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Il vento sopra Helvik.
Il vento arrivò prima dell'alba, teso e pulito. Spazzò la scogliera, entrò tra le case, fece sbattere una porta mal chiusa e si infilò nella vela piegata della Skrafn come per provarne la stoffa. Non portava pioggia. Portava freddo. Einar era già in piedi. Salì la collinetta dietro il villaggio con la spada di legno sulla spalla e il mantello stretto. Aveva diciassette anni, spalle ancora in crescita, le dita avevano già la memoria del remo, ma non ancora quella della pazienza. Si fermò davanti alla lama vera conficcata nella terra — quella che suo padre aveva lasciato lì, come un faro. La brina faceva un velo chiaro sull'elsa. Restò ad ascoltare. Il vento aveva un suono diverso dai giorni normali: c'era un fischio lungo, poi una pausa, poi un altro fischio, come una parola fatta di due sillabe e tra una sillaba e l'altra restava qualcosa, come se il vento avesse dimenticato una parte del discorso. Non capiva cosa dicesse, ma sapeva che diceva qualcosa. «Non farai tardi anche oggi, spero,» disse una voce alle sue spalle. Leifur lo raggiunse risalendo il sentiero. Portava con sé la scure da legna. Era invecchiato bene: la barba grigia solo alle tempie, lo sguardo fermo. Non era il tipo che ripete gli ordini. Li dava una volta sola. «Sono sveglio prima del sole,» rispose Einar. «Ho sentito il vento.» «Il vento lo sentiamo tutti. Le reti invece chi le sente?» Einar abbassò lo sguardo. «Scendo adesso.» Leifur lo trattenne con un gesto. «Dimmi cos'hai capito, allora.» «Che cambia. Che non è il vento del fiordo. Viene da fuori.» «Questo sì. E quando arriva da fuori, ci porta due cose: pesce e notizie. Per il pesce abbiamo le reti; per le notizie, gli occhi. Andiamo.» Il villaggio era già al lavoro. Kari, il forgiatore, soffiava sulla brace della fucina; il fumo aveva un odore grasso di pece e ferro. Sulla spiaggia tre ragazzi piegavano i remi, due donne stendevano le alghe sui cannicci. Yrild — la madre che Einar ricordava da sempre con un fazzoletto scuro in testa e le mani veloci — stava sistemando dei sacchi di farina vicino alla casa comune. «Einar,» lo chiamò. «Quando hai finito, aiutami a legare i sacchi. Il vento oggi gioca a scoperchiare tutto.» «Prima con mio padre, poi vengo.» «Porta giù anche tuo carattere, allora,» rispose lei senza alzare gli occhi. Sulla riva, Leifur mostrò a Einar dove gettare la rete più in là del solito. «Il vento spinge a destra, la corrente rientra da sinistra. Se la lasci qui, il pesce la saluta e passa oltre.» Einar annuì e si immerse fino alle cosce, i denti serrati per il freddo. Il freddo gli salì lungo le gambe come un morso lento, ma non si fermò. Lanciò la rete con un movimento ampio. Gli venne bene. Non lo disse nessuno, ma lo sentì. «Ritira tra due onde,» disse Leifur. «Conta il respiro.» Einar contò. Uno. Due. Tirò. La rete scivolò sull'acqua, poi si fece pesante. Due aringhe, un merluzzo, una stella di mare che non serviva a niente. La buttò. «Di nuovo,» disse il padre. Alla terza volta, Einar si girò verso il largo. C'era una fascia più scura nell'acqua, una linea netta che tagliava il fiordo. Non si muoveva come le altre correnti. Restava. Sopra, un corvo restava fermo, come appeso a qualcosa che non si vedeva. Non batteva le ali. «Lo vedi?» chiese. Leifur seguì il gesto con lo sguardo. «Lo vedo.» «Che cos'è?» «Una corrente che non è nostra.» «Da dove viene?» «Dal Nord. Dove non siamo stati.» Einar lo guardò di lato. «E perché non ci andiamo?» Leifur non rispose. Si accovacciò, prese la rete, la piegò con cura e la mise sul bordo della barca. «Perché oggi abbiamo da fare qui.» «E domani?» «Domani non esiste,» disse Leifur. «È una parola senza legno.» Einar fece una smorfia. Da bambino lo divertiva; da qualche mese lo irritava. Non era una mancanza di rispetto. Era fame. Di strada. Di aria. A metà mattina il vento aumentò. Le corde fischiavano. I pali lungo il molo sembravano più alti. I gabbiani scendevano, poi cambiavano idea e risalivano. Kari uscì dalla fucina con la faccia nera di fuliggine e una sbarra rovente tra le pinze. «Chi ha visto il corvo?» chiese. Tre mani si alzarono, la quarta fu di Einar. «Bene,» disse Kari. «Allora oggi non si dorme.» Einar lo seguì con lo sguardo. «Perché il corvo?» «Perché quando non vola, vuol dire che l'aria si muove da sola.» «Non è sempre così?» «Non così,» rispose Kari, come se avesse detto tutto. Runa comparve nel pomeriggio, come se fosse uscita da una porta invisibile. Aveva i capelli quasi bianchi, sciolti sulle spalle. Camminava piano, ma non era fragile. Il vento le faceva da sciarpa. «Einar,» disse. «Portami sulla collina.» «Ora?» «Sì. È il momento giusto per guardare il verso sbagliato.» «Sbagliato?» «Il lato che di solito ignoriamo.» Salirono. Runa non parlava mentre camminava: guardava. Ogni tanto fermava il piede un attimo in più, come per ascoltare il terreno. «Come ti sta andando il respiro?» chiese a un certo punto. «Normale.» «Non è una risposta.» «Non mi manca.» «Meglio.» Arrivati alla spada, Runa si fermò e sollevò il mento verso il mare. «Hai visto la linea scura?» «Sì.» «È un confine.» «Tra cosa e cosa?» «Tra quello che sappiamo dire e quello che non sappiamo ancora.» Einar sospirò. «Runa, te lo chiedo senza mancare di rispetto: puoi dirmi una volta una cosa dritta?» Runa sorrise. «Dritta. Va bene. La corrente porta qui qualcosa. Non so cosa. Non è nave. Non è tempesta. «È un nome. E quando arriva così, non resta mai a lungo senza fare danno.» «Un nome?» «Sì. E i nomi, quando arrivano, di solito cercano bocche adatte.» Einar guardò il mare. «Io ho la bocca adatta?» «Hai i denti,» disse Runa. «La bocca la impari. Ma prima ti serve il silenzio.» «Il silenzio lo conosco.» «No. Conosci il rumore senza parole. È diverso.» Nel tardo pomeriggio, Einar aiutò Yrild con i sacchi. Un bambino — che pareva avesse cinque anni e correva come se la terra dovesse finire — giocava con una piuma trovata sulla spiaggia. La teneva alta, facendola ondeggiare come se stesse provando a farla tornare viva. «Da dove viene?» chiese Einar. «Dal cielo,» disse il piccolo. «Grazie.» Einar strizzò l'occhio. «Mi sarai utile in mare.» Yrild legò l'ultimo nodo e si asciugò le mani sul grembiule. «Tuo padre ha detto qualcosa?» «Ha detto che oggi lavoriamo qui.» «E tu?» «Io vorrei lavorare là,» disse Einar indicando il largo. «Non per scappare. Per vedere.» «Io capisco,» disse Yrild. «Ma qui c'è bisogno. E tu sei buono a renderti utile.» Einar sorrise. «Non è una consolazione... Non lo è. È un dato.» Il bambino si avvicinò e porse la piuma a Einar. Era nera, con un bordo più chiaro. «Per te,» disse. «Tienila tu.» «Non posso. La mamma dice che certe cose pesano. Tu sei grande.» Einar la prese. La guardò in controluce. Non era una piuma di gabbiano. Era più pesante di quanto sembrasse. Non sapeva dire di cosa fosse. La infilò nel cappuccio, dietro l'orecchio. La sera arrivò con nuvole basse. Il vento si calmò, ma non del tutto. Sulla spiaggia accesero un fuoco. Leifur distribuì pane e pesce. Nessuno fece discorsi. Non era una festa. Era il modo di dire che quel giorno era stato fatto quel che andava fatto. «Domani si mette mano alle travi della casa comune,» disse Leifur a bassa voce, solo per chi era vicino. «Il vento di oggi ha lasciato segni.» Kari annuì. «Ho ferro per quattro chiodature lunghe. Se il mare porta quel che penso, ce ne serviranno otto.» «Cosa pensi che porti?» chiese Einar. Kari si pulì il viso con uno straccio, lasciando un segno più scuro. «Una visita.» «Di chi?» «Di qualcuno che chiede cibo o di qualcuno che non lo chiede. In ogni caso, meglio avere chiodi.» Runa sedette vicino al fuoco senza scaldarsi le mani. Guardava il fumo salire dritto. «Non pioverà,» disse. «Meglio,» rispose Leifur. «Domani lavoro in alto.» «Meglio per il legno,» disse Runa. «Per noi non cambia.» Einar finì di mangiare e si spostò verso la riva. La fascia scura nel fiordo c'era ancora. Più sottile, ma c'era. Fece due passi nell'acqua, fin dove gli stivali tenevano. Il freddo mordeva le caviglie come un cane che avvisa. Sentì un battito d'ali sopra la testa. Alzò lo sguardo. Un corvo. Non bianco, non argento. Nero. Si posò sul palo di ormeggio e inclinò il capo. Per un attimo, Einar ebbe la sensazione netta che lo stesse misurando. Non come si guarda un uomo, ma come si guarda un posto. «Hai un messaggio?» gli venne da dire. Si vergognò subito. Parlare a un uccello è da bambini. Il corvo emise un verso basso, poi un altro subito dopo. Due. E volò via verso il largo, seguendo la linea scura. «Hai notato?» chiese la voce di Leifur alle sue spalle. «Sì.» «Che ne pensi?» «Che ci chiama.» «Ci chiama o ci provoca?» «Che differenza fa?» Leifur restò un attimo in silenzio. «Per te, nessuna.» «Per te?» «Per me, la differenza è il tempo.» Einar si voltò. «Padre, dimmelo chiaro: andrai o no?» Leifur fissò la linea d'acqua. «Se devo andare, non lo decido stasera.» «Io invece lo so adesso.» Leifur lo guardò senza durezza. «Lo so.» «E allora?» «Allora domani alziamo le travi. Dopo domani vediamo la corrente. E il terzo giorno, se il vento è con noi, prendi una barca leggera e vai fino al bordo. Non oltre.» «Con chi?» «Con due che non ti facciano diventare coraggioso.» Einar rise. «Kari e Yrild?» «Kari e una bocca che parla poco. Yrild parla il giusto.» «Runa?» «Runa non viene in barca se non serve. E quando serve, non lo chiede.» Runa, alle loro spalle, sorrise senza che l'avessero guardata. «Accetto il complimento,» disse. Quella notte Einar non dormì subito. Si sdraiò sotto la pelle, fissando il legno scuro del soffitto. Il vento era calato, ma ogni tanto si infilava nella fessura e faceva tremare appena la parete. Pensò alla linea d'acqua, al corvo, alla mano di suo padre che piegava la rete con pazienza. Pensò a Ketil, di cui sapeva il riso e poco più. Pensò a un luogo che non aveva visto, ma che sentiva di conoscere, come quando si sogna una casa e al mattino restano in tasca le chiavi. Si alzò, prese la piuma dal cappuccio e la posò sul tavolo. Si mise a molare il coltello. Non perché servisse davvero; perché il rumore lo aiutava a mettere in fila le idee. Non erano molte, ma volevano stare dritte. «Non voglio scappare,» si disse piano. «Voglio vedere il punto da cui arriva la nostra aria.» Fuori, il fiordo respirò. Due volte. Poi si fermò. Poi di nuovo. Il corvo, da qualche parte, rispose una sola volta, come per dire ho capito. Einar chiuse gli occhi. Il sonno gli arrivò di colpo, secco, come una porta che si chiude bene. Al mattino, il vento sarebbe stato ancora lì. E lui pure. Il vento non aveva fretta. Lui sì. Poi si sarebbe visto chi dei due comandava davvero. Il nome del padre.
All'alba Helvik odorava di legno fresco e pece. Il vento della notte si era calmato, lasciando corde tese e tetti che cigolavano piano. Oggi si rimettevano in piedi le travi della casa comune. Nessuno aveva bisogno di essere chiamato: gli uomini arrivarono con martelli e cunei, le donne con corde e secchi, i ragazzi con l'energia di chi vuole farsi vedere utile. Einar arrivò tra i primi. Portava la cintura degli attrezzi e la spada di legno infilata dietro la schiena: un'abitudine rimasta dall'addestramento sulla spiaggia. Kari, con la barba ancora impastata di fuliggine, gli mise in mano due cunei di frassino. «Tienili pronti. Quando dico “ora”, li batti senza pensarci. La trave deve voler tornare a casa, non esserne costretta.» Leifur arrivò per ultimo, ma bastò che posasse il piede sullo spiazzo perché l'assemblea trovasse il proprio ordine. Non fece discorsi. Guardò, distribuì due sguardi, cambiò la posizione di un palo, strinse un nodo che sembrava già buono. Poi alzò la voce quel tanto che serviva: «Oggi non si corre. Oggi si respira insieme. Se uno sbaglia, sbagliamo in due.» Runa guardava da lontano, seduta su una cassa capovolta. Aveva le mani sotto il mantello, lo sguardo su tutti. Einar sentì il suo controllo addosso come un peso leggero: non giudicava, ma misurava. Si lavorò in silenzio per la prima ora. Tiranti, leve, cunei. Alla seconda ora, la trave principale si mosse. Un gemito, poi un colpo secco, poi l'improvviso equilibrio che torna. Kari non si trattenne: «Così. Adesso respira.» Leifur posò una mano sulla trave, come si fa con il collo di un cavallo. «Tiene,» disse. Un ragazzo poco più grande di Einar, Torval, si avvicinò con una risata bassa. «La trave ha capito chi comanda, figlio di Leifur.» Einar non rispose. Gli capitava spesso: per molti in paese era prima “figlio di Leifur” e solo dopo Einar. Non sempre gli pesava, ma oggi sì. «Non chiamarlo così quando lavora,» intervenne Kari, senza alzare lo sguardo. «Qui i nomi servono ai chiodi, non all'orgoglio.» Torval fece spallucce e andò a prendere altri cunei. Einar si limitò a inspirare lento. Runa, dalla cassa, fece cenno di no con la testa: non reggere la provocazione era la risposta giusta. Quando la trave fu in sede, si passò a fissare i puntoni. Leifur cambiò squadra, lasciò Kari al centro e prese con sé Einar e altri due per il lato di mare. Il vento era tornato a tirare, tagliava la pelle dove il mantello non copriva. «Passami il ferro lungo,» disse Leifur. Einar glielo porse. Il padre lavorava con movimenti brevi e puliti. Ogni volta che batteva, il colpo faceva proprio il rumore che ci si aspettava: nessuno in più, nessuno in meno. «Perché Torval mi chiama così?» sbottò Einar dopo un po'. «Sembra che il mio nome non basti.» Leifur continuò a battere. «Perché a molti il nome serve per incasellare, non per chiamare. Quando dico “Einar”, chiamo te. Quando lui dice “figlio di Leifur”, incasella.» «A te non dà fastidio?» «No. Io so chi sono. Tu?» Einar strinse i denti. «Sto imparando.» Leifur si fermò, lo guardò di lato. «Questo sì.» Un urlo dalla parte opposta li fece voltare. Una corda aveva ceduto, il puntone stava scivolando. Kari gridò «Spalle!» e quattro uomini si buttarono sotto a reggere. Per un attimo ci fu quel silenzio teso in cui il legno decide se restare o rompersi. Poi la corda fu sostituita e il respiro collettivo uscì tutto insieme. «Ricordatelo,» disse Leifur piano. «Quando una cosa regge, non è mai merito di uno solo.» «Neanche quando cade,» rispose Einar. Leifur annuì. «Già.» Si andò avanti fino a mezzogiorno. Le travi erano in piedi, i puntoni tenuti da chiodi lunghi come coltelli. Il vento portò l'odore del mare dentro la casa, come per provarla. Le donne arrivarono con zuppa e pane. Si sedette per mangiare chi poteva; gli altri restarono a tenere i tiranti finché la calce non prese. Yrild passò tra i gruppi a riempire scodelle. Al suo fianco correva il bambino, con una piuma infilata al cappuccio. «Non perderla,» lo ammonì. «Il vento oggi fa il collezionista.» Arrivò anche Torval. Mise giù la scodella, si asciugò la bocca e guardò Einar. «Ho detto qualcosa che non dovevo?» «Hai detto una cosa inutile,» rispose Einar, senza alzare la voce. Torval ridacchiò. «Allora siamo in due. Però tu, quando prendi il timone, sembri tuo padre. Non è un insulto.» «Non lo prendo spesso.» «Lo so. È questo il punto.» Leifur si avvicinò con la sua scodella. «Torval, tu domani vai a controllare la corona del bosco. Il vento di stanotte avrà buttato giù rami. Prendi altri due e tagliate quel che serve.» «Sì,» disse Torval. «E lui?» Indicò Einar. «Lui viene al fiordo con me.» Torval fece una smorfia occupata a sembrare una risata, poi se ne andò. Einar non disse niente, ma il cuore gli si aprì di un dito. Nel pomeriggio la casa comune era di nuovo una casa. Mancavano i pannelli, mancava il banco lungo, mancavano gli odori di un posto abitato; ma l'ossatura c'era. Leifur passò una mano sulle travi come un uomo che ha finito un pezzo e non se ne vergogna. Runa si avvicinò a Einar mentre lui raccoglieva i cunei sparsi. «Hai messo via due parole giuste e una sbagliata,» disse. «Quale?» «“Non lo prendo spesso.” Quando sai fare una cosa, non è colpa di nessuno se non la fai. Ma è responsabilità tua ricordartelo.» «Non sono io a decidere quando—» «Non sempre. A volte sì.» Einar abbassò gli occhi, poi li rialzò. «Runa, ti posso chiedere una cosa dritta?» «Prova.» «Che cosa significa davvero “il nome del padre”? Me lo ripetono da quando ero piccolo. Non parlo del nome di mio padre. Parlo del nome che pesa addosso.» Runa valutò un istante. «Vuol dire due cose. Primo: che gli altri ti misurano con un metro che non hai scelto tu. Secondo: che se rispondi soltanto a quel metro, non ti costruisci il tuo. Il trucco è semplice da dire e difficile da fare: onorare il nome, senza usarlo come scudo.» «E se gli altri non smettono?» «Allora smetti tu. Non di ascoltare, di reagire.» Einar sospirò. «Ci provo.» «Solo una cosa,» aggiunse Runa. «Quando sarai al timone, non dare ordini “come Leifur”. Dagli come Einar. Gli ordini imitati fanno acqua.» Più tardi, padre e figlio scesero al molo. Il fiordo era di un blu più scuro del solito. La fascia d'acqua “straniera” si vedeva ancora, più larga. Due gabbiani volavano bassi e cambiavano direzione senza motivo apparente. Sulla punta più lontana, un punto nero si posò: il corvo. Leifur fissò la linea, poi parlò: «Tra tre giorni esci. Una barca leggera. Due rematori. Un'ora oltre il promontorio, non di più. Guardi, annusi, ascolti. Non “cerchi”. Guardi.» «Kari e chi?» «Kari e Arvid. Parlano poco, vedono bene. Se il mare cambia umore, torni. Se il cielo ti fa ombra nella pancia, torni. Se la corrente gioca a spingerti, la lasci vincere e torni.» «E se il corvo indica oltre?» Leifur si voltò verso di lui. «Non segui gli uccelli oltre il bordo se non sai cosa ti aspetta. Gli uccelli non affogano.» Einar fece un mezzo sorriso. «Il vento sì.» «Il vento si stanca, noi no. È la nostra unica superiorità.» Restarono un momento in silenzio. Einar ruppe l'immobilità: «Dimmi una cosa sul nonno che non sia una leggenda.» Leifur si accigliò. «Quale vuoi?» «Una piccola. Che possa tenere in tasca.» Leifur guardò l'acqua e parlò piano: «Una volta, quando ero poco più grande di te, gettai male una rete e la persi. Tornai a riva con la vergogna addosso. Lui non disse nulla. Il giorno dopo mi svegliò prima del sole. Andammo nello stesso punto e me ne fece gettare tre. La prima rimase vuota, la seconda si attorcigliò, la terza prese il giusto. Tornammo a casa. A colazione disse solo: “Le cose tornano dove imparano.” È la frase più utile che ho da lui.» Einar annuì. «Non è eroica.» «No. È vera. Le leggende servono agli altri. A noi serve il lavoro.» Il corvo volò via in direzione del largo. Due versi, poi silenzio. Einar seguì la traiettoria con gli occhi fin dove poteva. «Padre... se al ritorno porto solo domande?» «Allora hai fatto bene. Le risposte che arrivano presto sono legno verde: fanno fumo e poca fiamma.» Einar sorrise, sinceramente. «Questa è tua o del nonno?» «Mia. A lui il fumo piaceva.» La sera, Einar si ritirò nella piccola stanza dove teneva poche cose: una coperta, il coltello, una scatola con tre chiodi lunghi e un pezzo di legno chiaro. Sedette al tavolo e tirò fuori il coltello. Sul manico c'era una runa incisa male da bambino. La passò con il pollice: segno incerto, come i primi passi. Prese il legno chiaro e cominciò a incidere piano. Non il nome del padre. Non quello del nonno. Una Raido semplice — viaggio — e accanto uno spazio lasciato vuoto. Non sapeva ancora cosa ci sarebbe entrato. Forse la sua iniziale, forse un segno del corvo, forse niente. Lo spazio gli piacque così: pulito, pronto. Fuori, dal molo, un colpo di cima contro il palo diede il tempo alla notte. Einar chiuse la mano sul pezzo di legno e lo infilò nella tasca del mantello. «Tra tre giorni,» disse a bassa voce. «Guardo e torno.» Quando uscì, il freddo gli morse le guance. Alzò lo sguardo verso la collina. La spada piantata a terra brillava appena nella luce della luna magra. Non sembrava un monumento. Sembrava un attrezzo appoggiato a portata di mano. Si sentì meno figlio e un poco più uomo. Non per orgoglio; per lavoro fatto bene. Sotto la costa, il fiordo respirò lento. Einar gli rispose con un cenno del capo, come si fa con uno che aspetta da tempo. Il nome del padre restava addosso. Ma, per la prima volta, non gli stringeva.
Maurizio Dolce
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