negli anni, come corteccia. Pensò a Yrsa, alle sue parole senza nome; pensò a Rolf e ai suoi chiodi verbali; pensò a Olav, che scaldava il freddo col fuoco degli altri; pensò a Leifur, che sapeva ascoltare le cose che non chiedono di essere ascoltate.
Quando il sole si inclinò verso il mare, il villaggio prese quel respiro collettivo che precede le decisioni. Dalle capanne uscirono uomini con cappucci e mantelli; le donne li seguirono con gli occhi dalle soglie. I bambini imparano la serietà dal modo in cui i grandi si mettono il coltello alla cintura. Sigvard chiuse la porta dietro di sé, si avviò al tempio con passo che non cercava di essere solenne. Nel legno della soglia sentì ancora una volta la lingua della casa: Torna. Non sapeva se fosse un ordine o una promessa.
Davanti all'altare, quando tutti furono raccolti, il rumore del villaggio scese di un grado. Brynjar si schiarì la voce. «Parleremo di reti e di spade,» disse. «Della legna che manca e di quelli che verranno a prenderla.»
Gli uomini mormorarono. Sigvard sentì l'aria addensarsi, come prima di una nevicata che attacca sul bagnato. Fece un passo avanti, non sulla cassa, non sul gradino: sul pavimento, dove stanno i piedi quando non devono convincere nessuno.
«Io sono tornato,» disse. «Questo è un fatto, non un vanto. Ho debiti. Ho colpe. Non le offrirò al vostro Dio per farmele lavare, né ai miei per farmele cantare. Le porterò con me dove pesano. Ma prima—» cercò Leifur tra le facce, non lo trovò, sentì comunque i suoi occhi «—prima togliamo il bagnato. Il Re a nord ha orecchie lunghe. Sa contare meglio di noi. Anche noi conteremo: barche, lame, spalle, paura. Poi decideremo senza gridare.»
Nessuno applaudì; non era un discorso da applauso. Haldur annuì, Brynjar strinse gli occhi, un paio di uomini guardarono il pavimento come se cercassero una scheggia da cavare. Da fuori, oltre le assi, arrivò il verso di un corvo. Sigvard pensò al vento del Nord, al sale avaro, alla luce che lentamente asciuga. Le case di legno e di nebbia—si disse—resistono se le si impara a riparare ogni giorno.
E mentre il consiglio cominciava, sapeva che il giorno dopo sarebbe arrivato il momento dello sguardo di Leifur—e che quello sguardo, più di ogni lama, avrebbe deciso il modo in cui il legno avrebbe tenut.

Maurizio Dolce

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